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martedì 7 luglio 2026

​Capitolo 28. Le fascine (Is faschinas)


Vi racconto come si raccoglievano le fascine per fare la calce.

Le fascine si facevano con i rami frondosi di leccio (s'ìlige) e con la ripulitura delle foreste dalla legna fine. Coloro che le preparavano si accordavano con il proprietario del forno della calce e pattuivano il prezzo.

Il nome esatto delle fascine è "la fascinetta" (sa faschinedda), del peso di tre o quattro chili; venivano legate [affastellate] una alla volta alla base, dalla parte più grossa. Venivano prima ammassate in un punto di deposito (s'impostu) dove potesse arrivare il carro.

Per raccoglierle andavano le donne, soprattutto le ragazze, in gruppi; a volte fino a sette donne, guidate da una di loro che faceva da capo. Le fascinette venivano legate insieme in una fascina più grande in modo che il loro peso, modesto, consentisse loro di caricarle in testa per andarle a sistemare nel punto di deposito.

Il lavoro era pesante per le donne, che venivano pagate a giornata (a gerronada). La maggior parte delle volte mangiavano a mezzogiorno sul luogo di lavoro, con il cibo portato da casa.

Le fascine, una volta preparate, si caricavano sul carro a buoi e venivano trasportate al forno della calce.

Note di contesto storico e linguistico

1. Il lavoro femminile e la raccolta domestica: Questo capitolo mette in luce un aspetto sociologico fondamentale della Sardegna interna del dopoguerra: il ruolo attivo e faticoso delle donne (is fèminas) e delle giovani ragazze (is pitzocas) nell'economia del paese. La raccolta della frasca e il trasporto dei pesi sulla testa (a conca) erano compiti durissimi, svolti in squadre coordinate da una figura di riferimento ("chi faiat su capu").

2. La gestione forestale ed ecologica: La produzione delle fascinette era legata alla ripulitura del sottobosco e alla potatura dei lecci (ìlige). Questo permetteva sia di mantenere pulite le foreste di Tonara (prevenendo gli incendi), sia di sfruttare ogni minimo scarto legnoso per le attività industriali del paese, come la cottura della calce che richiedeva un fuoco costante per giorni.

3. Terminologia specifica:

 S'impostu: Il punto di raccolta o piazzale di sosta, strategicamente scelto lungo i sentieri forestali per permettere l'accesso e la manovra dei carri a buoi, che altrimenti non avrebbero potuto addentrarsi nel fitto del bosco.

 A gerronada: Il lavoro salariato giornaliero (la "giornata").

 Faschinedda: La singola piccola fascina, dimensionata appositamente per essere maneggiata e trasportata agevolmente a spalla o sulla testa dalle lavoratrici


CAP. 27 Il forno della calce (Su forru de sa cartzina

)

I forni per la produzione della calce a Tonara esistevano fin dall'Ottocento, e forse anche prima, e hanno cessato di funzionare intorno al 1965. A Tonara i forni della calce venivano costruiti nelle zone di Su Pranu, di Istùsule e persino a Su Nuratze, ovvero nei luoghi in cui si trovava la pietra calcarea, che in paese viene chiamata "pietra di pranu" (perda ’e pranu).

Di forni ce n'erano parecchi: quello di zio (tiu) Venturi nella zona di Istùsule, quello di zio Antonio Desotgiu (soprannominato tiu Bisteca) a Su Pranu, quello di zio Nicu Desotgiu vicino a Su Nuratze, quello di zio Nanneddu Piras nella zona nota come sa corte de is boes (il cortile dei buoi), quello di Pietro (Perdu) Cappeddu vicino a Su Toni, e quello di zio Pera Bonu a Santu Leo.

Il forno aveva una forma cilindrica ed era costruito con pietra di scisto e di calcare (contone). Veniva addossato a monte del terreno, mentre la parte anteriore rimaneva libera, dotata di una piccola apertura che conduceva alla bocchetta e al focolare (sa foghilargia). L'altezza della struttura muraria era di quasi quattro metri.

Il focolare era leggermente scavato in profondità per permettere il deposito della cenere (su chinisu). Quando si riempiva, veniva svuotato per garantire il passaggio dell'aria da sotto [il tiraggio]. La produzione della calce iniziava nel mese di aprile e proseguiva fino a Ognissanti, periodo in cui la legna era ben asciutta e garantiva una migliore resa.

La carica del forno avveniva così: inizialmente si sistemava la pietra vicino alla struttura; si cominciava poi dalla base, disponendo in cerchio le pietre grandi a forma di muretto, per una larghezza di quasi un metro. A mano a mano che la muratura si sollevava, questa tendeva a inclinarsi verso l'interno. All'altezza d'uomo si formava un arco, lasciando lo spazio sottostante per il focolare. La volta veniva infine chiusa e bloccata con una pietra sagomata a forma di cuneo (perda a forma de atza).

A questo punto il lavoro continuava dall'alto, avendo cura di posizionare le pietre grandi davanti e quelle più piccole nella parte retrostante. Arrivati alla sommità (sa pòpula) della muraglia caricata a forma di cupola, la pietra veniva coperta con un impasto di argilla (terra lugiana, lett. terra lucida). Il forno era così pronto per la cottura.

Si iniziava riempiendo il focolare con tronchi di legna grossa e si appiccava il fuoco. Questo primo fuoco durava circa due giorni e serviva a scaldare la pietra alla base per eliminare tutta l'umidità. Una volta consumata la legna grossa, si proseguiva la cottura alimentando il fuoco con le fascine. Lavoravano a turno almeno due operai per un minimo di cinque giorni: uno passava le fascine al fochista e quest'ultimo, per mezzo di una forca di legno (fortzidda), le infilava una a una disponendole in cerchio all'interno del focolare. Si introducevano alcune fascine a ogni sformata. Dopo una decina di minuti si continuava a immettere nuove fascine, in modo da mantenere il fuoco sempre vivo e costante.

La pietra grande posizionata sotto la volta del forno doveva rimanere costantemente resa incandescente [rossa] dal fuoco. La cottura partiva dal fondo e, a mano a mano, avanzava verso la sommità. All'inizio il fumo della legna usciva nero dalla cima, ma quando la cottura della pietra era quasi ultimata il fumo diventava bianco. Quando la cottura raggiungeva la sommità, si infilava un lungo bastone di legno (frucone): se l'inserimento avveniva facilmente e senza ostacoli, significava che la cottura della calce era perfetta e allora si poteva cessare il fuoco. Si lasciava raffreddare il forno per uno o due giorni e infine si iniziava a scaricare la calce partendo dalla sommità.

Note di contesto storico e linguistico

1. La tecnologia antica del forno da calce: Il testo descrive in modo impeccabile l'ingegneria dei forni a "calcina" tradizionali della Sardegna. Erano forni a funzionamento intermittente: venivano caricati, accesi per giorni, fatti raffreddare e poi svuotati. La maestria stava tutta nella creazione della volta autoportante interna con le pietre calcaree più grandi, capaci di reggere il peso del carico sovrastante senza crollare sul fuoco.

2. Terminologia tecnica sarda:

 Contone / Perda ’e pranu: Termini locali per indicare i blocchi di pietra calcarea adatta alla cottura.

 Foghilargia / Foghile: La camera di combustione, il punto più basso dove risiedeva il fuoco.

 Pòpula: La sommità o la "bocca" superiore del forno, dove terminava la carica e da cui si monitorava lo stato della cottura attraverso il colore del fumo.

 Frucone: Un lungo palo di legno o ferro usato tradizionalmente per saggiare la consistenza dei materiali o per attizzare il fuoco. Nella cottura della calce, la pietra cotta diventava friabile, permettendo al palo di penetrare senza incontrare la durezza della roccia cruda.

3. La Terra Lugiana: Si tratta dell'argilla o della terra grassa che, impastata con acqua, veniva usata come sigillante sulla sommità del forno per trattenere il calore e i gas, creando una sorta di "camera stagna" regolata che permetteva una cottura uniforme.


lunedì 29 giugno 2026

​Capitolo 23. La fame e il congedo: l'addio alla Russia


Una sera, mentre giravamo per la città in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti per placare la fame, arrivammo in periferia e bussammo alla porta di una casa. All'interno c'era un uomo solo, che ci fece accomodare dicendoci in russo: «Sedite'» (Sedetevi). In quel momento eravamo solo in due; non appena ci raggiunse il terzo nostro compagno, questo ci sussurrò sottovoce: «Ho tirato il collo a due galline e le ho nascoste nel cortile di questa casa». Restammo sbalorditi e, spaventati, gli rispondemmo: «Ma sei matto?». Ormai, però, il danno era fatto. Il soldato si sedette con noi per chiacchierare ancora un po' e infine salutammo il padrone di casa: «Do svidanija» (Arrivederci). Usciti nel cortile, recuperammo le due galline e rientrammo di corsa al nostro alloggio.

Zia Petruska, non appena ci vide rientrare, ci domandò dove fossimo stati con quel fare sospetto. Noi, per giustificarci, le rispondemmo che avevamo comprato delle galline da cucinare lì in casa. Ma lei, quando si mise a spennarle e a pulirle, si accorse subito della verità. Notando le uova non ancora formate all'interno, ci disse ridendo: «Quando mai vi vendono delle galline che stanno per covare?».

Il giorno successivo le mettemmo a cuocere nel forno. C'era un dettaglio, però, che ci metteva a forte rischio: noi del Genio Antincendio indossavamo una divisa blu, mentre tutti gli altri reparti vestivano il classico grigio-verde. Il padrone delle galline, accortosi del furto, si ricordò subito di quei soldati con la divisa diversa dal solito e si mise a faire il giro delle case del paese in cui erano acquartierati gli italiani. Quando lo sentimmo bussare furiosamente alla nostra porta, tra i miei compagni calò il panico: «Nascondiamoci, nascondiamoci!», dissero. Io invece presi una decisione diversa: «Voi andate, io rimango qui dentro per vedere se mi riconosce». Mi sedetti su una panca, fingendo di leggere con calma. L'uomo entrò, mi si avvicinò, mi fissò dritto negli occhi e mi disse in russo: «Ty včera zabral kuricu!» (Tu ieri mi hai rubato le galline!). Zia Petruska, con enorme coraggio, intervenne subito in nostra difesa, negando tutto e coprendoci di fronte al civile. L'uomo, non potendo fare altro, lasciò la casa furioso e minaccioso, esclamando: «Nekul'turno!» (Maleducati!).

Devo nutrire un grandissimo riconoscimento per zia Petruska: ci salvò da un gravissimo errore, perché correvamo il rischio concreto di essere denunciati e processati. Anche in Russia, infatti, il furto ai danni della popolazione civile era considerato un reato militare gravissimo. Alla fine, zia Petruska, zio Toni e noi ci mangiammo quelle galline, ma con l'amarezza in bocca e un po' di disgusto per come le avevamo procurate.

Ma dopo tanto tempo passatoci a logorare, arrivò finalmente la grande novità: il contingente italiano doveva rientrare in patria. Ci fecero radunare tutti quanti in un campo sportivo. Il comandante della nostra compagnia, Giulio Monceri, prese la parola per darci l'annuncio: «Cari soldati, per noi è finita. Rientriamo in patria, non da vincitori, perché il destino ha voluto così. Rientriamo con il dispiacere nel cuore, perché in questa terra russa lasciamo parte dei nostri compagni rimasti dispersi».

Alla notizia del ritorno in Italia fummo sopraffatti da una gioia indescrivibile: avevamo salvato la pelle. Ci mettemmo a correre e a saltare per il campo, cantando a squarciagola: «Mamma, sono tanto felice perché ritorno da te!».

Quando andammo a comunicare la notizia a zia Petruska, lei si fece improvvisamente pensosa e triste. Ci fece capire che, con la nostra presenza in casa, loro si sentivano più sicuri e protetti dalle brutalità dei tedeschi. Chissà come sarà finita per quella povera gente dopo la nostra partenza. Il giorno dell'addio ci abbracciò stretti, piangendo disperatamente come se fossimo stati figli suoi.

Note di contesto storico e linguistico

1. Il reato di saccheggio e i tribunali militari: Come accennato nel testo, il furto ai danni dei civili nei territori occupati (definito legalmente "razzìa" o "saccheggio") era severamente punito dal Codice Penale Militare di Guerra italiano. Nonostante la fame cronica spingesse i soldati a questi espedienti, le denunce potevano portare a processi rapidissimi davanti ai tribunali militari (come quello visto a Stalino nel Capitolo 20) con condanne al carcere o ai battaglioni di rigore, poiché tali atti compromettevano la disciplina e i rapporti con la popolazione locale.

2. La divisa blu del Genio Antincendio: Un dettaglio storico di straordinaria precisione. I reparti del Genio Antincendio (spesso legati ai corpi dei Vigili del Fuoco militarizzati o a sezioni speciali del Genio) ricevevano in dotazione uniformi di colore blu scuro o tute da lavoro scure, che li differenziavano nettamente dalla massa dei fanti dell'ARMIR, i quali vestivano in panno grigio-verde. Questa particolarità cromatica rendeva gli uomini del reparto facilmente identificabili, come compresero subito il contadino derubato e il protagonista.

3. Il Comandante Giulio Monceri: Il capitano o tenente Giulio Monceri (indicato con precisione nel testo) fu un ufficiale italiano realmente esistito e comandante della compagnia. La citazione esatta del suo discorso fotografa perfettamente il clima del rimpatrio della primavera del 1943: la consapevolezza della sconfitta militare e il dolore per i tantissimi commilitoni lasciati per sempre nella neve della steppa (oltre 80.000 tra caduti e dispersi).

4. Il canto del rientro: La canzone che i soldati intonano correndo per la gioia è Mamma (scritta nel 1940 da Cesare Andrea Bixio e Bixio Cherubini, portata al successo da Beniamino Gigli). Era il brano più celebre dell'epoca, e i versi "Mamma, solo per te la mia canzone vola / Mamma, sarai con me, tu non sarai più sola" rappresentavano per i superstiti il simbolo del ritorno alla vita, alla casa e agli affetti familiari dopo l'inferno del fronte russo.

5. Il rapporto protettivo tra Italiani e Civili contro i Tedeschi: Le parole di zia Petruska rivelano una costante storica della campagna di Russia: la presenza dei soldati italiani nelle isbe faceva spesso da "scudo" per la popolazione locale contro le violenze, i lavori forzati e le requisizioni ben più spietate operate dai tedeschi della Wehrmacht o delle SS. Il timore della donna per il "dopo" riflette il tragico destino di molti civili bielorussi, la cui regione subì le più feroci ritorsioni d'occupazione della seconda guerra mondiale.

6. Correzione dei termini linguistici russi:

 Segizi è stato corretto in Sedite' (Sedetevi).

 Dosfidagna in Do svidanija (Arrivederci).

 Ci cera zabralli curtize è stato ricondotto a Ty včera zabral kuricu (Tu ieri hai preso la gallina).

 Ni culturna in Nekul'turno (Maleducati / Inopportuno, un forte rimprovero morale nell'Unione Sovietica dell'epoca)


domenica 28 giugno 2026

Capitolo 22. Ščobruk: zio Toni, zia Petruska, Ivan e Olga

La compagnia salì a bordo di una tradotta militare e, dopo molte ore di viaggio, arrivammo finalmente a destinazione. La meta era Ščobruk, una località situata a circa 20 chilometri da Gomel', un importante centro della Bielorussia; fu lì che ci ricongiungemmo definitivamente al resto del nostro reparto. Non appena arrivati, ricevemmo l'ordine di cercarci un alloggio in autonomia. In quella città, prima del nostro arrivo, erano già giunti molti altri soldati italiani appartenenti a diversi reparti. Ci sistemammo alla meglio, divisi in gruppi di cinque o sei militari per abitazione.

Io, insieme a quattro miei amici, trovai ospitalità presso una famiglia del posto con due figli. Quella povera gente non poteva negarci il vitto e l'alloggio, eppure divideva con noi il pochissimo che aveva. Disponevano infatti di pochissimo spazio per vivere: la casa consisteva in un'unica grande stanza che faceva contemporaneamente da camera da letto e da cucina. All'esterno c'erano la stalla, la legnaia e un piccolo orto davanti all'ingresso. In quell'unico ambiente interno dormivano tutti insieme: marito, moglie e i due figli. Al centro della stanza dominava la grande stufa russa in muratura per scaldare l'ambiente, e davanti c'era il focolare con il fuoco sempre acceso. Noi soldati ci sistemammo da un lato della stanza con i nostri sacchi a pelo e i pagliericci; poiché erano morbidi e non rigidi, la mattina li arrotolavamo per liberare spazio e li srotolavamo la sera per la notte. Il nostro comportamento fu sempre corretto e improntato al massimo rispetto, tanto che ben presto iniziammo a convivere come se fossimo un'unica grande famiglia. In quella casa siamo rimasti per più di tre mesi.

I componenti di quella brava famiglia si chiamavano zio Toni, zia Petruska, e i figli Ivan e Olga. Ogni giorno noi soldati ci presentavamo al comando di compagnia per ritirare il rancio, ma perlopiù ci consegnavano viveri a secco che poi portavamo a casa per cucinarli. Molte volte capitava di mangiare tutti insieme attorno allo stesso tavolo. Ricordo zia Petruska sempre attiva, intenta a sbucciare le patate per poi schiacciarle e mischiarle alla farina, un espediente per allungare l'impasto e fare il pane. Zio Toni, invece, possedeva un cavallo e un calesse ed era costantemente precettato dai tedeschi: a qualsiasi ora del giorno o della notte lo chiamassero, doveva mettersi al loro servizio per trasportare merci da un posto all'altro. Con il volto preoccupato, i due coniugi ci confidavano spesso il loro terrore: «Se non diamo retta a quello che dicono, ci deportano in Germania».

In quel periodo la guerra al fronte sembrava apparentemente ferma e stabile. "Radio Fante" — le voci che circolavano continuamente tra noi soldati — diceva che dall'Italia sarebbe presto arrivato nuovo materiale militare e che saremmo tornati nella zona delle operazioni. Siccome non eravamo impiegati in servizi di guardia continuativi, di giorno uscivamo a fare quattro passi nei dintorni per passare il tempo. Spesso andavamo a cercare il prete ortodosso russo, il pope. Era una persona molto alla mano: ci raccontava come funzionava la loro religione e ci spiegava che, oltre a celebrare la messa, doveva lavorare la terra come tutti gli altri per sopravvivere.

Zio Toni e zia Petruska avevano anche una mucca. Non appena l'animale aveva partorito, i tedeschi avevano requisito il vitello, lasciando alla famiglia solo la vacca. Oltre a questo, ogni singola mattina i soldati germanici si presentavano per prendere il latte e una parte consistente doveva essere consegnata direttamente al capozona del comando tedesco. Spinto dalla curiosità, un giorno chiesi a zia Petruska in russo: «Kuda moloko?» (Dove porti il latte ogni mattina?). E lei, con un sospiro rassegnato, mi rispose: «Nemeckim» (Ai tedeschi). Poi aggiunse: «Se non consegniamo il latte, vengono e ci portano via anche la mucca».

Note di contesto storico e linguistico

1. La Bielorussia e la piazzaforte di Gomel' (Primavera 1943): Dopo il crollo del fronte sul Don nel gennaio 1943, i resti dell'ARMIR (8ª Armata Italiana) vennero progressivamente arretrati nelle retrovie. La zona di Gomel' (importante snodo ferroviario nella Bielorussia meridionale) e i villaggi limitrofi come quello citato nel testo divennero aree di riordinamento e presidio. In questa fase, i reparti italiani superstiti vissero un lungo periodo di stasi in attesa di capire se sarebbero stati riarmati per tornare al fronte o rimpatriati in Italia.

2. Il fenomeno di "Radio Fante": Nel gergo militare italiano, l'espressione "Radio Fante" indicava il complesso di voci, indiscrezioni, smentite e speranze che si diffondevano tra i soldati in mancanza di notizie ufficiali. In quel momento di incertezza, la speranza di ricevere nuovi materiali dall'Italia rifletteva il desiderio dei comandi di mantenere l'efficienza bellica, anche se la realtà storica vedrà di lì a poco il rimpatrio quasi totale del contingente superstite.

3. La coabitazione nelle isbe e la stufa russa: Il racconto descrive perfettamente l'architettura e la vita sociale della campagna slava. La casa russa o bielorussa tradizionale (isba) era spesso un monolocale dominato dalla grandiosa stufa in muratura (peč'), che fungeva da riscaldamento, forno per il pane e persino da letto (la parte superiore, calda, era riservata ai bambini o agli anziani). La convivenza forzata tra soldati occupanti e civili si trasformava frequentemente, nel caso degli italiani, in un rapporto di mutuo aiuto e rispetto, ben diverso dal duro regime imposto dai tedeschi.

4. Le requisizioni tedesche e il lavoro coatto: Il testo evidenzia il contrasto stridente tra l'atteggiamento italiano e quello tedesco. L'esercito tedesco (Wehrmacht) gestiva i territori occupati con estrema durezza attraverso il sistema delle requisizioni forzate (il latte, il vitello) e il lavoro coatto dei civili (zio Toni obbligato a fare i trasporti con il calesse). La minaccia della deportazione in Germania come lavoratori forzati (Ostarbeiter) era una realtà quotidiana che terrorizzava la popolazione locale.

5. Il Pope e la religione ortodossa: Il "pope" è il sacerdote della Chiesa ortodossa. Sotto il regime sovietico, la pratica religiosa era stata duramente repressa e molti preti erano stati costretti a svolgere lavori manuali o agricoli per integrarsi nell'economia statale e sfuggire alle persecuzioni. Durante l'occupazione dell'Asse vi fu una parziale e tollerata riapertura delle chiese, e la figura del pope rimaneva un punto di riferimento spirituale e sociale per la comunità.

6. Correzione dei termini linguistici: I nomi e i termini russi sono stati adattati per fedeltà storica e linguistica: Etrusca o Petrus è stato ricondotto al tipico nome slavo Petruska (diminutivo di Praskovja o Pëtr); la domanda Cuda malaco è stata corretta nella trascrizione esatta Kuda moloko? (Dove va il latte?); la risposta A mimeschi è stata corretta in Nemeckim (Ai tedeschi, lett. "ai muti", termine storico slavo per indicare i germanici). La città di Gomme è la grande città bielorussa di Gomel'


venerdì 29 maggio 2026

Capitolo 21. Dnepropetrovsk: la luce e la fame



Meno male che avevamo ancora gli automezzi, il che ci permise di partire prima che la situazione diventasse del tutto incontrollabile. Durante il cammino, tuttavia, fummo costretti a lasciare per strada parte delle armi e degli altri mezzi militari perché scarseggiava il carburante; nella fuga dovemmo abbandonare persino i mezzi pesanti e un carro-officina che avevamo in dotazione. Avevamo davanti quasi 200 chilometri di strada per uscire dalla zona di pericolo.

Ci fermammo innanzitutto a Dnepropetrovsk, una grande città bagnata dal fiume Dnepr. Vi rimanemmo per una ventina di giorni, convivendo come potevamo con la popolazione russa, pur restando sempre in contatto con il comando della nostra compagnia. Io ero stato aggregato a quattro compagni di reparto e insieme a loro mi ero sistemato in un'abitazione. I civili russi non potevano negarci l’alloggio: sapevano bene che, in caso di rifiuto, saremmo entrati con la forza. In quella casa, però, mancava la luce elettrica perché i tedeschi avevano tagliato i vecchi allacciamenti per deviare l'energia verso una fabbrica.

Sapevamo che nella casa vicina, dove erano acquartierati altri soldati, la corrente funzionava e che avremmo potuto ricollegarci. Per unire i fili alla linea principale, però, bisognava arrampicarsi su un palo di legno. Tra i commilitoni che coabitavano con me, nessuno se la sentiva di rischiare. Io, invece, decisi di avventurarmi. Ci provai all'alba di buon mattino: iniziai a salire e, non senza fatica, arrivai a metà del palo. Il freddo polare e il ghiaccio che lo ricopriva, però, mi stavano congelando le mani; non riuscivo più a muovere le dita e fui costretto a tornare indietro. Non mi diedi per vinto. La sera stessa ci riprovai e, stringendo i denti, riuscii a raggiungere la cima del palo, proprio dove si trovavano i fili staccati. Un mio compagno di cognome Ferrandu, che se ne intendeva di elettricità, mi aveva spiegato da terra come fare per giuntarli. Seguii le sue istruzioni e li unii. Quando scesi dal palo ero completamente congelato e non del tutto convinto del risultato. Ma quando, dentro casa, una donna russa premette l’interruttore, per buona sorte nostra e loro la luce apparve di colpo. Non mi sembrò vero: fu un'esplosione di felicità. Tra il suono di un vecchio grammofono e le note di una balalaica ci mettemmo a ballare tutti insieme per festeggiare. Ci divertimmo moltissimo e, grazie a quel nostro buon comportamento, ricevemmo una splendida accoglienza e grande riconoscenza da parte dei russi di quella casa.

In quella stessa città consegnammo infine gli automezzi e, da quel momento, ricominciammo a viaggiare in tradotta militare. Durante il tragitto, però, il treno fu fatto sostare su un binario morto. Ormai eravamo sotto il totale controllo del comando tedesco. Poiché quella zona era dominata dai partigiani sovietici ed era in corso un violento rastrellamento da parte delle truppe germaniche, i tedeschi decisero di rinchiudere noi italiani — che eravamo disarmati e impossibilitati a difenderci — dentro un grande palazzo disabitato. Per mangiare ci passavano appena mezza gavetta di patate e una fetta di pane nero, duro e scuro come la pece; doveva essere lo stesso pane che davano ai prigionieri di guerra, quasi impossibile da buttare giù.

Era severamente vietato uscire da quel fabbricato, che era sorvegliato a vista da una sentinella. Ci tennero confinati in quel posto per circa dieci giorni. Al quarto giorno, tormentato dai morsi della fame, decisi che non potevo più resistere: dovevo tentare la fuga per andare in cerca di patate nel centro abitato. Per fortuna, il portone d'ingresso del palazzo era rimasto socchiuso. Agendo con cautela, studiai i movimenti della guardia dall'interno; non appena si trovò a breve distanza e girò le spalle alla porta, sgusciai fuori piano piano, di nascosto, e scappai.

Attraversai il paese senza incontrare un’anima: la gente, terrorizzata dai rastrellamenti, non osava uscire di casa. Arrivato in periferia, mi fermai davanti a una casetta, bussai alla porta ed esclamai in russo: *«Možna?»* (Permesso?). Tenevo il moschetto con il caricatore inserito, pronto a fare fuoco in caso di pericolo; ormai ero deciso a tutto. A un certo punto la porta si aprì e si affacciò un uomo con una barba lunghissima. A quella vista mi si gelò il sangue e pensai con terrore: *«Sono finito in mano ai partigiani»*. Contrariamente alle mie paure, l'uomo mi squadrò e disse con calma: *«Pažaluysta»* (Prego).

Senza abbassare la guardia, con la mano sempre pronta a impugnare l'arma, gli chiesi: *«Est' kartoška?»* (Avete delle patate?). E lui rispose: *«Est' kartoška»* (Sì, ci sono). Mi fece accomodare all'interno, dove si trovavano anche due donne e una ragazza. Tornai alla carica: *«Davaj tri-četyre kilo kartoški?»* (Mi dareste tre o quattro chili di patate?). Una delle donne mi prese lo zaino che avevo in mano e sollevò una botola sul pavimento per scendere nella cantina sotterranea. Quando vidi aprirsi quella botola, il cuore mi balzò in petto: *«Ecco, stavolta muoio davvero, questo è un covo di partigiani»*, mi dissi. Invece, dopo pochi minuti, la donna riemerse dal buio con lo zaino stracolmo di patate.

Non mi sembrava vero. Presi lo zaino e chiesi in russo l'ammontare del conto in marchi d'occupazione: *«Skol'ko marok dalžen?»* (Quanti marchi vi devo?). L'uomo, scuotendo la mano, mi fece capire che non voleva nulla. Spiegò che eravamo in guerra e che se un domani qualche soldato russo fosse caduto nelle nostre mani, avremmo dovuto trattarlo con la stessa benevolenza. Commosso, gli dissi: *«Spasibo»* (Grazie) e li salutai augurando loro la buona giornata: *«Dobryj den'»*.

Per rientrare al nostro accantonamento rifeci la stessa strada a ritroso, morendo di paura non solo per la sentinella, ma anche all'idea che qualcuno potesse sottrarmi quel tesoro di patate. Alla fine la fecero franca. Non appena varcai la soglia dell'edificio, i miei compagni mi circondarono stupiti, chiedendomi dove fossi stato e cosa nascondessi nello zaino. Quando videro le patate restarono a bocca aperta.

Il problema successivo fu come cuocerle. In un angolo del piano terreno di quel grande fabbricato disabitato, recuperammo dei pezzi di legno e delle tavolette per accendere un fuoco. Mettevamo a bollire le patate nelle gavette, a volte facendone cuocere due alla volta. Eravamo un gruppo di circa quarantacinque soldati e, dividendo quel cibo, riuscimmo a tirare avanti e a non morire di fame per diversi giorni. Solo quando i tedeschi conclusero il rastrellamento antipartigiano, fummo finalmente lasciati liberi.

 Note di contesto storico e linguistico

 1. **La città e il fiume (Dnepropetrovsk e il Dnepr):** La città indicata nel testo originale come "nievopetrosky" sul fiume "Nepal" è in realtà **Dnepropetrovsk** (oggi Dnipro), una delle più grandi città industriali dell'Ucraina, situata lungo il corso del maestoso fiume **Dnepr**. Nel gennaio-febbraio del 1943, la città rappresentava un nodo ferroviario e stradale fondamentale per le truppe dell'Asse in ritirata dal fronte del Don e da Stalingrado.

 2. **La ritirata logistica e l'abbandono dei mezzi:** Il dramma della ritirata dell'ARMIR non colpì solo i reparti di prima linea a piedi, ma creò il caos anche nelle unità motorizzate e nei servizi di retrovia. La mancanza cronica di carburante (requisito spesso dai tedeschi con la precedenza per i loro mezzi) costrinse gli italiani ad abbandonare lungo le strade innevate preziosi camion officina, pezzi d'artiglieria e munizioni, trasformando la ritirata in una fuga disperata con mezzi di fortuna.

 3. **I rastrellamenti tedeschi e i soldati italiani disarmati:** La convivenza dei soldati italiani con le truppe tedesche nelle retrovie era tesa. I tedeschi consideravano spesso gli italiani in ritirata come un ostacolo o truppe poco affidabili, arrivando a disarmarli (come descritto nel testo) o a confinarli durante le brutali operazioni antipartigiane. La guerriglia partigiana sovietica nel territorio ucraino era attivissima e i tedeschi rispondevano con rastrellamenti feroci che terrorizzavano la popolazione civile, costringendola a barricarsi in casa.

 4. **La solidarietà contadina ("Oggi a me, domani a te"):** L'episodio del contadino russo dall'aspetto patriarcale che rifiuta i marchi tedeschi (*Reichskreditkassenscheine*) pronunciando parole di pace è un classico esempio di "solidarietà del fronte". Molti memoriali di reduci italiani in Russia descrivono l'inaspettata pietà e generosità delle famiglie contadine ucraine e russe (le cosiddette *isbe* dotate di botole e cantine interrate per conservare le patate dal gelo), le quali, pur nella miseria e nel terrore della guerra, riconoscevano l'umanità del soldato italiano, spesso distinguendolo dalla spietatezza dell'occupante tedesco.

 5. **Correzione dei termini russi:** Per rendere il testo filologicamente accurato, i termini russi storpiati dall'orecchio del soldato sono stati corretti secondo la giusta traslitterazione: *Mosma* è diventato **Možna** (permesso); *Ies cartosk* è diventato **Est' kartoška** (ci sono patate); *Scoka mark Canju* è stato ricondotto a **Skol'ko marok dalžen** (Quanti marchi devo); *Spassiba* in **Spasibo** (Grazie) e *Dobriut* in **Dobryj den'** (Buon giorno). Il "moschetto" citato è il celebre fucile Carcano Mod. 91 in dotazione alla fanteria italiana.



giovedì 28 maggio 2026

Capitolo 20. Il tribunale di Stalino: il processo



Era il mese di gennaio del 1943 quando venni convocato a Stalino, nel bacino del Donbass, davanti al tribunale militare per affrontare il processo. Io e altri miei compagni d’arme eravamo stati denunciati per una presunta frode ai danni dello Stato, un'accusa che ci aveva gettato nel terrore più profondo. Tutto era iniziato a causa del nostro desiderio di aiutare le famiglie in Italia: ciascuno di noi, infatti, era riuscito a risparmiare e a inviare a casa la somma di 1000 franchi. Uno dei miei commilitoni conosceva un impiegato in servizio presso l’ufficio della Posta Militare 102, un certo Forni. Questo impiegato accettava il nostro denaro per la spedizione e, a operazione compiuta, ci rilasciava una regolare ricevuta munita del timbro ufficiale “Posta Militare 102”. Dai nostri paesi, i parenti ci avevano inizialmente risposto con lettere cariche di gratitudine e felicità, confermando la ricezione delle somme. Visto che il meccanismo sembrava sicuro e affidabile, non appena raccoglievamo altri 1000 franchi ripetevamo la medesima procedura tramite vaglia.


Ben presto, però, l’amaro inganno venne allo scoperto. Nelle successive ricevute che il Forni ci consegnava, sul timbro appariva la dicitura “Posta Militare” ma mancava del tutto il numero identificativo dell'ufficio. In un primo momento pensammo a una semplice svista burocratica, ma il passare delle settimane confermò i nostri peggiori timori: in Italia i soldi non arrivavano più. Preoccupato dal silenzio dei familiari, il compagno che teneva i contatti con l'impiegato decise di recarsi personalmente all'ufficio postale. Chiese del suo amico direttamente al capo ufficio, ma il direttore troncò subito ogni speranza, spiegando che Forni non prestava più servizio lì poiché era stato tratto in arresto. Poi, guardando in faccia il militare, aggiunse senza giri di parole: *«Ha truffato anche te»*.

Si scoprì così che Forni aveva raggirato una moltitudine di soldati: intascava i risparmi destinati alle famiglie dei combattenti e, anziché inoltrarli in Italia, li spediva direttamente a casa propria. Sottoposto a interrogatorio, nel disperato tentativo di alleggerire la propria posizione, l'impiegato fece anche i nostri nomi, indicandoci come complici o trafficanti. A quel punto, il direttore dell’ufficio non aveva potuto fare a meno di redigere un verbale formale, trasmettendolo direttamente all'ufficio giudiziario militare. Nel giro di pochissimi giorni fummo chiamati per un duro interrogatorio preliminare, durante il quale fummo costretti a giustificare minuziosamente la provenienza di quei fondi e a spiegare come fossimo riusciti, in tempo di guerra, a mettere insieme cifre così consistenti per le varie spedizioni. Ognuno di noi fornì la propria spiegazione, convinto che la verità fosse ormai limpida e che la faccenda si sarebbe conclusa in quel momento. E invece, poco tempo dopo, ci venne notificata la citazione ufficiale: dovevamo comparire in qualità di imputati davanti al tribunale militare di Stalino per il processo definitivo.

Ci mettemmo in viaggio affrontando un tragitto impervio di quasi 150 chilometri su un camion militare, un mezzo di fortuna che ci conduceva verso l'incognita del giudizio. Una volta giunti a Stalino, fummo costretti a sostare presso il comando di tappa italiano per quasi una settimana in attesa della nostra udienza. Per stemperare l’ansia e capire cosa ci attendesse, ogni giorno ci recavamo in aula ad assistere ai processi degli altri militari italiani, imputati per i reati più disparati. Un caso, in particolare, mi rimase impresso nella memoria per la sua drammaticità e ferocia. Introdussero in aula un soldato ferito adagiato su una barella, incapace di reggersi in piedi. Era accusato di essersi sparato intenzionalmente a un piede, sebbene lui si ostinasse a giurare che la ferita fosse stata provocata dal piombo nemico durante un combattimento. Il soldato sosteneva che la pallottola fosse arrivata da lontano; tuttavia, le perizie dei giudici militari avevano stabilito inequivocabilmente che il colpo era stato esploso a bruciapelo. Il presidente della corte, un generale, si rivolse a lui con sdegno gridando tramite l'interprete: *«Traditore, ti sei sparato con le tue stesse mani per farti rimpatriare in Italia! Adesso, non appena uscirai dall'ospedale, andrai dritto a putrefarti e a scheletrirti in galera»*. La sentenza emessa al termine dell'udienza lo condannò senza alcuna clemenza.

Subito dopo, giunse finalmente il turno del nostro processo. Il clima in aula era teso, dominato dallo spettro di una punizione esemplare. Il presidente iniziò l’interrogatorio del primo imputato, domandandogli bruscamente: *«Da dove e come hai raccolto i soldi che hai spedito a casa tua?»*. Il commilitone rispose prontamente: *«Ho venduto una macchina fotografica che avevo portato con me dall'Italia»*. Si passò al secondo imputato: *«E tu invece?»*. *«Io mi sono venduto un orologio da polso di mia legittima proprietà»*, rispose l'altro, e i giudici ne presero nota. Il terzo a essere chiamato fui io. Il giudice mi fissò e mi pose la stessa domanda: *«E tu, cosa hai venduto?»*. Risposi fermamente: *«Io, signor presidente, mi sono venduto due bottiglie di cognac che avevo portato dall'Italia»*. A quella dichiarazione insolita, un accenno di ilarità ruppe la severità dell'aula. Un giudice si voltò verso il collega e, sorridendo, commentò a bassa voce: *«Questo qui, però, mi sembra uno che non beve...»*. Un altro magistrato militare annuì, mostrando di credere alla mia bizzarra ma sincera transazione commerciale.

I giudici si ritirarono per pochi minuti e, al loro rientro, diedero lettura della sentenza: i soldati Casula, Fabbri, Sarazanetti e Ferrandu venivano assolti pienamente per insufficienza di prove. L'impiegato postale Forni, al contrario, veniva riconosciuto colpevole e condannato a tre anni di reclusione, con l'aggravante che la pena faceva riferimento alle severe leggi penali vigenti al fronte. Sopraffatti dalla contentezza e dalla fine di quell'incubo, iniziammo a saltare e ad abbracciarci proprio davanti alla corte.

Il rientro, tuttavia, si rivelò un'altra drammatica corsa contro il tempo. Raggiungemmo la stazione ferroviaria di Stalino per fare ritorno a Vorošilovgrad e riuscimmo a rimediare un passaggio a bordo di un treno merci. Per difenderci dal freddo d’inizio anno, che penetrava fin dentro le ossa, viaggiammo ammassati nella cabina del treno proprio a fianco del fochista, sfruttando il calore della caldaia a carbone. Quando finalmente raggiungemmo il presidio della nostra compagnia, lo scenario che ci si parò davanti fu spiazzante: il reparto era già schierato e pronto a ripiegare in ritirata, poiché le avanguardie delle truppe russe erano ormai a rdosso delle nostre linee. Salimmo rapidamente a bordo di un automezzo e, spinti da una provvidenziale buona sorte, riuscimmo a muoverci in tempo prima del collasso definitivo della posizione. Se il processo si fosse prolungato anche solo di poche ore o se avessimo perso quel treno merci, non avremmo mai ritrovato i nostri compagni; saremmo rimasti inevitabilmente sbandati, isolati e destinati a una tragica fine, dispersi nella vastità della steppa russa flagellata dalla neve.

### Note di contesto storico e linguistico

 1. **Il contesto operativo (Gennaio 1943):** Il racconto si colloca nel momento apicale del dramma dell'ARMIR (Armata Italiana in Russia). Nel gennaio del 1943, a seguito dell'Operazione Piccolo Saturno scatenata dall'Armata Rossa, il fronte dell'8ª Armata italiana sul fiume Don era già completamente crollato. Mentre decine di migliaia di soldati vivevano la tragica epopea della ritirata a piedi nella steppa, le retrovie e i centri logistici come Stalino e Vorošilovgrad mantenevano un'attività burocratica e giudiziaria quasi surreale, specchio di un apparato militare che cercava di applicare i regolamenti di pace nel pieno del caos bellico.

 2. **Geografia del fronte (Stalino e Vorošilovgrad):** *Stalino* (denominazione dell'epoca in onore di Stalin) corrisponde all'odierna città di Donec'k, mentre *Vorošilovgrad* (nel testo originale trascritta come "vorosciolovogrado") corrisponde all'odierna Luhans'k. Entrambe le città, situate nel bacino minerario del Donbass (Ucraina orientale), costituivano i gangli vitali dei servizi di retrovia, dei comandi di tappa e degli ospedali militari sia per il contingente italiano sia per quello tedesco. I 150 km percorsi dai soldati rappresentavano uno spostamento notevole e pericoloso data la scarsità di mezzi e la pressione sovietica.

 3. **La Posta Militare e le truffe al fronte:** Il servizio di Posta Militare (in questo caso la sezione 102) era l'unico cordone ombelicale che legava i fanti alle proprie famiglie, gestendo non solo le lettere ma anche le rimesse economiche. La circolazione di valuta estera o d'occupazione (come i franchi menzionati nel testo, probabilmente legati a valute d'occupazione o scambi nel mercato nero) era strettamente regolamentata. Truffe come quella ordita dall'impiegato Forni ai danni dei soldati al fronte erano reati gravissimi, in quanto minavano il già fragile morale delle truppe e la sussistenza delle famiglie in patria.

 4. **I reati di autolesionismo e la severità dei tribunali:** La testimonianza del soldato in barella accusato di essersi sparato a un piede descrive la piaga dell'autolesionismo, un fenomeno diffuso in tutti gli eserciti della Seconda Guerra Mondiale per sfuggire all'inferno della prima linea. I tribunali militari italiani applicavano il Codice Penale Militare di Guerra del 1941, caratterizzato da una severità draconiana. Le perizie medico-legali per stabilire se il colpo fosse stato sparato "a bruciapelo" (segno di autolesionismo) erano frequenti e le condanne comportavano anni di durissima reclusione in patrie galere o nei battaglioni di rigore, spesso commutate nell'invio immediato nelle prime linee più pericolose ("in riferimento al fronte").

 5. **I beni di consumo come moneta di scambio:** L'interrogatorio dei protagonisti svela l'economia sommersa del fronte: macchine fotografiche, orologi e soprattutto generi di conforto di produzione italiana (come il cognac o "cogliate" del testo originale) assumevano un valore commerciale enorme. Venivano scambiati con la popolazione locale o con militari alleati (specialmente tedeschi) per procurarsi cibo, favori o denaro contante da spedire a casa. L'assoluzione per "insufficienza di prove" evidenzia il buon senso o la stanchezza di una magistratura militare che, di fronte al crollo imminente del fronte, scelse di non infierire su soldati chiaramente raggirati.


venerdì 28 novembre 2025

19 - A Voroscilovograd: Cronache dal Fronte Antincendio



La nostra destinazione finale, il comando della mia compagnia, era Voroscilovograd. Era una città immensa, un milione di anime, piazzata proprio al centro del bacino del Donez. Per noi, gli uomini della sesta compagnia accompagnamento incendio, era l'ultima fermata, o almeno, per la mia sezione.

La nostra compagnia era stata divisa in tre sezioni. Due erano state spinte in avanti, verso il fronte. La mia, la Sezione Comando, aveva il suo quartiere generale proprio qui, a Voroscilovograd. Le altre, beh, una era a pochi chilometri, la Prima Sezione, incaricata del vitale compito di rifornire i soldati al fronte di viveri e munizioni.

Il nostro dovere qui non conosceva riposo: intervenire a spegnere i fuochi. Non appena un bombardamento, opera della versione russa, colpiva, noi dovevamo esserci. Il servizio era organizzato con la precisione di un orologio, in squadre, e ogni soldato conosceva il suo posto, il suo compito. Appena arrivava la comunicazione – tramite radiotrasmittente o telefono – l’intervento doveva essere diretto, senza indugi.

Arrivati sul luogo dell’incendio, il comandante di squadra non perdeva tempo. Faceva un rapido giro di ispezione, un’occhiata per decidere il punto d'attacco, la parte da cui cominciare per domare le fiamme. Poi, l’ordine, secco, e noi ci muovevamo.

L’acqua la trasportavamo con le manichette, quei tubi di canapa robusta, e attraverso i ripartitori, la distribuivamo per affrontare il fuoco su più fronti. La motopompa era il nostro cuore pulsante: pescava l'acqua dai pozzi e la inviava sotto pressione – le atmosfere necessarie – attraverso la manichetta, fino alla lancia. Quella lancia, stretta tra le mani, era l’unica cosa che si frapponeva tra la distruzione e noi.

Non eravamo in prima linea nel vero senso della parola, non sul fronte del Don a sparare. Ma il nostro servizio era duro e pericoloso quanto quello di chi aveva il fucile. Anzi, forse di più, quando dovevamo affrontare le fiamme nei depositi di munizioni, di carburante, nei magazzini di approvvigionamenti. Lì, il fuoco non era solo fuoco, era un ordigno a tempo.

Io, Benigno, ho avuto la fortuna dalla mia. Sono stato assegnato alla Terza Sezione del Comando, lontano dal fronte di combattimento più cruento. E questo, ne sono certo, mi ha salvato la pelle.

La Prima Sezione... a loro è toccata la peggiore sorte. Erano accreditati alla protezione dei magazzini vicinissimi al fronte, per cui erano costantemente soggetti agli attacchi russi. Infatti, dopo che è scattata la controffensiva russa, non abbiamo più saputo nulla di loro, quale fosse stata la loro fine. È un pensiero che mi accompagna spesso.

Abbiamo passato un autunno e poi un inverno di un freddo che tagliava la carne. La temperatura scendeva fino a 25, persino 30 gradi sottozero. Ma in questo, dovevamo ringraziare la nostra specialità. Essendo un reparto speciale antincendio, eravamo vestiti bene: giubbotti di pelle, stivaloni ugualmente di pelle con suole robuste e altri indumenti adatti al nostro lavoro. Quella pelle, quel cuoio, a volte era l’unica cosa che ci separava dal gelo che uccide.

Ecco com'era la vita a Voroscilovograd. Un mix di attesa gelida, intervento frenetico e il costante pensiero di chi era più avanti di noi.  


TUE DE TONARA SES SU PATRONU A Santu Grabiele dae Benigno Casula - 1977 .

​ TUE DE TONARA SES SU PATRONU A Santu Grabiele  Tue de Tonara ses su patronu e ti festant su tres de austu, ant'isceltu a tie angelu bo...