venerdì 22 febbraio 2013

SONETE A DIONISU DAE BASTIANU BARRACCA (il mito di Dionisio in Sardegna)


Salemme in partu s’est intesa male
Zeus divinu t’at fatu naschire
e ses dae tando a oe e in s’avvenire
Dionisi Deus eternu immortale.

Totus t’invocant chi mandes signale
pro chi sa terra potzat produire
chi los accanses in s’issoro pedire
ti faghent donzi tipu’e festivale.

Brincant e ballant a longu e in tundu
isperantzosos chi torres a craru
in donzi logu pro su carrasegare.

Però tue ses de àteru mundu
e no intendes su lamentu amaru
e lassas totus in s’issoro isperare.

Tonara 13 freargiu 2013

BASTIANU BARRACCA

domenica 17 febbraio 2013

PAESAGGI INVERNALI SARDEGNA - GENNARGENTU




mercoledì 13 febbraio 2013

MANDRA OLISAI (mandrolisai)



Mandra Olisai


Atzara, Bidhusa o Mandra Olisai, Desulo, Lunissa, Ortueri, Samugheo, Sorgono, Ispasulè, Tonara, Toneri, Arasulè, Teliseri.

GIUDICATO DI ARBOREA - REGNU DE ARBOREA


JUDICAU DE ARBAREA

Barbaza de Brebhì o Meana
Brebhì, Aritzo, Meana, Gadone.

Barbaza de Ollollai
Austis, Crapedha, Fonne, Gabhoi, Lodine, Mamuzada, Ollollai, Ortzai, Oreade o orrui, Oleri, Obhodha, Teti, Tiana, Santu Pedru.

Barigadu o Frodonjanus
Allai, Ardaule, Bidonì, Busaki, Campeda, Frodonjanus, Lodhuo, Lorrai, Modhamene, Montisantu, Monti, Neoneli, Nughedu, Ossolo, Sorrai, Sorradile, Ula, Truskedu.

Bonurtzuli
Arbus, Bidhatzei, Bonurtzuli, Candella, Frumini, Funtanafenugu o de Urgho, Jenna, Gonnosfanadiga, Grutzu, Guspini, Marrubhiu, Monreale, Pabillois, Santuinju, Cidranu, Santupantaleu, Santajusta de Uta Passeris, Santamariaisakuas, Santudominu de Jaca, Sardara, Serdis, Serru, Tamis, Terrabha, Terrabha de Montes, Tabherna, Santamaria Tzuarbara Surradili, Uras, Urradili o Baratuli.

Campidanu Mayore o Crabhas
Piscobhiu, Arriora, Boatiri, Bosue o Boatzi, Crabhas, Donigala Fenughedu, Feurredha, Jipa, Massama, Nuraki, Nuraxialbu o Nura Crabha, Nuraxiniedhu, Senuski, Santumarcu, Santuidu Bidhalonga, Fununi o Santu Kirigu, Siamayori, Sinipule, Soasa, Sabharussa, Tharros, Tzedhiani, Tzrofoliu.

Campidanu Mirhis
Barigadu, Baulau, Bonacatu, Cracaxu, Mirhis, Narabhuya, Mirhis Pitzinnu, Santu Simeoni de Besala, Santueru, Santabrabara de Turre, Santamariabidharubhia, Seneghe, Sodhi, Ispinarbha, Trogatzus, Tramatza, Tunis, Urasa o Urasanna, Tzipiriu.

Mandra Olisai
Atzara, Bidhusa o Mandra Olisai, Desulo, Lunissa, Ortueri, Samugheo, Sorgono, Ispasulè, Tonara, Toneri, Arasulè, Teliseri.

Marmidha
Atzeni, Baradili, Baressa, Barumini, Cilixa, Forru, Jesturi, Ispratzas, Luamadrò, Pauli Arbarei, Urasare Piccinna o Urassaredha, Setzu, Sidhi, Sinis, Sitzamus, Tuirhi, Turri, Soramanna, Mara Arbarei, Bidhanoavorru, Bidhanoavranca, Janui.

Montis
Cracaxa, Gamussi o Gemusi, Gonnacodina, Gonnatramatza, Gotzua, Mraxini, Masudhas, Moguru, Mragaxori, Pardu, Pompu, Simabha, Siris, Suersuelo.

Usedhus
Abhas, Baini, Barumela, Crucuris, Domusdevuntana, Escobhedu, Figu, Gosanò, Ollasta, Pau, Usedhus, Tzebara.

Brabaxana o Balentza
Assou, Asui, Brabaxana, Balentza, Goni, Jenadas, Moguredha, Janoi, Laconi, Nuragus, Nureci, Nuradha, Seis, Ruinas, Coni.

Campidanu de Simaghis
Banjus, Simaghis Jossu, Crabhilis, Ollasta, Aristais, Pramas, Pramas de Ponti o Isca de su Ponti, Pasubonu, Santueruconjus, Conju, Santajusta, Siamanna, Siapicìa, Sibhì, Simaghis de Mraxani o Simaghis, Simaghis Santulianu, Sinis, Ispinarba, Bidhobrà.

Guilcer
Abasanta, Bidumayore, Boete, Bonoredhu, Busurtei, Domunoas Canales, Bilartzi, Guilicer, Lestincu, Lighei, Noni, Norbedhu, Noredai, Nurghidho, Orogono, Paule, Ruinas, Sedilo, Sedha, Sodhi, Sorradile, Suei, Tadasune, Urri, Uskei, Zuri.

Tia Antioga de Spasulè


tratto dal libro "Tonara" di Raimondo Bonu .

Nei primi decenni del 1600 gli abitanti di Spasulè (ricca borgata tra Sorgono ed Atzara) presero a disertare il loro paese per stabilirsi a Tonara, dove accrebbero l’incipiente borgata di Arasulè, che risultò composta dai più facoltosi pastori. Vi trasportarono anche i loro vasti diritti terrieri sui salti di Funtana `Ona fino a sud di Curadore; i loro lontani pronipoti inorgogliscono nel mostrare ai propri discendenti il vasto anfiteatro di terreni ereditati da Spasulè. Gli stessi emigrati, specialmente i parenti dei Demurtas e dei Flore, provvidero ad ingrandire la chiesetta di Santa Maria e a lasciare scritta sul legno, in un fregio dell'altare, il cognome Demurtas alla data 1617. E' di un anno prima l'iscrizione, ancora visibile fino a cinquant'anni fa, in una casa di Arasulè costruita da un pastore di Spasulè. " Questa casa, come scrive lo stesso Dr. Bonu, fu abitata per 35 anni, a cioè fino al 1905 dal Rettore Dott. Michele Porru. Successivamente appartenne alla famiglia del Sig. Giuseppe Loche ? Cartzina.

E' noto però che una delle famiglie superstiti di Spasulè, quella dei Cadeddu, si rifugiò invece ad Atzara. Anchenella Chiesa parrocchiale di Tonara si conservano ancora due pianete ed un piviale provenienti dalla Chiesa di San Giacomo di Spasulè.Si racconta anche al proposito che i vecchi di Atzara conobbero intorno al 1870 una vecchia ottantaquatrenne dal costume quasi uguale a quello di Samugheo; ella era nata quando la madre aveva 43 anni: la chiamavano Tia Antioga de Ispasulè, sebbene a Spasulè vi fosse nata solo la madre che mori in Atzara nel 1829, l'anno del passaggio del principe Carlo Alberto, all'età di 86 anni. Quest’ultima vecchia aveva abbandonato Spasulè all'eta di cinque anni (cioè verso il 1748) e diceva che circa sei persone vi si erano fermate ancora per trent'anni dopo l'emigrazione definitiva.

Lo spopolamento di Spasulè continuò progressivamentee fin dal luglio 1699 il Rettore Pietro Francesco Guirisy poteva sottoscrivere i conti della Confraternita di Santa Croce come Rettore "de la parroquial lglesia y mas de Tonara y annexa de Espasuley".

Tonara aveva allora hombres (uomini)737,mujeres (donne) 731, fuegos (focolari o famiglie) 318; Spasulè hombres 16, mujeres 15, fuegos 8. Trent'anni più tardi, nel censimento del 1728, Tonara aveva fuochi 445 e anime 1296; Spasulè risultava invece distrutto, anche se è probabile che per qualche decennio ancora vissero nel villaggio una decina di persone. La vita a Spasulè venne probabilmente resa impossibile a causa dell'isolamento o per qualche epidemia o per limiti nella capacità difensiva. Una costante tradizione dice che le due fonti dell'acqua potabile di Spasulè vennero avvelenate da un certo Murtinu Mannu, presunto ascendente della stirpe degli Urru di Sorgono. Ad ogni modo è certo che gli abitanti di Spasulè riconoscendo quale loro parroco quello di Tonara per la giurisdizione conferitagli canonicamente portarono a questo paese i diritti di proprietà del loro antico villaggio. Ma come scrive il Casalis, quando gli abitanti di Atzara, di Sorgono a di Samugheooccuparono quei territori, i tonaresi sentendosi inferiori contro tre paesi coalizzati si astennero dalla violenza e tentarono le vie legali per rivendicare i loro diritti. La lite andò naturalmente per le lunghe a poi ad un certo punto, quando tutto sembrava evolvere al meglio per i tonaresi, cessò improvvisamente e si sospetta, come documenta lo stesso Casalis, che gli abitanti di Samugheo, di Sorgono ed Atzara avessero corrotto quei tonaresi che nel paese avevano maggiore influenza. Equesto fatto ormai sembra anche storicamente acquisito. La maggior parte dei terreni di Spasulè vennero quindi ceduti in conduzione o locazione agli abitanti dei tre paesi rivali; ma la locazione temporanea degenerò in proprietà abusiva.

Il nome Spasulè, o meglio Hispasulè, rivela l’origine semitica della parola e quanto al significato potrebbe ricollegarsi con il nome semitico Hispania (terra nascosta o "terra dei tesori nascosti", per evidente allusione alle sue miniere note nell'antichità) e potrebbe significare "terra principe nascosta" o semplicemente "terra fertilissima". Il primo atto ufficiale che ricorda il villaggio di Spasulèè l’atto di pace stipulato tra il Re Don Giovanni d'Aragona e la Giudicessa Eleonora d'Arborea, il 24 gennaio 1388. Del villaggio di Spasulè rimane oggi soltanto qualche brandello di muro diroccato, nascosto tra i rovi. La Chiesa invece è stata ricostruita, tra l'altro in maniera molto accurata, dal Comune di Sorgono.

CARATZAS DE OTHANA

SA FILONZANA - CARRASEGARE DE OTTANA - BOES E MERDULES


SA FILONZANA
Tra le figure più temute del carnevale ottanese, c'e “sa filonzana” rappresentata dalla
maschera tragica di un viso sofferente, e le sembianze di un' anziana, arzilla donna, che
porta con sé Il fuso legato ad un folo di lana, e indirizzata ad una determinata persona,
minaccia, con un paio di grosse forbici di tagliare il filo. Se ciò dovesse accadere,
significherebbe un terribile augurio, in quanto il filo di lana legato al fuso, rappresenta Il
legame alla vita, per questo la figura della “filonzana" e molto temuta e rispettata dalla
comunità.












BOES - CARRASEGARE DE OTTANA - BOES E MERDULES



BOES 
“boes”, vestono pelli di pecora integre di vello e portano in viso maschere realizzate in
legno di pero selvatico dette “carazzas de voe", che rappresentano animali bovini e sono muniti di corna. Portano in spalla un fitto grappolo di campanacci dette “sas sonazzas o su erru" disposto a semicerchio su una cinta di cuoio.











MERDULES - Carrasegare 2013 - Boes e Merdules - Ottana



MERDULES

Sos Boes e sos Merdules, sono tra i principali protagonisti del carnevale di Ottana,  Merdules indossano pelli di pecora (talvolta anche abiti femminili neri con il caratteristico
scialle), portano in viso maschere con sembianze umane costruite con legni di pero
selvatico, dette “carazzas del merdule", e non portano alcun campanaccio. Il “merdule”,
tiene con una mano l'estremità di una fune “sa socca" che viene legata al fianco del “boe”,
mentre con l'altra mano impugna un bastone o una fune di cuoio “su voette", usati per
sollecitare l'andatura dei boes, e per dominarne le continue e improvvise ribellioni.
















martedì 12 febbraio 2013

DIONISU DEUS DE S'ABBUNDANZIA



INTER SOS DEOS AS TENTU A MAMMA

A SALEME CHI CANDO AT MORTU

BABBU TOU, ZEUS ,T’AT POSTU  IN SA CAMA

E NASCHIDU SES CHE DEUS DE IMPORTU



TUE IN TERRA TENES GRANDU FAMA

PRO SU CHI DAS A SOS FRUTOS DE S’ORTU

PRO S’ARTE DIVINA E A SU PROCLAMA

CANDO TOTT’IND UNA SES RISORTU



ISCULTORES PITTORES E ARTISTAS
POETAS E FAMADOS ISCRITTORES

A TIE BRAMAN CUN SA MUSA E S’ARTE



TORRA IN VIDA  E PONEDI IN VISTA 

PRO CHI ABBUNDEN FRUTOS E LAORES

CA TUE SOLU TENES MANNA PARTE


TONARA 12 FREARGIU 2013

lunedì 11 febbraio 2013

Su Carrasegare in Sardigna - Su Battileddu - Lula - IL MITO DI DIONISIO


Su Battileddu - Lula



SOS ARCANOS DE DIONISIO- I misteri dionisiaci di Francesca Brezzi – Editori Riuniti (1997)


Culti dionisiaci - Misteri dionisiaci


 Con riferimento al Dioniso, dio dell'uva e del vino, nacquero tali culti misterici, che rientrano nell' ambito della religiosità greca, anche se il culto ha origini tragiche.
Il mito di Dioniso è uno dei più ricchi e complessi: secondo una narrazione era figlio di Semele e di Zeus, nato dalle ceneri della madre e portato sull'Olimpo da Zeus. Qui la gelosia di Era, moglie di Zeus, lo fece impazzire e da allora peregrinò nelle regioni dell'Africa e dell'Asia, seguito da satiri e menadi. In questo girovagare incontrò Arianna, abbandonata da Teseo, la sposò e ottenne per lei l'immortalità da Zeus. Infine giunse in Frigia dove la dea Cibele lo iniziò ai misteri.
Secondo un altro racconto, invece, Era, gelosa, incaricò i Titani di ucciderlo e, benché Dioniso si fosse tramutato in toro, quelli portarono a termine l'impresa, concludendola anche con un macabro pasto, ma alcuni resti furono raccolti da Apollo che li pose nel suo tempio a Delfi. Defunto, Dioniso scese agli inferi in cerca della madre Semele, la ricondusse sulla terra e poi sull'Olimpo.

Tutti questi miti della vita di Dioniso spiegano i caratteri della venerazione di questo dio e dei culti che a lui si richiamano. Innanzi tutto Dioniso è visto come dio liberatore dell'energia vitale, colui che torna dall'oltretomba alla vita. Inoltre la follia del dio era rivissuta attraverso l'ebbrezza come mistica esaltazione ed estasi: nelle cerimonie i seguaci (baccanti) addobbati con pelli di animali, incoronati con corone di pampini, danzavano e suonavano al ritmo del ditirambo e al grido di «eueu».
«L'estasi era considerata una sorta di preludio alla partecipazione del fedele allo spirito divino..., gli adoratori erano convinti infatti che "l'ossesso" fosse posseduto dal dio, come fa intendere il verboenthusiasmein, che significa essere posseduti dal dio». Un altro elemento del culto dionisiaco è l'omofagia, cioè il cibarsi di carni crude di animali, dilaniati a mani nude, anche in questo caso per ricordare la vita del dio e simboleggiare l'unione con lui.
Il culto dionisaco era presieduto da alcuni sacerdoti, tra cui il falloforo (portatore di fallo) era il sommo, e anche le donne avevano una grande rilevanza; per essere ammessi a tale culto era previsto un periodo di iniziazione che consisteva (come troviamo raffigurato nella Villa dei misteri di Pompei) in un banchetto, un battesimo e un'introduzione nel tempio.
Le feste dei culti dionisiaci o misteri dionisiaci erano numerose, legate principalmente all'inizio e al termine della vegetazione, in ricordo cioè della ciclica nascita e morte di Dioniso, per cui si celebravano le Grandi dionisie in primavera e le Piccole dionisie in inverno. Da queste ha origine la tragedia greca, la cui etimologia deriva proprio da «capro» (tragos), che veniva sacrificato come si è detto, e odia («canto»), e infatti il grande teatro di Atene, centro dell' arte tragica, era chiamato teatro di Dioniso.
Non va dimenticato che a causa dei caratteri orgiastici i misteri dionisiaci erano vietati a Roma nel periodo repubblicano; solo in età imperiale il divieto fu abolito e i misteri si diffusero in tutto l'Impero.

Tratto da: Dizionario delle Religioni di Francesca Brezzi – Editori Riuniti (1997)

Il mito di Dioniso in Sardegna - IL CARNEVALE SARDO - SU CARRASEGARE di Dolores Turchi


fonte:http://www.comune.cagliari.it/resources/cms/documents/ILCarnevaleSardo.pdf
Il carnevale sardo - Su carrasecare
(testi Prof.ssa Dolores Turchi)





Il carnevale che sopravvive all’interno dell’isola si presenta con tratti assai arcaici.

Non ha niente a che fare con i carnevali trasgressivi che comportano travestimenti e
capovolgimenti di ruoli. 

É un carnevale tragico e luttuoso, basato sul concetto di morte e rinascita, teso alla richiesta della pioggia e alla commemorazione di Dioniso, dio della vegetazione e dell’estasi, che ogni anno muore e rinasce nel ciclo naturale dell’eterno
ritorno. La parola carrasecare (carre de secare), con la quale si designa il carnevale
sardo, etimologicamente significa carne viva da smembrare. I seguaci di Dioniso infatti
laceravano capretti e torelli vivi per ricordare la morte del dio che era stato sbranato dai titani. Osservare le arcaiche maschere dell’interno della Sardegna, vestite di pelli, cariche di campanacci o di ossi animali, col volto annerito dal sughero bruciato o coperto da una
maschera nera, significa fare un tuffo nella preistoria. Mimano la passione e la morte di
Dioniso Mainoles, il cui nome in Sardegna si è corrotto in Maimone, nome che viene dato
genericamente a tutte le maschere. La cattura e la morte di Dioniso viene rappresentata
attraverso la cattura e la morte di una vittima sostitutiva.

Le maschere si muovono in una sorta di danza zoppicante che rappresenta lo squilibrio deambulatorio tipico delle feste dionisiache. Di questo culto è rimasta la gestualità, il ritmo, gli strumenti sonori e quelli agricoli che le maschere si portano dietro,
nonché il laccio per catturare la vittima e la soga con cui veniva legata. Questa vittima
viene generalmente presentata sottoforma di capro, toro, cervo, cinghiale, tutte ipostasi di Dioniso che sotto questi aspetti si manifestava. I carnevali tradizionali rappresentano tutti questo rito. Si differenziano da un paese all’altro perché ciascuno ha conservato un momento diverso di questa rappresentazione. Figure vestite a lutto piangono la morte del dio e con esso la fertilità che viene a mancare.Appaiono uomini col gabbano nero, il cappuccio calato sugli occhi, il volto annerito. Tutti segni di lutto profondo perché con la morte del dio muore, per un certo periodo, anche la fertilità della terra. Ci troviamo pertanto davanti ad un rito agrario antichissimo. Sono gli ultimi retaggi di un culto dionisiaco sopravvissuto a livello d’inconscio, le cui tracce sono però ancora evidenti.

Culto che un tempo era presente in tanti paesi dell’area mediterranea e che in Sardegna,
per quanto banalizzato e relegato nel carnevale, poté sopravvivere proprio perché era legato alle annate agrarie e allo spettro della siccità, che bisognava esorcizzare ripetendo il rito del Maimone. Ancora nel 1700, secondo le testimonianze del gesuita B. Licheri, tutte le maschere avevano le spalle cariche di ossi animali, anziché di campanacci, che agitavano ripetutamente perché dalle ossa si rigenera la vita. Dioniso era divinità agraria traco-frigia, antichissima, la più importante nel mondo agropastorale, come rivelano le tavolette in lineare B di Pilo e Micene. Probabilmente il suo culto penetrò in Sardegna intorno al XIV – XIII sec. a. C. nella forma più cruenta, non mitigato dalla religione orfica.

SU BATTILEDDU DE LULA - MASCHERAS SARDAS


Su Battileddu

 Cussa  de Lula est, a seguru, una de is  mascheras chi chi faede prus impressione. Tenet sa fatze prena de sàmene e niedda de zinzieddu e totu sa persona ammantada cun peddes de erbè. Inconca duos corros cun s'istogomo de una craba, mentras in brente, assuta de is sonagias, un istogomo de  boe prenu de sàmene, su cale, fatu fatu, benit istampau.
Su battileddu est sa vittima de su carrasegare. Accanta si movente is mascheras cun sa fatze innieddigada dae su tzintzieddu  chi ddu pugnent finas a dd'otziere.
Su battileddu ddu faente camminare in su carru. A sa fine però su battileddu torrat a naschire, circustantzia chi, segunnu medas, aiat a dimustrare comente sa maschera de Lula, comente su restu de is mascheras sardas, naschint  dae rituales Dionisiacos.
Su Battileddu, maschera ismentigada, est istetia recuperada in su 2001, e benit  rapresentada ancora oe .

Su  la maschera del Carnevale di Lula, è sicuramente una delle più impressionanti maschere del carnevale sardo. Ha il viso sporco di sangue e annerito dalla fuliggine e il corpo ricoperto di pelli di pecora e montone. Sul capo porta due corna fra le quali viene fissato uno stomaco di capra, mentre sulla pancia, sotto i campanacci, uno stomaco di bue riempito di sangue, che viene bucato di tanto in tanto. Su Battileddu è la vittima sacrificale del carnevale. Intorno a lui si muovono maschere dal volto nero che lo aggrediscono più volte fino a ucciderlo. Su Battileddu viene quindi fatto sfilare su un carro, ma alla fine risorgerà, caratteristica che secondo molti dimostrerebbe come anche la maschera di Lula, come la maggior parte delle maschere sarde, tragga origine dai riti Dionisiaci. Su Battileddu, dopo un periodo di oblio nel Novecento, è stato recuperato a partire dal 2001 e viene tuttora rappresentato.

Tonara calcio anni '50

venerdì 8 febbraio 2013

Il folletto di Tonara sfida i diavoli I cuori rossoblù sono tutti con lui


Il folletto di Tonara sfida i diavoliI cuori rossoblù sono tutti con lui

Il folletto di Tonara sfida i diavoli I cuori rossoblù sono tutti con luiMARCO SAU

Multimedia


L'Isola che cerca il riscatto anche attraverso lo sport si affida a Marco Sau. Il sogno - quello più ardito - è che il folletto di Tonara dia lezioni ai giganti crestati della formazione rossonera. Ieri i tifosi lo hanno abbracciato, insieme a Nainggolan, al Cagliari point. GUARDA LA FOTO GALLERY
I tifosi rossoblù, frustrati dalla vicenda stadio, affidano le speranze di rivalsa a Marco Sau. Lo sognano nei panni del vendicatore, implacabile anche al cospetto di El Shaarawy e Balotelli.
Lui non lo dice ma non sembra patire i complessi d'inferiorità. Lo ha mostrato sul campo. Gioca in serie A da soli cinque mesi, ma ha già mostrato di essere all'altezza del ruolo per cui già Ficcadenti lo aveva preparato. Ha segnato contro l'Inter (una doppietta), la Lazio e la Roma, proprio domenica scorsa. Prestazioni che hanno dato ragione a quanto il presidente Cellino aveva presagito quando la giovane promessa era tornata nell'Isola dopo il prestito alla Juve Stabia: "Quest'anno sarà lui la rivoluzione del Cagliari".

martedì 5 febbraio 2013

IL MITO DI DIONISIO IN SARDEGNA - PERCHE’ IL CARNEVALE SARDO E’ DIONISIACO (Bonaventura Licheri e le maschere del Settecento) di Dolores Turchi (2006)

TRATTO DA" Dolores Turchi da “Sardegna Mediterranea” n° 19, Aprile 2006, pagg. 3-10. "

 Già dagli anni Settanta avevo cominciato ad indagare sulle maschere sarde per com-prendere quale fosse la loro origine, e già da allora, dopo alcune ricerche sul campo, ero giunta alla conclusione che alla base dei carnevali tradizionali della Sardegna ci fosse un culto dionisiaco di cui si potevano ancora cogliere gli ultimi retaggi, per quanto banaliz-zati e replicati inconsciamente. Di questo culto restavano i segni attraverso la gestualità degli individui mascherati, l’abbigliamento, gli strumenti agricoli che si portavano dietro e sopratutto l’atteggiamento cupo e luttuoso, nonché la rappresentazione tragica di una morte e una rinascita simbo-liche. La chiave di lettura più evidente per la comprensione di questo lugubre rito mi ve-niva dalla linguistica che risolveva parecchi dubbi su alcune parole legate alle maschere isolane, come Maimone, Mamuthone, Orcu-Ocru, Urcu-Urtzu, Bovette, Zorzi, ecc., ma il se-gno più evidente lo ebbi analizzando il termine carrasecare. Nessuno fino ad allora aveva pensato al profondo significato di questa parola. Carrasecare, ovvero carre’e secare, nella lingua sarda ha un significato ben preciso, perchè il termine carre, diversamente da pe-tza, designa esclusivamente la carne viva ed in particolare carne umana. Pertanto la pa-rola carrasecare rimandava chiaramente all’antico rito dionisiaco che consisteva proprio nel lacerare la carne viva, nel dilaniare i capretti e torelli nati da poco per rendere omag-gio a quel dio bambino (su pitzinnu, come dicono a Bosa, dove il rito di smembramento è assai evidente) che era stato sbranato dai Titani. Quello stesso dio che da adulto si fa vit-tima e muore ogni anno per poi rinascere con la vegetazione. Queste analisi e numerosissime altre indagini legate a tradizioni, modi di dire, proverbi e leggende, mi portarono nel 1990 alla pubblicazione del libro “Maschere, miti e feste della Sardegna” (l’argomento era stato già anticipato un anno prima nella rivista “Sardigna An-tiga” n° 5, “Dentro un Mamuthone c’è Dioniso”). Libro che destò molto interesse in tutta Italia, ma anche all’Estero (“Máscaras tradiciona-les de la Cerdeña central”, 2004) tra le persone dotate di buona cultura e onestà intellet-tuale. Tuttavia, nonostante i consensi sempre più numerosi, mai come quest’anno ho let-to sui giornali sardi e udito alla Tv ripetere più volte che il nostro carnevale è un rito dionisiaco. La cosa non può che farmi piacere. Evidentemente ci vuole del tempo per convincersi. Mi fa meno piacere che ci siano dei profittatori che si appropriano delle teo-rie e delle ricerche altrui come se le avessero scoperte qualche mese fa. Per fortuna esi-ste un libro datato 1990 e il tempo rimette sempre a posto le cose. Mi preme subito informare i lettori che è stato da poco pubblicato un libro sul quale, in-direttamente, conferma appieno le mie teorie sul significato del carnevale nostrano. Tale libro contiene le poesie del gesuita Bonaventura Licheri, vissuto nel 1700. Un testimone oculare al di fuori di ogni sospetto. Il libro è intitolato “Deus ti salvet Maria” ed è stato cu-rato dallo scrittore Eliano Cossu (Ed. S’Alvure, Oristano 2005). Molte poesie in esso contenute sono veri e propri documenti sulla vita che si conduceva in Sardegna nel XVIII secolo e della tenace e appassionata predicazione che il gesuita piemontese Giovan Battista Vassallo faceva nel centro dell’isola per evangelizzare un po-polo in buona parte ancora pagano.
Tra i componimenti del Licheri, oltre alle tante poesie a carattere sacro, invero bellissime e molto spirituali, alcune delle quali già note al vasto pubblico, si trovano anche diverse poesie di importanza antropologica per il loro contenuto; tra queste la descrizione delle maschere carnevalesche di vari paesi sardi che dovunque replicano il loro rituale di mor-te. Questo materiale fu rivenuto nell’archivio del sacerdote Raimondo Bonu nel 2001 da Nicola Loi. Poichè una di queste poesie descriveva la maschera di Samugheo di cui mi ero occupata una decina di anni prima nella monografia dedicata a questo paese (D. Turchi, Samugheo, Newton Compton, Roma 1992), me ne fu inviata copia grazie alla liberalità di al-cuni amici. Naturalmente mi affrettai a pubblicare la notizia su questa rivista (D. Turchi, n° 10, Ottobre 2001), con l’aggiunta di una seconda poesia di cui mi fu data copia suc-
cessivamente. A voce mi era stato riferito che in quegli scritti si parlava anche delle ma-schere di altri paesi, ma non conoscendo il materiale non restava che attendere. Le due poesie in mio possesso erano comunque preziose, in quanto si trattava della te-stimonianza diretta di un gesuita del XVIII secolo che quelle maschere aveva visto opera-re con i propri occhi e condannare fermamente, con parole di fuoco, dal padre Vassallo che egli accompagnava durante l’evangelizzazione della Sardegna centrale. Ora che il materiale rinvenuto è stato pubblicato, trovo descritte oltre alle maschere di Samugheo anche quelle di Ortueri, Atzara, Austis, Mamoiada, Ottana, Cuglieri e Chere-mule. In alcuni di questi paesi non esistono più, in altri sono state riesumate in questi ultimi decenni. E’ molto interessante però sapere come operavano nel passato. Dai versi del Licheri si scopre che le maschere di tutti i paesi portavano sulle spalle non campanacci ma ossi di animali che agitavano provocando un suono cupo (faghen sonu ‘e matracas, scrive il Licheri). Questi ossi erano ovunque legati con pezzi di intestino fresco (non meraviglia pertanto la maschera di Lula, su Battileddu, che esibisce pezzi di interio-ra, come pure il fantoccio Juanne ‘e Martis di Mamoiada, che nascondeva delle interiora fresche). Per poter predicare contro questi riti cruenti che ancora si perpetuavano, il Vassallo, ac-compagnato dal Licheri, si recava nei vari paesi dell’interno sopratutto alla vigilia della festa di S. Antonio Abate o di San Sebastiano (dal 16 al 20 gennaio), quando tutti i pasto-ri tornavano in paese per effettuare, insieme ai contadini, il macabro rituale. Era l’occasione giusta per predicare l’evangelo e mostrare l’errore in cui cadevano cele-brando il loro rito in numen santu (nel nome del Signore), come viene ripetuto più volte in varie poesie. Ed è proprio perché tale rito veniva fatto in numen santu che il Vassallo si scaglia contro di loro minacciandoli di scomunica. Riporto alcuni brani alquanto significativi, tralasciando la descrizione delle maschere di Samugheo già riferita nel n° 10 di questa rivista. Per quanto riguarda le maschere di Ortueri il Licheri scrive: “...Pustis, tottu in cumbatta/ peri sos fogulones/ brincant sos maimones/ che un’inimigu./ Cun caratzas de ortigu/ matzocas e furcones,/ che diaulos ladrones/ insangrentados./ De ossos garrigados/ ligados in s’ischina/ a pedd’e istentina,/ unu delittu!/ Tottu custu conflittu/ fattu in numen santu/ est che paganu ispantu./ Iscomunigados!”. (Trad.: ...Dopo, intorno ai fuochi saltano maimones combattivi, come davanti a un nemico. Hanno maschere di sughe-ro, clave e forconi, come diavoli ladroni, insanguinati. Sono carichi di ossi legati alla schiena con pezzi d’intestino: un delitto! Tutta questa lotta fatta nel Santo nome, e sorprendentemente pagana. Siano scomunicati!). La descrizione ricorda molto da vicino quella fatta per le maschere di Samugheo. La cosa non meraviglia essendo i due paesi poco distanti tra loro e pertanto anche i costumi non dovevano discostarsi di molto. Le maschere di Atzara mostrano invece una particolarità: accompagnano il frastuono battendo tra loro due pietre. “Duas pedras in manu/ sonant sos penitentes,/ parene suferentes e atrudidos./ De peddes sunt bestidos, / carrigos de chisina,/ sa cara porporina/ che una gherra./ Forte sos pes in terra/ iscuden tott’umpare/ e los faghent sonare / che una matraca”. (trad.: I penitenti fanno suonare tra le mani due pietre, sembrano sofferenti e addolorati. Sono vestiti di pelli, cosparsi di cenere, con la facccia rossa (insanguinata ?) come in battaglia. Tutti insieme battono i piedi per terra e li fanno suo-nare come bàttole). Più circostanziata pare la descrizione delle maschere di Cheremule, non più esistenti: “Atundan in su fogu/ sos impeddados./ De peddes tramudados/ brincant, si leant a mossos, / e trinini sos ossos/ in sas ischinas:/ barras, costas cabrinas;/ passant su ‘inu cottu,/ bolant a unu fiottu,/ est una catza./ Fumadigu a caratza,/ i sas massiddas pintadas,/ in conca coas ligadas/ ant de matzone./ Cun fustes e furcones,/ foetes e matzocas/ faghent sonos de brocas,/ bochini s’urtzu. Ballat, paret iscurtzu,/ a boghes che una tzonca,/ duos corros in conca/ si ch’at ligadu”. (Trad.: Circondano il fuoco “sos impeddados”. Travestiti con pelli, saltano, si mordono, mentre sulle loro schiene stridono gli ossi: mandibole e coste caprine. Viene offerto il vino cotto e accorrono a frotte, è una caccia. Hanno fulig-gine per maschera, le guance dipinte e sulla testa portano legate code di volpe. Con bastoni e forconi, scudisci e clave producono suono di brocche, uccidono “s’urzu” che balla, sembra scalzo ed emette il grido dell’assiuolo. Porta due corna in testa).
La violenza del rito ed il massacro cui veniva sottoposta la vittima ne giustifica piena-mente la scomparsa prima delle altre maschere. Qui viene detto chiaramente che, oltre alla fuliggine, il volto era tinto anche di rosso, quasi certamente con sangue. In alcuni paesi si parla addirittura di volti insanguinati. Ancora diversa appare la descrizione delle maschere di Austis: “...E in su fogulone ballan sos colonganos.../ De ossos carrigados/ in palas a muntone,/ e frunzas de lidone/ ant pro caratza./ Sa peccadora ratza/ paret bestida a dolu,/ de dimo-nios su’olu/ in terra avallu. Tue, frade Vassallu,/ as su coro in suferta,/ ma cun s’anim’aperta/ in custu situ./ Chi su paganu ritu/ siat postu in abbandonu,/ sentenzias che unu tronu,/ che una rocca”. (trad.: Intorno al fuoco ballano “sos colonganos”... Hanno le spalle cariche di ossi e come maschera fronde di cor-bezzolo. Questa razza di peccatori sembra vestita a lutto; un volo di demoni avallato sulla terra! Tu, fratel Vassallo, pur essendo ben disposto, soffri in questo luogo. Che il rito pagano sia abbandonato!, sentenzi con voce tonante, fermo come una roccia). In quasi tutti i paesi, come qui ad Austis, le maschere pare si ricoprissero di con pelli di vario tipo. Oltre alla pelle caprina, presente ancora oggi, in tante località pare portassero anche pelli di volpe e di martora. Più che un’evoluzione nell’abbigliamento, è da presu-mere che le pelli di volpe e sopratutto di martora siano venute meno per la loro rarità e pertanto per la difficoltà di reperirle. Una novità risulta la maschera facciale di Austis. Secondo il Licheri, e non c’è da dubi-tarne le maschere di questo paese coprivano il volto con frasche di corbezzolo. Ignoriamo se l’usanza era estesa anche ai paesi vicini. Un’altra novità la scopriamo attraverso il tra-vestimento delle maschere di Cuglieri, anche queste non più esistenti: “... Brincant a lugh’e fogu/ sos cotzulados./ De peddes tramudados/ de igu e de murone,/ de craba e de matzone/ biancos che lizos./ Cun d’unu corru in chizos/ presu a pedde crua/ e sa garriga sua/ denant’è a pala./ Bessin dae dogn’ala/ cun cotzulas ligadas,/ andant’a iscutuladas/ a mod’issoro./ Terra chi paret oro/ giughene pro caratza,/ parent atera ratza/ in custu ballu”. (Trad.: Alla luce delle fiamme saltano “sos cotzulados”. Son travestiti con pelli di vitello e di muflone, di capra e di volpe, bianchi come i gigli, con un corno sulla fronte tenuto da pelle cruda e il carico (di ossi?) davanti e sulle spalle. Sbucano da ogni parte con conchiglie legate (alla vita?) e scuotono il corpo alla loro maniera. Per maschera, portano sul volto terra gialla. Sembrano appartenere a un’altra razza in questo ballo). Molto probabilmente per accrescere il frastuono, queste maschere si legavano, forse in-torno alla vita, numerose conchiglie (cotzulas) che scuotevano in continuazione. Inoltre il loro volto non è imbrattato di sangue o fuliggine, ma di argilla gialla. Sappiamo che an-che il giallo in Sardegna era considerato un colore luttuoso. In alcune località lo si è usa-to sino alla fine dell’Ottocento. La variazione e gli adattamenti avvenuti nel tempo li possiamo ben notare con le masche-re attualmente presenti. Descrivendo quelle di Mamoiada il Licheri afferma: “Pro Antoni sa ‘ia/ leamus de Mamujone,/ totus in orazione/ in numen santu./ ...Ballat to-tu sa zente/ a tundu, a lughe ‘e fogu,/ sa bellesa ‘e su logu,/ comunione./ Cun peddes de murone,/ de matzone e isbirru,/ brincant in dogni chirru/ sos garrigados./ Pro Antoni tra-mudados/ che unu malu inimigu,/ cun caratzas de ortigu/ unu conflittu./ Non timene su frittu/ faghen boghes de craba,/ a inghiriu pan’e saba,/ binu nieddu./ Barras de aineddu/ a garrigu in s’ischina/ ligadas a istentina/ sonan in costas./ A ischina ‘e pische postas,/ faghen sonu ‘e matraca e cun su corru ‘e s’acca/ arrepicadas./ Che animas dan-nadas/ sun pro frade Vassallu/ chi amonit su ballu,/ preiga fatta./ De s’urtzu sa cumbat-ta/ est de puntu paganu,/ pro santu cristianu/ no est permittidu./ Chi siat isperdidu/ su facher peccadore,/ ca pro Nostru Segnore/ est pagania”. (Trad.: Per la festa di S. Antonio ci avviamo verso Mamoiada, tutti in preghiera nel nome del Signore... La gente esegue il ballo tondo al chiarore delle fiamme, il luogo è bello e c’è armonia. Dovunque saltano “sos garrigados” con indosso pelli di muflone, di volpe e di martora. Travestiti per S. Antonio come malvagi nemici, simulano un conflitto, col volto coperto da maschere di sughero. Non temono il freddo, imitano il verso delle capre, mentre tutt’intorno viene offerto pane di sapa e vino nero. Hanno la schiena carica di mascelle di asinello tenute insieme da pezzi d’intestino, e le fanno suonare sulle costole. Sono sistemate a spina di pesce e producono il suono delle bàttole cui fa eco il suono del corno di vacca. Per fratel Vassallo sono simili ad anime dannate perciò, dopo la predica, ammonisce chi balla. Il combattimento con “S’Urtzu” appartiene alla religione pagana, perciò non è permesso che si faccia in onore di un santo cristiano. Che sia annullata questa azione peccaminosa, poiché per Nostro Signore è paganesimo).
Come si vede, anche il corteo di Mamoiada aveva la sua vittima: s’urtzu la chiama Liche-ri, s’urthu la chiamavano a Mamoiada. Questa figura è scomparsa da parecchi decenni, ma è ancora presente nella memoria di alcune persone anziane, come Cosimo Soddu (u-no dei veterani issohadores di Mamoiada), che ne parla in un’intervista a Natalino Piras nel 2003. La cosa non è del tutto nuova, visto che anche Pierina Moretti aveva individua-to questa figura non solo a Mamoiada, ma in moltissimi paesi della Sardegna (“La maschera dell’orso in Sardegna” 1963. L’autrice traduce il termine Orcu-Ocru-Urthu-Urtzu con orso, animale totalmente estraneo alla fauna sarda). Notiamo che alcune descrizioni si ripetono quasi uguali, ma questo è normale, giacchè nelle linee essenziali si ripete sempre lo stesso rito. Certamente l’intento del Licheri, quando scriveva queste poesie, non era quello di tramandare tradizioni folkloristiche ai posteri. Egli, ad anni di distanza, rievocando il tempo in cui accompagnava il Vassallo, intendeva esclusivamente esaltarne la tenacia e la forte tempra nella predicazione. Si av-verte da ogni componimento la grande ammirazione che nutriva verso il maestro per la sua vasta cultura e il sincero amore filiale che lo legava a lui. Ma nell’evidenziare la fermezza del Vassallo e la decisa condanna contro ogni forma di paganesimo superstite verso cui minacciava la scomunica, egli non può tralasciare di parlare delle maschere del centro Sardegna che in maniera evidentissima, in pieno Sette-cento, ancora replicavano i loro riti per un dio chiamato Maimone, di cui si ricordano an-cora le invocazioni per la richiesta della pioggia. Un dio del quale ogni anno si rappresen-tava la passione che aveva subito prima di morire, attraverso la passione che si infliggeva a una vittima umana che solo all’ultimo momento, prima di essere gettata sul rogo, veni-va sostituita da un fantoccio, spesso chiamato Zorzi (il fecondatore). Che questa vittima simboleggiasse una divinità pagana, il Vassallo lo sapeva e pertanto tutte le sue prediche fatte in gennaio, tra S. Antonio e S. Sebastiano, culminavano con la minaccia di scomunica verso coloro che, pur ritenendosi cristiani, ancora ricordavano questo dio (Dioniso Mainoles, divenuto col tempo Maimone) nelle loro esibizioni, osten-tando ossi di animali che, secondo la credenza, avrebbero dovuto rigenerare nuova vita. Un rito propiziatorio di fertilità che ricordava antiche usanze presenti persino tra i Celti, come quel dio Thor che dopo aver mangiato la carne dei suoi capri ne riunisce gli ossi e questi riprendono a vivere (S. Sturluson, Edda, a cura di G. Delfini, Milano 1975). Leggende antichis-sime, che partivano da rituali di caccia per poi strutturarsi in forme religiose. Sicuramente il Vassallo conosceva le prediche fatte contro i mascheramenti durante le calende di gennaio da diversi padri della Chiesa. Restano famose ancora oggi quelle at-tribuite a S. Agostino, il quale scriveva nel sermone 129 “Alcuni si vestono con pelli di pecora, altri si adattano sul capo teste di animali, felici ed esultanti se riescono a tra-sformarsi in forme bestiali, tanto da non sembrare più uomini” e nel sermone 130°, quasi simile al primo, aggiunge: “Si trasformano in forme bestiali per farsi simili al Dio e, resisi somiglianti, fanno un diabolico sacrificio”. Di quale dio parla? Non certo del dio dei cri-stiani. Dioniso era divinità traco-frigia, entrata tardi nella Grecia classica, ma ben conosciuto nel mondo cretese-miceneo. In Sardegna penetrò in tempi lontani, probabilmente attra-verso i Micenei, intorno al XIII-XIV secolo a.C. Quanto sia stata forte la loro penetrazione all’interno dell’isola lo dimostrano i numerosi templi a megaron che negli ultimi decenni sono venuti alla luce. C’è da credere pertanto che una forma di religione dionisiaca crete-se-micenea (si pensi al culto della bipenne in Sardegna) sia penetrata in tempi antichis-simi, non mediata dalla religione romana, benché anche Roma conoscesse il culto dioni-siaco, sopratutto nella forma 




bacchica. Basti pensare ai baccanali romani proibiti dal Senato nel 186 a.C.. Ma Roma conosceva anche Dioniso psicopompo, come attestano al-cuni sarcofagi ostiensi e romani che rappresentano scene bacchiche. Nel frammento di uno di questi, conservato nel Museo Vaticano, si nota la figura di un giovane che porta sul petto delle corregge incrociate. “Dalle corregge, specialmente dai loro punti d’incrocio, pendono campanelli in numero dispari, sette o nove, disposti a tre file... Le scene delle quali esso è parte rappresentano sempre pompe dionisiache, concepite in forma cora-le...”. Così scriveva Gennaro Pesce nel 1957, descrivendo tale sarcofago, con evidente as-sociazione alle maschere Sarde (G. Pesce, Sarcofagi romani di Sardegna, l’Erma, Roma 1957). Infatti le scene bacchiche scolpite sembrano auspicare la rinascita che segue alla morte. Di tali figure ho già trattato nel n° 10 di questa rivista.



La forma tragica e cruenta del culto dionisiaco superstite in Sardegna pare non sia stata sfiorata dalla religione orfica che lo aveva reso più mite in altre regioni, e questo ne deno-ta l’antichità. Nella nostra isola penetrò sicuramente in tempi assai lontani, nella forma più primitiva e selvaggia, e tale si mantenne per decine di secoli, se ancora il Licheri potè vederlo in un aspetto tanto cruento. Ai suoi tempi tutte le maschere portavano ancora un carico di ossi di animali sulle spal-le, con funzione apotropaica e rigenerativa che, agitati, “faghen sonu ‘e matraca”, produ-cevano quel rumore tipico delle bàtole, dei crotali e delle tabelle usate durante la Setti-mana Santa. Tale rumore, a Cuglieri, pare fosse intensificato dalle conchiglie che usavano i “cotzula-dos”. Anche le maschere degli altri paesi sono definite dal Licheri con nomi particolari. A Ortueri le chiama maimones, cioè col nome generico che si dà a tutte le maschere, ma ad Atzara le definisce “penitentes”. Questo termine, più che nome proprio, sembrerebbe un epiteto suggerito dall’accostamento alle confraternite dei penitenti, visto che, come que-sti, portano con sé delle pietre, non in segno di penitenza, ma per provocare un rumore sordo, battendole tra loro. Le maschere di Cheremule sono chiamate “sos impeddaos”, mentre quelli di Austis vengono dette “sos colonganos”, il cui termine ha più o meno lo stesso significato. Infatti la radice кόλος in greco significa pecorae il termine potrebbe es-sere usato per indicare quelli che si vestono da pecora. Ad Austis, Tiana, Teti e paesi vicini le maschere sono dette “is bestias de coli coli”. Ma кόλος ha anche il significato di colui che viene percosso, mutilato, che soffre e riceve danno, perciò entrambi i significati si addicono alla vittima del carnevale che in questi paesi è chiamato anche “coli coli”. Il termine che il Licheri usa per definire le maschere di Samugheo è “ossudos” che equivale a “garrigaos” con cui definisce quelle di Mamoiada le quali portano ugualmente un carico di ossi sulle spalle. Altra caratteristica che viene spesso messa in rilievo è la maschera di sughero (caratzas de ortigu), che sembrano por-tare quasi ovunque, tranne quelli che avevano il volto imbrattato di fuliggine e sangue. Non si parla mai di maschere di legno. La maschera lignea richiede un impegno e maestria nell’esecuzione che non tutti doveva-no possedere. La maschera di sughero poteva invece essere modellata con facilità da chi-unque. Inoltre aveva la caratteristica della leggerezza. Con tutta probabilità, finito il rito, veniva gettata nel fuoco come il fantoccio. Rinnovarla anno dopo anno come si rinnova il dio e la vegetazione che rappresentava doveva essere nell’ordine delle cose. E’ probabilmente per questa ragione che non ci sono pervenute maschere lignee molto antiche. Senza volerlo, il Licheri conferma cose già intuite, come ad esempio il perchè una persona folle o poco avveduta è chiamata ancora oggi mamuthone o maimone. In una delle ultime poesie riportate da Eliano Cau in questo bel libro, che si rivela fon-damentale per il suo contenuto, il Licheri, pur non parlando di maschere, accenna ai ma-li che affliggono la società del suo tempo. La poesia intitolata “Males terrenos” ed è datata 1778 (tutti i brani sono sistemati dal Cau in ordine cronologico e vanno dal 1752 al 1802, anno della morte del Licheri). Nella suddetta poesia l’autore si lamenta del cattivo operare della sua gente. Il brano inizia: “Sa idda ch’est derruta, pro su male operare...” ed enuncia quelli che sono i peccati più gravi. Tra i mali peggiori c’è l’utilizzo, come vittima carnevalesca, del folle. Ecco i versi: “No si ponzat pius sutta/ a morte cundennadu/ cussu mal’assortadu/ chi no atuat./ Chi timet e si cuat,/ cun preigas sanadu,/ ca indemoniadu,/ ma non bochidu./ Ne cun peddes bestidu/ in infernale corte,/ pistadu fin’a morte/ pro esser reu./ De ite, Deus meu!/ Ani-mas innocentes,/ in trattos de serpentes/ feos perdidos./ Foras de sos sentidos/ dae su dimoniu ispintos,/ dae su dimonio bintos,/ lua e cicuta./ Sa idda ch’est derruta!”. (trad.: Non si assoggetti alla condanna a morte il povero disgraziato che non è in grado di intendere e teme e si na-sconde; va guarito con preghiere perchè è invasato, non va ucciso. Né deve essere vestito di pelli e immesso nell’infernale corteo (delle maschere) per pestarlo fino a morire, come fosse reo. Di che cosa, Dio mio! Anime innocen-ti, conciate in sembianze di brutti serpenti, smarrite, spinte fuori di sé dal demonio e da questo vinte con euforbia e ci-cuta. Il paese è distrutto!).
Da questi toccanti versi veniamo a conoscenza di cose finora solo sospettate e mai accer-tate: la vittima del carnevale, quella che doveva rappresentare la passione e la morte del dio della vegetazione, dell’ebbrezza e dell’estasi, veniva stordita oltreché col vino, anche con una certa dose di sostanze tossiche, spesso mortali: lua (euforbia) e cicuta. Questo spiega anche perchè tale vittima, nei carnevali sardi, è scomparsa prima delle altre e per-chè in alcuni paesi dove il carnevale è stato riesumato, la vittima manca. (D.Turchi, Maschere, miti e feste della Sardegna cit. – D.Turchi, Su carrasecare. Immagini del carnevale in Barbagia, Nuoro 2005). Questo libro apre uno squarcio profondo sulla vita del Settecento. Siamo grati al poeta gesuita Bonaventura Licheri per aver chiarito alcune zone d’ombra del secolo in cui visse. Ma poiché ci pare di capire che non tutto il materiale sia stato recuperato, auspichiamo che questo avvenga quanto prima con una nuova pubblicazione fatta da Eliano Cau, in modo da portare alla luce tutta l’opera inedita del Licheri, custodita in un primo tempo dal sacerdote Sebastiano Patta e successivamente da Raimondo Bonu. Il volume si chiu-de con un’appassionata riflessione di Tonino Cau su Neoneli e sulla tradizione canora di questo paese, nonché sul grande numero di canti sacri di Bonaventura Licheri che di Ne-oneli era nativo.