martedì 27 luglio 2010

DA ARASULE' AD OVARO

Di Giovanni Mura


Arasulè




Motivo della visita ad Arasulè


Salire oggi ad Arasulè sfruttando il passaggio di Viale della Regione, la nuova arteria a pendenza zero sorta negli anni cinquanta del secolo scorso, è molto più facile che in passato quando le vie d’accesso al rione erano a dir poco proibitive.
A partire dalla strada provinciale, asse viario che attraversa in direzione est-ovest l’intero abitato di Tonara lasciando alla sua sinistra in basso i vicinati di Teliseri, Toneri e Su Pranu e sulla destra in alto quello di Arasulè, si staccano in direzione di quest’ultima grossa frazione le seguenti diramazioni:
a) La prima ha origine all’altezza del bivio per Toneri e porta, dopo una settantina di metri circa, alla contrada di Su Tzurru. Si tratta di un sentiero interpoderale contrassegnato dalla forte pendenza e da una ridotta base di calpestio. Negli ultimi decenni questa salitaccia è stata rimodellata secondo gli schemi di scalinata dai molti gradini e dai diversi piani di riposo. Nonostante questa innovazione sono sempre pochi i pedoni e gli animali che vi transitano. Per pura curiosità vi sono passato diversi anni fa ma ho dovuto fare molta fatica per poter aver ragione dei rovi e degli sterpi boccheggianti dalle siepi di confine.

b) La seconda, denominata Coa Igna, indirizza verso la contrada di Carigheri. Si ha a che fare con una prima rampa, quindi con un tratto leggermente pianeggiante ed alla fine con una ripida salita. Per raggiungere, tra la fine degli anni quaranta e gli inizi degli anni cinquanta, i locali della scuola media ubicati nella sede dell’ex Municipio, non potevo fare a meno di sfruttare questa scorciatoia. Vi sarò transitato un migliaio di volte.

c) La terza ha inizio nei pressi della casa padronale dei Porru, attraversa il quartiere di Sant’Antonio e termina con l’ingresso nella contrada di Istraccu.


d) La quarta prende l’avvio dall’altezza delle vecchie aie pubbliche, oggi sede di scuole elementari, medie e superiori, e si sviluppa su un tracciato che va a recuperare in maniera agevole la precedente via d’accesso per unificarsi ad essa.
e) La quinta rappresenta l’asse periferico che unisce il rione, di Su Pranu con la nuova contrada di Pilosu in Arasulè. 

Intorno alla metà degli anni cinquanta, l’apertura al traffico della via di comunicazione che collega Carigheri con il quartiere di Sant’Antonio ha consentito sbocchi molto interessanti per la borgata di Arasulè ed i restanti rioni. Stiamo trattando del Viale della Regione, l’arteria di cui ho fatto cenno all’inizio. 
E’ da tempo che avevo programmato una visita ad Arasulè. Mi ero sempre ripromesso di effettuare una visita nella parte alta del vicinato, quella riguardante le contrade periferiche estreme, rappresentate dai sotto siti rionali di Santa Maria, Muragheri e su Tzurru, ma i tempi di abboccamento sono stati sempre infruttuosi. I giorni, i mesi e le stagioni si sono sempre rincorsi velocemente, come i fogli di un libro. La terza età mi ha quasi colto di sorpresa senza poter soddisfare questo mio piccolo grande desiderio. Sarà per un’altra volta, ma quando. L’occasione propizia si è presentata con il ventaglio di proposte offerto da Cortes apertas, la rassegna che nel periodo autunnale interessa molti paesi della Barbagia centrale e di quella superiore e che in questi giorni di fine settembre 2006 fa tappa a Tonara.
Finalmente mi ritrovo al termine del Viale della Regione, all’estremità inferiore di Arasulè, il rione che, adagiato sulla montagna, volge lo sguardo a mezzogiorno verso il fondovalle. Ho percorso più di settecento metri a partire dal centro di Su Pranu, il nuovo rione sorto su una zona pianeggiante agli inizi degli anni cinquanta del secolo scorso. Da questo punto mi si presentano i seguenti percorsi possibili:

a) Sulla destra, una strada a tangente zero, mi permette di transitare nelle contrade di su Fossu, con il suo manipolo di case arroccate sul greto di un avvallamento, Funtana Idda, con il caratteristico viottolo che porta in alto verso le vecchie poste, Lasina, con la bianca abitazione appartenuta a Giovanni Sulis, il medico del paese dei primi anni cinquanta, e su Tzurru, con la strada campestre che porta verso Galusè, la fonte decantata da Peppino Mereu.

b) Di fronte la scuola media del passato, funge da spartitraffico tra due salite che, con angoli tangenziali di pari severità portano verso Su Montigu, nel cuore di Arasulè, e verso Su Forreddu. Quest’ultima contrada, ubicata all’estrema periferia nord-ovest, ci consegna al suo passaggio la severa abitazione di Raffaello Pulix, segretario comunale per diversi decenni nel periodo a cavallo dell’Ottocento e del Novecento, il laboratorio adibito a barberia di Mameleddu, un poeta estemporaneo del secolo scorso, ed in alto, dopo aver superato una salita veramente impegnativa, le residenze estive della colonia estiva e dell’ostello della gioventù.




c) Alla sinistra Sa Caladorgia, la via cara ai notai del settecento e dell’ottocento, conduce ad Istraccu, la contrada che i censimenti del passato identificavano con la denominazione s’Arcu.

Il percorso che andrò ad affrontare ripete le stesse mosse seguite da Gabriele Carta, il sacerdote incaricato nel 1829 di redigere il censimento del rione, nel passaggio attraverso le contrade di Su Fossu, Funtana Idda, Lasina, Su Tzurru, Muragheri, Santa Maria, Su Montigu, Su Forreddu, S’Arcu, Sa Caladorgia e Carigheri.




Dei siti residenziali citati, oggi non si fa più menzione di S’Arcu (l’odierna Istraccu), Sa Caladorgia (via XX Settembre) e Su Fossu, completamente inglobato nella contrada di Funtana Idda.




Per quanto concerne la configurazione territoriale, eccezione fatta per la nuova sotto frazione di Pilosu, valgono approssimativamente le stesse coordinate dell’Ottocento.



Le contrade

Su Fossu 




E’ la contrada ubicata nella parte più bassa del vicinato. Il suo accesso è nel punto di confluenza di Coa Igna, la strada che porta ai rioni inferiori di Toneri e Teliseri, con il Viale della Regione, l’asse viario che regola il traffico automobilistico e pedonale per il nuovo rione di Su Pranu, e con le diverse vie che indirizzano verso la parte alta di Arasulè.




Poche le segnalazioni su questa sotto frazione che si affaccia a mezzogiorno sulla grande vallata tonarese. Appena 6 le famiglie conteggiate nel 1829 per un totale di 35 anime. Nulla posso precisare intorno all’altimetria. Saremo intorno a quota 930. Gli unici dati di cui dispongo sono quelli del La Marmora, le cui osservazioni barometriche facevano registrare 956,12 metri per Arasulè, 973,62 per Su Nuratziu e 815,61 per Teliseri, e quelli segnalati sulle cartine stradali con dati per Tonara sui 925 metri. Tutto intorno le montagne volano verso quota 1500. Il massiccio del Gennargentu è più avanti, dietro le nuvole, e la dietro ci sono salito due volte, nel 1953 e nell’anno 2000.
Oggi come allora sono sprovvisto di macchine fotografiche e taccuini per appunti. Poter disporre di un altimetro sarebbe il miglior toccasana.

Nelle vesti di visitatore di turno mi sentirei un estraneo a tutti gli effetti se non valesse il principio che in questi giorni di rassegna di arti e mestieri mi sento legittimato a pieno titolo ad inseguire qualsiasi percorso fra quelli presentati dagli organizzatori. In altre circostanze chiunque si avventurasse all’interno delle varie contrade dei diversi vicinati sa che il suo comportamento verrebbe sottoposto al vaglio della curiosità, del controllo a vista e del sospetto dei residenti. Ma questo è un luogo comune che vale dappertutto, piccoli borghi e città grandi comprese. Chi è costui? Che gira da queste parti? Non si era mai visto. A titolo di esempio riferirò che una volta a Cagliari, nel transitare in un viottolo di Stampace, quello che nel suo punto medio ospita la chiesetta di Sant’Efisio e nel periodo dei festeggiamenti del martire esplode di presenze umane, mi sentii come un sorvegliato a vista. Sembrava avessi violato dei passaggi privati. Tutto il mondo è paese.

Oggi a Tonara, prima domenica di ottobre 2006, ogni visitatore si considera ospite privilegiato e come tale libero di girare dove e come gli pare, non più nelle vesti del sospettato bensì nei panni dell’inquisitore. E non gli mancheranno i motivi e gli spazi di approfondimento. Il ventaglio di proposte offerto da questa rassegna denominata Autunno in Barbagia è vario ed allettante.





Funtana Idda 



La sorgente a più bocche, che in passato costituiva la risorsa idrica prevalente per il fabbisogno degli abitatori del luogo e dei diversi appezzamenti a carattere irriguo, è stata onorata in tempi recenti di una sede di accoglienza all’altezza del suo rango. Il granito la fa da padrone dappertutto, nella scala a gradini che porta all’ingresso della fonte, nella pavimentazione, nella tamponatura delle pareti e nella copertura della volta. Nessun cartello nei dintorni che ne indichi l’ubicazione. Altrove c’è anche abuso di segnalazioni per i turisti. Non riesco a chiedermi il perché. In ogni modo la contrada nata a monte di questo importante getto d’acqua ha assunto per i tonaresi il nome di Funtana Idda ossia fontana del paese. Per chi procede nella direzione verso oriente la incontra sulla destra in basso, proprio all’altezza dell’abitazione di Mario Pistis, un commerciante con l’hobby della pittura vissuto nel secolo scorso. Per poterla riconoscere senza esitazione è sufficiente tener conto del materiale impiegato nella costruzione, il granito come già detto.

Le vie traverse che portano alle contrade superiori sono tutte molto ardue. Una di queste indirizzava alle vecchie poste. Per potervi arrivare bisognava quasi arrancare.
Rinaldo Mereu, fratello di Peppino, il vate tonarese, aveva retto quell’ufficio per diversi decenni del secolo andato. Di alcuni ceppi facenti capo a detto casato si ha testimonianza scritta in molte documentazioni relative a questa contrada. Nel 1829 tra le 39 famiglie registrate, per un totale di 166 residenti, veniva segnalata quella del mastro Sebastiano Mereu di anni 47, della moglie Rosa Todde di 41, dei figli Giovanni Maria di 10, di Anna di 6, di Francesca di 3 e di Giuseppe al primo anno di vita, futuro genitore del nostro poeta.



Lasina 




Ed ecco Lasina, contrada che nel 1829 registrava 52 anime distribuite in 19 famiglie. Nell’elenco dei matrimoni consacrati in detto anno fa notizia la celebrazione delle nozze di Felice Carta e Venanzia Pala nell’abitazione dello sposo per un infortunio, frattura di uno degli arti inferiori, occorsogli al tempo delle pubblicazioni. Antonio Medda, il rettore parrocchiale, considerata la giusta causa aveva ritenuto inopportuno svolgere il rito nuziale in chiesa.
Sulla sinistra del lato stradale è facilmente riconoscibile la bianca costruzione di Giovanni Sulis, medico del paese nella prima metà del secolo scorso ed amico fraterno di Peppino Mereu.. Lo conoscevo e mi conosceva. Impossibile non conoscersi in un paese che allora contava circa 3500 abitanti. Il suo laboratorio era ubicato al pianterreno, sulla destra, appena dopo l’ingresso della sua abitazione



Su Tzurru 


Il conteggio del 1829 annovera per questa piccola sotto frazione appena 67 anime distribuite in 19 famiglie.
Avrò coperto sinora dal punto di partenza circa duecento metri del tutto pianeggianti. Alla mia sinistra le costruzioni a schiera si danno il cambio senza interruzione tanto che sarà difficile anche per i residenti riconoscere gli esatti confini divisori tra le varie contrade. Alla mia destra il sole filtra facilmente i suoi raggi negli spazi non ancora edificati di questa via maestra. I rari viottoli che indirizzano verso Muragheri, la grossa sotto borgata posta in alto al rione, sono scartati a priori. Il tempo a disposizione per soddisfare ogni curiosità è limitato. Per poter godere dell’intimità offerta dagli angoli nascosti della fonte di Su Tzurru e di Pramutza bisognerà rimandare ad altri appuntamenti, se ci saranno. Per me oggi è una prima volta. Ciò che non riuscirò a vedere farà parte del mio immaginario. Il mare più bello, diceva qualcuno, è sempre quello che non hai ancora navigato. E’ lo scotto che si paga nelle visite a tempo.
Su Tzurru è tutta qui. E’ un condensato di basse abitazioni, di siepi di campagna, di scalinate dimenticate dall’uomo e dal tempo, di angoli caratteristici incastonati tra le pietre di schisto, di colori variegati e di silenzi infiniti.



Visita a Galusè 




Per poter raggiungere la fonte di Galusè è necessario lasciarsi alle spalle le ultime abitazioni di Su Tzurru e proseguire su un percorso naturalistico molto ripido ma breve. Quando la salita termina, un breve falsopiano indirizza alla tanto decantata sorgente. Ci sono già stato una volta ma i repetita sono sempre graditi. Al granito di Funtana Idda si associa un altro materiale non prodotto in loco, la trachite. Alla carta stampata, al vinile, agli svariati modi di riproduzione di quanto il Mereu ha affidato ai suoi manoscritti rispondono in questi luoghi le incisioni prodotte dallo scalpello sulle stele di detto materiale lapideo. Si ha la possibilità di rileggere alcuni passaggi di grande effetto che i frequentatori non mancano mai di commentare o approfondire.
Il gruppo di cui faccio parte, contrariamente alle attese, forse perché continuamente distratto dai richiami della natura e del paesaggio, sembra poco attento alle meditazioni culturali. C’è tra i partecipanti chi, imperterrito ed incurante di tutto, continua a diteggiare sul suo cellulare l’ennesimo messaggio. Che cosa sia venuto a fare in gita e per giunta in montagna non lo so.
Galusè è ormai alle spalle. Sto procedendo in direzione est-ovest. L’abitato di Muragheri sarà distante un centinaio di metri, forse anche meno. In alto sulla destra cominciano a prender posizione diverse piante di castagno e di rovere mentre in basso sulla sinistra si succedono minuscoli appezzamenti di terreno con ancora in grembo le colture ortive di fine stagione.
Di questo breve percorso sono in tanti a compiacersene. Tra le donne ve ne sono alcune anziane che agitano tra le mani dei piccoli rami di sambuco, altre delle piantine di pervinca ed infine una di età giovanissima una piccola felce con le radici. Si tratta di piccoli arbusti di cui abbondano i muretti a secco e le siepi di confine. Vi è anche chi, nell’affannosa ricerca di un piccolo spazio nei vari scomparti della propria borsa per qualche strana infiorescenza, è costretto a dialogare mutamente con i vari accessori da viaggio. Strano il comportamento di un signore che si ostina a ricercare nel suo giaccone multi tasche una delle sue tante trappole fuori posto. Ad un certo punto, esasperato, ripesca dal suo capo di vestiario tutti i suoi ammennicoli e li sistema provvisoriamente ed ordinatamente sulla nuda terra. C’è di tutto: macchine fotografiche, cellulari, occhiali da sole, chiavi, portamonete, pettini, cartine stradali, fazzoletti, documenti vari. Potrebbe montare una bancarella.  ochi i rovi sulle recinzioni. Qui prevale il sambuco. Per molti gitanti è una pianta quasi esotica. A Tonara è presente dappertutto. Il ponte a doppia arcata costruito alla fine dell’Ottocento per ospitare l’ultimo segmento della linea ferroviaria Cagliari Sorgono è denominato Su ponte ‘e su samucu, dal toponimo dell’area che accoglie l’imponente struttura. Da giovanissimi i rami di sambuco venivano recisi per essere trasformati in rudimentali cerbottane o in giocattoli ad aria compressa. Una leggera pressione, esercitata da uno stantuffo in legno di nocciolo all’interno della parte cava dell’arbusto, era sufficiente per far descrivere ad un turacciolo in sughero una traiettoria parabolica di qualche metro.
I muretti a secco in schisto, la pietra che in lungo e in largo è ben rappresentata in queste montagne della Barbagia Centrale, indirizzano ora ad un bivio che sulla sinistra in basso riporta alla sotto frazione di Su Tzurru mentre di fronte ti consegna alla contrada di Muragheri.



Muragheri (già Muraghedi) 


Ed ecco le prime case di Muragheri. Non sono mai transitato in questa contrada. Uno steccato mi separa da un piccolo cortile sul quale una donna minuta dell’apparente età di settanta e più anni ha il suo gran da fare con i suoi programmi di giardinaggio. Da debita distanza, una quarantina di metri circa, questa figura femminile, scesa dalla soglia di uno di quegli usci con un grosso fardello tra le mani, era sembrata evocare la scena trattata nel noto passaggio manzoniano. Nulla di tutto questo in questa piccola realtà di Muragheri. La chiamerò Cecilia, con lo stesso nome utilizzato dal Manzoni nel suo celebre romanzo, anche se l’accostamento tra le due figure femminili è improponibile. Intanto la prima è un personaggio immaginario del Seicento, la seconda una testimonianza vivente dell’oggi. La Cecilia dei Promessi sposi, una donna dall’apparente età di trenta anni, personifica il dramma di una madre straziata dal dolore per la morte della propria figliola mentre la Cecilia di Muragheri presenta alla nostra attenzione un passaggio di vita all’aperto. Ancora, la protagonista milanese appartiene all’immortalità mentre quella tonarese non ha alcuna credenziale per essere consegnata alla storia. In comune soltanto il lento passaggio dae su liminargiu de una de cussas ennas (dalla soglia di uno di quegli usci).
La nostra contradaiola si muove con sicurezza senza ostentare la minima fatica o la minima apprensione per quanto la circonda. Nessuna curiosità al nostro passaggio. Ha ben altro da fare. Sembra la regina di una scacchiera composta di tantissimi riquadri sui quali prendono posizione vasi, brocche, secchi, ceppi di legno, sgabelli e utensili di lavoro. Per domani non mancheranno prossime mosse per nuove disposizioni e nuove sistemazioni.


"Po Santa Maria (Per Santa Maria)" le chiedo. "Inghiria custas domos e bae erettu." (Fa’ il giro di queste case e va diritto). "Appustis pregonta." (Dopo chiedi informazioni). Questa la risposta. Chissà quanta gente incontrerò sui miei passi. Ed eccomi nella Tonara che non conoscevo. Strettoie ad ogni passo, impennate severe appena illuminate da fette di cielo sempre più ridotte. Il fiatone è d’obbligo sulle vie trasversali alle arterie principali. Due file parallele guarnite di lastre granito, che danno l’impressione di convergere alla distanza dal mio punto di osservazione, ed un manto di ciottoli di basalto scuro sembrano darmi il benvenuto in questo estremo lembo di Arasulè. Fette di azzurro cielo, abbozzate dai contorni dei cornicioni delle costruzioni, sembrano regolare il silenzio di questa arteria. Le montagne di settentrione e la vallata sono estranee alla mia vista. Ogni tanto i viottoli in forte pendenza sembrano spezzare la monotonia di queste inquadrature con i loro spiragli di luce intensa. Da alcuni vasi di terracotta esposti in equilibrio molto precario su un ballatoio ripesco fiori di matrice montanara che erano stati archiviati dalla mia memoria e che nel passato abbellivano molte abitazioni del rione di Toneri. Sembravano rappresentare l’a, b, c, della pubblicità del giardinaggio. Rivederli a distanza di tempo mi fanno quasi tenerezza. Si tratta dei garofani e delle fucsie. Gravellos e frisiola. Sono i fiori che mia nonna curava nei suoi balconi di Pratza manna. I primi, con la corolla rivolta verso l’alto, si contraddistinguono per la forte rappresentanza di petali dal color bianco rosa spesso pieghettati e maculati di puntini neri mentre i secondi in posizione pendula si caratterizzano, nella disposizione dall’alto verso il basso, dal gambo che sorregge il corpo del fiore, con una prima disposizione a cerchio di alcuni petali dalle colorazioni rosso granata, e da un involucro a campanaccio dalle tinte color viola da cui fanno capolino gli organi di riproduzione. Sembrano delle ballerine in costume sardo che, agitando le braccia nei loro volteggi sul palco, evidenziano la leggiadria dei loro capi di vestiario: il mantello, il corpetto e la gonna. Hai mai prestato attenzione ai colori rosso porpora e viola quaresimale espressi dai tessuti delle donne belviesi in abito da sposa?




I garofani, tanto per attingere al linguaggio calcistico, salgono alti sulle fasce, mentre le fucsie sembrano mimare il volteggio dei paracadute in fase di atterraggio.

La formazione tipo dei primi segue il modulo 2-4-5, riconoscendo in questo impianto i due alettoni di base del fiore, i quattro lembi merlati e i cinque sepali del calice. Difficile il conteggio dei petali della corolla in numero veramente notevole ma di rilevante espressività specie nella pieghettatura di molti di essi tanto da ricordare il soffietto delle fisarmoniche o la plissettatura de S’abratzeddu, (da opracellum, piccola opera, secondo l’interpretazione del Bonu), la gonna del costume tonarese.




La formazione tipo dei secondi, evidenzia nella sequenza dall’alto verso il basso i 4 sepali del calice, i 4 petali della corolla, gli 8 stami ed il lungo pistillo.




Per strada non si vede nessuno. La donna minuta è l’unica persona che ho incontrato in questa contrada. Mi riferiranno più tardi che il vicinato di Arasulè ha subito in questo ultimo cinquantennio un elevato indice di spopolamento. (1) Molti sono coloro che a queste montagne alpestri hanno preferito le pianure di altri siti ma numerosi sono coloro che hanno scelto di trasferirsi dal monte al piano del villaggio. Ed il piano, anzi l’altopiano, come lo definisce David Herbert Lawrence in Mare e Sardegna, di questo centro barbaricino del Mandrolisai, costituisce oggi il rione più popoloso dell’abitato. La sua denominazione è Su Pranu.




Della celebre penna d’oltre Manica, in visita a Tonara in una mattina di gennaio del 1921, vale la pena ricordare il seguente passaggio: E’ un luogo meraviglioso. Di solito il livello della vita è ritenuto essere al livello del mare. Ma qui, nel cuore della Sardegna, il livello della vita è alto sull’altopiano illuminato d’oro (the life-level is high as the golden-lit plateau), ed il livello del mare è da qualche parte lontano, giù nel buio, non ha importanza.Il livello della vita è in alto, alto e addolcito dal sole e tra le rocce (the life-level is high up, high and sun-sweetened and among rocks). (La traduzione dall’inglese è di Tiziana Serra)




Nota (1)

I censimenti delle anime dei secoli scorsi, secondo le rilevazioni dei registri parrocchiali, danno per Arasulè i seguenti dati:

1064 anime nel 1775

1215 anime nel 1798

1333 anime nel 1811

1323 anime nel 1829

1418 anime nel 1845

1353 anime nel 1856

I censimenti comunali del 1901 registrano nel rione 1930 residenti (segnalazione del segretario comunale Raffaello Pulix) mentre nel 1931 si conteggiano 2081 anime (segnalazione del parroco Raimondo Bonu).




Santa Maria 


Al termine della arteria principale di Muragheri un bivio mi dà la possibilità di procedere per le contrade di Su Montigu, sulla sinistra in basso, e di Santa Maria, sulla destra in alto. 
Per rispettare l’ordine seguito da Gabriele Carta, il rilevatore del 1829, devo optare per quest’ultima soluzione. Intanto la lettura dei dati del censimento mi riferisce che Michele e Mariantonia Cabras, fratelli di Giovanna, madre di monsignor Tore, abitavano il primo in contrada Su Montigu e la seconda in Santa Maria. Quindi le abitazioni di questi congiunti del presule non potevano che dare i loro fronti sul bivio accennato. 
Dai conteggi effettuati nel censimento citato rilevo che la contrada oggetto di visita era forte della presenza di 180 anime distribuite in 38 nuclei familiari 


Il pergolato di Santa Maria 



Ed eccomi in prossimità del cancello in ferro che regola l’entrata alla chiesetta di Santa Maria, nella contrada omonima. Ho dovuto quasi faticare per salire sin quassù. 

Prima di affrontare l’ultima rampa decido di soffermarmi per qualche istante per osservare sulla mia sinistra un angolo di rara bellezza. I contorni del quadretto sono offerti da un cortile di piccole dimensioni, per giunta quasi soffocato tra una delle pareti di contenimento del sagrato ed una casetta che si eleva in altezza di pochi metri. Sullo sfondo focalizza la mia attenzione un arbusto di vite di vecchia data che, con molta fatica per il peso degli anni e per il suo carico, va a raggiungere i pochi legni di una pergola di mediocre fattura. Al disopra di essa diversi tralci distendono un ampio manto di foglie dalla caratteristica forma palmato lobata, dal margine seghettato e da una sottile nervatura. Inconfondibili i filamenti uncinati alla continua ricerca di un appoggio su cui avvilupparsi. Sembrano ciuffi di cappelli d’angelo appena immersi nell’acqua calda. Parent filinneos appena ettaos in s’abba caente. I colori dominanti vanno dal verde al marrone con passaggi che attingono alle tonalità del rosso e del giallo. Sono queste le tinte ufficiali espresse in questo periodo di vendemmia. 


Appena al disopra del livello del pergolato una singolare finestra di forma quadrata, inserita sulla parete del piano mansarda della costruzione, sembra vigilare con continuità ed autorevolezza sul quadro d’autore firmato nel corso del tempo da madre natura e dalla mano dell’uomo. Quando le velleità dei proprietari decideranno di apportare delle modifiche al vecchio immobile, per l’albero della vite, nel suo continuo ed indefesso lavoro di amministrazione delle proprie energie, non ci sarà più nulla da fare. Del soggetto dipinto a più mani sul confine a sud del luogo di culto non resterà più alcun segno. Speriamo che ciò non accada e che la radice a fittone possa resistere nel suo habitat per lunghissimo tempo. Chissà quanto ne soffrirebbe, nel caso avverso, la fontanella in ghisa ubicata in questi pressi ed installata intorno agli anni trenta del secolo scorso. Per il patrimonio paesaggistico, storico e culturale del vicinato sarebbe una perdita molto rilevante. 

L’ho conosciuta sempre così sentenzia un’anziana contradaiola, riferendosi alla pianta plurisecolare. Forse non sarà sfuggita alla curiosità di mio bisnonno paterno quando, incaricato dal rettore parrocchiale Giovanni Pruneddu, dovette provvedere, nel gennaio del 1852 alla sistemazione del tetto del tempio. (1) 


In ogni modo, considerando le premure che vengono rivolte al viticcio, con un robusto puntellamento e con una adeguata protezione in mattoni a difesa delle parti basse del tronco, non si può che ben sperare per il futuro. Eppure vederlo così rincalzato e blindato, in un assetto terapeutico che poco concede all’eleganza ed al movimento, sembra suggerire l’idea di una figura umana in costante crisi esistenziale. Con i primi appoggi leggermente divaricati, con il fusto avvitato più volte su se stesso e con i due rami protesi verso l’alto sembra proprio simboleggiare il dilemma che attanaglia ogni residente del rione: cedere alle lusinghe del vicino altopiano di Su Pranu ed a quelle illusorie di terre lontane o continuare a sopravvivere arroccato in difesa sui contrafforti di queste montagne. 





(foto pellis) Tonara 1034 - case con pergola.



Nota (1) I muratori Antonio Deligia e Basilio Mura, attestano d’aver ricevuto dal Sig(no)r D(ot)tor Giov(anni) Pruneddu la soma di reali ventisette, per i seguenti affari che si sono stati impiegati nella chiesa di S(an)ta Croce per i sovradetti maestri reali sette per cento tegole reali cinque per centoquaranta detti mattoni reali dodici per servizio manorvale reali tre e per essersi illetterati ne fanno far la presente da mano di che &  Giov(anni) Ig(nazi)o Deligia t(es)te 

Tonara li 10 gennaio 1852. 


La chiesetta 

Nel piccolo piazzale, un’area che va ad abbracciare a ferro di cavallo la piccola chiesa, approfitto per una breve ricognizione dei contorni esterni e dell’orientamento del luogo di culto. 

Sul davanti, ad una decina di metri dal punto in cui mi trovo, la facciata principale del tempio, caratterizzata in successione dall’alto verso il basso da un piccolo campanile a vela che ospita due piccolissime campane, da un rosone di modesta fattura e dimensione e da un portone d’ingresso a due ante terminanti a mezza luna, occupa buona parte della mia visuale. 

A pochi passi da me si distendono a serpentina sul terreno i fili rattorti e slabbrati di un corda che in poche bracciate va a raggiungere in alto uno dei due batacchi campanari. Sullo sfondo, appena al disopra degli ultimi tetti della contrada che mi ospita, la montagna, prima ancora di concedersi all’azzurro cielo, si dispiega arditamente verso i propri crinali superiori. 
Tonara 1934 - fèmina in costùmene cun pipia (foto Pellis)

Di spalle ho la copertura di un piano rialzato sulle cui fondamenta ha trovato i suoi appoggi una costruzione con una elegante facciata in pietra a vista e con ampie vedute su un cortile in terra battuta. 
Alla mia sinistra alcune nuove abitazioni sembrano proiettare la loro verticalità sui punti di confine del lato nord del luogo sacro mentre alla mia destra la casetta a pianterreno con la finestrella sulla mansarda continua a fare buona guardia all’albero della vite. 
In alto sono sovrastato da una campata in ferro battuto, della lunghezza di sei o sette metri, che disegna la sua ombra e quella dei suoi sostegni laterali sulla facciata della chiesa. I rilievi geometrici ed ornamentali non mi aiutano più di tanto a capire il significato di tale rappresentazione artistica. La forma richiama il modello dell’elmetto inglese o a bacinella. Ma da qualche altra parte devo aver visto qualcosa di simile. Ite cosa est custu? Was ist das? Che cosa rappresenta? Mi documenterò. 
L’ingresso e l’abside sono posizionati lungo l’asse ovest-est di modo tale che i fedeli quando pregano sono rivolti verso l’altare ossia verso il punto in cui sorge il sole. E’ questa l’unica chiesa tonarese edificata nel rispetto dei canoni religiosi e costruttivi vigenti prima del Cinquecento. 
Il 1585, anno in cui venne certificata nei registri parrocchiali la celebrazione di un matrimonio, testimonia dell’impronta cinquecentesca di detto sito religioso. 
Gli altri luoghi di culto seguono orientamenti del tutto diversi: In San Sebastiano, Santa Anastasia e Sant’Antonio si prega con lo sguardo rivolto a meridione, in San Gabriele verso settentrione ed in San Giacomo verso occidente. Non ho alcuna segnalazione circa l’orientamento della chiesa distrutta di San Leonardo nella frazione di Teliseri. 
Di fronte al presbiterio, ma leggermente defilato sulla destra, si può osservare il fonte battesimale fatto costruire nel 1603 da monsignor Antonio Canopolo. Con la posa in opera e la messa in funzione di tale vaschetta liturgica, secondo le intenzioni dell’autorevole prelato, sarebbero venuti meno per i battezzandi i pericoli derivanti dai rigori invernali nel lungo tragitto dal vicinato di Arasulè a quello di Toneri dove era ubicata la chiesa parrocchiale di Santa Anastasia. 
Su una parete del lato nord, quasi di fronte ad una uscita secondaria del tempio, sono in esposizione i sacri legni color ebano utilizzati durante gli uffici della settimana santa. Penso che in questa chiesa di Santa Maria, denominata anche di Santa Croce, avvengano i riti de S’incravamentu e de S’iscravamentu. 
Con grande senso di colpa devo ammettere che in vita mia ho mai partecipato, né qui né altrove, a tali funzioni religiose. Stesso discorso per gli appuntamenti con il venerdì santo. Eppure la mia abitazione in Toneri era localizzata in una stazione della Via Crucis. 
Nel guadagnare l’uscita dal portone laterale non manco di soffermarmi ancora per qualche attimo nei pressi dell’arbusto della vite. La mia attenzione è ancora stregata dai tralci di lunga vita distesi sull’intelaiatura della pergola. Alcune foglie sembrano sbuffare sin sul sagrato. E’ quasi istintivo per me chinarmi e sfiorarle affettuosamente con le dita della mano. 



Casa dei Casula 





Per ritrovarmi sulla pubblica via devo ripassare sugli ampi gradoni in granito che regolano l’uscita dalla chiesa di Santa Maria. 

Di spalle ho adesso la cancellata in ferro del luogo di culto, mentre di fronte gli acciottolati che indirizzano verso la contrada di Su Montigu. 

Tanto sul lato destro quanto su quello sinistro si succedono nel mio passaggio, ben articolate nel loro movimento statico verso il basso, diverse costruzioni a schiera che interrompono la loro continuità nei punti in cui altre vie, disposte in senso trasversale, danno il via libera ad altri percorsi importanti per i residenti di queste zone ma per me del tutto anonimi. 
La prima di queste arterie indica che, per accedere ai vari ambienti della casa museo dei Casula, un edificio a più piani con ingresso sul lato nord e con esposizione mirata a mezzogiorno, bisogna svoltare a sinistra. 
In particolare il piano intermedio, cui si accede direttamente dal piano stradale, e quello superiore godono di una esposizione a mezzogiorno a tutto campo mentre il piano terra è parzialmente velato sul fronte dalla copertura di un’altra abitazione. 
Diverse le stanze nella disposizione dei vari piani i quali risultano separati e serviti da strettissime scale e da caratteristiche botole tenute in funzione da delle corde. I vari ambienti sono ridotti ma molto interessanti. Sembra che assicurino, rispetto ai vani abitabili della casa Porru in Toneri, maggiore intimità, maggiore sicurezza nei movimenti e soprattutto tanta solarità. Abbiamo già detto che nei piani superiori la visuale può spaziare liberamente senza limiti, eccezione fatta per i confini espressi dai numerosi tetti nel loro lento e costante degradare verso la vallata, dalle vicine e pressanti montagne del Mandrolisai e da quelle più distanti della Barbagia di Belvì. 

Il legno, oltre che negli infissi, è presente nella pavimentazione dei piani superiori, nelle soglie degli ingressi e nei corridoi. Esercita un certo contrasto la ceramica espressa da un sanitario installato in posizione precaria in un angolo di queste mura. È un passaggio storiografico che depone in negativo rispetto alla rappresentazione dei vari ambienti del passato quali le camere da letto e quelle riservate ai lavori femminili e al ricevimento degli ospiti (is apposentos de arritzire). Sembra che il tempo si sia fermato ai quadretti dei secoli passati. 
E nella segnalazione delle varie postazioni mi sembra di rileggere i vari adagi notarili stilati in castigliano dai nostri notai quando dovevano giustamente fare riferimento ai confini de parte delante, de un costado, de otro costado, de espaldas, de cabessa, de pies e cosi via. 
Il piano terreno, che accoglie la cucina, il vano della fossa per la frutta secca ed altri locali per la dispensa e per la custodia degli attrezzi da lavoro, comunica esternamente con una strettoia di pertinenza dello stabile. E’ su errile, uno stretto passaggio che si allunga in orizzontale per una decina di metri tra la facciata principale dell’edificio ed una parete priva di vedute appartenente ad un’altra costruzione. In passato era utilizzato per i servizi igienici. 
Nino Sau, un occasionale visitatore di questi spazi, non manca di esternare il suo compiacimento per i percorsi seguiti in questa casa museo. Ammette di non aver mai riscontrato a Tonara, nella sua lunga attività di elettricista al servizio del vicinato, nulla di simile. Anche per lui una sorpresa all’interno della sua contrada in questa casa Casula in cui gli erriles (le strettoie), sa fossa (la fossa) e sa trappa (la botola) hanno giocato nel passato una funzione molto importante. 


Su Montigu 


La contrada di Su Montigu è nel cuore di Arasulè. Ad essa si può accedere da tutte le più importanti arterie del rione. Il numero delle anime registrato nel censimento del 1829 è di 180 in rappresentanza di 39 famiglie.
Mi fa un particolare effetto transitare in queste strade ricche di storia. Ho la strana sensazione di essere come osservato dai tanti personaggi minori che hanno animato nel passato la vita di questi vicoli. Sembrano essere soprattutto gli sguardi muti ed assorti dei congiunti dell’illustre prelato Antonio Tore a volermi indicare le loro abitazioni. In particolare gli zii materni Michele e Maria Antonia Cabras, i nipoti prediletti Giovanni, Antonio e Giovanna Pruneddu, la sorella Anna Maria, la cognata Maria Pala ed i genitori Giovanni Tore e Giovanna Cabras.
Da precisare che Su Montigu è stato per lungo tempo un presidio religioso per molti addetti. Diversi i tonaresi che hanno testimoniato la loro presenza in questi luoghi. Tanto per accennare ai parenti più stretti di monsignor Tore, l’esponente più carismatico di questa contrada per il periodo che corre dalla fine del settecento sino alla metà dell’ottocento, è sufficiente ricordare i rettori Michele Porru, Alessio Cabras, Giovanni Pruneddu ed i sacerdoti Giovanni Dessì, Giuseppe Antonio Dessì e Pietro Carboni.
Mi sembra, nel rileggere le rilevazioni del censimento di Gabriele Carta, di poter individuare l’esatta postazione domiciliare di diversi abitatori. Ma si tratta di una pura illusione. Per venire a capo di una esatta ricognizione dei vari luoghi sarà necessario ricomporre al meglio le tessere del mosaico edilizio del passato. Talvolta ho l’impressione di brancolare proprio nel buio. Troppe le variabili in campo. Bisognerà effettuare nuove ricerche e fare ulteriori verifiche. Nonostante i dubbi mi impediscano di dare sempre una risposta soddisfacente ai tanti interrogativi provo comunque una strana sensazione di appagamento, quasi un senso di piacevole abbandono ma non di disfatta.
Poi, come d’incanto, quando gli stretti vicoli spianano gli accessi verso la contrada di Su Forreddu, quartiere caratterizzato da una maggiore identità di spazio e di luce, i ricordi del passato scompaiono, il sogno svanisce e l’andatura frenetica del presente prende il sopravvento sulla velocità zero dei secoli scorsi. Mi sento quasi in obbligo di esternare ad altri queste sensazioni ma non so se sarò all’altezza di trasmetterle con la stessa intensità e pathos che pervadono il mio animo.



Su Forreddu 



Con l’apertura al traffico della nuova strada che collega Tonara con il bivio Desulo-Fonni, le possibilità di migliori sbocchi edilizi sulla periferia nord della contrada di Su Forreddu sono aumentate a dismisura.
La colonia estiva, un edificio costruito nella seconda metà del secolo scorso sulle ultime appendici dell’abitato, ha rappresentato, sino ad una ventina di anni fa, l’acropoli tonarese.
Ora il primato altimetrico spetta ad altre costruzioni che, sfruttando i vantaggi offerti dalla importante via di comunicazione, vanno a guadagnare in quota posizioni sempre più appetibili dal punto di vista panoramico. Si avverte la tendenza sempre più marcata da parte dei residenti di occupare gli spazi liberi ubicati più in alto. Non è ancora definito il rustico di quella che dovrebbe essere l’ultima costruzione che l’escavatore di turno sta già affondando le sue potenti benne nei sovrastanti territori.
Da questi punti di osservazione, stimati intorno ai mille e più metri d’altitudine, la vallata si configura sempre più in lontananza mentre le giogaie della montagna sono sempre più vicine. La vegetazione delle cupolifere e delle altre latifoglie è sempre più fitta ma tra non molto il bosco cederà il testimone al terreno brullo e improduttivo. Sarà forse questo il limite invalicabile per i futuri insediamenti.
Per salire sin quassù, a partire dall’incrocio di Sa Ruge, postazione di rilievo nel cuore della contrada, le scarpe hanno lavorato sempre di punta e poco di tacco. La pendenza, costantemente proibitiva, si aggira intorno al trenta per cento. A queste tangenti gli amanti della bicicletta devono procedere a piedi. In compenso la struttura viaria gode di un’ampia sede stradale e le costruzioni che si affacciano su di essa godono di ampio respiro e notevole luminosità. Spesso le nuove edificazioni, specie quelle ubicate più a nord, sono favorite dalla presenza di fazzoletti di terra abitualmente trasformati in cortili, frutteti o giardinetti.
Nella parte bassa di questo sito rionale fa la sua bella figura l’aristocratico edificio a più piani fatto costruire alla fine dell’Ottocento dal suellese Raffaello Pulix, il segretario comunale ancora in attività sino al 1915, data del suo decesso. E’ una costruzione che vista dalla strada maestra di Su Forreddu non sembra così imponente. Ben altra cosa è osservarla svettare verso l’alto dalla postazione di Carigheri. Alte mura di cinta hanno sempre impedito di scrutare gli spazi di verde dell’interno. Solo una volta, in uscita dalla barberia di Giovanni Mameli, noto Mameleddu, che aveva il suo laboratorio a pochi metri dalla abitazione del funzionario comunale, riuscii ad intravedere qualcosa di interessante spiando attraverso il portone d’ingresso posto sulla recinzione esterna. So che le autorità comunali si stanno interessando per acquistare l’intero immobile e destinarlo ad attività museali. Se la trattativa andrà in porto non mancherò di prenotare una mia visita.
Da queste parti, sicuramente in zona extra moenia rispetto al presidio religioso di Su Montigu, aveva eletto il suo domicilio Antonio Medda, parroco del paese negli anni che corrono dal 1827 al 1834. Seppure molto ben voluto dalla popolazione, aveva sofferto parecchio per gli onerosi incarichi cui era tenuto far fronte tanto da dolersene spesso nei passaggi della corrispondenza tenuta con Antonio Tore, presule ad Ales. Nella lettera del 15 luglio del 1829 segnala quanto segue: […] "La mia solitudine è spaventevole per tutti i rapporti, e la malinconia principia ad impossessarsi di me assai gravosamente. Il vicinato di Arasulè è tutto sulle mie spalle, ed ho anche il disgusto di sentire le doglianze di molti, che vogliono essere serviti, quando non è possibile d’accudire a tutti allo stesso modo. […] "
Con lettera del 19 dicembre del 1833 riferirà le seguenti note:" Io mi sento assai male: ieri non mi sono neppure alzato dal letto per un sgagliardissimo dolor di testa. Oh quanto temo, che questo male troppo abituato non venga a produrre cattive conseguenze! […] Notizie particolari non ne ho: sempiri morgiu, e mai spiru.[…] "
Morirà il 25 marzo del 1834. Era nato ad Isili il 4 novembre del 1791.


S’Arcu (oggi Istraccu) 




Nell’Ottocento S’Arcu rappresentava la contrada oggi denominata Istraccu. Trenta le famiglie censite nel 1829 per un totale di centodiciassette anime.
Dal punto di vista orografico il suo territorio s’inarca verso l’alto con una decisa conformazione a cupola sulla cui sommità si configura una superficie libera che una volta era riservata al ricovero dei capi bovini del rione. Nei ricordi degli anziani vale ancora il toponimo di Sa Corte ‘e i boes mentre nelle testimonianze degli atti pubblici redatti in castigliano è ricorrente la segnalazione di muladar, ossia di letamaio.
Oggi in questa parte elevata de S’Arcu fanno da sfondo alla piccola piazza i profili di facciata della biblioteca comunale, già sede di attività scolastiche di primo livello nel secolo scorso, e di due costruzioni private di cui la prima costruita di recente sull’area riservata ad un antico passaggio che permetteva di comunicare col versante opposto della contrada e la seconda edificata molto tempo prima.
L’edificio scolastico, una struttura a pian terreno costituita da due soli ambienti con gli ingressi a nord e le vedute a mezzogiorno, non ha subito nel tempo, a livello di facciata, alcuna modifica. Le inferriate e gli infissi ripetono gli stessi motivi del passato. Adesso che l’immobile ha mutato destinazione qualche modifica sarà certamente avvenuta. Oggi non posso fare alcuna verifica in quanto il centro di cultura è chiuso al pubblico. E’ infatti domenica. Ciò non mi impedisce di risalire la piazzetta, di guadagnare spazio tra le diverse macchine che vi sono parcheggiate e di aggirarmi intorno a quelle che erano state un tempo mura scolastiche amiche. Finalmente posso dare fiato e respiro ai ricordi della mia infanzia. Di quelle scolaresche composte da quaranta e più alunni, impegnati quotidianamente in esercitazioni di aritmetica, italiano, storia e geografia, ricordo i nominativi di due compagni di seconda e terza elementare. Uno si chiamava Prospero, un alunno molto diligente, mentre l’altro si chiamava Antioco. Quest’ultimo, convinto che il suo nome si pronunziasse come in sardo, faceva fatica a far cadere l’accento tonico sulla lettera i invece che sulla lettera o e, nei primi tempi, preferiva essere chiamato Antiòco anziché Antìoco. E non aveva tutti i torti.
Il piazzale ricavato nella conformazione ad arco si presenta come un piano inclinato di forma quadrata. A partire dallo spigolo del lato inferiore, all’altezza della fontanella in ghisa installata agli inizi degli anni trenta, si prospettano al pedone ed all’automobilista i seguenti percorsi:
il primo, con le spalle rivolte al getto d’acqua, permette di svoltare a sinistra verso i rioni di Su Pranu e Toneri; il secondo, sempre con orientamento a sinistra, conduce, con poche serpentine di pari livello, verso il quartiere residenziale di Pilosu, la nuova appendice edilizia di Arasulè; il terzo offre la possibilità di raggiungere Su Forreddu, la contrada a monte, attraverso un elegante lastricato di granito e di ciottoli di basalto.
Il quarto indirizza ancora per Su Forreddu dando la possibilità, dopo una ardua scalinata, di raggiungere S’Orruga istrinta, uno dei caratteristici viottoli del centro storico.
Il quinto si concede sulla destra alla via XX Settembre, l’arteria che in passato era denominata Sa Caladorgia. E’ questa una strada a forte pendenza.







Sa Caladorgia (Oggi via XX Settembre)


Le principali arterie del rione si articolano generalmente lungo la direzione Est-Ovest. L’unico segmento viario che disobbedisce alla regola è quello che unisce la contrada di Istraccu con quella di Su Forreddu. Detto tratto è orientato lungo l’asse sud-nord.
La pendenza media di questi tracciati è minima fatta eccezione per Sa Caladorgia, l’odierna via XX Settembre, dove il dislivello tra la punto di partenza e quello di arrivo è stimabile intorno al quindici per cento. Ad ogni passo compiuto verso la parte bassa di quest’ultimo percorso corrisponde una lettura differente della prospettiva. Sembra che le immagini scorrano in successione come le diapositive inserite in un proiettore. E dietro i tetti delle ultime abitazioni scompaiono prima le fasce più boscose della montagna, poi quelle improduttive e quindi le giogaie estreme. Quando si arriva al termine ci si ritrova nella contrada di Carigheri.
Il termine sardo utilizzato in passato per identificare questa discesaccia è caladorgia, un dispregiativo di calada. Sono diversi i sostantivi dialettali con il suffisso in orgia ed anche in orgiu. Ne fanno parte orrutorgia (caduta), cussorgia (zona riservata al pascolo), abreschidorgiu (alba), ischisorgiu (tesoro), istrintorgiu (strettoia).
Lo spazio da percorrere in questa via che mette in comunicazione Istraccu con Carigheri non sarà superiore ai cento metri. Detto tracciato sufficientemente abbordabile da parte dei pedoni e forse anche dalle macchine tende a restringere la sua carreggiata verso metà percorso per poi guadagnare spazi più ampi sul tratto finale.
Il senso di disagio paesaggistico dovuto alla carenza di angoli di verde, di aree di parcheggio, di cortili, di vie traverse e di luminosità è avvertito soprattutto nella prima parte della discesa.
Eppure in questa contrada, apparentemente asfittica ed anonima nel suo percorso viario, ma abbondantemente soleggiata e bene esposta sul versante panoramico di sud-est, erano ubicati i più importanti studi notarili tonaresi. Tra la fine del Settecento ed oltre la prima metà dell’Ottocento, sebbene in tempi diversi, vi avevano esercitato la loro professione Emanuele Demurtas, i fratelli Raimondo ed Antonio Maria Tore e Giuseppe Cabras. Quest’ultimo, era un cugino di primo grado di monsignor Tore. Dalle ricerche effettuate risulta infatti che Michele, genitore del notaio, era fratello di Giovanna Cabras, madre del presule. Un elevato grado di parentela esisteva anche tra le famiglie dei fratelli Tore e quelle dei Cabras.
Rileggendo con particolare attenzione i censimenti parrocchiali dei secoli scorsi non si può fare a meno di constatare, specie se si tiene conto della nutrita e partecipata rappresentanza di collaboratori domestici, quanto fosse elevato il tenore di vita di questa categoria di professionisti.
Dovrebbe essere questa una zona ad alta concentrazione abitativa ma non ho sufficienti elementi per poterlo dimostrare. Nel 1829 il censimento annoverava ottantasei residenti distribuiti in ventuno famiglie.
Carigheri (già Carighedi) 


Le ultime tessere di questo percorso che ormai sta volgendo al termine sono riservate al quartiere di Carigheri, una delle contrade dell’estrema periferia sud di Arasulè.
Buona parte del suo assetto urbano è costituita da un immobile di proprietà del Comune e da una caratteristica piazzetta semicircolare il cui diametro coincide con la base della facciata principale dell’edificio, una volta riservato ai locali del vecchio Municipio, successivamente utilizzato come sede di scuola media ed oggi destinato alla promozione di attività di carattere culturale. L’area libera del piazzale pari ad una superficie di circa duecento metri quadrati assolve in maniera ottimale il compito di zona spartitraffico tra le contrade a monte di Su Forreddu e Su Montigu e quelle laterali di Istraccu e Funtana Idda ed allo stesso tempo, sfruttando il dislivello che esiste con la sede stradale del Viale della Regione, funge da belvedere di tutto rispetto su un fronte di ampia angolazione.
Per diversi decenni della seconda metà del secolo scorso la sua superficie di calpestio aveva favorito gli spazi idonei per la ricreazione di diverse generazioni di studenti. A quei tempi ai venti gradini della scalinata che oggi conducono all’importante arteria faceva riscontro una ripida discesa ben asservita ed assecondata da un lato dal consistente muro di contenimento della piazzetta e dall’altro dalla siepe di confine con i frutteti del sottostante falsopiano.

L’istituzione della scuola media 




I primi passi per l’istituzione della scuola media a Tonara partono da una proposta avanzata alla municipalità tonarese dalla direzione dell’O.G.I.M. (Organizzazione per la gestione degli Istituti medi con sede in Roma).
In data 9 aprile 1949, ritenuto che il Comune dovrebbe fornire solo i locali con l’arredamento ed il materiale necessario il consiglio comunale onde dar modo a questa popolazione di poter fruire degli innumerevoli vantaggi che tale istituzione comporta esprime parere favorevole.

Nel mese di ottobre è già scuola media. Ottimi gli insegnanti, con una citazione di rilievo per la professoressa di italiano e latino Delia Serra di Castelsardo. I vantaggi derivanti al paese ed ai centri limitrofi sono notevoli. Molto devesi all’interessamento del dottor Michele Pruneddu, un pronipote del notaio Giuseppe Cabras. Il numero degli iscritti al primo anno è di una trentina di cui ne fanno parte anche rappresentanti dei centri vicini di Desulo, Aritzo ed Atzara. L’età media degli studenti supera abbondantemente i tredici anni. In classe si fanno esercizi di analisi logica, si apprendono i primi rudimenti di latino, si coniuga, si declina, si fa del buon viatico per una buona ossatura di base. A cadenzare il passaggio delle ore di lezione con la parola finis sono le sorelle Porcu, incaricate dal Comune di tenere in ordine gli ambienti scolastici e di garantire il buon funzionamento delle stufe a legna. La loro divisa è il costume sardo. Il loro domicilio è nei pressi della scuola. Si può dire che giochino in casa. A giocare in trasferta sono coloro che risiedono nei rioni periferici di Toneri e Teliseri. Per questi studenti l’unica via d’accesso, in alternativa ai percorsi passanti per Sant’Antonio e quindi Istraccu, è rappresentata dallo sterrato in salita di Coa Igna.
In una seduta del 1951 si fanno voti presso il competente Ministero della Pubblica Istruzione perché la gestione della scuola media autorizzata dall’O.G.I.M. sia affidata al Comune. Nel 1954 i frequentanti sono più di cento.
E’ di questi anni il progetto di apertura al traffico del Viale della Regione, la strada che consentirà un più idoneo collegamento del rione di Arasulè con il quartiere di Sant’Antonio. Al teodolite si vede operare il geometra Vittorio Tore.
Del piazzale alberato antistante la scuola media del passato, che oggi si concede dopo una scalinata di pochi metri alla prestante arteria, restano solo i ricordi di un tempo. Sembra che abbia perso la sua vera identità, la sua disponibilità, la sua vocazione. Il belvedere della memoria, ormai orfano delle attenzioni degli studenti di una volta e del suo primitivo paesaggio di frutteti e di piccoli poderi coltivati, sembra adombrarsi di una nota di velata malinconia. Ed è quel che succede anche a me.

Considerazioni finali 




Qui nel capolinea della grossa frazione di Arasulè ti ritrovi nella nuova Tonara. Da questo punto puoi andare avanti a tangente zero per circa seicento metri sino alla zona dell’altopiano, quella che ospita il nuovo rione di Su Pranu. Per poter raggiungere questa nuova destinazione troverai sulla sinistra diverse vetrine di artigianato sardo, l’associazione turistica pro loco, il centro polifunzionale, un belvedere a 360 gradi, l’ambulatorio medico, un piccolo bar, angoli dimostrativi all’aperto per la lavorazione del torrone e dei campanacci, una delle case antiche dei Porru e la chiesa di sant’Antonio mentre sulla destra un lungo carosello di case di abitazione private e pubbliche ti permette di riconoscere i locali addetti alla ristorazione, l’ufficio postale, l’edicola e le scuole di ogni ordine e grado. In mezzo alla strada pavimentata di lastre di granito e di schisto il panorama umano delle grande occasioni si snoda lentamente intorno alle bancarelle sistemate ai fianchi della carreggiata.

E’ tempo di riflessioni, di commenti e di valutazioni Alle tue spalle il rione di Arasulè, incastonato tra i monti e la vallata, e che vallata, sembra salutarti affettuosamente ricordandoti le sue contrade, le sue severe salite, le sue strettoie, le sue fonti perenni, i suoi acciottolati tappezzati di materiale lapideo di ottima fattura e i suoi piccoli e grandi personaggi che hanno fatto la storia di questo piccolo territorio del Mandrolisai, un angolo di Barbagia che continua a vivere autonomamente nonostante le forti e legittime pressioni esercitate dal vicino altopiano e dalle terre promesse d’oltre mare.



Definizioni edilizie ed agricole nell’assetto urbano di Arasulè

Testimonianze del passato





Dal registro dei debitori della parrocchia

(Fonte: Archivio diocesano di Oristano)




Consultando il registro parrocchiale relativo ai contratti di mutuo regolati tra la chiesa ed i propri fedeli, libro custodito presso l’archivio diocesano di Oristano, si ha modo di conoscere a grandi linee lo stato di abitabilità dei residenti di Arasulè all’interno delle loro proprietà immobiliari e delle rispettive pertinenze.
Spesso dette unità, specie quelle ubicate alla periferia del vicinato, sono caratterizzate dalla presenza di piccoli orti. Nelle segnalazioni di confine delle case a schiera, specie nei salti di livello, è frequente il riferimento agli erriles, le caratteristiche strettoie presenti nell’abitato.




Lasina


Al foglio n°11 del registro citato si fa menzione della concessione di un prestito di otto scudi in favore di Giovanni Michele Flore, proprietario di un orto ubicato in località denominata Lasina e sul quale è stata accesa regolare ipoteca. Il mancato pagamento degli interessi da parte del debitore, pari ad un importo rateale annuo di 24 soldi, comporta la perdita del bene. Il tasso relativo a detta operazione di mutuo è del sei per cento annuo.




L’unità agricola ha i seguenti confini:




- cabessa a huerta de Juan Maria Patta,
- pies a huerta de Miguel Pala,
- de un costado a huerta de Thomas Pala roya en medio, y
- de otro costado a huerta de Vicenta Mamely.

E’ il sette settembre del 1793.




S’Arcu




Gli estremi indicati nel contratto di mutuo del foglio n°26 precisano che:

- oggetto dell’ipoteca è l’abitazione di Vincenzo Pistis della contrada denominata S’Arcu

- l’importo concesso al debitore è di otto scudi
- la rata annua è di 24 soldi
- i confini dell’unità immobiliare sono regolati sul fronte, oltre la strada, dalla casa del defunto Giovanni Stefano Orrù, di spalle dall’abitazione di Antioco Carta e di fianco, strettoia nel mezzo (errely en medio), dalla cucina degli eredi del defunto Antioco Anselmo Flore.

E’ il 2 dicembre del 1783.



Nell’atto pubblico, redatto dal notaio Raimondo Tore per conto di Giovanni Mameli Asoni e la Parrocchia, rispettivamente mutuatario e mutuante, e riportato nel foglio 66 del registro dei creditori, si riferisce che l’obbligato principale deve scudi dodici con ipoteca delle case, che presentemente abita, ed ha indivise con la sorella Rosa, in Arasulè, e contrada S’Arcu, che conterminano da dietro a case del Notajo Raimondo Tore; d’avanti a case del Notajo Antonio Maria Tore, ed eredi del fu Notajo Emanuele Demurtas, strada framezzo; da un lato a case di Maria Zedda; e d’altro lato a case di Giovanni Piga.
L’importo del debito, equivalente a lire trenta, comporta, al tasso del sei per cento, il pagamento di una rata annua di una lira e 16 soldi.

E’ il 15 dicembre del 1829.




Muragheri


La contrada di Muragheri è segnalata nel contratto di mutuo di foglio n°35.


Nel documento si riferisce che:
a) l’unità immobiliare ipotecata è un orto,
b) il suo proprietario è Gabriele Urru,
c) la somma concessagli è di cinque scudi,
d) gli interessi corrispondono all’importo di 15 soldi
e) i confini sono cosi definiti: cabessa a casa de dicho vendedor, camino en medio, pies a huerta del venerable Juan Casimiro Carta, camino en medio, de un costado a huerta del venerable Joseph Ignacio Deligia, y de otro a huerta de Sebastian Carta.

E’ il 23 agosto del 1791.




Su Montigu




L’obbligato principale del contratto di mutuo indicato nel foglio n.°36 del registro citato è il sacerdote tonarese Antonio Tore, rettore della parrocchia di Aritzo.
La somma accordatagli, a fronte dell’ipoteca accesa su un mulino ad acqua installato in Sa Codina nel terreno di Luisa Dearca, sua matrigna, e su toda aquella abitacion de casas q(ue) se componen de quatro altos, puestas in su Montigu, o sea corte pitia, q(ue) afrontan parte a casas, y huerta de Fran(cis)co Cabras Orrù camino en medio, parte a casa de Juan Tore Toccory, y de otra a casas de su hermano el Sacerd(o)te Pro V(icari)o Juan Dessì, è di trentaquattro scudi. La rata annua corrisposta, al tasso del sei per cento, è di 5 lire e due soldi.


E’ il 31 luglio del 1808.




Doveroso precisare che l’abitazione di Antonio Tore, futuro vescovo di Ales ed arcivescovo di Cagliari, è in contrada su Montigu nel rione di Arasulè e che il sacerdote Giovanni Dessì ed il Tore sono fratelli uterini. Alla morte della loro madre Giovanna Cabras, che in seconde nozze aveva sposato il chirurgo Giovanni Tore, unione che aveva favorito la nascita di Antonio (il futuro presule) ed Anna Tore, il coniuge superstite si era unito in matrimonio con Luisa Dearca, la figura citata nel presente contratto di mutuo.




Carigheri




La contrada di Carigheri è menzionata nel contratto di mutuo indicato nel foglio n°42.




Il documento riferisce che Gabriele Virdis, ha ottenuto un prestito di sei scudi a fronte di un ipoteca su todas las casas de Cariguedi en Arasulè, q(ue) afrontan de parte delante a huerta del V(enera)ble Joseph Ignacio Deligia camino en medio, espaldas a casas de Seb(astia)na Flore, de un lado assibien a casas de d(ich)a Flore, y de otro a casas de Liberata Banni.

E’ 30 settembre del 1782.




Funtana Idda



La contrada di Funtana Idda è menzionata nel foglio n°57 con il contratto di mutuo regolato tra la vedova Sebastiana Orrù e suo figlio Giovanni Carboni da una parte e i rappresentanti della Santa Luminaria dall’altra. I primi sono proprietari di un orto che di spalle confina con la huerta de Antonio M(ari)a Orrù hoy q(uonda)m, di fronte la huerta de Mi(gue)l Carboni Garau, da un lato con la huerta de Josepha Mameli Garau e dall’altro con possessos de d)ich)a vendedora, y de sus hijos roya en medio.

E’ il maggio del 1816.


L’ipoteca verrà cancellata nel mese di ottobre del 1830 da Giovanna Pruneddu, vedova del citato Giovanni Carboni, dietro la restituzione dei trenta scudi a loro volta concessi in prestito.

Da precisare che la signora Pruneddu, figlia di Anna Tore e sorella del vescovo, abita con i figli Pietro, futuro sacerdote, e Sebastiana Carboni nella contrada di Funtana Idda. Queste le età indicate nel censimento del 1829: 25 anni per la vedova e 10 ed 8 per i figli indicati nell’ordine.




Su Forreddu


Il rettore Antonio Medda, parroco a Tonara negli anni che corrono dal 1827 al 1834, nel riprendere in data 5 maggio 1829 l’atto pubblico redatto dal notaio Demurtas il 15 novembre del 1789, annota nel foglio 62 del registro dei debitori della parrocchia che Antonio Flore del fu Francesco deve sette scudi con ipoteca di tutta quella casa composta di un fondaco, un soffitto, e stanza della cucina sita entro il popolato di Tonara, Rione d’Arasulè, e strada detta de Su Forreddu, che contermina dalla parte posteriore a orto del Contadino Gio(vanni) Stefano Todde; dalla parte anteriore alla detta Strada; da un lato a Maria Flore madre dello stesso Antonio; e dall’altro lato allo stesso orto.




Santa Maria


La contrada di Santa Maria è citata in tre contratti di mutuo differenti. I relativi atti, stipulati negli anni 1828, 1830 e 1831 sono presentati nei fogli 58, 68 e 72 del registro dei debitori.

Nel primo si riferisce, secondo la stesura curata dal parroco Medda, che Pietro Flore Mereu deve scudi dodici con ipoteca di tutto l’orto a viti che possiede entro il popolato di Tonara, vicinato Arasulè Contrada Santa Maria, che confina da capo a casa di Basilio Congiasi Baroni, strada framezzo, da piedi alla strada pubblica, da un lato ad orto di Seb(astia)no Vargiu, dall’altro ad orto di Gabriele Fais Loddo, strada framezzo. Più il piazzale delle case che abita poste nello stesso Vicinato, e strada de is perda mannas che confina da capo alle stesse case, da piedi alla strada pubblica, da un .lato a case di detto Basilio Congiasi, dall’altro ad orto d’Antonio Todde, strada framezzo. Il debito è regolato dal tasso del sei per cento con rate annue da una lira e 16 soldi.

E’ il 23 giugno del 1828.

Nel secondo, si precisa che Efisio Deidda di Gesico, e residente in Tonara deve scudi dieci con ipoteca della casa, che abita in Arasulè, e Strada detta Is perdas mannas, che contermina da dietro a Chiuso di Sebastiana Carboni; d’avanti a casa della ved(ov)a Giovanna Pruneddu, errili framezzo; da un lato a case di G(iuse)ppe Casula; e d’altro a case di Maria Grazia Zucca. L’importo della rata annua è di una lira e dieci soldi.

E’ il 13 marzo del 1830.


Nel terzo contratto di mutuo, redatto dal notaio Gabriele Garau, il Medda documenta nel registro dei crediti parrocchiali quanto segue:
Domenico Carboni di Tonara deve scudi quindici con ipoteca delle case, che abita presentemente entro il popolato di Tonara, Rione Arasulei contrada Santa Maria, che contermina ad altre case dello stesso Carboni, a case di Giovanni Porru, strada framezzo, ed a case di Luigi Porru. La rata annua del mutuo è pari a due lire e cinque soldi.

E’ il 7 marzo del 1831.

ai fascicoli di donazione di alcuni chierici tonaresi

Fonte: Archivio diocesano di Oristano




Su Montigu


La contrada di Su Montigu è citata negli anni 1769 – 1791 – 1805 e 1847 negli atti di donazione riguardanti i chierici Giovanni Antonio Succu, Giovanni Dessì, Alessio Cabras e Pietro Carboni.

Donazione a favore di Giovanni Antonio Succu

Nell’atto pubblico relativo al primo sacerdote assumono particolare rilievo, nel novero dei beni immobiliari donatigli, una casa e l’orto. Per quanto concerne lo stabile si precisa che Sebastiano Succu, padre dell’ordinando, gli costituisce toda aquella casa q(ue) tiene, y possehe por haverla comprada de los hered(ero)s del q(uonda)m v(enera)ble Basilio Porru, puesta en el lugar denominado Su Montigu, y vesindado d(ic)ho Arasuley (…) q(ue) afronta de parte delante à huerta de d(ic)ho Donador, espaldas à huerta del v(enera)ble Juan Andres Tocory errily en medio, de un costado à casa de Pedro Pisquedda, y de otro à casa de d(ic)ho Donador, avalorada en cien libras.

Per quanto attiene all’orto, il documento precisa che il genitore gli fa dono de la huerta, q(ue) tiene, y possehe en el mismo lugar llamado Su Montigu vesindado de Arasuley, q(ue) afronta cabessa à casas, q(ue) abita d(ic)ho Donador, y à huerta del d(ic)ho v(enera)ble Juan Andres Tocory, pies à huerta del q(uonda)m Pedro Patta, y Pedro Pisquedda, de un costado à casas de d(ic)ho Donador, y de otro à huerta de d(ic)ho q(uonda)m Patta camino en medio avalorada en duzientas libras.

Donazione a favore di Giovanni Dessì

Nell’atto pubblico riguardante il chierico Giovanni Dessì, un fratello uterino di Antonio Tore, il futuro prelato, si fa riferimento ad una casa di abitazione del valore di 375 lire. Giovanni Tore Deias, patrigno del chierico, trasferisce i diritti di toda aquella casa de Addey, q(ue) possehe dentro del poblado de esta d(ic)ha villa, y visindado de Arasuley, y lugar d(ic)ho su Montigu (…) q(ue) afronta de una parte à casa, y huerta de J(ua)n Patta, entrada en medio, de otra parte à casa del mismo donador, y otras &

Donazione a favore di Alessio Cabras


Fra i beni donati da Pietro Orrù al chierico Alessio Cabras, suo cognato, è segnalata una casa di abitazione nella contrada di Su Montigu. Il valore dichiarato è di 587 lire.

Nel documento è precisato che l’Orrù costituisce in patrimonio ecclesiastico todas aquellas casas denominadas de Giosso, con el trecho, q(ue) està por bajo del camino en medio, q(ue) se compone dicha casa de sotano, y dos sostres con la casa cusina, q(ue) està por parte de arriba, q(ue) se compone de sotano, y sostre, q(ue) afrontan cabessa à casas del R(everen)do D(octo)r Mi(gue)l Porru, pies à casas de Francisco Pulis, q(ue) dimidia la calle las casas del trecho, q(ue) està por parte de bajo como se ha dicho de arriba, de un costado à casa, q(ue) se ha reservado d(ic)ho Donador Orru con la declaracion, q(ue) esta casa de Orru tenderà la entrada en medio de las d(ich)as casas de Giosso, y casa cosina, como de presente la tiene, y de otro costado à huerta de Lorenzo Carbony, y otras &.


Tra le sorelle di Alessio Cabras occorre ricordare Maria Antonia, moglie del donatore Pietro Orrù, e Giovanna, madre del prelato tonarese Antonio Tore.

Donazione a favore di Pietro Carboni

Nell’atto di donazione stipulato a favore di Pietro Carboni, la madre Giovanna Pruneddu, nipote diretta di monsignor Tore, offre al proprio figlio tutto quel corpo di case poste in questo rione di Arasulè, e contrada Su Montigu, che confina da capo a case di Sebastiano Succu, con strada fra mezzo, di un lato a dritto di Gabriele Floris Todde, dell’altro ad orto del Not(aj)o Michele Zucca, e da piedi a Raimondo Porru con scolo fra mezzo, del valore di L(ire) n(uove) mille cinque cento trenta sei, scudi sardi trecento venti. (Nel censimento del 1845 le abitazioni di Giovanna Pruneddu, Michele Zucca, Gabriele Floris, Sebastiano Succu e Raimondo Porru sono indicate rispettivamente con i numeri 1, 2, 4, 5 e 48. Al numero uno i dimoranti sono il rettore parrocchiale dott. Giovanni Pruneddu di anni 34, la sorella Giovanna di anni 39 ed i domestici Raimondo Simola, Pasquale Cabras e Mariangela Asoni)


Lasina


Donazione a favore di Pietro Cocco


Gabriele Cabras, parente di terzo grado di Pietro Cocco, un chierico del rione di Toneri, fa donazione di toda aquella Casa nueva que tiene, y possehe, puesta en el vesindado de Arasulei, y calle denominada Lasina, q(ue) affronta, cabessa à Casas de los hered(ero)s de Bernardino Mameli, camino en medio, pies à otra Casa de d(ic)ho Donador Cabra, de un costado à huerta de Juan Maria Patta errili en medio donde corre la agua, y de otro costado à Casas de Juan Carta Corgiola, y otras &. Il valore di vendita dell’immobile è di duecentocinquanta lire.


L’atto è stipulato in data 3 luglio del 1798.


S’Arcu

Donazione a favore di Lucifero Pistis

Assumono particolare rilievo nella donazione stipulata a favore del chierico Lucifero Pistis la case e l’orto ubicati nella contrada denominata S’Arcu, alias Corte ‘e is boes, oggi Istraccu.

Del patrimonio ecclesiastico costituito dal contadino Giovanni Pistis in favore del figlio Lucifero fanno parte i seguenti beni immobili:
a) Il rustico di una casa con l’orto. In particolare il donante costituisce toda aquella casa empessada à frabicar con la huerta contigua, q(ue) tiene, y possehe en el vesindado de Arasuley, otro componente de esta d(ic)ha V(ill)a, y lugar denominado Sarcu, q(ue) afrontan cabessa à casas del donador camino en medio, pies à casas de los her(e)d(ero)s de J(ose)ph Tore camino en medio, de un costado à huerta de Bartolomes Cappeddu camino en medio, y de otro à casas de Luis Flores, y otras &. Il valore complessivo è di sessanta scudi.

b) Una porzione d’orto del valore di cinquanta scudi. Il testo fa riferimento a toda aquella porcion de huerta q(ue) tiene, y possehe en la orilla (estrema periferia) del vesindado de Arasuley, otro componente de esta d(ic)ha V(ill)a, y lugar denominado Sarcu, q(ue) afronta cabessa à huerta del Sacerd(o)te Juan M(a)ria Cabras, camino en medio, pies y de un costado à huerta de Gabriel Porru, y de otro costado à huerta de Ant(onio) M(ari)a Orru, y otras &.




E’ il 17 giugno del 1802.


Carigheri




Donazione a favore di Gabriele Deligia




Nel fascicolo intestato al chierico Gabriele Deligia è segnalata, tra i vari immobili donati dal genitore Mauro Antonio, un’abitazione del valore di 85 scudi. Lo stabile risulta ubicato in Coa Igna al termine della contrada di Carigheri,.




L’atto notarile specifica che la casa q(ue) se intitula cosina nueva puesta dentro el vesindado de Arasuley y lugar d(ich)o Coa bingia con el corredor q(ue) lleva delantero con el pedasso de huerta q(ue) le corrisponde de las espaldas de las casas camino en medio q(ue) afronta cabessa à casas de J(ua)n Porru Carta camino en medio, pies a la longa y habitass(i)on delas de m(a)s casas del donad(o)r entrada en medio de parte del portaleddu, de un costado a las de m(a)s casas del donad(o)r y de otro costado à huerta grande del donad(o)r.




L’atto notarile è stato redatto il 27 dicembre del 1807.



Muragheri




Donazione a favore di Salvatore Carta


Tra i beni immobili segnalati nell’atto stipulato a favore di Salvatore Carta risultano di un certo interesse quelli donati dalle sorelle Maria e Lucia e dal cugino Luigi Flore.




In particolare la prima delle due ofrece, y dona à su hermano Salvador toda la casa consistente en un sottano, dos sostres con la Iurisd(icio)n de espaldas, y delante, puesta en el vesindado de Arasuley, otro que compone esta villa, y calle d(ic)ha Muraguery, poblado de la mesma, segun, que afronta cabessa à huerta, y casas de los hered(ero)s de Quicu Porru errily en medio, pies al camino, de un costado à casas de Gabriel Dessy, y de otro costado à casas de la misma donadora, y otras afronta(cione)s &. Il valore di vendita dichiarato è di 425 lire.
La seconda sorella dona toda aquella huerta, que d(ic)ha donadora tiene, y possehè puesta en el lugar denominado Muraguery, orilla dela mesma villa, segun, que afronta cabessa à possesso de los hered(ero)s de Juan Porru Sau, pies à casas de la misma donadora, errily en medio, de un costado à huerta de los hered(eero)s de Quicu Porru, y de otro costadio à huerta de Bernardino Sau, y otras afront(acione)s &. Il valore di vendita ammonta a 150 lire.
Il cugino Luigi Flore ofrece, y dona todo aquel sostre de medio, que d(ic)ho donador tiene, y possehè puesto en el vesindado de Arasuley, y calle d(ic)ha Muraguery poblado dela mesma, segun que afronta cabessa à otro sostre del mismo donador, pies à huerta, y plassa de Joseph Cappeddu Porru, de un costado à casas de los hered(ero)s de Joseph Cangiasi, y de otro costado à casas de d(ic)ho Cappeddu Porru, y otras afront(acione)s (…) teniendo la entrada a d(ic)ho sostre en el porton grande, y la entrada serà de sinco palmos calaritanos, y en estos sinco palmos de entrada harà la escalera para subir à escala à d(ic)ho sostre por parte de bajo mismo, por contener otras porciones en d(ic)ho porton. Alla camera, situata nel piano superiore dell’abitazione e raggiungibile solamente con una scala esterna, è stato attribuito il valore di 100 lire.

E’ il primo gennaio del 1805.



Santa Maria


La contrada di Santa Maria è ricordata nell’atto pubblico redatto dal notaio Raimondo Tore in data 15 agosto del 1828 in favore del chierico Michele Porru.

Donazione a favore di Michele Porru


Fra i vari beni immobili formanti oggetto della donazione è segnalato uno stabile del valore di quattrocentoventi scudi.
Nel documento si precisa che detto Giovanni Porru donatore costituisce a titulo di Patrimonio Ecclesiastico al fratello Michele Porru donatario tutto quel dritto case, che il medesimo eredò dai suoi genitori entro questo Popolato di Tonara, rione Arasulè, e contrada Santa Maria, composta di quattro piante con rispettivi soffitti, e cortili, e come conterminano a case di Michele Cabras Porru, parte a case degli eredi della fù Elisabetta Tore strada framezzo, parte a case che il donatore comprò da Maria Porru, e che si riserva, e parte a case di Sebastiano Patta Cocco e di Luigi Porru, strada framezzo, con tutte le altre attinenze, e pertinenze; valutate desse case dai periti estimatori, che di sotto si spiegheranno, mediante il giuramento, che han prestato a mani dell’inf(rascrit)to Not(aj)o nel valore di scudi quatrocentoventi, s’intende vendita, e di reddito, ossia penzione annua dedotte le spese di riparo, rendono, e fruttificano l’annuo fitto di lire sarde sessantatre.

Tenuto conto che uno scudo equivale a 2,5 lire sarde, se ne deduce che il 6 per cento del valore di vendita dell’immobile equivale al reddito dichiarato di sessantatre lire. Per una migliore lettura dei dati monetari segnalati nei vari contratti rimandiamo alla tabella presentata in coda al presente servizio su Arasulè.










Contrada non identificata di Arasulè




Donazione a favore di Tomaso Cabras


Uno stabile del valore di 250 lire sarde, ubicato in una contrada non segnalata del rione di Arasulè, viene offerto in donazione al chierico Tomaso Cabras.




Sebastiana Piras, vedova di Francesco Antonio Cabras e madre del donatario, trasferisce al proprio figlio i diritti di proprietà su todas las casas nuevas redificadas, constante matrim(oni)o con d(ich)o q(uonda)m Cabras, (…) cituadas dentro el poblado Vesindado vulgo Arasuley, de d(ich)a V(ill)a, q(ue) se componen de dos sotanos, con sus sostres, q(ue) afrontan, por parte a las otras casas reservadas, para d(ich)os donadores, calle en medio, por espaldas, y de un lado à casas, y huerta resp(estive de los herederos de la q(uonda)m Eufrasina Tanda, y de otro lado à huerta de Joseph Carta, y otras &




Sempre allo stesso chierico viene fatto dono di un orto, in regione Bigna Mameli. Il valore dichiarato è di cinquanta lire. L’atto pubblico precisa che la huerta, cituada, dentro el prado de esta d(ich)a V(ill)a parage vulgo Bingia Mamely heredada, por parte paterna, q(ue) afronta de los herederos de la viuda Maria Gracia Dearca, pies a porcion de huerta de los herederos del q(uonda)m Ant(onio) Dearca, cendero en medio, de un lado a porcion de huerta de d(ich)os donadores, royo en medio, y de otro a porcion de huerta, q(ue) possehe Ant(onio) Pala, y otras &




E’ il 4 maggio del 1783.


Da un atto di compravendita del 1645
Fonte: Archivio di Stato di Cagliari.

Reperimento: Atti notarili, Tappa di Cagliari. Arzu Melis Sebastiano 1640-1645

Stesura del testo in lingua catalana

Data e luogo di stipulazione del contratto: 22 maggio 1645 Tonara.

Alienante: Pietro Giovanni Deiana, contadino, con residenza in Tonara.

Acquirente: Giovanni Antioco Deiana, con residenza in Tonara.

Beni immobili oggetto di compravendita: Una casetta in rovina con la metà di un orto adiacente ad essa (caseta eo ruina villa yuntam(en)t ab la meytat del hort contiguo).

Ubicazione degli immobili: Rione di Arasulè in Tonara. (En dita vila de Tonara, veinat de Arasule)




Delimitazione dei confini:

Di spalle all’orto del defunto Giuliano Todde, sacerdote, e di Sebastiano Flore ( segons que afronta cap ab hort del q(uonda)m R(everen)t Julia Todde, y de Petianu Flore)

Di fronte all’abitazione con strettoia di Marco Soddu (peus a casas eo rily de Marco Soddu).

Da un lato all’orto di Battista Deiana (de un costat ab hort de Bap(tis)ta Deyana)

Dall’altro lato all’altra metà del venditore (de altre costat al altra meytat del dit venedor)

Frazionamento dell’orto in parti uguali: Per la giusta suddivisione dell’orto i contraenti hanno fatto ricorso ad una corda posta in tensione dal punto medio della casetta. (lo han atermenat y tirat la corda (…) p(e)r via dreta linia dret ala paret de mig de dita ruina villa). (Preciso che ruina villa sta per vecchia rovina).

Prezzo di vendita: L’ammontare fissato in contratto, pari all’importo di cinquantotto lire cagliaritane, tiene conto di due voci, la prima, di lire cinquanta, fa riferimento all’effettivo valore degli immobili, mentre la seconda, di lire otto, riguarda arretrati di affitti non ancora riscossi dal venditore. (Forse il compratore è debitore di due annualità dell’importo di quattro lire ciascuna).

Modalità nel pagamento: Il compratore, d’accordo con il venditore, si impegna ad estinguere il vecchio debito di lire otto, e si obbliga a corrispondere ogni anno, con riferimento alla data odierna, l’importo di lire quattro.

(Ricordo che il valore del bene che è di cinquanta lire, è determinato, al tasso dell’otto per cento, dal rapporto R/i dove R (quattro lire) ed i stanno ad indicare rispettivamente il valore della rata da pagare (quattro lire) e il tasso unitario (0,08). C=R/i rappresenta infatti la nota formula della capitalizzazione del reddito ossia il valore attuale di una rendita perpetua.


Si può verificare per altra via che il frutto maturato da un capitale di lire cinquanta, nel tempo di un anno ed al tasso dell’otto per cento, è sempre di quattro lire. I valori espressi nella formula R=C*i rappresentano nell’ordine il reddito prodotto (alias rata o frutto dell’investimento), il valore capitale del bene ed il tasso unitario).

Lo preu empero es sinquanta vuyt ll(iure)s moneda Call(ares) (Il prezzo è tuttavia di cinquantotto lire cagliaritane)

les quals dit Juan Antiogo Deyana comprador de consentim(en)t de dit Pere Juan Deyana venedor (le quali detto Giovanni Antioco Deiana compratore d’accordo con Pietro Giovanni Deiana venditore)

se reten de correspondre tots anys en tal die de vuy (si riserva di corrispondere tutti gli anni alla data di oggi)

la annexa pençion de quatre ll(iures) als hereus del q(uonda)m Pere Sulis dela Vila de Arizo (la annessa pensione di quattro lire agli eredi del defunto Pietro Sulis del villaggio di Aritzo)
yuntam(en)t ab vuyt ll(iures) de pençion cessades (unitamente a otto lire di arretrati)
en cas de quitant pagaran sols lo preu de d(it)as 50 ll(iures) Nel caso che il compratore voglia provvedere al saldo della partita con un unico versamento, invece che onorare gli impegni della perpetuità della rendita, dovrà sborsare l’importo di lire cinquanta.




Testimoni: Serafino Deiana e Quitano Garau, entrambi tonaresi.

Notaio: Sebastiano Arzu Melis di Aritzo.






Ovaro 

Per arrivare ad Ovaro, partendo da Arasulè, ci si impiega mentalmente qualche secondo, il tempo necessario per inseguire la tratta automobilistica Tonara-Abbasanta, quella ferroviaria Abbasanta-Olbia ed il percorso marittimo Olbia-Civitavecchia. Una volta sulla penisola il direttissimo Roma-Vienna ti consegna ad Udine. Di qui puoi proseguire col treno sino alla Stazione La Carnia per poi utilizzare le ruote gommate sino a destinazione.
Una giornata intera di viaggio per ritrovarti in un paese simile a Tonara, con tanto di frazioni disseminate nel suo territorio, ben quattordici di cui Ovaro è la più grande, con le montagne che ti pressano ad ogni passo, le sue nevi, i suoi freddi, le sue piogge incessanti, il suo folclore paesaggistico ed umano e la sua lingua.
Tanto viaggiare per nulla, penserete. Sono passati più di quaranta anni dall’ultima mia visita e già da tempo sento nostalgia di ritornarvi. Paesaggi e passaggi da sogno in ogni dove, percorsi segnati spesso dalla sofferenza di chi abbandona da giovane per poi sperare di ritornare nel branco un domani definitivamente, frazioni incassate tra le pendici della montagna o adagiate sugli stretti fondi valle sono li a testimoniare la loro impaziente attesa di rinascita e di progresso.
Casette linde e dagli intonaci bianchi si alternano alle vecchie abitazioni in legno ed a più piani offrendo anche al più disincantato dei turisti un biglietto di presentazione del tutto singolare.
Le economie derivanti dal prodotto neve non interessano la comunità ovarese. Le comitive di gitanti domenicali corrono puntualmente verso le stazioni sciistiche di Ravascleto e Forni Avoltri senza mai fermarsi in questo centro. A mezz’ora di macchina c’è il confine, oltre c’è l’Austria. Tanto basta per solleticare la tua immaginazione di giovane trentenne privo di passaporto. Viaggiavo solo con la carta d’identità ma poco tempo avevo di girare non solo all’interno della regione ma della stessa cittadina di Ovaro. Ne sarebbe valsa la pena ma, vuoi per pigrizia, vuoi per la mancanza di mezzi propri, vuoi per le continue piogge, vuoi per gli spazi di luce sempre più ridotti dalla presenza delle montagne, ho sempre limitato le mie escursioni nelle vicinanze. In estate, in questi luoghi che sanno di magia soprattutto per i bivacchi alpini, per l’equipaggiamento dei valligiani a base di gerle e di galocce, per la cura dell’ospitalità e per la spontanea disponibilità verso i forestieri, è certamente un’altra cosa.
Il folclore è fatto di poche cose: la gerla portata in spalla dalle contadine locali, le scarpe chiodate per arrancare nei luoghi più impervi della montagna, il cappello alpino degli anziani e la fisarmonica. La voglia di aggregazione da consumare in taverna o in discoteca sopperisce al grigiore delle lunghe giornate assediate dai crudi inverni. Le montagne in alto riducono ulteriormente gli spazi di luce, le nevi ti impediscono i normali movimenti ambulatoriali, le piogge ti costringono all’utilizzo continuo dell’ombrello, il sole è sempre nascosto dietro le nuvole e ciò nonostante ti senti a tuo agio. Il freddo carnico è un freddo amico, un freddo secco che non ti mortifica. Quasi non lo avverti, eppure le temperature scendono di parecchio sotto lo zero. Te ne accorgi dalla rigidità che assumono i panni stesi negli asciugatoi. Danno sensazioni di plasticità. La neve fa spesso la sua comparsa ma non è mai d’intralcio ai pedoni che transitano sulla via principale. Lo spazzaneve, lo slitton, assicura sempre un buon servizio.
L’inverno è lungo, anzi lunghissimo. La taverna ti accoglie sempre a braccia aperte. Il taiut è l’aperitivo più gettonato. Bianco o nero fa poca differenza. Delle inclemenze del tempo non si tiene più conto. El timp al è galantom dice un proverbio di matrice carnica la cui scritta giganteggiava nei pressi dell’albergo Alle poste. Il tempo è galantuomo. E galantuomini sono soprattutto questi riservati e laboriosi friulani del nord. Gente avvezza al sacrificio, alla sofferenza, alla lotta per il lavoro. Nel pianeta terra, a latitudini e longitudini tra le più disparate, troverai sempre un friulano pronto a comunicare con schiettezza. Patti chiari ed amicizia lunga.
Di una distinta persona, disponibile al dialogo, solare, pronta ad ascoltarti in ogni occasione, mai che paventasse il benché minimo cruccio o accusasse qualche sofferenza, serbo un grato ricordo. Era un sacerdote, forse il rettore parrocchiale. Friulano tutto d’un pezzo con coerenza e dignità. Prima delle vacanze estive, in via molto confidenziale mi aveva chiesto di ricordarlo con una preghiera. Non avrei mai potuto immaginare che a distanza di qualche mese avrebbe concluso il suo apostolato. Alle sue onoranze funebri, un direttore d’orchestra di inimitabile prestanza, dirigeva sul sagrato della pieve posta in alto le sue note d’autore. Era il sole di settembre che in via del tutto eccezionale si concedeva a tutto campo sulla verde Carnia.
E’ bella Ovaro. Eppure l’estate non potrà mai garantirti una settimana intera di pieno sole. Sette giorni senza piogge è un successo da queste parti.
Si tu vioz ce ploias ai! Se tu vedessi le piogge di questi luoghi ti meraviglieresti certamente. E la verde Carnia assicura ben quattro tagli d’erba agli allevatori di bestiame. Da queste parti i paesaggi alla Van Gogh latitano mentre il proverbio Campa cavallo che l’erba cresce perde di significato nel senso letterale della frase.
Hanno sempre da arrancare le scarpe chiodate di questi montanari. Ritornano puntualmente a pieno carico le caratteristiche gerle delle contadine. Almeno era così alla fine degli anni Sessanta. E puntualmente assistevi ai convenevoli dei loro incontri e dei loro commiati fatti di dove vai (u la vas tu), che cosa fai (ce tu fas), e arrivederci (mandi).
So che ritornerò in questi vicinati del cuore, della memoria e del passato. Spero di ritrovarli ancora li in alto, appollaiati sulle montagne come lo sono gli antichi rioni di Arasulè, Toneri e Teliseri, quasi incollati al loro piccolo mondo di suggestioni, di magie e di semplicità, fortemente ancorati alle tradizioni, alla lingua e alla loro espressività sebbene provati dalla tentazione di accondiscendere alle lusinghe ed alle ingannevoli chimere di altopiani e di pianure di terre lontane.
Mi verrebbe voglia di fare visita a Mione, frazione posizionata in alto nella montagna, quasi a perpendicolo rispetto ad Ovaro, posizionata sul vallone lungo i tornanti del Degano, il corso d’acqua più importante della zona. Un certo interesse riserverei a Chialina, dove mi recavo ad assistere alle funzioni serali domenicali della santa messa. Un chilometro per arrivarci da Ovaro centro. Altri quattro, da percorrere in salita, e che salita, per raggiungere Liariis sullo Zoncolan, la montagna che fa paura anche agli scalatori più incalliti, quelli della bicicletta tanto per intenderci. Un’altra tappa la riserverei a Muina, piccola frazione distesa proprio sul fondovalle. Una sosta la dedicherei al centro di Ovaro dove vi ho lavorato per quasi un anno. Saranno cambiate tante cose certamente ma la riservatezza e l’ospitalità delle persone non tradiranno mai le tue attese. Il tempo da queste parti è sempre galantuomo.
A Fenosu, l’aeroporto della mia città adottiva, ci potrei andare addirittura a piedi da casa mia. Il volo per Roma e quello successivo per Brescia mi porterebbero subito in dirittura d’arrivo. Tempi di percorrenza brevissimi, quasi da sogno, ma difficilmente realizzabili.