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sabato 1 agosto 2026

​Tonara riscopre la Scuola Popolare: dai corsi di tessitura alla Biblioteca Comunale-di Michela Zucca

Riceviamo e pubblichiamo.

TONARA – Domenica 26 luglio, in Piazza Berlinguer a Tonara, si è svolto un importante convegno dedicato a una pagina di storia locale quasi dimenticata: la Scuola Popolare tonarese.

A coordinare i lavori è stata Michela Zucca. Sono intervenuti il Sindaco di Tonara Salvatore Urru, il prof. Gianluca Scroccu, il prof. Gianfranco Tore e il docente Luca Tatti. Protagonista della serata Cristina Garau, che ha presentato al pubblico la sua tesi di laurea sull'argomento.

Una storia di riscatto nel dopoguerra

Il tema ci riporta all'Italia del dopoguerra, quando l'analfabetismo era una piaga nazionale, soprattutto nel Mezzogiorno e in Sardegna. Fu in quel contesto che la pedagogista Anna Lorenzetto diede impulso in tutta Italia all'UNLA (Unione Nazionale per la Lotta contro l'Analfabetismo), creando i Centri di Cultura Popolare per alfabetizzare gli adulti che ancora firmavano con una croce.

A Tonara i primi documenti risalgono al 1952, grazie all’intuizione del promotore Michelino Pruneddu. Ma come ha ben ricostruito Cristina Garau, non si trattava di semplici corsi di alfabetizzazione: nelle case del paese si tenevano lezioni di tessitura, cucito, falegnameria e meccanica, sostenute anche dagli aiuti americani dell’UNRRA. Accanto al "saper fare", si insegnava l'educazione civica.

Straordinario l'impatto pratico sul territorio: grazie all’impegno di Pruneddu, i tappeti realizzati dalle donne tonaresi venivano venduti fino in Svizzera, generando piccoli introiti per sostenere le attività della scuola.

La nascita della Biblioteca e le visite illustri

Da quei centri nacque un’altra istituzione fondamentale per la comunità. Nel 1956 venne aperto ufficialmente il Centro di Lettura, destinato a diventare l’attuale Biblioteca Comunale. C’era un’autentica ansia di cultura, intesa come strumento di riscatto sociale e opportunità lavorativa.

Un dettaglio illuminante, emerso grazie al prof. Gianfranco Tore, riguarda l’insegnante Giuliano Giuliani: avendo vissuto a Grenoble, tenne persino dei corsi di francese per gli adulti intesi a emigrare in Francia.

Una storia così significativa da attrarre l'attenzione dello scrittore Carlo Levi, autore di Cristo si è fermato a Eboli, che durante il suo viaggio in Sardegna visitò Tonara per ben due volte (nel 1952 e nel 1962), entrando in contatto con la Scuola Popolare e i centri di lettura.

La memoria custodita

Nel 1956 Michelino Pruneddu fu trasferito a Osilo e la direzione del Centro passò a Paolo Sulis. Se oggi è possibile ricostruire questa storia, lo si deve alle figlie di Sulis — Nella, Franca e Stelio — che hanno conservato gelosamente registri e materiali dell'epoca. Un contributo fondamentale è giunto anche dalla ricerca di Cristina Garau, capace di rintracciare quattro donne che frequentarono la scuola, raccogliendo testimonianze emozionanti e persino un piccolo diploma originale.

L'esperienza si concluse nel 1962, ma lasciò un seme profondo che negli anni successivi favorì la nascita della Scuola Media a Tonara e la formazione di intere generazioni di diplomati e laureati.

Un lavoro di rete

L'iniziativa è stata realizzata grazie alla sinergia tra la Pro Loco di Tonara, il Comune di Tonara e la Biblioteca Comunale. Un ringraziamento speciale va ai docenti e professori universitari che hanno condiviso con generosità le proprie competenze, rendendo possibile una giornata di preziosa riscoperta storica.

Una storia di dignità, comunità e visione del futuro che Tonara ha finalmente riabbracciato


Michela Zucca


domenica 12 ottobre 2025

Il telaio storico di Tonara


di alusac eleirbag

Camminavo nella via Peppino Mereu, l'aria frizzante dell'autunno in barbagia di quest'anno che mi pizzicava il viso. Ero in cerca di angoli meno battuti, quando, quasi per sbaglio, mi sono imbattuto in questa loggia, una piccola corte che si apriva inaspettatamente dal fianco della strada. L’occhio mi è caduto subito in profondità:
 ho visto improvvisamente un telaio storico. Era lì, imponente e silenzioso, nell'ombra, e più in là, ho notato l'antico funnagu, dove anticamente alloggiavano i buoi del padrone di casa negli anni '40 e '50.

Vicino al telaio c’era Pinuccio. Ci unisce un’amicizia antica, una conoscenza che si allarga anche a una lontana parentela per via di sua nonna, tia Maria Orru, che era prima cugina di mio nonno Pietro. L’ho salutato e, senza perdere tempo, i miei occhi sono tornati a quell'oggetto meraviglioso.

“Gabriele, finalmente ti vedo da queste parti!” mi ha

detto con un sorriso accogliente, vedendomi attratto dal legno antico. “Stai ammirando il nostro pezzo di storia.”

“È incredibile, Pinuccio. Un telaio così antico, e ancora in uso? Mi sembra di tornare indietro di un secolo,” ho risposto io, avvicinandomi.

Pinuccio ha cominciato a raccontare, i suoi occhi che brillavano di un orgoglio contagioso. Mi ha parlato subito del loro interesse per mantenere viva non solo la storia del telaio stesso, ma l’intera tradizione della tessitura in un paese come Tonara. Mi ha ricordato che negli anni '30 e '40, Tonara vantava da due a trecento iscrizioni di tessitrici e tessitori alla Camera di Commercio, soprattutto di tessitrici con telai a muro che occupavano poco spazio.

“Ma questo è diverso,” mi ha spiegato Pinuccio, posando una mano sul legno. “Questo è un telaio orizzontale, uno dei più antichi. Oggi, ci permettiamo ancora di tessere Sa fanuga con esso.”

Abbiamo discusso a lungo dello studio e della conservazione di questo telaio, che un tempo era appartenuto a Tia Maria, sua madre, e a Tia 

Maria Orru. Pinuccio era convinto, come me, che queste tradizioni non potessero essere dimenticate. Proprio questa donna, Tia Maria, me la ricordo, e le fotografie esposte nell’ingresso della casa-museo la ritraggono mentre gramenava la lana per le vie di funtana idda e su fossu, sulla strada che porta alla chiesa di San Gabriele.

Pinuccio poi, quasi come se volesse svelare un segreto prezioso, mi ha indicato la targa che riassumeva l'epopea di quell’attrezzo. Questa è la storia del telaio:

ANTICO TELAIO ("TELARGIU A SEZZERE") PER LA TESSITURA DI LANA, COTONE, LINO, CANAPA TELAIO OPERANTE DAI PRIMI ANNI 800 E DONATO DAL CANONICO "PIETRO TODDE" (TONARA 1825-ORISTANO 1908) ALLA NIPOTE "MARIA TODDE", (CONIUGATA CON "GIOVANNI DEARCA" NOTO Tiu NANNEL), LASCIATO IN EREDITA' ALLA FIGLIA "BONARIA DEARCA" (CONIUGATA CON GUISEPPE PISTIS), DONATO COME REGALO DI CRESIMA NEL 1932 ALLA FIGLIOCCIA "PEPPINA CARBONI", TESSITRICE ULTRACENTENARIA (1915-2018) TELAIO IN PERO SELVATICO COSTRUITO AD INCASTRI, CON PARTI IN CASTAGNO, NOCCIOLO, ERICA, CANNE. RIPULITO E RESTAURATO NEL 2003 - 2005 CON LEGNI ORIGINALI ANTICHI MARIA ORRU, PEPPINA E GINA CARBONI" PREPARANO L'ORDITO ("S'ISTROBU") NEGLI ANNÌ 35/40 IN VIA "COAIGNA". TELAIO FILMATO A TONARA DALL'ISTITUTO LUCE NEL 1940/1945, TESSITRICE "GINA CARBONI" LE IMMAGINI SONO STATE UTILZZATE PER IL FILM "SONOS E MEMORIA"

Ma la cosa interessante che ho notato è che Pinuccio si è concentrato sui particolari, sugli strumenti e gli accessori che fanno il telaio, che mi ha descritto con passione.

“Vedi, Gabriele,” mi disse Pinuccio, accarezzando la superficie ruvida e calda del telaio, “la vera bellezza sta nei dettagli, in come tutto si incastra. Non è solo il telargiu a sezzere, che è un capolavoro di ingegneria in pero selvatico, ma ogni singolo strumento che gli sta attorno, che lo rende vivo.”

Mentre mi spiegava, i miei occhi seguivano la direzione della sua mano, posandosi su quegli accessori antichi, ognuno con un nome sardo che evocava gesti secolari. I "PETTENES", quei pettini in canna per i fili dell'ordito realizzati a mano prima del 1950, mi colpirono particolarmente.

Poi c’era la BOBINATRICE "FAECANNEDDOS", facente parte delle dotazioni originali. E l’ARCOLAIO "TROBETRAMA", costruito dal celebre Tiu Nannei ai primi del ‘900 e in uso presso il quartiere di Funtanaidda, spesso prestato in un sistema di mutuo aiuto chiamato manu torradas. Mi ha fatto toccare i "CANNEDDOS" in legno di sambuco, indispensabili per l'avvolgimento del filo destinato alla navicella, l'"ISPOLA".

Ma la commozione più grande arrivò quando mi mostrò i "FUSU", i fusi per la filatura della lana, gli stessi utilizzati da Tia MARIA ORRU fino al 1970. Toccando quei fusi, sentii quasi il peso della storia familiare che ci univa, il legame non solo tra me e Pinuccio, ma tra le nostre rispettive famiglie e l'antica arte di Tonara. L’immagine di quella donna che camminava per le vie del paese divenne improvvisamente vivida.

“Sa fanuga, Gabriele,” riprese Pinuccio con un tono di orgoglio, “è il nostro pane. E con questo telaio orizzontale, noi continuiamo a tesserla. Non è solo un prodotto, è il filo ininterrotto della nostra identità.”

Proprio mentre stavo per congedarmi, il fratello di Pinuccio, che era lì con noi, si è offerto di accompagnarmi in una visita più approfondita.

“Gabriele, prima di andare, devi vedere la casa. Il telaio è solo una parte,” mi ha detto.

Così, prima di uscire dalla loggia, ho potuto visitare quella casa completamente restaurata. Non parlo di un rifacimento moderno, ma di un recupero filologico eccezionale: i legni, gli infissi, i tavolati... tutto era stato recuperato e consolidato esattamente com'era stato costruito più di centocinquanta anni fa. Entrare era come fare un salto indietro nel tempo.

Giorgio, il fratello di Pinuccio mi ha guidato attraverso le stanze. Mi ha spiegato la fatica e la cura con cui avevano trattato e riportato a nuova vita i materiali originali. Era chiaro che questa non era solo una dimora, ma una vera e propria casa-museo, un pezzo importante della storia locale.

La visita ha raggiunto il culmine nella parte più alta della struttura. Affacciandomi da una delle finestre, ho potuto ammirare una veduta incredibilmente suggestiva sulla vallata di Tonara. Lì, in quel punto panoramico, ho capito appieno l'importanza di questo luogo.

Ho subito pensato, e l'ho detto a Giorgio, che si dovrebbe recuperare e riscrivere la storia di questa casa, questo museo importante di Tonara. Non si trattava solo di conservare oggetti, ma di tramandare il contesto in cui l'arte della tessitura, e la vita stessa, si erano svolte.

Uscii dalla loggia, dalla piccola corte dove si nascondeva quel funnagu che un tempo ospitava i buoi, con un senso di profonda gratitudine e la certezza che avrei dovuto fare la mia parte, anche solo raccontando. La via Peppino Mereu non era più una semplice strada; era diventata il confine tra il presente e un passato incredibilmente vivo. Non avevo solo visto un telaio e una casa antica, ma avevo toccato la storia di un paese, Tonara, e il cuore battente di una tradizione che, grazie a persone come Pinuccio e suo fratello, si rifiutava di morire. E in quel rifiuto, c'era la promessa che l’autunno in Barbagia,  di quest'anno avrebbecontinuato a tessere storie per le generazioni a venire.

 


mercoledì 8 ottobre 2025

Casa Sulis Mascia: Un Tuffo nel Passato di Tonara


di Alusac Eleirbag

Qualche tempo fa, ho avuto il piacere di visitare un luogo speciale nel cuore della Barbagia, a Tonara, nel suggestivo rione di Arasulè: la Casa Sulis Mascia. Non è un museo come tutti gli altri, ma un vero e proprio 

"tuffo nel passato", come recita il loro motto.

Sono rimasto profondamente colpito dall'attenzione e dalla cura con cui è stato allestito questo piccolo gioiello espositivo. In uno spazio raccolto, due sole stanze, hanno saputo condensare un intero mondo, una storia che rischiava di svanire, quella della comunità Tonarese.

La Memoria degli Oggetti: Ricordare per Vedere Meglio il Presente

La Casa Sulis Mascia si presenta come una preziosa raccolta di oggetti e documenti della vita quotidiana e lavorativa di genitori, nonni e zii, che raccontano e documentano la loro storia e quella della comunità Tonarese e non solo.

L'obiettivo, come ci spiegano, è chiaro: "RICORDARE IL PASSATO PER VEDERE MEGLIO IL PRESENTE".

È un'esperienza che va oltre la semplice esposizione di reperti. Mentre mi aggiravo tra i ricordi, ho pensato: è un posto in cui chiunque può trovare una risposta a domande che spesso ci facciamo sui "tempi andati".

·      Vuoi vedere come si vestivano le donne negli anni '50? Ci sono i vestiti eleganti e i cappelli che Giovannina e Orsola vendevano nel loro negozio di merceria in via Sant'Antonio.

·      O magari come lavorava il falegname di una volta? Ci sono gli strumenti e i documenti che ne testimoniano l'abilità artigianale.

·      O ancora, sapere come gli americani hanno aiutato la Sardegna nel dopoguerra? Troverai documenti storici che aprono uno squarcio inaspettato sui legami internazionali di questo piccolo paese.

È un viaggio affascinante, dove le vecchie cartoline inviate da Tonara in tutto il mondo, le penne e i quaderni diventano piccole capsule del tempo. Un vero e proprio tuffo nel passato di una Tonara che non c'è più, ma che continua a battere forte nel cuore dei suoi abitanti.

Un Cuore che Batte nel Centro Storico

Visitare questo luogo è un'esperienza intensa. Ogni oggetto è una piccola capsula del tempo che risveglia la curiosità e l'emozione. Non si tratta solo della storia di una famiglia, ma della storia di un intero paese. Pescare tra questi ricordi, come suggeriscono gli stessi curatori, è un modo sicuro per emozionarsi.

La Casa Sulis Mascia non è solo un museo da vedere, è un racconto da ascoltare e un'emozione da vivere. Un esempio splendido di come la memoria privata possa diventare un patrimonio prezioso per tutta la comunità e per i visitatori che cercano l'anima più autentica della Sardegna.

Info Utili per la tua Visita

La Casa Sulis Mascia si trova a Tonara (NU) in via Eleonora 8, nel rione Arasulè.

Importante: Ricorda che le VISITE SONO SU PRENOTAZIONE. Se sei interessato, ti basta contattarli per sapere quanto prima quando puoi fare il tuo personale "tuffo nel passato".

Se siete in Barbagia, non perdete l'occasione di visitare questo luogo che, in un piccolo spazio, custodisce un mondo di grande significato.

E tu, quale storia o oggetto del passato vorresti riscoprire? Fammelo sapere nei commenti!

 

 

lunedì 6 ottobre 2025

Tonara Blog: vent’anni di racconti dal cuore della Barbagia e del Mandrolisai


di alusac eleirbag

 Ci sono luoghi che non si limitano a essere “un punto sulla mappa”, ma che raccontano storie, custodiscono tradizioni e profumano di identità. Tonara è uno di questi luoghi.

Ed è proprio da qui, vent’anni fa, che nacque Tonara Blog: uno spazio digitale creato per dare voce al paese e alle sue radici, per raccontare le persone, le stagioni e le trasformazioni di un borgo che non ha mai smesso di vivere, lavorare e reinventarsi.

Un blog che racconta la Barbagia di Belvì e il Mandrolisai

Nel tempo, Tonara Blog ha ampliato il suo sguardo, aprendosi all’intero territorio della Barbagia di Belvì e del Mandrolisai, un’area ricca di storia, cultura e tradizioni condivise.
Non a caso, il suo sottotitolo recita:

“Barbagia di Belvì e del Mandrolisai: Carrafàulas, istòrias, usàntzias.”

Un motto che è già un progetto culturale: quello di raccontare la vita, le parole, gli usi e i costumi di un’area che comprende alcune tra le comunità più autentiche e vitali della Sardegna — Tonara, Aritzo, Sorgono, Desulo e Belvì.
Nel corso degli anni, il blog ha ospitato i contributi di studiosi, ricercatori e appassionati, tra cui il professor Nino Mura, il dottor Bruno Casula e numerosi altri autori che hanno contribuito a costruire un archivio di memoria e cultura viva.

Tonara, paese del torrone e dei campanacci

Tonara è conosciuta in tutta la Sardegna come il paese del torrone, un dolce simbolo di artigianalità e identità, che unisce miele, mandorle e nocciole in una tradizione che si tramanda da generazioni.
Oggi i torronai tonaresi portano la loro arte oltre i confini dell’isola, diffondendo un prodotto che è insieme cultura, storia e sapore.

Ma Tonara non è solo torrone.
È anche il paese dei campanacci — is sonaggios.
Unica in Sardegna, la comunità tonarese vanta una secolare tradizione nella fabbricazione artigianale delle campane per le greggi di pecore e capre e per le mandrie di mucche che pascolano in tutta l’isola.
Questi strumenti, nati per accompagnare la vita pastorale, hanno assunto nel tempo un valore culturale e simbolico, diventando protagonisti dei carnevali sardi e delle maschere tradizionali come i Mamutones di Mamoiada e i Merdules di Ottana, che da Tonara acquistano le loro campane.
Un suono che è insieme richiamo, ritmo e identità collettiva.

Un territorio antico e verde

Situata tra boschi di castagni, lecci e sorgenti perenni, Tonara si adagia tra i rioni storici di Arasulé, Toneri e Teliseri, a cui negli anni Sessanta si è aggiunto Su Pranu, sorto sul territorio dell’antico borgo di Ilalà.
La sua storia affonda le radici nella preistoria: le domus de janas di Is Forreddos, i resti nuragici di Su Nuratze e le citazioni nel Condaghe di Santa Maria di Bonarcado testimoniano una presenza umana continua e ricca di tracce culturali.

Economia, turismo e futuro

Il tessuto economico tonarese ha saputo adattarsi nel tempo.
Accanto alla produzione artigianale del torrone e alla fabbricazione dei campanacci, continua lo sfruttamento sostenibile del patrimonio forestale, incentrato sul castagno e sulla produzione di legna da ardere.
Negli ultimi anni, cresce anche l’interesse per il turismo montano, che trova a Tonara e nei paesi del Mandrolisai un volto autentico, lontano dai circuiti più battuti, ma ricco di esperienze, silenzi e natura.

Un clima e una natura che parlano di autenticità

Con i suoi inverni innevati e le estati fresche, Tonara offre un paesaggio che muta con le stagioni: un ambiente dove il castagno domina, i funghi pregiati come l’ovolo buono e il porcino nero abbondano, e tra i rami volano l’astore e la poiana di Sardegna.
È un piccolo mondo montano, dove la natura non è sfondo ma protagonista.

Tonara Blog oggi: la memoria che continua

Dal suo primo post del 2005 a oggi, Tonara Blog ha rappresentato una finestra aperta sulla vita del paese e della sua gente.
Oggi, con il rilancio del progetto, il blog si rinnova per continuare a essere uno spazio di memoria, cultura e partecipazione, dedicato non solo a Tonara ma a tutta la Barbagia e al Mandrolisai.

Un luogo digitale dove le carrafàulas (i racconti), le istòrias (le storie) e le usàntzias (le tradizioni) trovano voce e si tramandano, nel segno di una Sardegna viva, che non dimentica le proprie radici ma le trasforma in futuro.

Perché Tonara e la sua Barbagia non sono solo luoghi:
sono suoni, sapori e memorie che continuano a raccontarsi, passo dopo passo, voce dopo voce.


domenica 14 settembre 2025

Il libro di Renato Poddie, "Anche la quercia di Marautzos morì durante la guerra": l’inutilita’ di tutte le guerre".



Di Alusac eleirbag.

Il libro di Renato Poddie, "Anche la quercia di Marautzos morì durante la guerra", è molto più di una semplice opera di storia locale. È un'immersione profonda nella memoria collettiva di 

Tonara, un piccolo paese della Sardegna, che diventa il palcoscenico di una storia universale. L'autore dedica quest'opera a figure centrali della sua vita e della storia tonarese, ma come specifica nella sua introduzione, la sua intenzione è quella di raccontare un momento storico della comunità attraverso un intreccio di fantasia e realtà. Oltre ai personaggi storici, come i partigiani Giuseppe Carboni e Antonio Zucca, il libro dà vita a figure immaginarie le cui esperienze si mescolano a fatti realmente accaduti.

Uno stile nuovo per un racconto storico

Per Renato Poddie, noto per le sue pubblicazioni di carattere storico e di ricerca linguistica, come i suoi studi sui nomi di luogo di Tonara o le curatele di opere poetiche, questo libro segna un punto di svolta. L'autore introduce qui un suo personale stile letterario di romanzo storico. Abbandonando la pura saggistica, Poddie sceglie un io narrante rappresentato dai giovani soldati Crabiele e Pepe e dalle loro famiglie, creando un legame intimo tra il lettore e le vicende dei personaggi. Questa scelta stilistica permette di esplorare le guerre non solo attraverso i dati e i fatti, ma attraverso le vissute emotive delle persone, rendendo la storia più accessibile e toccante.

Struttura e contenuti

Il libro si presenta come un "quaderno di storia e cultura locale", edito da Aipsa, che fonde la narrazione personale con una rigorosa rivisitazione storica. L'autore adotta una prospettiva che richiama la "Nouvelle Histoire" francese, focalizzandosi sulla vita quotidiana, le sensibilità e la psicologia collettiva degli "uomini comuni".

Un elemento centrale, come evidenziato da Poddie stesso, è la sua scelta di focalizzare la narrazione sulle vicende delle famiglie dei giovani soldati Crabiele e Pepe, e dei loro figli Micheli e Giuanni. Un ruolo di spicco è riservato alle donne - Talèa, Erìsia, Ermosa e Frantzisca - che, pur essendo "protagoniste sì disarmate e silenziose", si dimostrano "non meno coraggiose di coloro che imbracciarono i fucili". Questo approccio corale fa emergere le loro sensibilità e il loro coraggio, rendendo il dramma della guerra tangibile e umano.

Il testo si articola su due livelli che si intrecciano costantemente:

  1. La narrazione: Le storie dei personaggi, in parte frutto della fantasia dell'autore, vivono le esperienze di un'epoca. Gli "episodi realmente accaduti si compenetrano a vicenda" con l'elemento fantasioso, creando una storia che è allo stesso tempo personale e collettiva.
  2. La storia: A questa dimensione narrativa si affianca una meticolosa analisi degli eventi. Poddie afferma che i fatti descritti a volte "seguono le fonti storiche, sia orali che d'archivio", mentre altre si allontanano per immergersi nelle "interiorizzazioni individuali e collettive". Questo approccio permette di esplorare come le guerre e il fascismo venivano vissuti e commentati dai "vivaci frequentatori delle piazze del paese", tra cui spiccano figure come Fraile, Antoni e Tatànu, che incarnano la "memoria storica del confronto tra sardismo e socialismo".

Temi e simbolismo

Un elemento ricorrente e di grande impatto è la presenza della poesia, che assume una duplice funzione. Le poesie di autori come Peppino Mereu diventano veri e propri "monumenti storici", espressione del dolore e della resilienza di un intero popolo. Dall'altro, la poesia funge da "scrigno di emozioni" e "terapia salvifica" per una comunità che rielabora i lutti e l'assenza attraverso il canto. La poesia è il codice comunicativo che le donne utilizzano per esprimere la propria interiorità.

Il titolo stesso, che evoca l'immagine di una quercia abbattuta e la contrappone all'ulivo eterno di Odisseo, crea un potente simbolismo. La quercia di Marautzos rappresenta la rovina causata dalla guerra, un ciclo di distruzione che si contrappone alla resilienza dell'albero mitologico, simbolo di un'esistenza che si rigenera. Questa dualità tra distruzione e speranza, tra guerra e vita, pervade l'intero libro.

In sintesi, l'opera di Poddie è un lavoro ricco e stratificato, che mescola la storia dei grandi eventi con quella della gente comune, dimostrando che l'amore per la propria terra e il senso di appartenenza a una comunità possono ispirare un'indagine storica profonda e, al contempo, un'emozionante narrazione. Un libro che, come sottolineano i prefatori, ci spinge a riflettere sulla fragilità della pace e sulla "inutilità di tutte le guerre".

domenica 3 maggio 2020

Sa pratza 'e Sinti Cocco (alias Vincenzo Cocco) Toneri - Tonara



UNA CONTRADA: IL VICINATO DENOMINATO PRATZA 'E SINTI COCCO


La piazza denominata " Pratza ' e Sinti Cocco"  rappresentava verosimilmente un vicinato  che era intitolato a Vincenzo Cocco   che vi ha abitato con la sua famiglia nella seconda metà del 1700.


Tanto si deduce dai censimenti parrocchiali del 1829    depositati dal prof.  Giovanni Mura presso la biblioteca di Tonara.  Il documento originale, di cui il Prof. Mura  ne ha curato la trascrizione  è consultabile nell' Archivio diocesano.
Dal documento risulta inequivocabilmente che quella che comunemente si riteneva una piazza in realtà era un agglomerato urbano, ovvero un vicinato del rione di Toneri .

Nel 1829 il vicinato si componeva di 6 nuclei familiari: 
1) Francesco Melis  e Maria Dessi (coniugi)Sofia e Gioista Mameli anni (figli)
2) Sebastiano Pruneddu e Francesca Piras (Coniugi) Pietro e Giovanna (Figli)

3) Giuseppe Urru  e Maria Antonia Estrali (Coniugi) Lorenzo, Rosa e Francesco (Figli)

4) Antioco Mura e Sebastiana Defigus (Coniugi) Luigi, Basilio,Anna Rosa, Pietro (Figli)
5)Giovanni Battista Mameli e Maria Mameli (coniugi) Giovanni e Antioco (Figli)
6) Francesco Defigus e Maria Zuca (coniugi)
Nel 1829 la famiglia Cocco non compare più nel vicinato perchè come si può evincere dai censimenti parrocchiali  gli eredi  di Vincent Cocco si sono sistemati in altre parti del rione di Toneri.

CHI ERA VINCENZO COCCO


Il nucleo familiare di Vincente Cocco  appare al n. 50 dei nuclei familiari presenti nel  rione di Toneri nell'anno 1775.
A confermarlo sono i censimenti parrocchiali dell'Archivio diocesano  redatti in castigliano. 
Il gruppo familiare  era costituito, oltre al capofamiglia  Vincent,  dalla moglie Ana Cayany (muger) e dai figli (hijos) Pasqual di anni 21, Antiogo di anni 18, Mauro di anni 17, Joseph di anni 16.
Da questo dato in via orientativa si può desumere  la nascita di Vincent  intorno al 1715-1720.
Sull'attività di Vincent sappiamo poco ma il solo fatto che a lui sia intitolato un vicinato testimonia la sua influenza sociale nella comunità tonarese.
Si tratta evidentemente di un nucleo un pò anomalo nel quadro delle famiglie presenti nella seconda metà del 1700 nel rione di Toneri che nel 1775 conta 663 residenti.

Si osserva in  particolare che, mentre  il cognome Cocco è presente in numerosi nuclei familiari del rione, il cognome Cayany giunge a Tonara  con tutta probabilità  da altri comuni della Sardegna, essendo presente solo nel nucleo familiare della moglie di Vincent.  

Nei censimenti parrocchiali relativi al 1798, al 1811  è indicato il percorso del  nucleo Cocco- Cayany. 
Nel suo evolversi la famiglia  si sposta progressivamente dalla originaria localizzazione per allocarsi in altre parti del rione Toneri e con tutta probabilità  negli altri rioni di Tonara.
  nel 1829 come si evince dal relativo censimento,  il nucleo familiare Cocco non è tuttavia più presente  nel vicinato che aveva preso nome dal capostipite Vincent.
Lo si può osservare meglio dalla la vicenda familiare  dei figli   figli di Vincent.
 Mauro, nato nel 1748,  nel  1798 risulta già unito in matrimonio con  Juana (Giovanna) Zucca,  dalla quale ha avuto i figli Pasquala e Vincenti, quest'ultimo con il nome del nonno, come nella tradizione familiare.










Nel 1811 nel  suo nucleo     sono indicati anche i figli  Maria Antonia di anni 14 e Antonio Maria di anni 8 ma lui non risulta più inserito  perchè nel frattempo   deceduto. Juanna Zucca è indicata come Viuda (vedova).


Nel censimento parrocchiale del 1829 si può osservare che Maria Antonia figlia di Mauro è domiciliata nel vicinato di Maria Prà, Antonio Maria in Pratza Manna, Vincenti (Giovanni Vincenzo) in Barigau, Pasquala non  compare.
Antiogo Cocco, pronipote di Vincente risulta domiciliato in vicinato Craccalasi Cazolaghedu.
Franesco Cocco altro nipote di Vincent (figlio di Pasquale Cocco e Birgita Manca) risulta domiciliato in vicinato Maria Prà.




sabato 18 aprile 2020

Monsignor Antonio Raimondo Tore - Un vescovo e il suo territorio di Cecilia Tasca

Un vescovo e il suo territorio: la figura e l’opera di Antonio Raimondo Tore (1781-1840) 
di CECILIA TASCA
1. Premessa In seguito al trasferimento di Mons. Giuseppe Stanislao Paradiso presso la diocesi di Ampurias e Tempio nel 1822  , la diocesi di Ales-Terralba rimase vacante per un lungo periodo  , durante il quale, a breve distanza l’uno dall’altro, furono nominati due vicari capitolari: il teologo Luigi Serpi, nativo di Gonnosfanadiga (2 luglio 1822), e il teologo canonico Luigi Spiga, nativo di Collinas (14 novembre 1823). Dopo cinque anni di vacanza, il 28 gennaio 1828 fu consacrato vescovo della diocesi, a soli 46 anni, mons. Antonio Raimondo Tore . 1 Paradiso Giuseppe Stanislao, in G. Chiosso, R. Sani (a cura di), Dizionario Biografico dell’Educazione 1800-2000, Editrice Bibliografica, Milano 2013, vol. II, pp. 285-286; cfr. (consultato il 12 dicembre 2015), sub voce. 2 Cfr. P. Martini, Storia ecclesiastica di Sardegna, vol. III, Stamperia reale, Cagliari 1840, pp. 275, 359-367; D. Filia, La Sardegna Cristiana, vol. III, Tipografia Ubaldo Satta, Sassari 1929, pp. 285, 322-324; D. Scano, Codice Diplomatico delle relazioni fra la Santa Sede e la Sardegna, vol. II, Arti Grafiche B.C.T., Cagliari 1941; P.M. Cossu, Fasti e falsi della Diocesi di Usellus: note storico critiche, Scuola Tipografica Arborea, Oristano 1945, p. 82; G. Sorgia, I vescovi della diocesi di Ales (1503-1866). Nota, in Diocesi di Ales-Usellus-Terralba. Aspetti e valori, Fossataro, Cagliari 1975, pp. 271-286, oggi in (consultato il 12 dicembre 2015); R. Turtas, Storia della Chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila, Città Nuova, Roma 1999. Si rimanda inoltre alla voce Ales, Diocesi, in S. Naitza, C. Tasca, G. Masia La mappa Archivistica della Sardegna, Marmilla, vol. 2/1, Regione Autonoma della Sardegna, Cagliari, 2004, pp. 25-30. 3 D. Filia, La Sardegna Cristiana cit., p. 285; cfr., inoltre, (consultato il 12 dicembre 2015). 60 2. La figura Antonio Raimondo Tore nacque a Tonara il 21 dicembre 1781 dal medico chirurgo Giovanni e da Anna Cabras, nipote dell’avvocato Vincenzo Cabras che partecipò ai moti rivoluzionari del 17944 . Il giovane Raimondo ricevette i primi insegnamenti di latino dal proprio parroco, dott. Michele Porru, e, all’età di 9 anni, fu condotto a Cagliari dove compì i due anni di ginnasio superiore, fece in altri due anni gli studi liceali e, dopo quattro anni, conseguì la laurea in teologia. Non potendo essere ordinato sacerdote prima dei 22 anni di età, Antonio Raimondo passò cinque anni occupato nella sacra predicazione, a cui era stato autorizzato, e in cui si dimostrò pari ai migliori predicatori del regno, tanto che fu scelto per esporre l’elogio funebre della regina Maria Adelaide nel 1802, come anche, molti anni dopo, ebbe l’incarico di recitare l’elogio funebre di Carlo Emanuele IV nel 1819 e quello di Vittorio Emanuele I nel 18245 . Celebrata nel 1805 la sua prima Messa, fu vicario parrocchiale di Atzara sino al 1808; parroco e vicario foraneo di Ari- 4 Cfr. B. Anatra, voce Cabras Vincenzo, in Dizionario biografico degli italiani, 15, 1972, (DizionarioBiografico) (consultato il 12 dicembre 2016); A. Cabras, Vincenzo Cabras, in (consultato il 12 dicembre 2015). 5 R. Bonu, Mons. Antonio Raimondo Tore, «Tonara», 1948, in (consultato il 12 dicembre 2015). Cfr. inoltre Rassegna storica del Risorgimento, Biblioteca Universitaria di Cagliari, p. 239, in (consultato il 12 dicembre 2015): elogio funebre del re Vittorio Emanuele I, recitato nella chiesa cattedrale di Oristano il 4 marzo 1824 dal canonico Antonio Raimondo Tore, vicario capitolare della Diocesi; si tratta probabilmente dell’abbozzo originale con diverse correzioni e cancellature (G. 4, 1 bis, 6 ter). 61 tzo sino a 1814 e parroco di Sorgono sino al 18206 , anno in cui fu nominato canonico teologale dall’arcivescovo di Oristano mons. Giovanni Antioco Azzei. Alla morte di quest’ultimo, il 14 dicembre 1821, il canonico Tore fu eletto vicario capitolare, «ufficio che esplicò con grande zelo» 7 . L’8 settembre 1827 il Capitolo di Ales ebbe notizia della sua nomina a vescovo della diocesi attraverso una lettera in cui egli stesso dispensava i canonici dal fargli visita e dall’apostrofarlo con la tradizionale arringa8 . Il 23 settembre, il Capitolo di Ales gli rispose accettando la dispensa e congratulandosi per la sua nomina, con espressioni di ossequio e di vivissimi auguri9 . L’11 marzo 1828 mons. Tore ebbe la solenne preconizzazione concistoriale10, e due mesi dopo, il 25 maggio, fu consacrato in Bosa da mons. Francesco Maria Tola. Il 4 giugno 1828 faceva il suo ingresso solenne in Ales11 . 6 Diocesi di Ales-Terralba, Memorie del passato. Appunti di storia diocesana di Mons. Severino Tomasi pubblicati su Nuovo Cammino dal marzo 1954 al gennaio 1960 (di seguito Memorie del passato), vol. I, Carta Bianca, Villacidro 1997, pp. 153-154. 7 A. Tore, Lettera circolare ai fedeli di Oristano, per il S. Giubileo, Cagliari 1826; Epistola ad clerum et populum dioec. Usellensis et Terralbensis, Tip. Reg., Cagliari 1828. 8 AS Ca, Regia Segreteria di Stato e di Guerra, Serie II (di seguito AS Ca, SS II s), vol. 435 (Regie nomine di Arcivescovi e Vescovi, 1791-1848), 61, I, 9 settembre 1827. Corrispondenza sullo stato dei fondi della vacante Mitra di Ales, e ivi, 61, II, 15 settembre 1827. Mons. Tore ringrazia per la nomina al R. economo della vacante di Ales. Per i fondi archivistici cfr. F. Loddo Canepa, Inventario della Segreteria di Stato e di Guerra dell’Archivio di Stato di Cagliari, Società nazionale per la storia del Risorgimento italiano, Roma 1934. 9 AS Ca, SS II s, vol. 451 (Regie nomine di Arcivescovi e Vescovi, 1791-1848), 17, XXIII, 8 novembre 1828, Nomina dell’Arcivescovo Bua e Tore, e ivi, vol. 435, 14 novembre 1827, Mons. Tore informa il Randacci della sua nomina. 10 Ivi, 17, XLVIII, 11 marzo 1828, Preconizzazione al Vescovo di Ales. 11 D. Filia, La Sardegna Cristiana cit., p. 285. 62 3. L’opera Poche settimane dopo, il nuovo vescovo si trasferì a Villacidro, come consueto, per la stagione estiva e autunnale; e da quel palazzo, mentre si preparava alla sua prima Visita pastorale, scriveva frequenti lettere per dare alla diocesi il vigoroso impulso del suo governo. Il 4 luglio esortava il clero a versare sollecitamente i donativi dovuti al regio governo; il 20 agosto invitava clero e popolo a contribuire per la fondazione di un ‘Collegio Generale’ in Cagliari; il 1° gennaio 1829 scriveva un’altra lettera ai fedeli della diocesi perché contribuissero generosamente per la costruzione della ‘strada massima’ della Sardegna, che dalla piazza Carlo Felice di Cagliari doveva arrivare fino a Sassari12 . Oltre allo spirito di collaborazione con l’autorità civile per il benessere materiale dell’isola, mons. Tore esplicava, contemporaneamente, le sue premure per il progresso spirituale della diocesi, come ebbe modo di fare anche nella Sacra visita, iniziata a Villacidro il 5 novembre, proseguita a Gonnosfanadiga, Fluminimaggiore, Arbus, Guspini, Pabillonis entro dicembre dello stesso anno, ma conclusa nelle restanti parrocchie solamente alla fine del successivo mese di maggio13 . Nonostante la salute malferma, mons. Tore teneva sempre vigile la sua attenzione «agli interessi soprannaturali delle anime, e provvedeva con ogni diligenza alla perfetta disciplina del suo clero». Quando egli giunse, trovò in diocesi centocinquanta sacerdoti. Soltanto in Ales ve ne erano trenta: diciotto canonici e dodici beneficiati. Il Seminario aveva per preside il canonico Antioco Ibba di Ales, per economo il beneficiato Francesco Secchi di Mogoro, per professore di Filosofia e Teologia il teologo Francesco Frongia di Samugheo, per insegnante di Sintas- 12 Memorie del passato cit., p. 155. 13 Archivio Storico Diocesano di Ales (di seguito ASDA), Archivio del Capitolo della Cattedrale (di seguito ACCAL), Visite Pastorali, 3/19, Circolari del 15 novembre 1828 e del 24 e 31 marzo 1829. 63 si il chierico Pasquale Concu di Arcidano, per maestro elementare il chierico Alessio Floris di Oristano, incardinato ad Ales. Gli alunni del Seminario erano undici. Il decano del Capitolo era il nobile don Cosimo Cao di Cagliari. Il cancelliere vescovile non era un sacerdote, ma un pubblico notaio, Raimondo Soru di Pau; il vicecancelliere, detto applicato, era un altro secolare: il notaio Michele Figus di Morgongiori. Con parola franca e senza sottintesi, mons. Tore diceva a tutti, e molto più ai suoi sacerdoti, ciò che sentiva nell’animo. In tempi in cui si solevano fare tre anni di Teologia o anche soltanto due, egli scriveva al chierico Francesco Moi che non gli poteva conferire i sacri Ordini senza conoscerlo, se voleva essere ordinato avrebbe, perciò, dovuto compiere un quarto anno di Teologia ad Ales. Al parroco di Arbus, Sisinnio Massenti di Sardara, rimproverava di non aver mandato un sacerdote a celebrare la Messa a Santadi. E in quello stesso anno mandava la scomunica da pubblicarsi in chiesa ad Arbus, perché nella notte precedente al 16 ottobre 1833, alcuni ladri, rompendo la serratura della sagrestia, avevano rubato la grande artistica lampada d’argento14 . Di tutte le attività delle parrocchie mons. Tore voleva essere messo al corrente, e a tempo opportuno non mancava di intervenire per dare le sue direttive; era inoltre molto geloso dell’onore e del decoro dei suoi sacerdoti. Al rev. Antioco Efisio Casu, che in Mogoro aveva dato una porzione della sua casa in affitto a un taverniere con relativa bottega, mons. Tore scrisse il 25 febbraio 1830 che si recasse al Convento di San Gavino e vi stesse in raccoglimento fino a suo nuovo ordine. Il 1° gennaio 1832 spedì, da affiggersi nelle sagrestie parrocchiali, il seguente decreto: Incorreranno nella sospensione a divinis ipso facto i sacerdoti nei seguenti casi: 14 Memorie del passato cit., pp. 191-192. 64 – Se avanti di celebrare la prima Messa del mattino festivo non abbiano recitato col popolo il credo, il Padre Nostro, i comandamenti di Dio e della Chiesa, i sette sacramenti e gli Atti di Fede, Speranza, Carità e Contrizione. – Se, camminando entro il paese, il sacerdote non sia vestito dell’abito talare e se fuori del paese, andando anche a cavallo, non porterà il capello proprio dei sacerdoti con le falde piegate a triangolo. – Se ardirà con la zappa o con l’aratro o con qualsiasi strumento agricolo lavorare il campo o la vigna. Gli sarà permesso soltanto usare le forbici o il potatoio per tagliare i rami inutili degli alberi nel giardino. – Se entro lo spazio di ventiquattro ore non avrà passato a registro, con tutte le particolarità da annotarsi, i nomi dei bambini che avrà battezzato, o dei matrimoni a cui avrà assistito, o dei defunti che avrà accompagnato alla sepoltura. – La stessa sospensione incorrerà il Parroco che dal 2 gennaio entro la domenica precedente alla Quaresima non abbia preparato il Registro di anagrafe, ossia Stato d’Anime del nuovo anno, o che entro la terza domenica dopo la Pasqua abbia trascurato di riferire al Vescovo i nomi di coloro che hanno tralasciato di adempiere all’obbligo Pasquale. – Dato in Villacidro 1° gennaio 1832. Antonio Raimondo Vescovo15 . 4. Il Seminario Tridentino Una delle cure più attente fu quella che mons. Tore rivolse al Seminario. Non era ancora passato un anno dal suo ingresso in Ales quando, l’11 aprile 1829, scriveva al cav. Giuseppe Manno, suo amico: Caro Manno, il nostro Seminario ha bisogno di un ampliamento dei locali, per poter ricevere i nuovi allievi; e bisogna anche 15 Ibidem. 65 crescere il numero dei maestri. Credereste Voi che in un Seminario Tridentino non vi sia destinato un Direttore Spirituale e non vi sia neppure una Cappella Domestica, tanto da dover mandare ogni giorno gli alunni in Cattedrale per ascoltar Messa? Eppure in Ales è proprio così16 . Al recente edificio di pianta rettangolare (fabbricato negli anni 1825-1826) non era stata ancora aggiunta la parte contenente la cappella con sottostante refettorio e con soprastante sala di studio. Ed erano questi gli ampliamenti a cui mons. Tore aspirava17. Intanto egli volle subito una cappella, ricavandola, pare, da una delle camere già esistenti. Il 6 luglio 1831scriveva una lettera al canonico Antioco Ibba, preside del Seminario, compiacendosi perché «si stanno dando le tinte alla cappella del Seminario e si sta abbellendo la statua di San Luigi Gonzaga, in onore del quale ogni anno, d’ora innanzi, in Seminario si farà la festa, ed un chierico di teologia terrà il panegirico». Lo stesso giorno inviava una lettera al sacerdote Giuseppe Scano Piano e gli dava l’incarico di direttore spirituale dell’Istituto, impegnandosi a trovare ogni mezzo per rinforzarne le finanze, come si evince da un suo scritto del successivo 28 luglio: Fin dai primi di gennaio del presente anno ho presentato a Sua maestà il re il mio progetto per un accrescimento di dotazione al mio Seminario Tridentino di Ales, per lo scopo di potervi accettare il numero di ventiquattro alunni e potervi collocare dei valenti precettori, che li istruiscano nelle divine ed umane scienze. Per l’accrescimento della dote del Seminario proposi al Sovrano in primo luogo l’applicazione per dieci anni dei frutti decimali della Rettoria di Gonnoscodina, ora vacante per la morte del Rettore Francesco Atzori, avvenuta nell’anno 1827: applicazione che si comincerà dai frutti del 1830, perché 16 Ivi, pp. 188-189. 17 AS Ca, SS II s, vol. 486 (Seminari Tridentini), 1760-1840. Seminario Tridentino di Ales, 1827. 66 quelli del 1828 e 1829 furono applicati al Regio Monte di Riscatto. E per Gonnoscodina proposi al Re che durante dieci anni si potrebbe nominare alla Parrocchia un Vicario, dotato bensì delle qualità necessarie, al quale si assegnerebbe per congrua la quarta parte delle decime, nella forma che sogliono averla i vicari delle altre parrocchie della diocesi di Usellus, essendo altra l’usanza della diocesi di Terralba. Il re diede il suo consenso e il papa approvò il progetto: e così al Seminario furono concessi per dieci anni i tre quarti delle decime di Gonnoscodina18 . Trovare i mezzi anche per l’ampliamento dell’edificio nuovo si rendeva tanto più necessario, in quanto era crollata la parte del Seminario vecchio (quello iniziato nel 1703 da Mons. Francesco Masones y Nin, poco distante dall’abside della cattedrale)19 e non si potevano più avere neppure le camerette dei Superiori. Scriveva infatti mons. Tore al preside don Emanuele Orrù il 16 febbraio 1833: Era così preveduto che quel Seminario doveva crollare. Muri vecchi: travi aggiunti nelle due stremità per le quali venivano infitti nei muri: tutto portava con sé il germe della distruzione di esso. Pensiamo ora al pericolo del momento: il Rev. Figus 18 Ivi, 1827. Vacante di Ales. 19 Inaugurato il 14 maggio 1703, il Seminario ospitava inizialmente sei alunni. Si resse attraverso le rette dei seminaristi e la tassa dell’1% applicata su tutti i benefici diocesani; fu inoltre dotato di un regolamento, dato alle stampe dalla tipografia di San Domenico di Cagliari (Constituciones del Seminario de S. Pedro, Caller 1703); cfr. P. Tola, Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna, vol. II, Tipografia Chirio e Mina, Torino 1838, p. 238. Si veda inoltre M.B. Lai, G. Usai, Monsignor Francesco Masones y Nin, note biografiche, in Monsignor Francesco Masones y Nin, Fondatore del Seminario di Oristano, Mostra documentaria (Seminario arcivescovile dell’Immacolata, Oristano 3-30 maggio 2007, 7 dicembre 2008-28 febbraio 2009), Scuola sarda Editrice, Cagliari 2009, pp. 13-44, 15. 67 può star bene in casa sua, così pure il Rev. Scano, a meno che non preferiscano ritirarsi tutti insieme con Lei in Episcopio. Le decime di Gonnoscodina furono girate da mons. Tore a un negoziante di Cagliari, col patto che versasse, complessivamente, 4.000 scudi, di cui metà anticipati, e si prendesse la cura di esigere le decime per dieci anni. Il contratto fu steso in questi termini: Ales addì 11 marzo 1833. Con la presente scrittura il sottoscritto Vescovo di questa Diocesi di Ales per parte di questo Seminario Tridentino dà e concede a titolo e causa di appalto e per lo spazio di dieci anni da cominciare dal primo giorno dello scaduto mese di gennaio corrente anno e da terminare all’ultimo giorno di dicembre dell’anno 1842 tutti i frutti maggiori e minori, della prebenda e Rettoria vacante di Gonnoscodina, che apparterrebbero al Rettore e sono stati con Bolla pontificia applicati per dieci anni al Seminario Tridentino per lo scopo di fabbricarvi, in applicazione dei locali presenti, ed il sopraddetto Vescovo li dà al Signor Salvatore Rossi di Antonio negoziante della città di Cagliari per il prezzo e fitto, tra di loro di buon accordo convenuto, di scudi 400 annui, che per anni dieci formano la somma di 4000. Di questi però, per patto espresso, tra loro accordato, il suddetto negoziante Rossi si obbliga di pagarne anticipatamente, subito, scudi 2000 al sottoscritto Vescovo, onde metterlo in grado di principiare a fabbricare nel Seminario. E per i rimanenti duemila il detto sig. Rossi si obbliga di corrisponderli annualmente nella proporzione che spetta a ciascun anno, in due rate distinte, vale a dire nei primi di ciascun mese di giugno e di ciascun mese di dicembre. Antonio Tore Vescovo –Salvatore Rossi negoziante20 . I lavori di ampliamento furono iniziati subito, e il 5 ottobre 1833 mons. Tore così decretava: «il Preside Canonico Don Emanuele Orrù anticipi al capo muratore Mastro Giovanni Mura la somma che il Seminario dispone a conto dell’importare dell’Impresa del Seminario nuovo». 20 Memorie del passato, p. 189. 68 Ma prima ancora che il braccio fosse terminato, nuove preoccupazioni destava il fabbricato precedente, dove si erano verificate gravi lesioni; e il 14 maggio 1835 mons. Tore ebbe a scrivere di suo pugno in un registro del Seminario: I deputati del Seminario sono incaricati di chiedere i conti all’ex Preside Canonico Antonio Ibba; il che è tanto necessario in quest’anno, nel quale, dovendosi riattare il fabbricato dello stesso Seminario – che malamente costruito minaccia rovina – e dovendosi forse abbandonare per tornare al Seminario vecchio – per accomodare anche questo conviene riunire tutte le somme di denaro che si possono riunire. Nonostante il crollo del 1833, mons. Tore non si rassegnava ad abbandonare i locali del Seminario vecchio perché, come aveva scritto al Manno, voleva ricavarne una casa per esercizi spirituali. L’idea era buona «e dimostra quali nobili intenti avesse il pio Vescovo; ma l’edifizio non era idoneo e non poté cavarsene nulla»21. Tutte le cure dovevano ormai essere rivolte al Seminario nuovo: e nel gennaio 1837 mastro Giovanni Mura era ancora intento a quella fabbrica, i cui lavori non volgevano ancora al termine, neanche quando mons. Tore, ormai traslato a Cagliari, rimase amministratore apostolico della diocesi22 . 5. Le Scuole elementari e i Campisanti Negli anni 1832-1835, vincendo ogni resistenza e indugio, mons. Tore fondò in tutte le parrocchie della diocesi le Scuole elementari. Chiamate dapprima ‘Scuole Normali’, lo stesso re Carlo Felice, che ne desiderava l’istituzione, ne indicò il programma: «insegnare a leggere, scrivere e conteggiare; dare 21 Ivi, p. 190. 22 D. Filia, La Sardegna Cristiana cit., p. 322. 69 istruzione sul modo di coltivare la terra; ed insegnare la dottrina cristiana»23 . Da Villacidro, in data 24 ottobre 1832, il vescovo emanò una lettera pastorale in cui, dopo aver opportunamente trasferito a nuova sede diversi sacerdoti, dettò le norme per l’istituzione delle Scuole Inferiori in ciascun paese della diocesi, e ordinò che non più tardi del 16 gennaio 1833 «l’insegnamento fosse dovunque in concreta e perfetta efficienza». A questo scopo nominò 41 maestri vescovili, uno per ogni parrocchia. Erano tutti giovani sacerdoti, maggiormente nei paesi più grossi e impegnativi, come Guspini, Mogoro, Gonnosfanadiga e San Gavino, dove egli destinò per maestri elementari giovani chierici; dove non poté avere chierici scelse dei giovani viceparroci, o qualche parroco giovane; rassegnandosi all’insegnamento di sacerdoti anziani soltanto nei paesi molto piccoli. Negli anni successivi alla fondazione delle Scuole, col moltiplicarsi delle classi e degli alunni furono aggiunti altri sacerdoti e, gradatamente, si accettò l’insegnamento di maestri laici, per i quali il comune prima, e poi il governo, garantirono la retribuzione24 . In quegli stessi anni, impegnato su più fronti contemporaneamente, mons. Tore risolse un altro annoso problema per la diocesi: la realizzazione dei Campisanti. Invero, che le sepolture dei defunti dovessero farsi in ‘Campi Santi’ fuori dell’abitato fu ordinato da mons. Tore già in una sua pastorale del 6 febbraio 1830. Una seconda lettera del 22 agosto successivo, inviata a tutti i parroci della diocesi, annunciava: Per ordine pervenutoci da Sua Eccellenza il Vice Re con dispaccio del 15 corrente, ordiniamo che nei villaggi, ove è già eretto il Campo Santo fuori della popolazione, si seppelliscano i 23 ASDA, ACCAL, Ordinarium 17/183, Corrispondenza Scuole normali della Diocesi (1835-36). 24 Ibidem. 70 cadaveri solamente in quello, senza distinzione di persone, comprensivi anche i sacerdoti. Lo stesso ordine egli reiterò con altra missiva del 3 settembre 1836. L’obbedienza a queste disposizioni si concluse, però, con molti ritardi, a causa della difficoltà di ottenere i terreni, e degli accordi che i parroci dovevano prendere con le autorità comunali25 . 6. La ‘fabbrica’ della chiesa di Terralba Non meno incisivo fu l’impegno che il vescovo Tore infuse nell’annosa ristrutturazione della chiesa di Terralba, i cui lavori, dapprima per la morte di mons. Paradiso (25 luglio 1822) e quindi del vicario Ignazio Botto (20 marzo 1825), furono ripetutamente interrotti, certamente per mancanza di denari. Il 1° gennaio 1826, il vicario capitolare nominava nuovo vicario di Terralba il canonico Giovanni Paderi di San Gavino. Era allora consuetudine che, sede vacante, le decime dei paesi di Mensa vescovile, nei primi due anni di vacanza fossero devolute all’Istituto caritativo dei Monti di Soccorso; negli anni successivi se ne conservava l’importo a favore del futuro vescovo, a meno che non si fosse ottenuto il permesso del re e l’indulto del papa per devolverlo alla fabbrica di una chiesa. Per Terralba questo indulto fu chiesto troppo tardi, quando già era imminente la nomina del nuovo vescovo. Perciò il papa Leone XII, avendo preconizzato a vescovo di Ales mons. Tore nel Concistoro del marzo 1828, nella Bolla del 28 marzo di quell’anno gli attribuiva le decime del 1824, 1826 e 1827, però con l’onere di versare ogni anno 300 scudi alla fabbrica della chiesa di Ter- 25 Ivi, Mons. Tore, Ordinarium, 17/184, Corrispondenza sulla creazione dei nuovi Campi Santi (1835-36). 71 ralba fino a totale rimborso delle decime stesse26 . Era perciò naturale che mons. Tore, dovendo tanto contribuire, avesse a cuore il completamento dell’edificio, e quando il vicario Paderi l’8 ottobre di quell’anno gli comunicò di aver organizzato le Roadie, facendo sapere che si sarebbe cominciato a lavorare subito, egli rispose, l’11 ottobre, approvando l’iniziativa e manifestando la sua fiducia che nella prossima primavera si sarebbe arrivati a fare tutto il tetto del corpo della chiesa. Ma il Paderi non doveva vedere compiuto questo lavoro: trasferitosi per ragioni di salute a San Gavino, vi morì pochi giorni dopo il suo arrivo, il 24 maggio 1829. Venne a sostituirlo, come vicario, il dottore in utroque rev. Ignazio Murgia di Guspini che fu parroco di Terralba fino al 1837 quando fu nominato parroco di Ales, e qui morì all’età di 40 anni, poco tempo dopo il suo arrivo, il 27 marzo 1837. Nel 1829 il Murgia, già segretario del vescovo, veniva mandato a Terralba appunto perché di fiducia di mons. Tore, per collaborare con lui al proseguimento della fabbrica; e il vescovo gli scriveva il 22 giugno facendogli i suoi auguri «ad multos annos». Vinte tutte le difficoltà e i ritardi, nel 1830 si lavorò tutto l’anno27. Nel corso dei lavori si cambiarono alcuni punti del progetto, come si evince dal collaudo dell’opera fatto il 27 aprile 1831. Vi furono, poi, le spese per i marmi, perché tutte le cappelle dovevano avere i loro altari e la loro balaustra. I contratti furono fatti col marmista genovese Francesco Cucciari, ma al momento delle consegne sorsero delle controversie, per cui si dovette andare in lite: la commissione della fabbrica si rifiutava di pagare perché mancavano diversi pezzi di marmo per il completamento delle balaustre; il marmista pretendeva il pagamento, perché la quantità del marmo era quella corrispondente al 26 AS Ca, SS II s, vol. 435, 17, LXI, 22 aprile 1828, Fabbrica per la Parrocchia di Terralba; ivi, vol. 497 (Nuove chiese. Ristaurazione delle medesime), Diocesi di Ales 1797-1841. 27 Ivi, vol. 497, Nuove chiese. 72 contratto. E si dovette venire a una transazione, riconoscendo che nelle cappelle erano state fatte delle varianti dopo che il marmista aveva già preso le misure del marmo. Deduciamo tutto ciò da una fitta corrispondenza: da Ales, il 1° maggio 1833, mons. Tore scriveva all’architetto Giovanni Basso: Il Signor Cucchiari è stato cortese di avvisarmi che, avendo finito la sua lite, è vicino a partire: in continente. Io gli ho scritto che lei gli avrebbe parlato sui pezzi di marmo che ha portato di meno per la barandilla di Terralba (…) Si ricordi dei danni che va a soffrire la mia chiesa di Lasplassas per non aver potuto ancora ottenere da lei il piacere di venire a collaudare quell’opera, che deve essere rimediata a spese dei muratori. Nella stessa data egli scriveva anche al sig. Cucchiari: Io non la credevo più in Sardegna, e perciò soltanto oggi scrivo al Signor Basso perché parli con lei riguardo i pezzi di marmo che mancarono per quella barandilla di Terralba; ed io le dico che, tornando a Genova esamini bene fino a qual punto mi può essere cortese per fare gli altari delle cinque cappelle ed il fonte battesimale di Terralba e l’altare per la chiesa di San Daniele di Gonnoscodina. Lei può ben comprendere che desidero avere altari eleganti28 . Da Cagliari, il 12 maggio 1833, il Cucchiari così rispondeva: Ho finito la mia lite con un taglio doloroso, ma che finalmente mi toglie ogni ulteriore fastidio. Permetta che le ricordi che non furono già mancati i pezzi di marmo per la chiesa di Terralba, bensì mancò l’identità nel sito in cui devono essere collocati da quando io presi le misure e formai il disegno. Perché il pavimento delle cappelle fu rialzato di un gradino di più. Perciò non mi sono adattato a rimediare questo mio difetto per 28 Memorie del passato, p. 230. 73 il tenuissimo prezzo di trenta “colonnati”, e consegnando i nuovi marmi in darsena a Cagliari. Ma li farò eseguire con la condizione accettata dal Signor Basso, di essere immediatamente pagato alla consegna che ne farò in Genova, restando il trasporto a suo carico29 . 7. La malattia Mons. Tore fu un vescovo giovane e di bella presenza, come può vedersi nel ritratto ancora oggi conservato nell’Aula Capitolare; fu attivo ed energico, ma di poca salute. Sano nei suoi primi 45 anni d’età «arrivò tuttavia all’episcopato già logoro di energie fisiche, per il troppo lavoro e per la mancanza di sonno e di nutrizione, a cui volontariamente si sottometteva» 30 . Il 6 aprile 1833, da Ales, così scriveva al sacerdote Giuseppe Maria Zucca di Baressa dimorante a Roma: «Scrivo dal letto, ove mi trovo da 13 giorni per rimediare al danno di un salasso fattomi ad un piede da un imperito flebotomo». Il 16 aprile comunicava al notaio Efisio Piras Meloni: «Sono inchiodato al letto dal lunedì di Passione». Quell’anno, infatti, non poté compiere le sacre funzioni della Settimana Santa, né il Pontificale di Pasqua, né la consacrazione degli Oli santi. Il 1° maggio 1833 comunicava al rettore di Aritzo don Vargiu: Sono ancora a letto in Ales: non è ancora rimarginata la piaga del mio piede, e nei quattro o cinque giorni in cui per qualche ora ho tentato di alzarmi, non potevo fermare il piede sul pavimento e mi si gonfiava tutta la gamba. Le disgrazie accadutemi nel solo giro di un mese sono così molteplici e tanto grandi, che non ve le posso spiegare. Sicuramente che mi trovo anche impacciato per non sapere dove passare l’estate e l’autunno. Non voglio rischiare la vita rimanendo in Ales – in Villacidro il palazzo è in via di restauro – e altro luogo di aria 29 Ivi, p. 231. 30 Ivi, p. 179. 74 buona nella Diocesi non ve n’è. Quindi se troverò qualche angolo in Villacidro stesso, ove possiamo stare tutta la famiglia, che è composta da diciassette persone, andrò lì, perché l’aria mi quadra; e sarebbe anche bene per sorvegliare la restaurazione del palazzo. Se questo non mi riuscirà, farò una divisione: dodici andranno lì, ed io con due preti e tre servitori andrò fuori diocesi; e se trovo casa in Laconi non andrò sicuramente al mio paese Tonara. Il 14 dello stesso mese annunciava al rettore di Tonara: «Io sono tuttora inabile a passeggiare sin anche dentro la stanza, dopo due mesi incirca dacché l’imperito flebotomo mi ha dato quella crudele stoccata; ed in questa settimana scorsa, vedendo che la piaga si esacerbava e andava a chiudersi il vuoto, ho chiamato Padre Atanagio Spedaliere, che mi assiste tuttora e che mi ha procurato nuovo scolo alla ferita con cerotti emollienti». Le cure della piaga non ottenevano buoni risultati, la guarigione andava a rilento e le condizioni generali del suo fisico apparivano preoccupanti. Il 22 maggio scriveva ancora al rettore di Aritzo: Io sono in letto e sotto la cura di Padre Atanagio. Egli mi fa sperare che fra poco potrò andare in Villacidro, per vedere i fatti miei. Ma anche andando lì, non posso dire che se vi farò permanenza per la state ed autunno, non avendo luogo ove abitare con un po’ di calma. Il 3 giugno comunicava al rettore di Guspini, Giuseppe Floris: «La mia piaga non è guarita, non ha scolo da quattro giorni; ma se mi alzo da letto, si gonfia nuovamente». L’11 giugno, infine, arrivato a Villacidro, informava il Rettore Vargiu di Aritzo: «Sono venuto parte a “tracca” e parte a carrozza, ma gli sbalzi della strada mi hanno pestato le ossa e mi hanno scosso tutto il fisico31 . 31 Ivi, p. 180. 75 A Villacidro, mons. Tore non trovò possibilità di soggiorno, essendo la casa in disordine per la presenza dei muratori; dovette allora trasferirsi a Tonara, suo paese natio. Ma proprio lì «trovò quelle febbri che aveva temuto poter contrarre ad Ales» 32 . Scriveva il 14 settembre 1833: Fui ammalato in casa mia, di febbri perniciose, dal 24 luglio all’ultimo di agosto. Io mi considero come morto fin dal 2 marzo, in cui caddi ammalato in Ales: risorto in luglio per poco tempo; son morto un’altra volta per una seconda malattia che ho fatto a Tonara, e risorgo gradatamente adesso. Non passò un anno, ed eccolo ancora gravemente ammalato. Il 1° ottobre 1834, infatti, così scriveva al teologo Agostino Floris, rettore di Uras: «Mi sono alzato da letto sabato scorso da una pericolosissima infermità di 19 giorni»33 . Tra i gravi danni che mons. Tore dice essergli accaduti nell’anno 1833 nel breve giro di un mese – precisamente nel mese di marzo – è da annoverarsi anche il crollo di una parte del palazzo vescovile di Villacidro. Il 20 novembre 1833 già si compiva il sesto mese dacché erano iniziati i restauri e in quella data egli scriveva al clero della diocesi gli esami di confessione non potranno tenersi, come altre volte in Villacidro, a causa del crollo che ha sofferto l’Episcopio, alla di cui restaurazione si sta lavorando da circa sei mesi. Non c’è rimasto locale ove poter dare alloggio ai nostri signori Esaminatori. Del resto una parte del palazzo era provvisoriamente affittata al signor Sogno di Villacidro; e in altra parte viveva, insieme con alcuni servitori, un sacerdote fiduciario del vescovo, il rev. Giuseppe Antonio Dessì, nativo di Tonara. 32 ASDA, ACCAL, Mons. Tore, Ordinarium, 17/185. 33 Memorie del passato cit., p. 180. 76 Mons. Tore, malato in Ales, scriveva fin dal 17 aprile al suo amico Antonio Orrù: «Dovendo fare grandi spese per rimediare al danno, sofferto nel palazzo di Villacidro, mi bisogna radunare tutte le somme che esistono presso i collettori delle decime a me spettanti». Intanto gli giungeva una lettera del rettore di Aritzo Don Vargiu: Intesi dire della caduta di una parte del palazzo di Villacidro e non lo credetti a motivo che mi pareva difficilissima una tale rovina, atteso il sito il fabbrico e il terreno e non so ancora comprendere come possa essere ciò accaduto né in qual parte. Comunque sia bisogna aver pazienza e Vostra Signoria ha un cuore superiore a qualunque avvenimento. Non potendo estivare in Villacidro, col risparmio che farà negli ospiti supplirà una parte della spesa per il riparo del palazzo. È vero che pensa di venire a Tonara? Il vescovo non era ancora in grado di muoversi per la piaga del piede; ma un po’ al tavolino, un po’ dal letto, scriveva ininterrottamente per assicurarsi che i lavori del palazzo «si progettassero con ogni avvedutezza e si eseguissero con ogni risparmio allo stesso tempo che con ogni miglior regola d’arte» 34 . Eppure, alla fine dell’anno, la ristrutturazione non era completata, e una nuova battuta d’arresto metteva a dura prova la sua pazienza. Lo desumiamo da quanto, il 10 dicembre, scriveva al decano Cosimo Cao: Sono immerso di nuovo in afflizione, perché Domenica, mentre eravamo a pranzo, è crollata quasi la metà del nuovo fabbricato che si stava ultimando alla parte del giardino, con pericolo che crollasse anche il muro vecchio del palazzo. Ma ne sono risentito anche nel fisico, tanto che non sono in istato da scriverle di pugno. 34 Ivi, p. 182. 77 Ciò nonostante, mons. Tore riprese il lavoro da capo. Nella primavera successiva i lavori furono finiti, e nell’estate 1834 il palazzo fu nuovamente abitabile. L’11 ottobre 1834, egli poteva finalmente annunciare che gli esami dei sacerdoti, per il rinnovo delle facoltà per le confessioni, si sarebbero tenuti nel rinnovato palazzo di Villacidro35 . 8. L’impegno per i Monti di soccorso Pur convalescente ma sempre cagionevole, mons. Tore non cessava da una continua attività. Con lettera pastorale dell’8 marzo 1834 indiceva la seconda Visita pastorale e preparava gli animi al Sinodo diocesano, già abbozzato, ma non portato a compimento. La stessa Visita, durante la quale egli si proponeva di recarsi in tutte le chiese, le scuole e i monti di Soccorso36, regolarmente iniziata il 10 aprile a Lunamatrona, non fu conclusa. Visitati i 18 villaggi ‘di dentro’ (Lunamatrona, Pauli Arbarei, Siddi, Ussaramanna, Baressa, Turri, Genuri, Usellus, Sini, Morgongiori, Setzu, Las Plassas, Mogoro, Masullas, Uras, Gonnosnò, Siris e Pompu), il programma prevedeva, il 2 giugno, il rientro a Villacidro per il riposo estivo, per poi riprendere dal successivo novembre, percorrendo l’itinerario di San Gavino, Sardara, Collinas, Villanova, Gonnostramatza, Gonnoscodina, Simala, Curcuris, Zeppara, Ollasta, Escovedu, Tuili e Ales, con riserva di inviare un delegato a visitare Baradili, Bannari, Pau e Arcidano. 35 Ivi, p. 187. 36 Per i quali si rimanda ai recenti lavori di C. Tasca, in particolare Monti granatici, frumentari e di soccorso nella Sardegna spagnola e sabauda: stato degli studi e nuove linee di ricerca, in F. Atzeni (a cura di), La ricerca come passione. Studi in onore di Lorenzo del Piano, Carocci, Roma 2014, pp. 221-248, e alla bibliografia ivi citata. Per un approfondimento sui Monti di Soccorso della Diocesi di Ales si veda anche R. Ibba, I monti granatici in Sardegna: l’esperienza della diocesi di Ales-Terralba, «Rivista di Storia dell’Agricoltura», 51, 2011, pp. 45-100. 78 Essendosi ammalato nel viaggio da Mogoro a Uras, con lettera del 26 maggio mons. Tore comunicò alla diocesi che doveva rientrare in sede, e modificare poi l’itinerario. La Visita pastorale non fu, però, mai terminata a motivo del suo trasferimento nell’archidiocesi di Cagliari a seguito del decesso di mons. Navoni, il 22 luglio 183637 . L’improvvisa malattia che lo colse nel pieno della Visita pastorale, non impedì a mons. Tore di emanare – per ciascuno dei 18 paesi ispezionati dal canonico Priamo Pisu, delegato speciale sopra i monti di Soccorso della diocesi – specifici provvedimenti che, racchiusi in un prezioso fascicolo di 42 carte suonano, oggi come allora, quale durissima condanna contro il «poco zelo» di quegli amministratori laici e religiosi che «mal interpretando il prescritto nei Regi Regolamenti dei Monti di Soccorso di questo regno, soprattutto quelli dei 4 settembre 1767, dei 22 agosto 1780, e del pregone 10 novembre 1818», erano incorsi in gravissimi «errori, frodi, abusi e mancamenti»38 . Ma considerando noi, che anche l’occhio più vigile delli amministratori può venire ingannato dalla furberia dei contribuenti vassalli, ne diamo più che a loro, a quelli la colpa (…) ci astenghiamo perciò di entrare in così malagevole e disgustoso esame39 .Il trasferimento alla Diocesi di Cagliari Il Filia ricorda, a questo proposito: «Avendovi rinunziato Mons. Bua, fu promosso alla primaziale sede Cagliaritana Don Antonio Tore Vescovo di Ales, di cui conservava l’amministrazione. Fece l’ingresso nel Duomo di Santa Cecilia il 2 agosto 1838, ma così logorato anzitempo da infermità che il suo compito si limitò a soffrire, e sospirare il Cielo. Fecondo sacrificio anche questo» 40 . Il Catalogus archiepiscoporum, su mons. Tore, fra l’altro dice: «Grandi cose ci speravamo dal suo zelo pastorale e dalla sua munificenza, ma dopo gli strazi di lunga infermità, che sopportò con grandissima pazienza, scambiò questa vita con quella immortale il 9 marzo 1840» 41 . Suo successore alla Chiesa di Cagliari fu nominato, nel 1842, don Emanuele Marongio Nurra, primo canonico turritano ad ascendere alla cattedra cagliaritana42 . Antonio Raimondo Tore morì a Cagliari a 59 anni, subito dopo aver avviato i lavori di ristrutturazione della Cattedrale, consistenti, in parte, nella «traslocazione della balaustrata ed accomodo della Cappella del re Martino» cui lavorò anche Gaetano Cima, come apprendiamo da una ricevuta rilasciata al Capitolo cagliaritano dal noto architetto, per Lire 190 e centesimi 1, in data 27 marzo 184043 . L’Archivio Capitolare di Ales conserva, fra gli atti dello «Spolio» di mons. Tore, gli inventari dei suoi effetti personali e della sua ingente biblioteca44; ma anche i preziosi elenchi dei 40 D. Filia, La Sardegna Cristiana cit., p. 322. 41 R. Bonu, Mons. Raimondo Tore, in (consultato il 12 dicembre 2015). 42 D. Filia, La Sardegna Cristiana cit., p. 324. 43 ASDA, ACCAL, Spoglio di Mons. Tore, 1/18 (1843). 44 Poi devoluta al Comune di Tonara; ivi, Catalogo dei libri del difunto Monsig. Tore. 80 paramenti e degli effetti di Cappella che, per effetto di una dichiarazione resa dallo stesso Tore il 29 dicembre 1839, «dovevano spettare alla Diocesi di Ales, perché acquistati da redditi di quel Vescovado»45 . Detti oggetti furono al centro di una accesa contestazione fra il vicario capitolare di Ales e i deputati del Capitolo di Cagliari, conclusasi di fatto solamente nella seduta del 26 luglio 184346 . Fra gli oggetti appartenuti a mons. Antonio Raimondo Tore, il nuovo Museo diocesano di Arte sacra di Ales espone una pregevole pianeta «in gros de Tours laminato, ondato e ricamato e il bel parato, costituito da una pianeta, due tonacelle e un piviale, realizzato nel 1860 dalla ditta Bertarelli di Milano in raso avorio ricamato in fili di seta policromi» 47 . 45 Ivi, Inventaro dell’argenteria e paramenti di Cappella. 46 Ivi, Acta episcoporum, Antonio Raimondo Tore, Inventario dei mobili e dell’argenteria di proprietà della cattedrale. 47 Il tesoro, intervento di Mons. Giovanni Dettori all’inaugurazione del Museo di Arte sacra della Diocesi di Ales, «Nuovo Cammino», n.14, 12 luglio 2009, (consultato il 12 dicembre 2

BARBAGIA MANDROLISAI.Scuola e territorio: Calo delle nascite e scarse risorse ci mortificano.

Fonte: 'ARBORENSE  12 | Numero: 34 | Domenica, 11 Ottobre 2026 Di Michela Zucca Barbagia. In tutto il territorio, dopo la serie di a...