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domenica 8 febbraio 2026

IN PALESTINA CUSSA LIBERTADE - Poesia di Giovanni Mura


DI GIOVANNI MURA

IN PALESTINA CUSSA LIBERTADE  

          

                1

PARET’UNU FOEDDU ‘E PAGU LIGA

E SINNE FAET PAGU CUNSIDERU

E MANCU ‘EO A ESSER SINCERU

PO CHI OGNI TANTU MI ENIT A MENTE

CA PO SA LIBERTADE FREQUENTE

BONA PARTE ‘E SU MUNNU EST IN BRIGA

                               2

MA SU CHI CONTAT EST SA LIBERTADE

DONNIUNU DDA CRICAT PO DIRITU

SIAT ERRICU O SIAT POBERITU

A UNGAS IN FORA DDA PRETENDEDE

DDA CHERET FINAS CHIE NON DDA TENEDE

DAE PITICU A SA TARDA EDADE

                               3

MANCU A DDA LUMENARE SEUS BRAVOS

E B’EST PO DOGNUNU BENE MANNU

MA CUSTRINTOS A BIVER CUN AFANNU

COMENTE EST CAPITAU AI CUDDOS TRISTOS

CHI MISEROS E IN GRUGHE CHE A CRISTOS

DE NASCHIRE E DE MORRER ISCHIAVOS

                               4

CHIE DE LIBERTADE EST IN POSSESSU

PAGU PENSAT E MEDA SINNE ABUSADA

D’ADA IN SA MANU  E NEMANCU DDA USADA

D’ESSER MERE DE TOTTU ND’EST CUNVINTU

MA S’OMINE CHI AGIT PO ISTINTU

PERDET SA LIBERTADE E S’INTERESSU

                               5

IN PALESTINA CUSSA LIBERTADE

D’ANTA ABOLIA CUN S’IDEA MALA

UNU PIPPIU CUN SA SORRE ‘A PALA

SI FUIT  TRISTU CUN PIANTU IN OGOS

CA EST FINIU SU DISVAGU 'E I GIOGOS

MA NESSUNU NNE TENET PIEDADE


sabato 11 ottobre 2025

SENZA DISTINZIONES CURIALES, DEVIMUS ESSERE FIZOS DE UN'INSIGNA: LIBEROS, RISPETTADOS, UGUALES. di Peppino Mereu

Di alusac eleirbag


 

Sono tornato  a  Funtana Idda La  chiamo ancora così, anche se il tempo ha provato a sbiadire tutto, a riempire di silenzi e crepe i vicoli. Ma per me, questo odore di pietra antica, di terra bruciata dal sole, è l'unico vero profumo di casa.

Salivo per la stradina   che porta su, in alto, dove la casa diroccata, appoggiata a quello di mio padre,  si staglia contro un cielo che non è mai cambiato. Non era solo una passeggiata, era un pellegrinaggio, un riavvolgere il nastro di una vita lasciata in sospeso.

Poi l'ho vista. Incisa nella roccia, quasi come una ferita guarita che ha lasciato una cicatrice d'oro. Una lapide, semplice, sotto i ruderi che sembrano reggere il peso di secoli di storia. L'ho riconosciuta subito. Quella grafia un po' ruvida, le lettere dipinte di un giallo intenso, non sbiadite dal sole, ma al contrario, rese più vive.

Mi sono avvicinato, il cuore che batteva forte come un tamburo di festa e malinconia insieme. Il verso di Peppino Mereu, scolpito lì dal 1978

"Senza distinziones curiales devimus esser, fizzos de un'insigna liberos, rispettados, uguales"

Ho letto ad alta voce, quasi per risvegliare le parole dalla pietra, per sentirle vibrare di nuovo nell'aria di questo paese. "Senza distinzioni di casta/classe sociale..." Ecco la chiave. Un'accusa, un grido di battaglia di fine Ottocento che è ancora oggi un monito, una speranza. Il poeta di Tonara lo sapeva bene cosa significava lottare contro le ingiustizie, i soprusi.

E poi le tre parole, come pilastri di un sogno non ancora compiuto: Liberos, Rispettados, Uguales.

Mi sono fermato. Ho posato la mano sulla pietra ruvida. Ho pensato a te, a tutti quelli che sono passati di qui e hanno letto questo verso, a quelli che l'hanno voluto incidere, lasciando un pezzo della loro anima. "Figli di un simbolo", di un popolo che vuole dignità e unità.

Non è solo una poesia; è un'eredità. È il sangue che scorre nelle vene di questa terra, la voce di chi non vuole e non deve chinare la testa. Ho sorriso. Forse è per questo che torno sempre, perché qui, tra le rovine e i sassi, trovo sempre la mia identità, il mio posto sotto "un'insigna" che non è bandiera né stemma, ma l'ideale di una libertà autentica.

La strada continuava a salire. Mi sono incamminato, ma ora non ero più solo. Sentivo il passo di Peppino Mereu al mio fianco, e il mio era più leggero. Liberos, rispettados, uguale S.

La mano mi scivolò sulla pietra fredda, mentre le parole del poeta vibravano ancora nella mia mente: "Senza distinziones curiales devimus esser, fizzos de un'insigna, liberos, rispettados, uguales". Non era solo un verso sardo, non era solo la protesta di un'isola. Era un'eco, un sussurro potente che attraversava i secoli e i mari.

Mi ritrovai a pensare ai grandi ideali che hanno plasmato il mondo, e il richiamo mi colpì con la forza di una rivelazione: Peppino Mereu, poeta di queste montagne, non faceva che urlare in sardo i principi immortali della Rivoluzione Francese.

L'Eco della Libertà

La richiesta "liberos" non era una semplice aspirazione; era la traduzione pura di Liberté. Stavo leggendo, scolpito nella roccia di Funtana Idda, l'appello universale a scrollarsi di dosso il giogo, a vivere senza l'arbitrio di un potere imposto. Quella libertà che, nel 1789, aveva abbattuto le mura della Bastiglia, qui prendeva la forma della dignità contadina contro il sopruso del latifondo e delle caste.

Uguaglianza Senza Distinzioni

Ma fu soprattutto l'Uguaglianza a illuminare la frase. Il cuore del verso era tutto lì: "Senza distinziones curiales... uguales". Senza distinzioni di casta, uguali. Era il ripudio totale e assoluto dell'Ancien Régime, la stessa furia contro i privilegi che aveva guidato i rivoluzionari francesi ad abolire i diritti di nobiltà e clero



. La pietra mi parlava di una giustizia in cui ogni uomo e donna nasce e resta uguale nei diritti, un ideale talmente radicale, eppure così fondamentale, da non poter invecchiare mai.

La Fratellanza dell'Insigna

Infine, la Fratellanza. Mereu non usava il termine, ma lo invocava con "devimus esser, fizzos de un'insigna" e "rispettados". Non si può essere davvero liberi e uguali senza riconoscersi come fratelli, figli dello stesso destino e di un unico simbolo ideale. Essere "rispettati" significa non solo ricevere onore, ma essere visti con la dignità dovuta a un pari, in una solidarietà che è la vera essenza della Fraternité.

Quel mattone di pietra, sotto il sole della Sardegna, non era un monumento locale. Era un manifesto universale, un filo diretto teso tra la passione di un poeta sardo e gli ideali che hanno ridisegnato la mappa politica del mondo.

Ho respirato a fondo. Non stavo solo visitando un paese; stavo toccando con mano la storia delle idee. E in quel momento, mi sono sentito parte di qualcosa di immenso, un figlio anch'io di quell'insigna, come tutti quelli che hanno sognato e sognano un mondo più libero, rispettato e uguale.

Ho lasciato la lapide e ho proseguito la mia salita. La casa diroccata, lassù, non sembrava più solo un rudere, ma una sentinella che vegliava su quegli ideali.

 

 


sabato 23 dicembre 2023

Lughes de Vida di Raffaele Casula 1994 - Prefazione di Attilio Loche


Conosco Raffaele Casula da oltre trent'anni, da quando, nelle piazze dei villaggi della Barbagia-Mandrolisai, imboniva la gente perché comprasse scarpe da lui. E la gente comprava, anche perché la sua verve contagiosa ispirava simpatia e fiducia. Tra un paio di scarpe vendute e un paio prezzate, trovava il tempo per parlare con gli amici della sua grande passione. Nelle sue tasche c'era sempre una copia dell'ultima poesia, magari di quella spedita il giorno prima al "Premio Ozieri", al Posada o al "Su Sonettu" di Ortueri.

Raffaele Casula, che tra l'altro è uno dei poeti più prolifici della Sardegna, ha partecipato a quasi tutti i concorsi banditi nell'isola e nel continente. Numerosissimi i riconoscimenti ottenuti: ha raccolto allori a Posada, Oschiri, Atzara, alla Terzina di Macomer, a "Frores de monte" di Austis, a "Sa Madonna 'e su Nibe" di Teti, a "Su Sonetto" di Ortueri e in altri concorsi ancora. Nonostante la messe di successi, è tuttavia critico con l'operato di alcune giurie, che "di solito giudicano a senso unico", favoriscono i loro protetti e non vedono o non vogliono vedere al di là del proprio campicello. Una critica esagerata? Probabilmente sì, anche se, in alcuni casi, diventa arduo dimostrare il contrario.

Raffaele Casula non è nuovo nel campo delle pubblicazioni. Il suo primo testo "Sonnios de paghe", con prefazione di Paolo Pillonca e del suo nipote prediletto Gabriele Casula, è stato stampato nel 1986. "Sardigna cara", con prefazione di Natalino Piras, è uscito nel 1990. Con la prefazione di Fernando Pilia e i tipi della 3T di Cagliari, nel 1993 è stato pubblicato "Beranos de incantu".


Questo quarto libro, interamente dedicato ai sonetti, consacra definitivamente la piena maturità di un poeta versatile, non a torto ritenuto l'erede del grande Peppino Mereu. Il protagonista principale del libro è lo stesso poeta con i suoi rimpianti meditati, gli slanci giovanili e la sua serenità raggiunta attraverso la saggezza e la fede in Dio. Una parte importante "giocano" anche gli affetti familiari e i tanti amici con i quali ha e intende continuare ad avere ottimi rapporti. Ma i protagonisti veri, alla fine, sono gli esseri umani in generale, ai quali propone esempi di vita vissuta e strade sicure da percorrere.

Questo bisogno di educare gli altri è un elemento prevalente in tutta la produzione poetica di Raffaele Casula, che, in questo senso, travalica lo stesso concetto consacrato di poesia come fatto interiore e soggettivo, visto che si propone un fine pratico di insegnamento. D'altra parte, la religione, la morale, la politica e gli stessi comportamenti sociali non sono forse istanze pratiche?

La religione, o se vogliamo il sentimento religioso, è indispensabile per l'uomo. L'ordine e le meraviglie del creato sono un segno dell'esistenza di Dio o Essere supremo al Quale bisogna rivolgersi con spirito puro. Ma quanta falsa devozione si annida nella gente! Il poeta avverte: " ...su veru cristianu / connoschet solamente sas istradas / de s'amor' e sa bona cuscienzia".

Per Raffaele Casula la vita è un passaggio e guai se non fosse alimentata dalla speranza che, alla fine, non tutto finisca "in una losa". L'uomo è opera divina: è un istante della "vita" dell'universo. Perché vivere allora con il terrore della morte? Il suo desiderio è quello "de che passare s'ultimu momentu / cun sa morte in su lettu canta canta" e quindi senza particolari rimpianti, peraltro inutili. E in chiusura di un sonetto si legge: "Girat sa terra piant pianu / e su sole si cuat rie rie / pro torrar' a bessire su manzanu. / Ma si sa morte imboligat a mie, / pustis chi brinco su serragu umanu / a su mundu non torro ateru die". Se poi la vita è condita di sofferenze, è più che comprensibile il desiderio " ... chi enzat sa morte, / tantu non bido ater'isperanzia, / chi consolet s'istanca vida mia". Ma la vita è bella e sempre degna di essere vissuta, specialmente se è nobilitata dall'amore verso gli altri e rivitalizzata dalla poesia, che porta gioia e allegria ovunque, anche "in sos giassos ismentigados".

La poesia vola e fa volare alto "subras sas alas caras de Talia / piena de virtude e de portentu" per cantare la primavera e la giovinezza piena di promesse, i sacrifici e le tensioni dell'età adulta, i contenuti e dignitosi rimpianti della vecchiaia e per cantare anche " ... sa paghe cun s'amore, / cun cantu lis regalat sa natura". Un dono, quello della poesia, che non tutti posseggono, anche se purtroppo il mondo è pieno di poeti che si credono tali. In un sonetto di risposta ai complimenti ricevuti dal suo amico e collega Angelo Porcheddu di Banari, Raffaele Casula sentenzia senza mezzi termini: "S'estru superbu de sa poesia / faghet nidu in chelveddos virtuosos".

La poesia è libertà e non conosce le finzioni della politica, che spesso inganna la gente e, a volte, spara "cannonadas a salve". Vola più in alto della stessa scienza, il più delle volte schiava della politica e, proprio per questo, responsabile anche dei gravi danni di tipo ambientale, che stanno inquinando il pianeta Terra, e della corsa ad armamenti sempre più sofisticati, che potrebbero portare ad una catastrofe irreparabile.

La poesia esalta i sentimenti, è addirittura il canto dei sentimenti, ed è spesso capace di suscitare atmosfere e associazioni di immagini, che fanno bene allo spirito e aiutano ad essere positivi nei rapporti sociali. Per Raffaele Casula è poesia la campagna amena, il bosco innevato, il giardino fiorito e tutto ciò che esalta la vista: è poesia il cuore e la mente dell'uomo, la gioia e la tristezza: "totu s'immensidade est poesia, / sas istellas, sa terra, s'oceanu".

Sono queste alcune chiavi di lettura dei sonetti di Raffaele Casula, ma tante altre se ne possono ancora scoprire con un'attenta lettura del libro. La poesia, come tutti sanno, esprime in primo luogo l'anima del soggetto che la partorisce ed è per questo che le chiavi di lettura possono essere molteplici e strettamente legate al modo di porsi di fronte all'opera. Non è detto che su alcuni temi, proposti dalla poesia di Raffaele Casula, non si riscontrino delle contraddizioni, ma anche queste sono figlie dei tormenti dei veri poeti.

Il linguaggio dei sonetti è spontaneo, scorrevole e ritmato. Il poeta usa il logudorese con competenza e proprietà, anche perché è profondamente convinto della "nobiltà" di questa variante della lingua sarda, divenuta ormai la più popolare e diffusa nell'isola. Tuttavia, secondo me, Raffaele Casula fa un ricorso abbastanza marcato a italianismi non sempre necessari. Un peccato senz'altro veniale questo, in considerazione del fatto che tutti gli idiomi della terra subiscono e hanno subito "contaminazioni" esterne e, a loro volta hanno "contaminato". Che dire infatti della lingua italiana, sempre più "carica" di francesismi e soprattutto americanismi! Al di là di ogni considerazione, resta il fatto che l'autore di questo libro non è certamente un falso poeta e il lettore se ne potrà rendere conto fin dalle prime pagine. L'auspicio e l'augurio è che abbia il successo che certamente merita.

Attilio Loche

 

 


mercoledì 15 novembre 2023

SONNIOS DE PAGHE di Raffaele Casula - 1985 - "Ca cherimus paghe e non gherra" - prefazione di Gabriele Casula

Questo libro contiene le composizioni poetiche che Raf- faele Casula ha scritto nell'arco di tempo di circa quarant'anni.

Le pubblica oggi, sebbene, da più parti, amici e parenti l'abbiano più volte sollecitato, un pò per l'umiltà che lo con- traddistinguono come persona, un pò per togliersi uno sfizio personale, ma soprattutto per un dovere verso coloro che già conoscono le sue poesie e gli altri ai quali farà senz'altro pia- cere conoscerle: per questo gli auguriamo che abbia buona fortuna.

Egli ha cominciato molto giovane a scrivere e cantare poe- sie: dapprima, come tutti quelli della sua generazione "in sa buttega", improvvisando rime, poi, collaborando, seppure spo- radicamente, alla rivista di Angelo Dettori "S'ischiglia".

Tonara

Negli ultimi anni partecipando a concorsi regionali di Poesia (Ozieri ecc.) nei quali ha avuto conferme e affermazioni e delle quali si riferisce in appendice.

Il lettore attento "de su mutu", de s'ottada, non ha bi- sogno di molte spiegazioni per capire i temi fondamentali e il genere della sua poesia.

Egli si cimenta con padronanza e decisione in tutte le va- rianti compositive della poesia sarda: il sonetto, la terzina, sa quartina, s'ottada, la composizione non rimata, su mutu, ren- dendole facili alla lettura, grazie alla ritmicità e alla musicali- tà che riesce a dare a settenari ed endecasillabi.

Affronta una varietà di temi che attraversano i più lontani sentieri del sentimento: il dolor


e, l'amore, la contemplazione del- la natura, la nostalgia, la notte; spaziano, corrono dai fatti to-naresi, a quelli della Sardegna, per arrivare ai fatti del mon- do d'oggi (ai missili, alla guerra, alla pace) e della vita: la giustizia socale, il lavoro, la fatica umana, il pane.

E poi la miseria, la povertà in uno spazio storico-umano, quello tonarese, quello barbaricino, quello sardo, in eterno con- trasto con il mondo esterno, col nuovo, col continente... (sa vida 'e prima, sa vida 'e oe...). E infine la paura di perdersi nel non conosciuto, nel non tan- gibile, di essere travolti da valori negativi, di affogare nella corruzione nella instabilità. Il bisogno quindi di una società a misura d'uomo, semplice fatta di rapporti umani, solidali, veri. Da qui ancora una punta di amarezza per tutto quello che è sfascio sociale, distruzione della natura e della vita: "sa man'e s'omine est dispettosa e oe s'est tint' crudelidade... Pro lear isfogu a s'ira inferocida, a sas birdes campagnas ponet fogu"

La via d'uscita "est s'avvenire de s'era sociale": s'hat a giamare a boghes d'esultanzia in tottu canta s'umana genia (est arrivada s'eguaglianzia), una società nuova sorretta da un'im- palcatura di solide regole morali e sociali.

In tal senso egli è una memoria storica del nostro passato, dello spazio-ambiente tonarese barbaricino, dei suoi simboli. E' testimonianza di ciò che è stata ed è nostra tradizione e modo di vivere.


E' un osservatore sociale degli usi e dei costumi; è il punto di arrivo di tutta una serie di percorsi storico-umani del suo ambiente, che partono da "'sa fatiga per fare il pane", per pro- curarsi i mezzi per la sussistenza umana, che attraverso il do- lore umano, la sofferenza, l'amore per le cose della vita "sos lamentos de un'isfortunadu"; attraverso "sa vida 'e prima", 's'annu coladu", "sa mistica esistenza", sa vida 'e s'ambulant antigu, cun "sos ammentos", giungono fino ad oggi.

Ad un presente tormentato dall'ingiustizia e dae "sos fla- gellos de su fogu" a una situazione incontrollata e indetermi- nata: "intenden sonos malos", "su progressu non dominat tottue" proite est s'era 'e su buldellu" e "s'onestade mancada", "ca cherimus paghe e non guerra".

 


SONNIOS DE PAGHE di Raffaele Casula - 1985 - prefazione di Paolo Pillonca Il Canto del Villaggio



Le poesie di Raffaele Casula, creatore di versi finora apprezzati soprattutto nell'élite degli ultra-appassionati di ver- si in limba, vengono da lontano, nel tempo, nei luoghi e nella dimensione spirituale che li generano.

Vengono innanzi tutto dalla grande ed inesausta palestra della versificazione orale, alla cui scuola l'Autore è cresciuto in dispute interminabili all'interno del villaggio natale e di altri villaggi vicini e remoti rispetto al paese-fulcro, Tonara. Proprio a Tonara Casula trova un importantissimo punto di riferimento alla sua poetica, quel Peppino Mereu morto giovanissimo di mal sottile all'inizio del secolo ma sempre presente alla coscienza dei suoi conterranei in un apprezza- mento postumo che suona quasi come crisi di coscienza col- lettiva per l'emarginazione che il poeta aveva dovuto soffrire da vivo.

Le poesie di Raffaele Casula hanno un titolo che spiega, da solo, buona parte della loro tematica: l'anelito alla pace in una terra tormentata da mille ferite e pur ricca di risorse feconde. Una pace che non è soltanto assenza di tormenti ma vuol essere recupero pieno ed attuale di una memoria storica fatta di sofferenze, sì, ma soprattutto di norme comunitarie inviolabili che rendevano il villaggio un insieme unico di identità simili e fiere della loro unità interna.

Casula impiega il mezzo del cosidetto "volgare illustre". il logudorese comune agli improvvisatori, che tanta parte hanno avuto nella sua genesi poetica, arricchito da municipalismi sobri ed austeri che - lungi dall' impoverire il linguaggio poe- tico - lo vivificano anzi regalandogli nuova linfa. In un con- testo del genere, il metro è conseguentemente molto spontaneo e fluido: come si addice a chi è in confidenza con la creazione immediata degli endecasillabi.

Messaggio poetico e veste formale si armonizzano - vo- gliamo dire - in modo del tutto naturale: ne viene fuori il sapore del villaggio di un tempo, dove era viva la distinzione fra uomini abili e omuncoli e dove l'abilità a far versi co- stituiva un distintivo di prestigio.

Questi canti del villaggio che vedono la luce nonostante i mille dubbi dell'autore meritano perciò un cordiale auspicio di buona sorte.

Paolo Pillonca

 


mercoledì 8 novembre 2023

BERANOS DE INCANTU DI RAFFAELE CASULA. 1993 PREFAZIONE: IL PATRIMONIO DEL VILLAGGIO GLOBALE di Fernando Pilia


 


Gran parte di questa raccolta di poesie è ispirata dall'orgoglio della sardità ed è concepita e intesa come messaggio morale e civile per la salvaguardia dell'identità di un popolo che deve ritrovare il suo destino di protagonista nella sua storica e sfortunata esperienza. In sintesi, questa è la sostanza dell'impegno appassionato di Raffaele Casula, poeta di Tonara, il quale riprende nella sua feconda creatività, con versi ispirati, le annunciazioni innovative dell'originalità di Peppino Mereu.

Riesce, tuttavia, ad ampliare e a sviluppare le tematiche etniche, sociali e storiche di una cultura di vaste proporzioni che non è emersa soltanto dalla civiltà e dal contesto di un solo villaggio, ma è soprattutto la memoria della comunità.

Il poeta, ancora adolescente, s'incantava seguendo con attenta concentrazione i versi intonati col canto degli aedi estemporanei che, nelle notti di sagra, dal palco infiorato esibivano alla folla partecipe e silenziosa concetti, ricordi, esempi, episodi e richiami che riportavano sempre al lavoro e alla fatica umana, al senso di giustizia e di doverosa solidarietà, alla misera vita degli umili e degli oppressi, all'arroganza dei potenti e alla condanna alla sopravvivenza con scarso e amaro pane, allo sguardo al passato nelle vicende della piccola patria, isola misteriosa e solitaria, quasi cristallizzata in una sorte immutabile di segregazione, come se il tempo avesse trovato difficoltà a fluire cambiando il destino della gente.


Divenuto più maturo, Raffaele Casula, assurto al ruolo di "omine balente", padrone di quella sorta di "Koiné" espressiva che è il vero linguaggio degli aedi ispirati, si è a lungo per anni esercitato nelle occasioni e nei luoghi "deputati": raduni, "Sos zilleris'", gli ovili e i rituali "de su tusorzu", nelle feste familiari e paesane, in incontri con amici lontani, nella partecipazione ai cimenti di versificazione orale, nella sfida e nelle dispute, col coraggio tipico dell'ardimento giovanile per raggiungere una certa maturità.

Quest'esercizio gli ha consentito di comporre un'infinità di versi, di pubblicare i suoi elaborati in riviste e antologie e di partecipare ai concorsi di poesia sarda e di prosa letteraria, meritando premi ad Atzara, a Oschiri, a Posada (due volte), a Frores de monte di Austis, ad Ozieri (in tre occasioni) e in altre circostanze.

La raccolta presentata in questo libro, dal titolo "Beranos de incantu", rivela nell'autore – che è nato nel 1919 – una positiva maturità, quasi la sintesi della sua tematica consolidata: la famiglia, gli antenati, la ricerca della serenità, la terra madre, il degrado dell'ambiente, il senso dell'ospitalità ( > In s'orizzonte bellu chi s'arreat / in s'adde de su coro geniale / gelosamente su Sardu s'impreat / pro fagher cun s'appittu naturale, / de custa ismentigada terra mia, / un'isula donosa e ospitale), i problemi sociali, l'emigrazione, il pacifismo, sos tempos tirriososs'ispera, la bestialità degli incendiari ( > Custa Sardigna nostra ismentigada / non bastat ca sa sorte la trascurat, / sa zente puru vendetta li giurat / pro la 'ider piùs disisperada ! / Dogni annu su vile incendiariu / dae mare a su monte ponet fogu / pro brujare sa flora in dogni logu / e fagher de Sardigna unu calvariu..), il ricordo della pratica dell'abigeato, la coscienza etica della tradizione, il degrado della politica, le nuove scoperte, la contemplazione del paesaggio ( > no esistit niunu monumentu / nè colosseo e nè vaticanu / chi paragonen cun su Gennargentu ... ), il pregio del lavoro artigiano ( > su telalzu de linna istagionada, / sos istrumentos de sa tessidora / faghen parte 'e sa vida ismentigada.) e così potremmo continuare la verifica nelle altre piacevoli pagine di questo interessante volume, al quale non resta che augurare il successo che merita, sia per i versi fluidi e "naturali", sia per l'impegno di questo maestro che si è proposto di educare il popolo con semplicità, con sapienzialità e con intenti di alta morale: le cose più genuine e più preziose per un messaggio positivo.

Tonara, nel ricordo della sua tradizione poetica e delle frequenti e seguitissime gare di improvvisatori; nel nome e nella memoria di Peppino Mereu, che ha dato una provvidenziale scossa all'arcadia isolana che non si decideva a morire e ha aperto la via a nuovi contenuti, alla luce della realtà storica; nella considerazione della simpatia e della cordialità dei solerti maestri dei campanacci, degli utensili di ferro battuto e degli incisori decoratori del legno; nella stima e nell'ammirazione per la creatività delle sue donne nella tessitura, nella produzione degli squisiti torroni e del pane che ha il significato delizioso del lavoro; nell'incanto delle suggestive visioni alpestri di sorgenti, ruscelli, boschi e orti; nella rivalutazione delle risorse del villaggio montano, aggiunge ai suoi pregi anche l'arricchimento spirituale con la nascita di questo volumetto che ha il profumo delle primavere barbaricine e che sintetizza il gusto per tutto ciò che sa esprimere la poesia e che è l'antico retaggio di una gente viva, laboriosa, tenace e intelligente.

 


lunedì 15 febbraio 2021

LORENZO ZUCCA poeta tonarese, note biografiche.

 Quando    il poeta di Ilala'  Lorenzo Zucca muore, il 12 marzo 1891 all'età di settantadue anni, Peppino Mereu aveva appena compiuto 18 anni e solo qualche mese dopo, novembre, scrisse la memorabile poesia  Dae una Losa Ismentigada.

E'  molto probabile  che   i due, se non c'è stata una vera e propria frequentazione poetica,    si siano conosciuti 
Lorenzo nasce nel 1819  da Antonio Zucca e Rosa Carneri nella contrada di Catzolaghedu. Nel  1845  è censito nella frazione di Ilalà, risulta essere coniugato con Francesca Cabras Carta di anni 20  ed ha un figlio di nome Antonio di anni 1. Nel nucleo familiare è  registrata anche la suocera Francesca Rosa Carta, (vedova), di anni 50. 
Dall'atto di morte che si pubblica  (fonte: sito Family Search- atti del Tribunale di Cagliari) si evince che Lorenzo Zucca, figlio di un pastore, nella vita esercitasse la professione del torronaio.
L'ammirazione di Mereu per Lorenzo (Larentu) è indiscutibile: nella poesia "A Tonara" dedica ben due ottave ai poeti locali tra cui appunto Lorenzo Zucca noto come Larentu: 

Canta, canta continu,
o patria de Larent'e de Cappeddu;
de musas ses giardinu,
cara ses a Tomas'e Bacchiseddu;
t'allegrat Aostinu,
ca possidit bernescu su faeddu,
cun sa musa brullana
si mustrat dignu fiz' 'e Pepp'Egiana.

(...)

Sunt boghes de cuntentu,
trillos de puzoneddu innamoradu;
liricas de Larentu
chi consolant su coro angustiadu.
Eolo turbolentu
non si mustrat piùs, ma, incantadu,
si faghet volunteri
de gentiles profumos dispenseri.

martedì 29 dicembre 2020

Tonara, Canta, canta continu, o patria de Larent'e de Cappeddu; .... Peppino Mereu.

Canta, canta continu,
o patria de Larent'e de Cappeddu;
de musas ses giardinu,
cara ses a Tomas'e Bacchiseddu;
t'allegrat Aostinu,
ca possidit bernescu su faeddu,
cun sa musa brullana
si mustrat dignu fiz' 'e Pepp'Egiana.


In s'attonzu s 'anzone
si partit volunter'a terr'istranza;
su ent' 'e santu Simone -
chi tenet fama timid'e metanza -
nd'iscudet s'ischissone:
sa gioventude, collinde castanza
in sa ricca foresta
tesset cantos de gioi'e de festa.

Sunt boghes de cuntentu,
trillos de puzoneddu innamoradu;
liricas de Larentu
chi consolant su coro angustiadu.
Eolo turbolentu
non si mustrat piùs, ma, incantadu,
si faghet volunteri
de gentiles profumos dispenseri.

mercoledì 26 agosto 2020

PEPPINO MEREU E I “SUOI FRATELLI”: LA VALENZA STORICO ANTROPOLOGICA DELLA POESIA TONARESE DI GRAZIANO ANTONIO MANCA -TOTTUS IN PARI

Tra Sorgono e Tiana, subito dopo il valico di S’isca e’sa mela (posto incantato ideale per i miei déjeuner sur l’herbe di ragazzino) si trova la svolta per Tonara, villaggio montano tra i più caratteristici e attraenti del centro Sardegna. Conosco i paesaggi profondamente suggestivi e le campagne lussureggianti del paese e mi capita spesso di ripensare ad essi quando rileggo le poesie di Peppino Mereu. Non che Mereu sia stato l’unico a esercitare il proprio straordinario estro poetico parlando di questi luoghi. Mereu non ha rappresentato, per i paesi che si trovano ai piedi del Gennargentu, una eccezione poetico letteraria: non dimentichiamo che il territorio della Barbagia Mandrolisai ha espresso altre grandi personalità della cultura poetica isolana come Antioco Casula, alias Montanaru, che era di Desulo, e il leggendario bandito poeta Bachis Sulis, che era di Aritzo. Desulo e Aritzo si trovano entrambi a un tiro di schioppo da Tonara. Tuttavia è Tonara ad aver espresso la non comune personalità di Peppino Mereu, a mio avviso il più grande dei poeti in lingua sarda di tutti i tempi, mentre per altri versi, nel corso degli anni, ha saputo manifestare, con i suoi numerosi cantori, una particolarissima predilezione per il verseggiare in limba, espressione artistica che non è azzardato, oggi, definire fuori moda. La poesia sarda, oggi più che mai, non è per tutti. Viceversa, si ha l’impressione che nell’odierna tale forma d’arte trovi la sua ottimale collocazione all’interno di fasce di predilezione che in linea di massima afferiscono non certo alle preferenze culturali dei giovani ma a quelle di persone molto avanti con gli anni, o comunque di una certa età, che sarebbero dunque le sole ad apprezzarne modalità e contenuti perché culturalmente e/o sentimentalmente più vicine alla tradizione non solo poetica “dei padri”. Ciò avviene nello stesso momento in cui continua a registrarsi, da parte delle ultime generazioni – soprattutto, viene da pensare, di quelle che vivono nei contesti urbani – un non trascurabile disinteresse per tutto ciò che ha a che fare con la lingua sarda parlata e scritta. Fin qui niente di nuovo, sembra, mentre anche il dibattito sull’attuazione del bilinguismo perfetto in Sardegna appare quanto meno stagnante o inconcludente sul fronte dei risultati concreti. Ennesimo deleterio effetto delle dinamiche globali che determinano gli interessi culturali dei giovani isolani (che poco hanno a che fare con la lingua sarda), si dirà. Eppure la scaturigine dell’immaginazione poetica dell’uomo sardo (homo poeticus, come quello tonarese, per eccellenza) risiede in qualcosa che interessa tutti, giovani e meno giovani, e particolarmente nella più profonda dimestichezza del sardo stesso con la natura circostante, con il ricordo della vita rustica condotta dagli avi e quindi con il mettere a nudo le proprie radici culturali, il desiderio di osservare e, in ultima analisi, il desiderio di descrivere le cose semplici di tutti i giorni che ognuno di noi sperimenta o vorrebbe, anche in questi tempi cambiati, continuare a sperimentare quotidianamente. Non a caso gli argomenti che generalmente contraddistinguono, in tutta la Sardegna, il poetare in limba, sono l’amore sconfinato per la propria terra, il lavoro nei campi, le bellezze e le ricchezze naturali del paese natio, la nostalgia per i tempi andati, l’amicizia e i sentimenti in tutte le loro possibili forme, l’amore, la morte. I temi del poetare possono altresì essere legati al contingente e riferire avvenimenti storici più o meno lontani nel tempo oppure raccontare episodi autobiografici e di vita paesana accaduti nel recente oppure nel passato più lontano, vicende divenute ormai leggendarie, e così via. Le poesie scritte dai nostri poeti sono spesso contraddistinte da una straordinaria semplicità di struttura e di linguaggio. In esse, tuttavia, non sono certo assenti raffinatezze linguistiche e, sul fronte delle tematiche trattate, i temi dell’impegno civile o politico e quelli che di volta in volta vengono dettati al poeta dalla propria coscienza universale o locale. Queste osservazioni preliminari valgano a introdurre tutti gli appassionati di poesia sarda alla poesia tonarese. Quella del paese montagnino è lirica che nel corso del tempo ha espresso nomi come quelli di Nino Demurtas (1933-2004), Giovanni Mameli (1891-1978), Gesuino Peddes (1926-2016), Sidore Poddie (1915-1962), Peppantoni Sau (1921-1983) e ancora Pera Sulis, Antonietta Zedde e Raffaele Casula, oltre, naturalmente, a quello di Peppino Mereu (1872-1901). Tonara, insomma, è comunità dove la poesia rappresenta una delle cose di cui non è possibile fare a meno e scorre come l’acqua, lievita come il pane, è pura e rarefatta come l’aria che è possibile respirare tra i boschi del paese. Si potrebbe ricavare, dalla lettura dei suoi poeti, una vera e propria antropologia. Uno dei poeti che si sono appena citati, Nino Demurtas, ha espresso bene l’attitudine poetica dei suoi compaesani: “Soe cuntentu chi sos tonaresos/sian tottus poetas de talentu;/bos giuro, de abberu so cuntentu/ca bos isco a sos versos bene avesos.//Chie connoschet misuras e pesos/ponet sos versos bonos in fermentu/e nde cantat, nde cantat, nde cantat pius de chentu/versos garbados ma’ in vid’intesos.//Su poetare est cosa chi sa natura/at chelfidu donare in zusta parte/a sos naschidos in terra ‘e Tonara.//Custa est cosa bella, cosa rara/ca isfiorat cudda chi est arte,/chi pro sos tonaresos est pastura.// Tra i poeti di Tonara non abbiamo riscontrato uniformità nel linguaggio dialettale utilizzato. Essi, in via generale (e talvolta, forse, in modo non del tutto rigoroso ma piuttosto rispettando la lingua parlata in paese quotidianamente), si servono del tonarese, del nuorese e di una variante dialettale che rimanda al logudorese. Per quanto attiene alle tematiche affrontate dai tonaresi: agli argomenti che generalmente formano l’oggetto della poesia sarda si è già fatto riferimento; più nello specifico, la poesia del paese del Mandrolisai, pur aderendo ai canoni e alle tematiche universalmente osservate dagli aedi sardi, si caratterizza per la peculiare enfasi con la quale vengono trattati argomenti che celebrano la grande bellezza e le tante ricchezze del villaggio e altri che attengono all’ambiente naturale ad esso circostante, allo scorrere del tempo e all’alternarsi delle stagioni, alle vicende sociali della comunità, alla vita nelle campagne, ai mestieri tradizionali che si svolgono a Tonara. Il poetare tonarese, poi, appare imbevuto di intensi sentimenti amorosi (per esempio, per la persona amata) e di profonda religiosità. Particolarmente numerose appaiono le composizioni dedicate ad amici, genitori, figli e parenti, a personaggi della cultura di particolare distinzione (innumerevoli, per esempio, le poesie dedicate al vate tonarese e sardo per eccellenza, Peppino Mereu). All’interno del microcosmo poetico letterario di Tonara, per altri versi, non mancano le opere dedicate ad argomenti di più stringente attualità (quelli che sono tali rispetto al contesto storico in cui il poeta si trova a scrivere): emozionanti vicende di guerra, le condizioni dell’emigrato, l’attentato al Papa, e così via, sono tra gli argomenti oggetto delle poesie degli autori esaminati. Eccoli, dunque, i nostri poeti; di ciascuno di essi proponiamo alcuni versi significativi. Raffaele Casula “Adiosu civiltade”: Tot’est isfasciadu/De totu su civile movimentu/ch’esistiat in brazzos de sa zente/e faghiat brincare su criadu/de cuntentesa, pro s’accisu/chi daiat cuss’opera superba,/oe pagu b’hat restadu.//Solu rizzolos/chi non rattan ne alvures ne crastos/murmuran senza briu/in sa foresta de sa civiltade.//Sas fontana perennes cun sos rios/chi sulcain s’umanu desertu/e s’abba trazaian fin’a mare/han lassadu s’ammentu in sa delusione pius pura/chi turmentat sos omines de oe.// Casula canta accoratamente il tempo cambiato incomprensibile e senza attrattive e il sentimento di rimpianto per i tempi andati. La sua opera è spesso permeata dal ricordo e da un pessimismo che sembra trovare lenimento solo attraverso la rievocazione di un passato e di una giovinezza trascorse con serenità. Una umanità ripiegata su se stessa, la devastazione dei costumi, il venir meno dell’amore e della pace che riescono a incrinare il rapporto tra l’uomo e la natura stanno alla base di molti dei suoi versi. Nino Demurtas Da: “Corpu ‘e balla”: […] Unu ribigheddu e sambene/s’hat fattu caminu/in sa terra sanghinada/finas a s’istradone./Mama, fizos, babbos/si hazes galu lacrimas/pranghie sa morte/de un’ateru frade./Diaulos de omines che angelo/a mente fritta/ no hazes/a cambiare mai./[…] Sa zente est pessande/a su chi hat a morrere cras/pro su mortu de oje.[…]// Vendetta, lavoro, sradicamento vissuto con l’emigrazione, ricordi di infanzia e di giovinezza, la poetica di Demurtas, avvolta nelle raffinatezze del suo linguaggio poetico, ha saputo accogliere suggestioni diverse. Essa appare il più delle volte supportata da quella serenità di fondo tipica non solo di molte persone avanti con gli anni, ma, in genere, anche di coloro che vivono guidati dai sani principi morali che hanno appreso dai propri avi e che si sentono ricchi per aver affrontato positivamente le esperienze, talvolta dure ma sicuramente tempranti, presentatesi ad essi nei vari periodi della loro esistenza. Giovanni Mameli Dal canto in ottave: “Pro Peppinu Mereu”: Pro cantare no apo forte bratzu/saludo solamente afetuosu, sento chi so frundidu che un’istratzu/dae nanti torrente impetuosu./E cando canto servo de imbaratzu/so a sos iscurtantes noiosu,/prite meritos no apo de atendere/mancu sa boghe mia pot’intendere.//Proit’ap’a cantare in poesia?/Tantu pro tantu non n’agat’in gradu;/non soe mancu su tantu chi fia/oe m’agato demoralizzadu,/e vivo solu sentza cumpagnia/ca so de ogni frade abbandonadu;/passo sa vida mia noiosa/che cando morta m’esseret isposa.//[…] Leggendario frequentatore sia dell’oralità che della poesia scritta “a taulinu”, Giovanni Mameli è stato tra i più prolifici poeti tonaresi, anche se la sua opera ci è giunta solo in parte. Conciatore di pelli, barbiere, poeta autodidatta, la parabola artistica di “Mameleddu” è un crescendo fino ai primi anni Sessanta: in occasione delle gare si affianca a cantori di grande valore come Cucca, Tuconi, Moretti, Sotgiu, Mura e Demuru di Meana Sardo. Numerosi gli aneddoti che ne mettono in luce la bonomia e la modestia. Racconta Giovanna Devigus che “Una orta at passadu unu poberu, cun d’una bertula, at bussau, issu s’est incarau e d’at nau: “Tiu Mameli” e issu “ite oles”, “calecunu soddu”. Tiu Mameli tanno di pedidi “una bertul’in prusu portaisi?”, e su poberu: “e poite?”. Ca annaus a pedire parisi”, arresponne Tiu Mameli!” Gesuino Peddes Dal poema in ottave di: “Nanna ninna fracula e brasa dae sa linna de pizzirimasa” : […]Est torrada sa libertade bella:/sa chi de tottus fiat disigiada;/libera est torrada in is carrellas,/a s’intennere torra serenada;/e non poneus prusu sentinella,/timenno a sa ronda, infuriada,/ca chi agattànta gente, me in giru,/ddos faianta ponnere in ritiru…[…]// Riporta Gesuino Peddes, carrettoneri e turronarzu tonarese ma anche poeta sopraffino particolarmente esperto della peculiare forma artistica del canto “a mutos” – che è insieme poetica e canora – che in passato raramente si passava una domenica senza che si rimanesse ore e ore a cantare al bar o nelle feste del paese o in quelle dei paesi del circondario. Peddes, nel suo genere, è stato in questa zona della Sardegna uno dei maestri incontrastati. Ha scritto “Mutos” e “Tertzinas”, “Anninnias” e “Cantos po pippios”; soprattutto è autore di un lungo poema scritto in tonarese “fiorito”, dedicato alla donna amata. Sidore Poddie “Adiosu a sa Catalogna”: Dae su mare finas a s’artura/est un’incantu custa Catalogna/est tottu bella e-i su coro sogna(t)/a bi restare in mesu a sa bellura.//S’apo fortuna e non b’at iscarogna/de ti torrare a bier pogno cura/e in custa incarnada zona pura/t’apo po totu vida santa mogna.//Da Barcellona fines a sa Frantza/totu sa costa cun donnia tretu/s’incantu sa persone paralizat,//nessun’atera bella t’assimizat/e custu coro postu t’at afetu/chi pro eternu nde restat sa mantza.// Poeta praticamente autodidatta (interrompe prestissimo gli studi elementari), fanciullezza divisa tra il lavoro nelle campagne e gli impegni del mestiere di segantino, congedo dal servizio militare a 21 anni: poche coordinate varrebbero a definire l’esistenza terrena apparentemente comune di Sidore Poddie (scompare prematuramente a 47 anni nel 1962). Tuttavia, alla apparente aridità dei dati biografici appena forniti occorre aggiungere che alcuni mesi dopo essere stato congedato, nel 1936, egli viene chiamato a combattere in Spagna. L’esperienza si rivelerà fondamentale e influenzerà non solo i suoi anni a venire ma anche la sua poetica. Testimonianza di ciò, quel gruppo di splendide composizioni che raccontano diversi aspetti (il sentimento nostalgico per la terra natia, la recisa condanna della guerra, il grande affetto provato dal poeta per le genti iberiche) del tempo trascorso in Spagna. Peppantoni Sau Da: “S’Umanidade”: O mundu ingratu prite ses asie,/ in parte traitore e assassinu,/ pro viver malamente notte e die,// pro no leare su bonu camminu/ su male has preferidu pro pandera,/ semenende de velenu su terrinu.// Infettende sun fintzas in s’aera/ chin sos ordignos prus micidiales/ distruidores de sa ratza vera.// Lea su bene, abbandona su male,/ prite a su nessi nde podes godire/ un’istima sincera fraternale.// Pro cantu in mundu si podet vivire/ est menzus a vivire santamente/ solu gai finimus su suffrire.// […] Torronaio itinerante, mestiere tipicamente tonarese, e poeta sublime: era questo Peppantoni Sau, autore di mutos, terzine, quartine e sonetti. Fece esperienze di guerra e di emigrazione che ne forgiarono personalità e arte. Interessanti le sfumature, per cosi dire “politiche”, di alcune delle sue composizioni (SARDOS ARDIDOS, SARDIGNA MIA, DISUNIDOS, e anche altre tratte dalla raccolta “Poesias”, edita nel 2017): in esse, da una parte il poeta punta il dito contro la disunità dei sardi, mantenuti “a sedda e a frenu” dai padroni, trattati peggio che gli animali da “sos istranzos” e divisi in tanti partiti; dall’altra esorta gli stessi sardi a liberarsi pacificamente da chi amministra la Sardegna. Un forte sentimento religioso promana da molte delle composizioni del poeta. Pera Sulis “Disoccupadu” : Est benzende s’ierru a passos mannos,/sa punta ‘e s’altu monte est già niada…!/comente has a passare s’ierrada/poberu, senza pane e senza pannos!//Ses in mesu de penas e affannos/senza tenner manc’una zorronada;/muzere tua est trista e desolada/ sos fizos allevende in duros annos.//Pensamentosu cun sa fronte oscura/cando in carrera benis a passare/mustras totu su coro in amargura…//Non pedis e non pensas a furare,/chircas solu tribagliu in sorte dura/ma… s’ierru comente has a passare.// “Su pastore de Barbagia” : Accapotadu e a mazzocca in manu/ e in coro pienu de amarguras;/lassas cun su masone sas alturas/ cand’est pro ‘enner s’ierru tiranu.//Su ‘etzu, in domo e su chi est pagu sanu/ lassas cun sa muzere e criaturas/ e pane e penas a issos procuras,/ senza cunfortos, in su Campidanu.//Cando intendes anzones beulare/ t’hat a parrer de intender su lamentu/ de fizos tuos a tie giamare.//E in nottes d’astrau, abba e bentu/ a sos tuos de certu has a pensare/credendelos che tue in patimentu.// Angelo Dettori cantò così la grande perdita subita da Tonara con la scomparsa di Pera Sulis: “Tonara ses in luttu. Su cantore ch’haias istimadu sende reu,/s’ammiradore ‘e Peppinu Mereu/ com’est transidu a monte pius altu, inue sos poetas han risaltu/in eternu doradu risplendore.// Pera (Pietro) Sulis fu in vita abile artigiano costruttore di campanacci. Un mestiere prezioso, il suo, per un paese votato alla pastorizia come la sua Tonara. Fu anche poeta tra i più grandi, dato che l’eco dei suoi versi ha dilagato per tutta la Sardegna. I suoi versi, scritti utilizzando un logudorese raffinato e il dialetto nuorese, si susseguono assecondando rime e ritmi perfetti disegnando, come di essi ebbe a scrivere Peppantoni Sau, quadri di ogni genere, di amore, di pena, di tristezza, di sentimenti che tormentano l’animo della gente. Raccontano si dell’interazione tra l’uomo e la natura e d’amore, i versi di Sulis, ma certo, nella sua poetica, non mancano i riferimenti alla morte, lo sguardo alla vita del pastore e agli argomenti di carattere intimistico ed esistenziale. Peppino Mereu fu per Sulis tra i più saldi punti di riferimento stilistici e le sue opere sono spesso permeate di malinconia. Antonietta Zedde Da: “Sa die ‘e su matrimoniu”: A tie caru tesoro/fin’a morte t’hap’amare/ca mi nd’has fattu padrona/custu megnanu in sa missa,/ e in sa nostra cresia/happo fattu giuramentu/de t’amare fedelmente./Chi siat su nostru amore/senza manza, senza neu/cun s’anima casta e pura/candida e immaculada/prena de felicidade.//[…] Da: “Intrigos de Comune”: […]Tonara, troppu tardu s’est accorta/in s’eligire, zertos conchi cruos:/ch’aumentan sos pagamentos suos/e ne finin pro finas calch’iscorta.[…]// Antonietta Zedde è la poetessa del sentimento amoroso, di un intenso sentire religioso, delle cose comuni dell’attualità paesana, dei fatti di cronaca che scuotono la nazione italiana (“Attentadu a Paulu II”), delle numerose dediche di versi a parenti, amici e amiche, autorità ecclesiastiche e a personaggi importanti della cultura. L’utilizzo della variante dialettale che è tipica della sua gente, l’impiego di parole e immagini semplici che vanno dritte alla sostanza dei fatti riferiti, una vena poetica che predilige l’uso della satira e di un certo umorismo figurano tra le caratteristiche della sua indole artistica. La disamina dei poeti si conclude con il più sublime di tutti i cantori isolani, Peppino Mereu, aedo supremo e visionario non solo per Tonara ma, per aver egli nobilitato l’arte poetica in lingua sarda, per tutte le genti di Sardegna. Al fine di inquadrare nella giusta dimensione la poesia di Mereu diremo subito che pur non andando molto oltre i particolarismi letterari e le specificità formali che sono proprie dell’espressione poetica dialettale sarda, l’opera del tonarese andrebbe apprezzata per i suoi contenuti universali ancora validissimi (essi, peraltro, ricalcano alcuni lineamenti della storia della nostra isola nel periodo in cui egli scrisse) e non soltanto per la capacità intrinseca delle composizioni poetiche di rappresentare gli aspetti sociali ed economici della Sardegna e della Barbagia del tempo in cui furono scritte. Peppino Mereu era particolarmente legato a Tonara. Il suo rapporto con il paese era viscerale e simbiotico, espressione di un amore totalizzante per i luoghi e le ricchezze naturali di cui è dotato il piccolo centro montano. In una delle sue poesie più conosciute, quella, appunto, intitolata al suo borgo natio, Mereu, dopo aver definito Tonara cara, santa e benedetta dalle muse, descrive così il paesaggio che è tipico dei luoghi che lo hanno visto venire al mondo: ‘Majestosas muntagnas/fizas de su canudu Gennargentu,/ch’in sas virdes campagnas/sas nucciolas bos faghent ornamentu;/seculares castagnas/chi supervas alzades a su bentu/virdes ramos umbrosos,/dulche nidu de cantos pibiosos://semper bos sogno, vanu/però est custu sognu, it’amalgura!’ Con inusitata capacità di sintesi, venati dall’amara malinconia dell’uomo che per un motivo o per un altro è costretto a stare lontano dal proprio villaggio, i versi rappresentano gli aspetti più immediatamente percepibili, quelli naturalistico – ambientali, di un paese e di un territorio intero che mai, nemmeno in tempi più vicini a noi, hanno goduto di grandi fortune turistiche nonostante siano, la circostanza è ben conosciuta dai sardi, tra i più ameni e caratteristici dell’isola di Sardegna. Se nell’ambito dell’opera di Mereu Tonara fa spesso da sfondo, tuttavia il poetare di Peppino non si limita alla celebrazione in versi del tanto amato borgo natio. L’opera di Mereu, infatti, è molto più complessa di quanto possa sembrare a un primo superficiale approccio. Vale la pena dilungarsi sugli elementi biografici, storici, letterari e contenutistici che hanno permeato di sé l’opera del tonarese. Essi hanno contribuito a determinare l’alto spessore della scrittura di questa singolare figura di poeta cantastorie a quasi 150 anni dalla nascita. La tormentata vicenda esistenziale di Peppino Mereu è in larga parte leggendaria e avvolta nel mistero. Sono pochissime le notizie certe e incontrovertibili che riguardano la vita e la morte dello sfortunato poeta. I dati di sicura veridicità, tutti desunti da archivi pubblici, concernono le date di nascita e di morte del poeta, la composizione della sua famiglia, il servizio prestato presso l’Arma dei carabinieri reali e quello, piuttosto breve, prestato presso il Municipio di Tonara. Quarto di sette fratelli (i loro nomi sono Edoardo, Manfredi, Elvira, quello di mezzo Peppino, appunto, Matilde, Rinaldo ed Emilia) Giuseppe (Peppino), Ilario, Efisio, Antonio, Sebastiano Mereu venne alla luce a Tonara nel primo giorno di Gennaio del 1872. Perde entrambi i genitori prematuramente: la madre Angiolina Zedda muore a Cagliari nel 1887, il padre Giuseppe, medico del paese, nel 1889, per aver ingerito erroneamente una sostanza letale scambiata per liquore. Alla morte del padre Peppino ha diciassette anni. Si ipotizza una sua frequentazione scolastica fino alla terza elementare; essendo Tonara villaggio sfornito di scuole in quei primi lustri postunitari, si propende generalmente per la tesi della formazione del tutto autodidattica del poeta. Molte delle informazioni biografiche su Mereu sono state attinte da ricerche curate dal Collettivo Peppino Mereu, organismo che ha avuto meriti indiscutibili per aver svolto, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta del Novecento una amorevole e paziente opera di ricerca storico-biografica, oltrechè di raccolta delle poesie di Mereu. Il lavoro del collettivo ha portato alla pubblicazione dell’opera omnia del poeta di Tonara. Che il poeta disponesse comunque di una formazione lo possiamo desumere dalla lettura dei suoi versi. Nello specifico, leggere l’opera poetica di Mereu porta ad avvicinarsi confidenzialmente al suo raffinato verseggiare, alle riflessioni in certo qual modo ‘filosofiche’ a cui il poeta si lascia andare quando affronta argomenti di portata universale come le sofferenze che fanno parte dell’umana esistenza e la morte e la giustizia, alla ricchezza descrittiva con la quale egli, con ricercato linguaggio, raffigura gesti e circostanze, comportamenti e particolari aspetti della quotidianità delle persone che abitano l’amato paese. Che dovesse aver letto molto e non solo in lingua sarda è inoltre dimostrato da alcune influenze letterarie che Mereu, uomo dei suoi tempi, sembra aver trasfuso nei suoi versi. Ciò è accaduto soprattutto nelle composizioni poetiche in cui il tonarese affronta argomenti di interesse più generale, in quelle più ‘contestatarie’, per esempio, in quelle, poi, che documentano l’approccio particolarmente commosso e critico del poeta nei confronti delle difficoltà esistenziali dei meno fortunati, del potere costituito e di una giustizia che gli appare sempre poco giusta. Scrive Mereu in ‘A Nanni Sulis II’: ‘Deo no isco, sos carabineris/in logu nostru prit’est chi bi sune,/e no arrestant sos bangarrutteris./Bi cheret una furca e una fune,/e impiccar’impiccare continu,/finas a si purgare sa Comune.’ Queste influenze per cosi dire ‘esterne’, vengono ricondotte agli scritti dei poeti della scapigliatura, alle poesie di Olindo Guerrini (pseudonimo di Lorenzo Stecchetti) e, per altri versi, a Giuseppe Giusti, poeta satirico toscano vissuto tra il 1809 e il 1850, il cui stile può essere facilmente rinvenuto in alcune delle poesie meno intime di Peppino, in quelle più irriverenti, pungenti e goliardiche nei confronti della politica e del potere. Il debito per così dire ‘stilistico’ nei confronti del Guerrini risulta particolarmente evidente nella poesia “Dae una losa ismentigada” (Da una tomba dimenticata): Non sias ingrata, no, para sos passos,/o giovana ch’ in vid’ happ’istimadu./Lassa sas allegrias e ispassos/e pensa chi so inoghe sepultadu./Vermes ischivos si sunt fattos rassos/de cuddos ojos chi tantu has miradu./Para, par’un’istante, e tene cura/de cust’ ismentigada sepoltura.// A ti nd’ammentas, cando chi vivia/passaimis ridend’oras interas?/Como happ’ una trista cumpagnia/de ossos e de testas cadaveras,/fin’ a mortu mi faghent pauria/su tremendu silenziu ‘e sas osseras./E tue non ti dignas un’istante/de pensare ch’ inog’ has un amante! Il movimento degli scapigliati costituisce un fenomeno letterario che si inserisce in un mondo, in una Italia in rapido divenire sotto i diversi profili politico, sociale, di costume, culturale. Il movimento nasce sulla scia delle tendenze letterarie realistiche e simbolistiche molto diffuse in Francia e accoglie intellettuali come Arrigo e Camillo Boito, Carlo Doni ed Emilio Praga tra gli altri. Gli scapigliati vengono presentati dallo scrittore milanese Cletto Arrighi (alias Carlo Righetti), vissuto tra il 1828 e il 1906, come il vero pandemonio del secolo e ‘pronti al bene quanto al male; irrequieti, travagliati, turbolenti’. Ritroviamo in Mereu la stessa indole ribelle e fortemente polemica che aveva caratterizzato il pensiero degli scapigliati, i cui obiettivi consistevano principalmente in una critica feroce al sistema borghese, al piatto andamento della normalità delle cose, al positivismo. La poesia di Mereu, in definitiva, si configura quale espressione dell’intima assimilazione, da parte dello stesso, di espressioni culturali che hanno carattere nazionale sapientemente mescolate alla cultura contadina e pastorale del piccolo paese sardo. L’estro poetico letterario di Peppinu Mereu assorbe dunque non solo l’urlo poetico esistenziale individuale dello stesso poeta ma comprende altresì istanze sociali e politiche manifestate dalla comunità tonarese e da tutte le genti dell’isola. Sulla formazione del Mereu si segnala quanto sostenuto dallo storico Manlio Brigaglia (è chiaro che studi da autodidatta o regolari che fossero Mereu ne aveva fatti: lo dimostra il taglio della sua poesia, i riferimenti letterari che vi si colgono, il sistema di idee che vi circola, perfino l’uso e quotidiano che vi si fa talvolta dello stesso periodo espressivo, costruito secondo i modi della poesia di paese più consueta e meno alfabetizzata, insomma più .) e dallo scrittore e poeta Francesco Masala (A pensarci bene, la crisi di Peppinu Mereu è la stessa crisi della piccola borghesia nuorese, altalenante tra l’ironia e la follia alcolica de sos iscopiles, puntualmente espressa dal gruppo dei poeti de su connottu, positivisti, anticonformisti, scapigliati e maledetti.). Quella di Peppino Mereu per la poesia in limba fu scelta di vita e d’amore voluta consapevolmente e appassionatamente. I tratti caratteriali dell’uomo sono quelli di una persona a cui fin da giovane vengono a mancare i genitori. Il poeta di Tonara vive in solitudine e malfermo di salute; testardamente avverso a qualsiasi tipo di imposizione e a ogni forma di potere, mostra di essere sensibile e sinceramente angustiato dalle ingiustizie sociali. Fu il servizio prestato come carabiniere dal 1891 al 1895 in quel di Codrongianos e altrove che fece conoscere a Peppino e toccare con mano le asperità che la vita, in ogni parte della Sardegna, riserva ai diseredati, alla gente comune, al pastore, al contadino. Insofferente nei confronti della disciplina militare e profondamente deluso dalle piccole e grandi ingiustizie che aveva avuto modo di rilevare e anche di subire durante il servizio prestato nell’Arma, il poeta si avvicina agli ideali propugnati dal movimento socialista, che proprio in quegli anni di fine secolo andava sviluppandosi. Con le sue opere interpreterà i vari aspetti di una crisi sociale ed economica che colpirà diffusamente non solo la Sardegna ma l’intera nazione italiana. E’ una crisi, peraltro, che per Mereu avrà amari risvolti personali. Infatti, sostiene Francesco Masala, “Di questa crisi il poeta Peppinu Mereu è pregnante testimonianza: figlio di medico proprietario, si ribellò alla famiglia e alla sua condizione piccolo-borghese, naufragò in una dimensione esistenziale, disordinata ma ancorata ai valori e alla cultura comunitaria del suo villaggio; la gente di Tonara protesse, onorò e nutrì il suo poeta maledetto”. Dopo il congedo, per gravi motivi di salute, dalla vita militare, inizia per Mereu, che in quel momento ha venticinque anni, la discesa della sua parabola esistenziale. Ci pare di vederlo, nei terribili inverni di Tonara, accanto al camino, coperto dall’orbace e sofferente, ravvivare il fuoco con carte sulle quali ha scritto dei versi. Raccontano che proprio in questo modo siano andate perdute molte delle opere del poeta. E’ una delle leggende che circolano sul tonarese che viene riportata nel risvolto di copertina di una delle più recenti edizioni delle sue opere: si dice che Mereu utilizzasse i fogli su cui aveva scritto qualche poesia per difendersi dalle rigidissime temperature degli inverni barbaricini. Vive spesso con mezzi di fortuna, con l’aiuto di pochi amici, in condizioni di progressivo isolamento, braccato dalla malattia e da un male di vivere di cui non riuscì mai a liberarsi. Si impiegò come scrivano presso il Comune di Tonara tra l’Ottobre del 1898 e la fine del 1900. Muore il primo giorno di Marzo del 1901, di diabete dicono alcuni, o di tisi, secondo altri. Nella biografia di Mereu la tubercolosi dovette effettivamente essere, da un certo momento in poi, un dato costante e concreto. A sostegno di tale ipotesi, sostiene Brigaglia, vi sarebbero la cupa malinconia del poetare di Peppino e la sua morte precoce. Difficile l’inserimento dell’opera del tonarese nell’ampio panorama poetico e letterario dell’Italia di fine Ottocento – inizio Novecento, dal momento che tra l’altro, sostiene Giancarlo Porcu, “La stessa presenza di italianismi nella lingua della tradizione poetica sarda – energica infatti in Mereu – ci parla di una assimilazione a distanza, decentrata, riguardosa, e non invece di un commercio diretto e intenso con la tradizione e la lingua ‘nazionali’.” e che le caratteristiche della poesia di Mereu derivano da scelte che lo stesso poeta tonarese compie a monte, “entro il sistema poetico in sardo, perché, periferia tra le periferie rispetto ai centri egemonici da cui pure è politicamente dipesa, la Sardegna, quella rustica in special modo, dovette sviluppare – metabolizzando di continuo apporti ‘altri-alti’ – una tradizione poetica con un proprio sistema di generi e di livelli interni, inventandosi fra l’altro una speciale lingua letteraria, con domini geografici soprattutto centro-settentrionali (il cosidetto logudorese illustre), e una singolare civiltà metrica.”. Purtuttavia l’opera di Mereu va inserita, quanto a contenuti, in un contesto postunitario culturale generale in cui in tutta Europa vanno crescendo e sviluppandosi la società di massa e, a essa collegate, le istanze partecipative delle genti e gli effetti della modernità, in un grande calderone in ebollizione in cui la Sardegna versa in condizioni di arretratezza veramente drammatiche. Il malessere e l’insoddisfazione della popolazione per un livello di tassazione impossibile da sostenere imposto dal governo unitario, la mancanza di strutture viarie che consentano agevoli collegamenti tra i vari centri dell’isola, l’insufficienza della rete dei trasporti, che è tale da non riuscire ad assicurare un sistema decente di collegamenti esterni all’isola stessa, vanno aumentando. Oltre a ciò, sempre nel contesto di un disagio che ha caratteri generali europei, sono da mettere in rilievo le particolari disastrose condizioni economiche della Sardegna aggravate dalla inadeguatezza della pastorizia e dell’agricoltura sarde a stare sui mercati e dalla sensibile diminuzione dei traffici commerciali d’oltremare conseguente all’adozione, da parte della Francia, di severe politiche protezionistiche. Al quadro d’insieme sinteticamente delineato vanno aggiunti da una parte il fenomeno del banditismo e le correlate severe misure di repressione adottate dal governo, dall’altra lo svilupparsi un po’ dappertutto, all’interno della classe lavoratrice, della consapevolezza dei propri diritti, delle prime lotte di classe, degli scioperi, del movimento politico socialista. Il quadro storico politico che si è sinteticamente delineato è quello in cui attivamente si inserisce la vicenda artistico esistenziale di Mereu. Ecco perché siamo convinti che alla poesia del mai abbastanza rimpianto vate tonarese debba essere attribuito per intero il rilievo che le compete e che merita. Nelle sue poesie Mereu dimostra di essere uomo perfettamente calato nell’attualità delle questioni dei tempi in cui, sia pure per pochi anni, ha vissuto. Sui tempi cambiati, ad esempio, e sul mutamento delle condizioni economiche, si leggano le poesie ‘Lamentos de unu nobile’: ‘1.Funesta rughe/chi giust’a pala/per omnia saecula/ba’in ora mala./ 2. In diebus illis/m’has fatt’ onore,/ma oe ses simbulu/de disonore./3. Oe unu nobile/chi no hat pane,/senz’ arte, faghet/vida ‘e cane./4. Senz’impiegu/su cavalieri,/est unu mulu/postu in sumbreri./5. A pancia buida,/senza sienda,/papat, che ainu, paza in proenda./6. Deo faeddo/cun cognizione,/ca isco it’ este/s’ispiantaggione./[…]11.Ah caros tempos/c’happo connottu!/sezis mudados/in d’unu bottu!…’ e ‘A Nanni Sulis II’: ‘Unu die sa povera Sardigna/si naiat de Roma su granariu;/como de tale fama no nd’est digna./Su jardinu, su campu, s’olivariu/d’unu tempus antigu, s’est mudadu/ind’unu trist’ispinosu calvariu.’. La valenza culturale e sociale insieme ai risvolti storico politici della sua opera per certi versi si spinge oltre gli angusti confini di una terra, la Sardegna, allora più che mai relegata ai confini del mondo.

venerdì 15 maggio 2020

Poeti Tonaresi: Lorenzo Zucca di Nino Mura

Lorenzo Zucca
   Il vice parroco tonarese Domenico Martini, incaricato di censire la popolazione del rione di Toneri per l’anno 1829, così ci rappresenta la situazione familiare di Lorenzo Zucca della contrada di Catzolaghedu:
Antonio Zuca, marito, di anni 57
Rosa Carneri, moglie, di anni 49
Angela Zuca, figlia, di anni 16
Sebastiano Zuca, figlio, di anni 14
Lorenzo Zuca, figlio, di anni 11
Raimondo Zuca, figlio, di anni 4

   Nel 1845 Lorenzo Zucca è censito nella frazione di Ilalà. Questa la composizione familiare:
Lorenzo Zucca, marito, di anni 26
Francesca Cabras Carta, moglie, di anni 20
Antonio Zucca, figlio, anni 1
Francesca Rosa Carta, suocera (vedova), di anni 50.
   Dallo status animarum di Ilalà dell’anno 1856 rileviamo questa nuova situazione:
Lorenzo Zucca, marito, di anni 35
Francesca Cabras Carta, moglie, di anni 35 (sic) (Età un po’ ballerina!)
Antonio Zucca, figlio, anni 6 (sic) (Età sin troppo ballerina!)
Rosa Zucca, figlia, di anni 1

   Non so in quale anno sia avvenuto il decesso di Lorenzo Zucca, al riguardo bisognerebbe attivare le ricerche presso gli archivi della parrocchia e del Comune di Tonara, ma reputo improbabile un legame di amicizia tra lo Zucca ed il Mereu. Ricordiamo che Peppino M., nascendo nel 1872, potrà essere in grado di esprimere il suo pensiero poetico non prima del compimento dei 15 anni. A tale data, Lorenzo Zucca, ammessa la sua sopravvivenza, avrebbe un età avanzata, intorno ai 70 anni.
P.S. E’ bene sapere, ai fini di ulteriori indagini, che i registri parrocchiali dei decessi relativi al periodo 1848-1874 non rispondono all’appello degli studiosi. Le ricerche sono infruttuose tanto a Tonara quanto nell’archivio storico diocesano di Oristano
   Nei registri dei defunti datati 1874-1879 non è segnalato il decesso del cantore di Ilalà. Bisognerebbe controllare le registrazioni dei periodi successivi e, in caso di insuccesso, tentare per altre vie non escluse quelle che indirizzano ad uno studio più attento dei Quinque libri.

mercoledì 20 novembre 2019

Larentu - Lorenzo Zucca cantore di Ilalà (di Nino Mura)


Lorenzo Zucca
   Il vice parroco tonarese Domenico Martini, incaricato di censire la popolazione del rione di Toneri per l’anno 1829, così ci rappresenta la situazione familiare di Lorenzo Zucca della contrada di Catzolaghedu:
Antonio Zuca, marito, di anni 57
Rosa Carneri, moglie, di anni 49
Angela Zuca, figlia, di anni 16
Sebastiano Zuca, figlio, di anni 14
Lorenzo Zuca, figlio, di anni 11
Raimondo Zuca, figlio, di anni 4

   Nel 1845 Lorenzo Zucca è censito nella frazione di Ilalà. Questa la composizione familiare:
Lorenzo Zucca, marito, di anni 26
Francesca Cabras Carta, moglie, di anni 20
Antonio Zucca, figlio, anni 1
Francesca Rosa Carta, suocera (vedova), di anni 50.
   Dallo status animarum di Ilalà dell’anno 1856 rileviamo questa nuova situazione:
Lorenzo Zucca, marito, di anni 35
Francesca Cabras Carta, moglie, di anni 35 (sic) (Età un po’ ballerina!)
Antonio Zucca, figlio, anni 6 (sic) (Età sin troppo ballerina!)
Rosa Zucca, figlia, di anni 1

   Non so in quale anno sia avvenuto il decesso di Lorenzo Zucca, al riguardo bisognerebbe attivare le ricerche presso gli archivi della parrocchia e del Comune di Tonara, ma reputo improbabile un legame di amicizia tra lo Zucca ed il Mereu. Ricordiamo che Peppino M., nascendo nel 1872, potrà essere in grado di esprimere il suo pensiero poetico non prima del compimento dei 15 anni. A tale data, Lorenzo Zucca, ammessa la sua sopravvivenza, avrebbe un età avanzata, intorno ai 70 anni.
P.S. E’ bene sapere, ai fini di ulteriori indagini, che i registri parrocchiali dei decessi relativi al periodo 1848-1874 non rispondono all’appello degli studiosi. Le ricerche sono infruttuose tanto a Tonara quanto nell’archivio storico diocesano di Oristano.
   Nei registri dei defunti datati 1874-1879 non è segnalato il decesso del cantore di Ilalà. Bisognerebbe controllare le registrazioni dei periodi successivi e, in caso di insuccesso, tentare per altre vie non escluse quelle che indirizzano ad uno studio più attento dei Quinque libri.


TUE DE TONARA SES SU PATRONU A Santu Grabiele dae Benigno Casula - 1977 .

​ TUE DE TONARA SES SU PATRONU A Santu Grabiele  Tue de Tonara ses su patronu e ti festant su tres de austu, ant'isceltu a tie angelu bo...