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martedì 18 agosto 2026

​Francesco Guccini in Sardegna a Tonara: una fotografia riporta alla memoria una serata indimenticabile del concerto del 2 giugno 1982.

di Alusac Eleirbag

Una fotografia inattesa, arrivata da un lettore, riporta alla memoria la presenza di Francesco Guccini a Tonara e quelle serate in cui la musica sembrava diventare parte della vita del paese.

Qualche giorno fa, dopo aver pubblicato sul blog un articolo dedicato alla presenza di Francesco Guccini a Tonara, ho ricevuto da un lettore alcune  fotografie che meritano di essere condivisa.

La prima è una vecchia fotografia, tecnicamente tutt’altro che perfetta: presenta evidenti segni del tempo e molto rumore, ma proprio per questo possiede qualcosa che spesso le immagini moderne, nitide e perfette, non riescono più a restituire.

Nella fotografia c’è Guccini, seduto con la sua chitarra acustica, mentre canta.

L’immagine lo riprende a media distanza, leggermente rivolto verso sinistra. Ha la barba scura e folta, i capelli scuri e indossa una semplice maglia a maniche lunghe, jeans e un orologio al polso. È seduto su una sedia di legno e tiene la chitarra tra le mani.

La bocca aperta nel canto e lo sguardo rivolto verso sinistra fanno pensare a un momento preciso della serata: quello in cui il cantautore sta eseguendo una delle sue canzoni davanti al pubblico.

Alle sue spalle si intravedono una finestra con una grata metallica e una parete di mattoni scuri della scuola elementare di allora. In primo piano, invece, ci sono le teste degli spettatori, volutamente fuori fuoco.

È una fotografia che non racconta soltanto Guccini. Racconta anche il pubblico che lo ascoltava.

Una fotografia imperfetta, ma preziosa

La qualità dell’immagine è quella delle fotografie amatoriali di molti anni fa. La luce è scarsa, la definizione è modesta e il rumore dell’immagine è evidente.

Eppure, guardandola, si ha quasi l’impressione di essere tornati lì.

Non c’è la distanza delle fotografie ufficiali, non c’è il palco ripreso professionalmente, non ci sono luci spettacolari. C’è invece il cantautore seduto, la chitarra, il pubblico raccolto davanti a lui.

È proprio questa semplicità a rendere la fotografia particolarmente interessante.

Chi l’ha scattata non sembrava preoccuparsi di realizzare una fotografia destinata a diventare un documento storico. Probabilmente voleva semplicemente conservare il ricordo di quella serata.

Ed è spesso così che nasce la memoria.

Guccini e Tonara

La fotografia acquista un valore ancora maggiore se inserita nella storia del rapporto tra Francesco Guccini e Tonara.

La presenza di Guccini nel paese appartiene ormai alla memoria di diverse generazioni di tonarese e di appassionati della sua musica.

Tonara, paese di montagna, tradizionalmente legato alla musica, alla poesia e alla cultura popolare, rappresentava un ambiente particolarmente adatto ad accogliere un artista come Guccini.

Le sue canzoni parlavano di persone, di luoghi, di ricordi, di partenze e ritorni, di amicizia e solitudine. Erano canzoni capaci di raccontare il mondo senza bisogno di grandi scenografie.

Ed è forse per questo che, ancora oggi, il ricordo di quelle serate conserva una forza particolare.

La chitarra e le canzoni

Guardando la fotografia viene spontaneo chiedersi quale canzone stesse cantando in quel preciso momento.

Forse La locomotiva, con il suo ritmo incalzante e la sua straordinaria forza narrativa.

Forse Incontro, una delle canzoni più intime e malinconiche del repertorio gucciniano.

Oppure Canzone per un’amica, Auschwitz, Cyrano, L’avvelenata o una delle tante altre canzoni che hanno accompagnato la storia musicale italiana.

La fotografia, purtroppo, non ci dà la risposta.

Ma proprio questa incertezza lascia spazio alla memoria di chi quella serata la visse.

Un documento della memoria di Tonara

Le fotografie come questa hanno un valore che va oltre quello puramente fotografico.

Sono piccoli documenti della storia locale.

In esse ritroviamo persone, luoghi, ambienti e momenti che altrimenti rischierebbero di scomparire dalla memoria collettiva.

Questa fotografia ci restituisce Guccini a Tonara non come il grande artista visto attraverso le immagini ufficiali, ma come lo avrebbe visto una persona seduta tra il pubblico: vicino, reale, con la chitarra tra le mani e la voce rivolta alla gente.

È una testimonianza semplice, ma proprio per questo autentica.

la seconda è il  manifesto di allora che annuncia il concerto. Francesco Guccini e il Suo Gruppo.


Un invito ai lettori

La fotografia mi è stata inviata da un lettore dopo la pubblicazione del precedente articolo.

Per questo motivo vorrei rivolgere un invito a chi conserva ancora fotografie, manifesti, programmi, biglietti, ritagli di giornale o altri documenti relativi alla presenza di Francesco Guccini a Tonara.

Potrebbero esserci altre immagini dimenticate negli album di famiglia o nei cassetti di casa.

Sarebbe interessante raccoglierle e confrontarle, cercando di ricostruire con maggiore precisione quando si svolse quella serata, dove si tenne, chi organizzò l’evento, quali musicisti accompagnavano Guccini e quali canzoni furono eseguite.

La memoria di un paese passa anche attraverso queste piccole testimonianze.

E questa fotografia, arrivata quasi per caso, è un buon motivo per continuare la ricerca.

Se qualcuno riconosce il luogo, ricorda quella serata o possiede altre fotografie di Francesco Guccini a Tonara, può segnalarlo al blog. Ogni testimonianza può contribuire a ricostruire un pezzo della storia musicale e culturale del paese.


mercoledì 12 agosto 2026

Francesco Guccini in Sardegna: dal concerto di Cagliari del 1978 a quello di Tonara del 1982 :Quando Guccini Ballò il Ballo Sardo: Quel Magico 2 Giugno 1982 a Tonara in Sardegna.


Di Alusac Eleirbag


Tutto è nato da una chiacchierata con Nino, ritornando indietro nel tempo con i ricordi e con quella nostalgia bella di chi la storia della musica dal vivo, a Tonara, l'ha fatta con le proprie mani.

Fra i tanti concerti organizzati da quel gruppo capitanato proprio da Nino — la stessa squadra affiatata che aveva esordito portando in paese i Nomadi — ce n'è uno in particolare che strappa ancora oggi un sorriso speciale e un pizzico di commozione. Era il 2 giugno 1982, e sul palco salì un gigante della canzone d'autore: Francesco Guccini.

Un Bottiglione di Nero e tre Ore di Poesia

La cornice dell'evento raccontava già tutto dello spirito genuino e pionieristico di quelle imprese: un palco montato alla buona nel cortile della scuola elementare, sistemato proprio addossato ai muri dell'edificio e a ridosso delle finestre delle aule.

Guccini non era accompagnato dai Nomadi, ma si presentava con la sua sola chitarra e la sua figura imponente, pronto a regalare una serata memorabile. Nino mi ha raccontato la scena con una vividezza incredibile: tra un brano e l'altro, il Maestrone pescava da una cassetta di panini sistemata sul retro del palco, addentava qualcosa e si dissetava con l'immancabile bottiglione di vino nero. L'atmosfera era di festa pura, conviviale e un po' sopra le righe. A un certo punto, tra la sorpresa e l'entusiasmo generale, Guccini si mise persino a ballare un ballo sardo insieme al pubblico una volta sceso dal palco.

Quel concerto durò più di tre ore. Per ascoltarlo, nel cortile di quelle scuole elementari, era salita a Tonara mezza Sardegna.

Le Note nel Cortile della Scuola

Nessuno annotò su carta la scaletta esatta di quelle tre ore, ma non è difficile immaginare cosa abbia risuonato nell'aria fresca di quella sera di giugno. Nel 1982 Guccini aveva già inciso le sue opere più iconiche, ed è facile figurarsi il cortile della scuola che cantava a memoria ogni singola parola.

Senza dubbio saranno risuonate le note di La locomotiva, l'inno anarchico che da sempre chiudeva i suoi live, e di Dio è morto, la canzone censurata dalla RAI negli anni '60 ma trasmessa con coraggio da Radio Vaticana. E poi i capolavori tratti da Radici come Il vecchio e il bambino, Incontro e Canzone dei dodici mesi, insieme ai ritratti intimi e graffianti di L'avvelenata, Via Paolo Fabbri 43, Amerigo, Eskimo, Il pensionato e Canzone quasi d'amore.

Non fu un semplice concerto, ma un viaggio immenso attraverso la poesia in musica.

Un Eredità da Custodire

Guardando indietro a quel 2 giugno 1982, si capisce quanto Tonara sia sempre stata un crocevia fondamentale per la musica e per la cultura nell'isola. Ricordare quella sera, ascoltando i racconti di Nino e dei ragazzi di allora, significa riaffermare l'importanza di chi ha avuto il coraggio di sognare in grande, portando i più grandi poeti del nostro tempo tra le nostre montagne. Un patrimonio di ricordi e di passione che ancora oggi continua a far battere il cuore della nostra comunità.


martedì 11 agosto 2026

Tra il Ricordo di Rockarea e le Note del Time in Jazz: Nel Segno di Miles Davis


Di Alusac Eleirbag


Il percorso questa volta inizia l'11 agosto da Tonara, con ancora negli occhi e nelle orecchie la straordinaria energia del recente festival di Narcao. Con quella carica viscerale ancora viva nel cuore, il viaggio riparte e la strada si snoda verso nord, attraversando il cuore pulsante della Sardegna centrale. Il paesaggio si trasforma a ogni curva, abbracciando i profili di Olzai, le distese di Ottana e le colline di Ozieri, fino ad approdare a Berchidda. C'è una bellezza antica e silenziosa in questo itinerario, una lentezza

che prepara lo spirito a ciò che ci attende: un'edizione del
Time in Jazz interamente dedicata a un gigante assoluto della musica mondiale, Miles Davis.

Mentre macino chilometri, la mente torna indietro nel tempo. Il mio amore per il jazz e per la grande musica dal vivo è nato quando avevo appena vent’anni. Nel 1978 ero andato a Umbria Jazz, un’edizione rovente che passò alla storia per i durissimi problemi di ordine pubblico e per la forte contestazione politica. Ricordo la tensione costante e quella paura tremenda: dalle stazioni dei treni si partiva per i famosi espropri proletari nei supermercati e la rassegna visse momenti davvero complessi. Eppure, in mezzo a quel clima teso, la musica regalò momenti immortali. Fu l'anno del debutto storico al festival, il 29 luglio a Castiglione del Lago, di Carla Bley — la signora assoluta dell'avanguardia — alla guida della sua straordinaria ed eclettica Big Band, con una performance indimenticabile su brani come

Ida Lupino e Wrong Key Donkey.

Quell'energia profonda mi è rimasta dentro per sempre. Eppure, sembra incredibile a dirsi, questa è la prima volta in assoluto che vengo al Time in Jazz. Paolo Fresu, in realtà, l'avevo già sentito suonare dal vivo tanto tempo fa, in un contesto quasi magico e suggestivo: alla stazione ferroviaria di Belvì, oramai dismessa, dove le sue note si arrampicavano tra i binari silenziosi e i boschi della Barbagia.

Arrivati a Berchidda, alloggiamo in una tavernetta deliziosa, un piccolo rifugio accogliente che si affaccia direttamente sui tetti del paese. Appena il tempo di posare i bagagli e, dalla finestra aperta, l'aria d'estate porta subito le note e i ritmi dei soundcheck in corso a poca distanza. È un momento istantaneo di grazia: si respira un'atmosfera magica, quella vibrazione elettrica e festosa che mi riporta immediatamente indietro nel tempo, ai giorni gloriosi della nostra Rockarea a Tonara e all'energia pura vissuta solo poche ore fa al Narcao Blues.

Ciò che colpisce fin da subito, camminando per le vie del centro, sono gli addobbi e l'incredibile cura scenografica di Berchidda: l'intero paese è vestito a festa, totalmente trasformato da installazioni, decorazioni e composizioni artistiche che richiamano le icone del jazz e l'inconfondibile sagoma della tromba di Paolo Fresu. Ogni angolo, balcone e vicolo parla la lingua della musica, creando un abbraccio visivo unico. Le piazze del centro storico sono vive, attraversate da rivoli di persone, appassionati e amanti della buona musica giunti da ogni parte. La prima tappa è d'obbligo: una sosta al Jolly Caffè per fare il pieno di energia con cappuccini e paste fresche, pronti a tuffarci nel programma della giornata.  

Time to Read: La Genesi di Kind of Blue alla Casara

Nel tardo pomeriggio ci dirigiamo verso il giardino della Casara — uno spazio speciale che durante il giorno ospita la rassegna per bambini Time to Children — per l'apertura di Time to Read. Qui Paolo Fresu, insieme ai compagni del suo progetto Kind of Miles (Marco Bardoscia al contrabbasso, Stefano Bagnoli alla batteria, Dino Rubino al pianoforte e tromba, Bebo Ferra alla chitarra e Federico Malaman al basso), presenta in collegamento video da New York il giornalista e saggista americano Ashley Khan (tradotto in diretta da Rosella Zoccheddu), autore del celebre saggio sulla nascita di Kind of Blue (1959).  

Dalla ricca e intensa chiacchierata con Ashley Khan emergono dettagli affascinanti e revelationi storiche:  

 Un approccio documentale: Khan ha spiegato di aver voluto scrivere un libro lontano dalle solite recensioni critiche, basandosi su fatti, registrazioni in studio, contratti e sul contesto storico dell'America di fine anni '50, per spingere il lettore a riascoltare l'album con nuova consapevolezza.  

 Buona la prima: Rispondendo a una domanda sulla tecnica di registrazione, Khan ha confermato che Miles riascoltava i brani subito in regia, ma cercava quasi sempre il primo take. Voleva catturare la freschezza e l'imprevedibilità della scoperta anziché la perfezione ripetitiva delle prove.  

 Fragilità e sensibilità: Dietro la facciata dura e intransigente, Khan ha mostrato un Davis estremamente vulnerabile (evidente in capolavori come Blue in Green), dote che gli permetteva di connettersi profondamente con l'ascoltatore.  

 L'importanza di Bill Evans: È stato evidenziato il ruolo cruciale del pianista Bill Evans nel definire la sonorità modale del disco. Evans portò nell'album la sua sensibilità legata alla musica classica moderna (come le sfumature di Debussy nell'introduzione di So What), creando un'intesa perfetta e quieta con Davis.  

 Il distacco da Gil Evans: Gil fu un mentore e un arrangiatore fondamentale nei primi anni, ma mentre lui cercava la perfezione attraverso decine di registrazioni, Miles sentì il bisogno di staccarsi verso una musica più immediata, essenziale e piena di spazio.  

Il Concerto delle 21:30: L'Estetica, il Suono e il Mito di Miles

Alle 21:30 la musica si fa carne e racconto sul palco. Il tributo a Miles si trasforma in un viaggio profondo non solo nelle sue note, ma nella sua essenza di uomo, artista e combattente.  

Sul grande schermo scorre una famosa fotografia di Miles sul ring, un'immagine che richiama Jack Johnson, il primo campione mondiale nero dei pesi massimi e icona di riscatto per la comunità afroamericana. Guardando quel profilo fisso verso l'orizzonte e la pelle scura che sembra quasi carta scolpita, si capisce che Miles non è mai stato solo un musicista: era un lottatore. La sua tromba suonava come un pugno da KO, un colpo preciso che fendeva l'aria e offendeva l'anima per quel bisogno viscerale di riscatto sociale.  

Poi appare un'altra foto leggendaria, scattata da Irving Penn: un dettaglio primaverile e potente della sua sola mano scura. È proprio nelle immagini che emerge la sua figura straordinaria, non solo nei tratti del viso, ma attraverso un'estetica raffinata, rigorosa e quasi maniacale, parallela alla sua musica. Il suo colore preferito era il rosso, il colore della ribellione: rossa era la sua ultima tromba, rossi i suoi abiti stravaganti e rossa l'amata Ferrari. Quella stessa estetica che nel 1959 gli costò le manganellate e l'arresto ingiusto da parte della polizia di New York fuori dal Birdland, solo perché si trovava sul marciapiede a fumare con una donna bianca al fianco; un'umiliazione terribile che anni dopo trasformò nel titolo dell'album You're Under Arrest.  

Kind of Blue e l'Evoluzione del Suono

Registrato nella ex chiesa sconsacrata della Columbia a New York con soli sette microfoni (più uno posizionato in uno scantinato per catturare il riverbero naturale diventato il marchio di fabbrica della label), Kind of Blue resta, insieme ad A Love Supreme di John Coltrane, il disco più celebre e ascoltato della storia del jazz. Miles andò oltre il Bop, svuotò la struttura sovraccarica inventata dai suoi amici e costruì una nuova musica fatta di silenzio e respiro. So What, il brano più rappresentativo, poggia su due soli accordi. Attorno a sé aveva riunito un gruppo irripetibile: il misticismo di John Coltrane, la freschezza di Cannonball Adderley, la poesia di Bill Evans e la sezione ritmica monumentale di Paul Chambers e Jimmy Cobb. Su tutto svettava la sua tromba, alla guida di una macchina lanciata a tutta velocità verso il futuro.  

Ripercorrendo la sua sconfinata discografia, dai capolavori acustici degli anni '50 fino alla svolta elettrica e meticciata di Bitches Brew (1970) — nato dall'incontro con le influenze di Jimi Hendrix, James Brown e Karlheinz Stockhausen — si comprende che, pur cambiando i progetti, i musicisti e le tastiere elettriche, il suo suono interiore è rimasto lo stesso. L'anima non cambia: si alimenta della vita, e la vita alimenta quel suono che giorno dopo giorno diventa sempre più profondo e inimitabile.  

Formazione e Memoria

Nel corso della serata emerge anche il ricordo toccante del percorso di apprendimento musicale attraverso l'ascolto e la trascrizione degli assoli. Ascoltare i vinili a tutto volume, cercare di fissare le note sul pentagramma per catturarne il groove, la passione e l'incertezza, fino a quando le madri o i vicini non bussavano alla porta per chiedere tregua. Quell'apprendistato fatto di devozione pura ha formato generazioni di musicisti, portando il jazz verso luoghi sempre nuovi e sconosciuti.  

Mentre le ultime note sfumano nella notte di Berchidda, resta la certezza di aver assistito a qualcosa di più di una semplice celebrazione: un passaggio di testimone, un ponte ideale che unisce le montagne di Tonara, il blues del Sulcis e la grande storia del jazz internazionale sotto lo stesso cielo stellato della Sardegna.  

Pensieri per il Futuro: Il Sogno ai Piedi del Gennargentu

Mentre il paese lentamente ritrova il suo silenzio sotto il cielo stellato di Berchidda, la mente torna a viaggiare. E viene da porsi una domanda, un auspicio che è quasi un sogno ad occhi aperti: chissà che un giorno Paolo Fresu non decida di estendere la magia del suo festival anche in altri momenti dell'anno e in altri luoghi dell'isola, proprio come sta già facendo in Gallura — penso, ad esempio, agli incantevoli eventi dell'Agnata.

Sarebbe straordinario vedere il suo esperimento artistico arrivare fin su, alle pendici del Gennargentu, proprio a Tonara. In fondo, è su quelle montagne che, qualche anno prima che nascesse il Time in Jazz, facevamo risuonare le chitarre e l'energia pulita della nostra Rockarea. Non sarebbe soltanto un omaggio alla storia, ma una vera e propria linfa vitale per dare forza, coraggio e visione a Intrare in Sonu, la splendida manifestazione musicale che da qualche anno la Pro Loco di Tonara porta avanti, mirando a fondere il suono ancestrale dei campanacci tonaresi con le metriche e le armonies della musica moderna. Un'intuizione profonda che merita di evolversi e trasformarsi in un nuovo festival sperimentale capace di far dialogare le sfumature del blues, del rock, del jazz e della nostra tradizione più autentica.

In fondo, la musica in Sardegna è un filo unico e ininterrotto: parte dai ricordi degli anni '80, attraversa le piazze storiche di Narcao e Berchidda, e chissà che domani non torni a far battere forte il cuore dei nostri boschi.


giovedì 23 luglio 2026

Tra il Ricordo di Rockarea e le Note del Narcao Blues


Di Alusac Eleirbag 


Mi trovo qui a Narcao, appena arrivato dopo un lungo e suggestivo viaggio che mi ha portato fino al cuore del Sulcis direttamente da Tonara.

Per questo soggiorno abbiamo prenotato presso la Casa di nonna Pina, dove ad attenderci c'era la gentilezza e l'accoglienza di Monica.

Erano davvero tanti anni che desideravo vivere in prima persona questo festival eccezionale. Il Narcao Blues è una realtà straordinaria con ben quarant'anni di storia alle spalle. Non posso fare a meno di pensare, con un pizzico di nostalgia e tanto orgoglio, alla nostra Rockarea a Tonara: avevamo iniziato solo un anno prima, nel 1985. Lo ricordo come fosse ieri, dato che ero uno degli organizzatori di quella prima storica edizione. La nostra avventura purtroppo non è durata così a lungo, ed è proprio per questo che provo una grande ammirazione per chi è riuscito a portare avanti questo sogno per decenni.  

Prima di immergerci nella musica della serata, ci siamo sistemati con calma in camera. Poi, imboccando una piccola e comoda scorciatoia, abbiamo raggiunto il Blues Bar in via delle Aie 13.

Il locale si presenta moderno e curato nei dettagli, capace di coniugare il calore del legno rustico a un tocco industriale, con un’insegna al neon azzurro che spicca sopra il bancone. Tra la musica blues in sottofondo e le decorazioni a tema rock, il locale offre un menu completo che va dalla pizzeria alla bisteccheria, fino ai cocktail. Non potevo non provare una delle loro specialità artigianali: lo Stevie Ray Burger, preparato con pane fatto in casa, guanciale e cipolla caramellata, accompagnato da un'ottima birra.

Attorno a noi si respira un’atmosfera unica, quella frizzante tipica dell'attesa: chiacchiere tra appassionati e nell'aria quell'energia speciale che precede i grandi eventi. Un perfetto preludio prima di avviarci verso Piazza Europa, dove ci aspetta una grande serata di musica: alle 21:30 il concerto di Nikki Hill e alle 23:00 quello dei Desoto Tiger's Testimony.  

Finito di cenare, lasciamo il tavolino del Blues Bar e ci incamminiamo a piedi verso il cuore del paese. La distanza è breve, ma ogni passo ci avvicina a quell'energia che si fa via via più intensa. Man mano che ci lasciamo alle spalle via delle Aie, Narcao sembra trasformarsi: le strade si riempiono di persone che camminano nella nostra stessa direzione, tra risate, chiacchiere entusiaste e magliette di storici concerti blues. Nell'aria, il profumo della sera d'estate si fonde con l'aspettativa per la musica dal vivo.

In lontananza si inizia già a sentire il brusio della folla che si raduna e i primi suoni del soundcheck che rimbombano tra le case. Poi, all'improvviso, svoltiamo l'ultimo angolo e ci ritroviamo di fronte a Piazza Europa. La piazza si apre davanti a noi luminosa e vibrante, con il grande palco che domina la scena, le luci che tagliano la notte e lo sfondo iconico della locandina del Narcao Blues che campeggia in alto. La gente ha già occupato gran parte dello spazio: c'è chi prende posto per non perdersi neanche una nota, chi saluta vecchi amici ritrovati di anno in anno e chi fa la fila agli stand. Sentire quel primo stridore di chitarra dall'impianto audio mi fa salire un brivido lungo la schiena. È quella sensazione inconfondibile che conosco fin dal 1985: la magia di un festival che sta per accendersi.  

Le luci della piazza improvvisamente si abbassano, il brusio della folla si acquieta per un istante e poi parte il boato: sale sul palco Nikki Hill. Mentre i primi accordi graffianti spaccano l'aria, non posso fare a meno di ripensare a come l'organizzazione del festival l'ha descritta nel programma: "Se Tina Turner avesse guidato gli AC/DC, avreste solo metà del quadro". Leggendolo prima sorridevo, ma ora che la vedo e la sento dal vivo, approvo parola per parola la scelta dell'organizzazione! Nata a Durham, in North Carolina, e cresciuta tra gospel, soul, R&B e garage rock lungo il corso del Mississippi, Nikki ha distillato tutto questo in un'identità artistica travolgente. La sua voce è potente e tagliente, unisce il fervore pentecostale del rock delle origini all'eleganza delle grandi soul singer, il tutto avvolto in un'attitudine sfrontata, punk e DIY. Con tre album all'attivo — tra cui il recente Feline Roots — e palchi conquistati in tutto il mondo (dal Montreux Jazz Festival al Byron Bay Blues Festival), dimostra di essere una vera forza della natura che non lascia nessuno indifferente. Guardandola scatenarsi, sento quell'adrenalina pura che solo il grande rock'n'roll sa regalare.  


Dopo un set infuocato che lascia la piazza in visibilio, il ritmo cambia ma il livello resta altissimo: è il turno dei Desoto Tiger's Testimony. Qui ci troviamo di fronte a un autentico supergruppo roots-blues americano composto da tre giganti:  

 Damon Fowler, guru della chitarra con un sound che spazia da Johnny Winter a Duane Allman, già primo nella Billboard Blues Chart con il suo Alafia Moon;

 Jason Ricci, quattro volte vincitore del Blues Music Award e tra i più influenti ed eclettici armonicisti blues al mondo;

 Bruce Katz, leggendario pianista e tastierista con sei anni alle spalle nella band di Gregg Allman, già Piano Player of the Year ai BMA e spalla di miti come Delbert McClinton e Ronnie Earl.

La loro intesa sul palco è pura dinamite: un'esplosione di virtuosismo, groove e feeling che regala a tutti noi una lezione magistrale di puro blues americano. Una qualità artistica pazzesca che conferma, ancora una volta, la grandezza delle scelte direttive di questo festival.

A fine concerto, con le orecchie che ancora fischiano di note meravigliose e il cuore pieno di quell'energia speciale che solo la grande musica dal vivo sa regalare, decido che è arrivato il momento. Mi faccio largo verso la zona laterale del palco e l'infopoint, dove vedo muoversi ragazzi con le magliette dello staff e persone che chiaramente stanno lavorando dietro le quinte.

Mi avvicino con un grande sorriso e mi presento: «Ciao, sono Gabriele, vengo da Tonara...». Bastano pochissime parole, la menzione del nostro viaggio e il ricordo della prima Rockarea del 1985 per far scattare un'intesa immediata. Tra gli organizzatori si accende subito un barlume di profondo rispetto e fratellanza; chi ha organizzato concerti e festival negli anni '80 sa esattamente cosa significa costruire da zero un sogno fatto di amplificatori, sacrifici e tanta passione.

Ci scambiamo strette di mano calorose, aneddoti sugli esordi dei nostri rispettivi festival, battute sulla fatica e sulla gioia immensa di vedere una piazza piena. Li ringrazio di cuore e faccio loro i miei più sinceri complimenti per essere riusciti a proteggere e far crescere questa perla per quarant'anni.

Mentre con calma riprendiamo la via del ritorno verso la Casa di nonna Pina, camminando sotto il cielo stellato del Sulcis, sento un'incredibile sensazione di appagamento. È stata una giornata perfetta: il viaggio, l'accoglienza calorosa di Monica, l'ottima cena al Blues Bar, una serata di musica travolgente e, infine, l'incontro con chi questo miracolo chiamato Narcao Blues lo rende possibile ogni anno. Un pezzo di questo festival e di questa comunità stasera torna a Tonara insieme a me.


BARBAGIA MANDROLISAI.Scuola e territorio: Calo delle nascite e scarse risorse ci mortificano.

Fonte: 'ARBORENSE  12 | Numero: 34 | Domenica, 11 Ottobre 2026 Di Michela Zucca Barbagia. In tutto il territorio, dopo la serie di a...