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sabato 20 febbraio 2021

Telti: proposta cittadinanza onoraria al fondatore della Sagra del mirto Bruno Casula.

 

Fonte:la nuova sardegna, 18/02/2021.

Telti. Lo storico medico di base di Telti, Bruno Casula, tra poco va in pensione e alla luce dei tanti anni di onorato servizio alla comunità, 35 anni, è stato chiesto che gli venga riconosciuta la cittadinanza onoraria. A proporre l'importante onorificenza al consiglio comunale è il politico di lungo corso Matteo Sanna, attuale consigliere comunale di Telti "Il 28 febbraio Dottor Bruno Casula (storico medico di Telti) andrà in pensione dopo anni di onorato servizio. A Bruno Casula , la comunità di Telti sarà sempre grata e riconoscente non solo per la sua grande professionalità ma anche per aver ideato la Sagra del Mirto e la Pro loco locale.Come consigliere comunale proporrò per Bruno Casula la cittadinanza Onoraria. Lo ritengo giusto e doveroso" conclude Matteo Sanna. 
Il dottor Bruno Casula non è solo il medico condotto e punto di riferimento dei circa duemila abitanti di Telti. Appassionato di storia locale e tradizioni si è sempre battuto per infondere quel senso di appartenenza della comunità affinché venissero valorizzati i punti di forza insiti nelle tradizioni più radicate della comunità teltese. Attraverso il lavoro continuo, portato avanti con la Pro Loco, e grazie all'istituzione della Sagra del Mirto, da lui ideata e fondata nel lontano 1994, la comunità di Telti nel corso degli anni ha saputo ritrovarsi, ma anche aprirsi al visitatore lasciando scoprire tutte le peculiarità della tradizione locale teltese. La scorsa estate, la Sagra del Mirto, giunta alla sua 26esima edizione, ha purtroppo dovuto interrompere la sua attività a causa della pandemia, ma gli organizzatori stanno già pensando alla 27esima edizione con la speranza che il dottor Bruno Casula, da anni residente a Olbia non decida di tornare nella sua Tonara che gli ha dato i natali. 
 

 

 

sabato 18 aprile 2020

Monsignor Antonio Raimondo Tore - Un vescovo e il suo territorio di Cecilia Tasca

Un vescovo e il suo territorio: la figura e l’opera di Antonio Raimondo Tore (1781-1840) 
di CECILIA TASCA
1. Premessa In seguito al trasferimento di Mons. Giuseppe Stanislao Paradiso presso la diocesi di Ampurias e Tempio nel 1822  , la diocesi di Ales-Terralba rimase vacante per un lungo periodo  , durante il quale, a breve distanza l’uno dall’altro, furono nominati due vicari capitolari: il teologo Luigi Serpi, nativo di Gonnosfanadiga (2 luglio 1822), e il teologo canonico Luigi Spiga, nativo di Collinas (14 novembre 1823). Dopo cinque anni di vacanza, il 28 gennaio 1828 fu consacrato vescovo della diocesi, a soli 46 anni, mons. Antonio Raimondo Tore . 1 Paradiso Giuseppe Stanislao, in G. Chiosso, R. Sani (a cura di), Dizionario Biografico dell’Educazione 1800-2000, Editrice Bibliografica, Milano 2013, vol. II, pp. 285-286; cfr. (consultato il 12 dicembre 2015), sub voce. 2 Cfr. P. Martini, Storia ecclesiastica di Sardegna, vol. III, Stamperia reale, Cagliari 1840, pp. 275, 359-367; D. Filia, La Sardegna Cristiana, vol. III, Tipografia Ubaldo Satta, Sassari 1929, pp. 285, 322-324; D. Scano, Codice Diplomatico delle relazioni fra la Santa Sede e la Sardegna, vol. II, Arti Grafiche B.C.T., Cagliari 1941; P.M. Cossu, Fasti e falsi della Diocesi di Usellus: note storico critiche, Scuola Tipografica Arborea, Oristano 1945, p. 82; G. Sorgia, I vescovi della diocesi di Ales (1503-1866). Nota, in Diocesi di Ales-Usellus-Terralba. Aspetti e valori, Fossataro, Cagliari 1975, pp. 271-286, oggi in (consultato il 12 dicembre 2015); R. Turtas, Storia della Chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila, Città Nuova, Roma 1999. Si rimanda inoltre alla voce Ales, Diocesi, in S. Naitza, C. Tasca, G. Masia La mappa Archivistica della Sardegna, Marmilla, vol. 2/1, Regione Autonoma della Sardegna, Cagliari, 2004, pp. 25-30. 3 D. Filia, La Sardegna Cristiana cit., p. 285; cfr., inoltre, (consultato il 12 dicembre 2015). 60 2. La figura Antonio Raimondo Tore nacque a Tonara il 21 dicembre 1781 dal medico chirurgo Giovanni e da Anna Cabras, nipote dell’avvocato Vincenzo Cabras che partecipò ai moti rivoluzionari del 17944 . Il giovane Raimondo ricevette i primi insegnamenti di latino dal proprio parroco, dott. Michele Porru, e, all’età di 9 anni, fu condotto a Cagliari dove compì i due anni di ginnasio superiore, fece in altri due anni gli studi liceali e, dopo quattro anni, conseguì la laurea in teologia. Non potendo essere ordinato sacerdote prima dei 22 anni di età, Antonio Raimondo passò cinque anni occupato nella sacra predicazione, a cui era stato autorizzato, e in cui si dimostrò pari ai migliori predicatori del regno, tanto che fu scelto per esporre l’elogio funebre della regina Maria Adelaide nel 1802, come anche, molti anni dopo, ebbe l’incarico di recitare l’elogio funebre di Carlo Emanuele IV nel 1819 e quello di Vittorio Emanuele I nel 18245 . Celebrata nel 1805 la sua prima Messa, fu vicario parrocchiale di Atzara sino al 1808; parroco e vicario foraneo di Ari- 4 Cfr. B. Anatra, voce Cabras Vincenzo, in Dizionario biografico degli italiani, 15, 1972, (DizionarioBiografico) (consultato il 12 dicembre 2016); A. Cabras, Vincenzo Cabras, in (consultato il 12 dicembre 2015). 5 R. Bonu, Mons. Antonio Raimondo Tore, «Tonara», 1948, in (consultato il 12 dicembre 2015). Cfr. inoltre Rassegna storica del Risorgimento, Biblioteca Universitaria di Cagliari, p. 239, in (consultato il 12 dicembre 2015): elogio funebre del re Vittorio Emanuele I, recitato nella chiesa cattedrale di Oristano il 4 marzo 1824 dal canonico Antonio Raimondo Tore, vicario capitolare della Diocesi; si tratta probabilmente dell’abbozzo originale con diverse correzioni e cancellature (G. 4, 1 bis, 6 ter). 61 tzo sino a 1814 e parroco di Sorgono sino al 18206 , anno in cui fu nominato canonico teologale dall’arcivescovo di Oristano mons. Giovanni Antioco Azzei. Alla morte di quest’ultimo, il 14 dicembre 1821, il canonico Tore fu eletto vicario capitolare, «ufficio che esplicò con grande zelo» 7 . L’8 settembre 1827 il Capitolo di Ales ebbe notizia della sua nomina a vescovo della diocesi attraverso una lettera in cui egli stesso dispensava i canonici dal fargli visita e dall’apostrofarlo con la tradizionale arringa8 . Il 23 settembre, il Capitolo di Ales gli rispose accettando la dispensa e congratulandosi per la sua nomina, con espressioni di ossequio e di vivissimi auguri9 . L’11 marzo 1828 mons. Tore ebbe la solenne preconizzazione concistoriale10, e due mesi dopo, il 25 maggio, fu consacrato in Bosa da mons. Francesco Maria Tola. Il 4 giugno 1828 faceva il suo ingresso solenne in Ales11 . 6 Diocesi di Ales-Terralba, Memorie del passato. Appunti di storia diocesana di Mons. Severino Tomasi pubblicati su Nuovo Cammino dal marzo 1954 al gennaio 1960 (di seguito Memorie del passato), vol. I, Carta Bianca, Villacidro 1997, pp. 153-154. 7 A. Tore, Lettera circolare ai fedeli di Oristano, per il S. Giubileo, Cagliari 1826; Epistola ad clerum et populum dioec. Usellensis et Terralbensis, Tip. Reg., Cagliari 1828. 8 AS Ca, Regia Segreteria di Stato e di Guerra, Serie II (di seguito AS Ca, SS II s), vol. 435 (Regie nomine di Arcivescovi e Vescovi, 1791-1848), 61, I, 9 settembre 1827. Corrispondenza sullo stato dei fondi della vacante Mitra di Ales, e ivi, 61, II, 15 settembre 1827. Mons. Tore ringrazia per la nomina al R. economo della vacante di Ales. Per i fondi archivistici cfr. F. Loddo Canepa, Inventario della Segreteria di Stato e di Guerra dell’Archivio di Stato di Cagliari, Società nazionale per la storia del Risorgimento italiano, Roma 1934. 9 AS Ca, SS II s, vol. 451 (Regie nomine di Arcivescovi e Vescovi, 1791-1848), 17, XXIII, 8 novembre 1828, Nomina dell’Arcivescovo Bua e Tore, e ivi, vol. 435, 14 novembre 1827, Mons. Tore informa il Randacci della sua nomina. 10 Ivi, 17, XLVIII, 11 marzo 1828, Preconizzazione al Vescovo di Ales. 11 D. Filia, La Sardegna Cristiana cit., p. 285. 62 3. L’opera Poche settimane dopo, il nuovo vescovo si trasferì a Villacidro, come consueto, per la stagione estiva e autunnale; e da quel palazzo, mentre si preparava alla sua prima Visita pastorale, scriveva frequenti lettere per dare alla diocesi il vigoroso impulso del suo governo. Il 4 luglio esortava il clero a versare sollecitamente i donativi dovuti al regio governo; il 20 agosto invitava clero e popolo a contribuire per la fondazione di un ‘Collegio Generale’ in Cagliari; il 1° gennaio 1829 scriveva un’altra lettera ai fedeli della diocesi perché contribuissero generosamente per la costruzione della ‘strada massima’ della Sardegna, che dalla piazza Carlo Felice di Cagliari doveva arrivare fino a Sassari12 . Oltre allo spirito di collaborazione con l’autorità civile per il benessere materiale dell’isola, mons. Tore esplicava, contemporaneamente, le sue premure per il progresso spirituale della diocesi, come ebbe modo di fare anche nella Sacra visita, iniziata a Villacidro il 5 novembre, proseguita a Gonnosfanadiga, Fluminimaggiore, Arbus, Guspini, Pabillonis entro dicembre dello stesso anno, ma conclusa nelle restanti parrocchie solamente alla fine del successivo mese di maggio13 . Nonostante la salute malferma, mons. Tore teneva sempre vigile la sua attenzione «agli interessi soprannaturali delle anime, e provvedeva con ogni diligenza alla perfetta disciplina del suo clero». Quando egli giunse, trovò in diocesi centocinquanta sacerdoti. Soltanto in Ales ve ne erano trenta: diciotto canonici e dodici beneficiati. Il Seminario aveva per preside il canonico Antioco Ibba di Ales, per economo il beneficiato Francesco Secchi di Mogoro, per professore di Filosofia e Teologia il teologo Francesco Frongia di Samugheo, per insegnante di Sintas- 12 Memorie del passato cit., p. 155. 13 Archivio Storico Diocesano di Ales (di seguito ASDA), Archivio del Capitolo della Cattedrale (di seguito ACCAL), Visite Pastorali, 3/19, Circolari del 15 novembre 1828 e del 24 e 31 marzo 1829. 63 si il chierico Pasquale Concu di Arcidano, per maestro elementare il chierico Alessio Floris di Oristano, incardinato ad Ales. Gli alunni del Seminario erano undici. Il decano del Capitolo era il nobile don Cosimo Cao di Cagliari. Il cancelliere vescovile non era un sacerdote, ma un pubblico notaio, Raimondo Soru di Pau; il vicecancelliere, detto applicato, era un altro secolare: il notaio Michele Figus di Morgongiori. Con parola franca e senza sottintesi, mons. Tore diceva a tutti, e molto più ai suoi sacerdoti, ciò che sentiva nell’animo. In tempi in cui si solevano fare tre anni di Teologia o anche soltanto due, egli scriveva al chierico Francesco Moi che non gli poteva conferire i sacri Ordini senza conoscerlo, se voleva essere ordinato avrebbe, perciò, dovuto compiere un quarto anno di Teologia ad Ales. Al parroco di Arbus, Sisinnio Massenti di Sardara, rimproverava di non aver mandato un sacerdote a celebrare la Messa a Santadi. E in quello stesso anno mandava la scomunica da pubblicarsi in chiesa ad Arbus, perché nella notte precedente al 16 ottobre 1833, alcuni ladri, rompendo la serratura della sagrestia, avevano rubato la grande artistica lampada d’argento14 . Di tutte le attività delle parrocchie mons. Tore voleva essere messo al corrente, e a tempo opportuno non mancava di intervenire per dare le sue direttive; era inoltre molto geloso dell’onore e del decoro dei suoi sacerdoti. Al rev. Antioco Efisio Casu, che in Mogoro aveva dato una porzione della sua casa in affitto a un taverniere con relativa bottega, mons. Tore scrisse il 25 febbraio 1830 che si recasse al Convento di San Gavino e vi stesse in raccoglimento fino a suo nuovo ordine. Il 1° gennaio 1832 spedì, da affiggersi nelle sagrestie parrocchiali, il seguente decreto: Incorreranno nella sospensione a divinis ipso facto i sacerdoti nei seguenti casi: 14 Memorie del passato cit., pp. 191-192. 64 – Se avanti di celebrare la prima Messa del mattino festivo non abbiano recitato col popolo il credo, il Padre Nostro, i comandamenti di Dio e della Chiesa, i sette sacramenti e gli Atti di Fede, Speranza, Carità e Contrizione. – Se, camminando entro il paese, il sacerdote non sia vestito dell’abito talare e se fuori del paese, andando anche a cavallo, non porterà il capello proprio dei sacerdoti con le falde piegate a triangolo. – Se ardirà con la zappa o con l’aratro o con qualsiasi strumento agricolo lavorare il campo o la vigna. Gli sarà permesso soltanto usare le forbici o il potatoio per tagliare i rami inutili degli alberi nel giardino. – Se entro lo spazio di ventiquattro ore non avrà passato a registro, con tutte le particolarità da annotarsi, i nomi dei bambini che avrà battezzato, o dei matrimoni a cui avrà assistito, o dei defunti che avrà accompagnato alla sepoltura. – La stessa sospensione incorrerà il Parroco che dal 2 gennaio entro la domenica precedente alla Quaresima non abbia preparato il Registro di anagrafe, ossia Stato d’Anime del nuovo anno, o che entro la terza domenica dopo la Pasqua abbia trascurato di riferire al Vescovo i nomi di coloro che hanno tralasciato di adempiere all’obbligo Pasquale. – Dato in Villacidro 1° gennaio 1832. Antonio Raimondo Vescovo15 . 4. Il Seminario Tridentino Una delle cure più attente fu quella che mons. Tore rivolse al Seminario. Non era ancora passato un anno dal suo ingresso in Ales quando, l’11 aprile 1829, scriveva al cav. Giuseppe Manno, suo amico: Caro Manno, il nostro Seminario ha bisogno di un ampliamento dei locali, per poter ricevere i nuovi allievi; e bisogna anche 15 Ibidem. 65 crescere il numero dei maestri. Credereste Voi che in un Seminario Tridentino non vi sia destinato un Direttore Spirituale e non vi sia neppure una Cappella Domestica, tanto da dover mandare ogni giorno gli alunni in Cattedrale per ascoltar Messa? Eppure in Ales è proprio così16 . Al recente edificio di pianta rettangolare (fabbricato negli anni 1825-1826) non era stata ancora aggiunta la parte contenente la cappella con sottostante refettorio e con soprastante sala di studio. Ed erano questi gli ampliamenti a cui mons. Tore aspirava17. Intanto egli volle subito una cappella, ricavandola, pare, da una delle camere già esistenti. Il 6 luglio 1831scriveva una lettera al canonico Antioco Ibba, preside del Seminario, compiacendosi perché «si stanno dando le tinte alla cappella del Seminario e si sta abbellendo la statua di San Luigi Gonzaga, in onore del quale ogni anno, d’ora innanzi, in Seminario si farà la festa, ed un chierico di teologia terrà il panegirico». Lo stesso giorno inviava una lettera al sacerdote Giuseppe Scano Piano e gli dava l’incarico di direttore spirituale dell’Istituto, impegnandosi a trovare ogni mezzo per rinforzarne le finanze, come si evince da un suo scritto del successivo 28 luglio: Fin dai primi di gennaio del presente anno ho presentato a Sua maestà il re il mio progetto per un accrescimento di dotazione al mio Seminario Tridentino di Ales, per lo scopo di potervi accettare il numero di ventiquattro alunni e potervi collocare dei valenti precettori, che li istruiscano nelle divine ed umane scienze. Per l’accrescimento della dote del Seminario proposi al Sovrano in primo luogo l’applicazione per dieci anni dei frutti decimali della Rettoria di Gonnoscodina, ora vacante per la morte del Rettore Francesco Atzori, avvenuta nell’anno 1827: applicazione che si comincerà dai frutti del 1830, perché 16 Ivi, pp. 188-189. 17 AS Ca, SS II s, vol. 486 (Seminari Tridentini), 1760-1840. Seminario Tridentino di Ales, 1827. 66 quelli del 1828 e 1829 furono applicati al Regio Monte di Riscatto. E per Gonnoscodina proposi al Re che durante dieci anni si potrebbe nominare alla Parrocchia un Vicario, dotato bensì delle qualità necessarie, al quale si assegnerebbe per congrua la quarta parte delle decime, nella forma che sogliono averla i vicari delle altre parrocchie della diocesi di Usellus, essendo altra l’usanza della diocesi di Terralba. Il re diede il suo consenso e il papa approvò il progetto: e così al Seminario furono concessi per dieci anni i tre quarti delle decime di Gonnoscodina18 . Trovare i mezzi anche per l’ampliamento dell’edificio nuovo si rendeva tanto più necessario, in quanto era crollata la parte del Seminario vecchio (quello iniziato nel 1703 da Mons. Francesco Masones y Nin, poco distante dall’abside della cattedrale)19 e non si potevano più avere neppure le camerette dei Superiori. Scriveva infatti mons. Tore al preside don Emanuele Orrù il 16 febbraio 1833: Era così preveduto che quel Seminario doveva crollare. Muri vecchi: travi aggiunti nelle due stremità per le quali venivano infitti nei muri: tutto portava con sé il germe della distruzione di esso. Pensiamo ora al pericolo del momento: il Rev. Figus 18 Ivi, 1827. Vacante di Ales. 19 Inaugurato il 14 maggio 1703, il Seminario ospitava inizialmente sei alunni. Si resse attraverso le rette dei seminaristi e la tassa dell’1% applicata su tutti i benefici diocesani; fu inoltre dotato di un regolamento, dato alle stampe dalla tipografia di San Domenico di Cagliari (Constituciones del Seminario de S. Pedro, Caller 1703); cfr. P. Tola, Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna, vol. II, Tipografia Chirio e Mina, Torino 1838, p. 238. Si veda inoltre M.B. Lai, G. Usai, Monsignor Francesco Masones y Nin, note biografiche, in Monsignor Francesco Masones y Nin, Fondatore del Seminario di Oristano, Mostra documentaria (Seminario arcivescovile dell’Immacolata, Oristano 3-30 maggio 2007, 7 dicembre 2008-28 febbraio 2009), Scuola sarda Editrice, Cagliari 2009, pp. 13-44, 15. 67 può star bene in casa sua, così pure il Rev. Scano, a meno che non preferiscano ritirarsi tutti insieme con Lei in Episcopio. Le decime di Gonnoscodina furono girate da mons. Tore a un negoziante di Cagliari, col patto che versasse, complessivamente, 4.000 scudi, di cui metà anticipati, e si prendesse la cura di esigere le decime per dieci anni. Il contratto fu steso in questi termini: Ales addì 11 marzo 1833. Con la presente scrittura il sottoscritto Vescovo di questa Diocesi di Ales per parte di questo Seminario Tridentino dà e concede a titolo e causa di appalto e per lo spazio di dieci anni da cominciare dal primo giorno dello scaduto mese di gennaio corrente anno e da terminare all’ultimo giorno di dicembre dell’anno 1842 tutti i frutti maggiori e minori, della prebenda e Rettoria vacante di Gonnoscodina, che apparterrebbero al Rettore e sono stati con Bolla pontificia applicati per dieci anni al Seminario Tridentino per lo scopo di fabbricarvi, in applicazione dei locali presenti, ed il sopraddetto Vescovo li dà al Signor Salvatore Rossi di Antonio negoziante della città di Cagliari per il prezzo e fitto, tra di loro di buon accordo convenuto, di scudi 400 annui, che per anni dieci formano la somma di 4000. Di questi però, per patto espresso, tra loro accordato, il suddetto negoziante Rossi si obbliga di pagarne anticipatamente, subito, scudi 2000 al sottoscritto Vescovo, onde metterlo in grado di principiare a fabbricare nel Seminario. E per i rimanenti duemila il detto sig. Rossi si obbliga di corrisponderli annualmente nella proporzione che spetta a ciascun anno, in due rate distinte, vale a dire nei primi di ciascun mese di giugno e di ciascun mese di dicembre. Antonio Tore Vescovo –Salvatore Rossi negoziante20 . I lavori di ampliamento furono iniziati subito, e il 5 ottobre 1833 mons. Tore così decretava: «il Preside Canonico Don Emanuele Orrù anticipi al capo muratore Mastro Giovanni Mura la somma che il Seminario dispone a conto dell’importare dell’Impresa del Seminario nuovo». 20 Memorie del passato, p. 189. 68 Ma prima ancora che il braccio fosse terminato, nuove preoccupazioni destava il fabbricato precedente, dove si erano verificate gravi lesioni; e il 14 maggio 1835 mons. Tore ebbe a scrivere di suo pugno in un registro del Seminario: I deputati del Seminario sono incaricati di chiedere i conti all’ex Preside Canonico Antonio Ibba; il che è tanto necessario in quest’anno, nel quale, dovendosi riattare il fabbricato dello stesso Seminario – che malamente costruito minaccia rovina – e dovendosi forse abbandonare per tornare al Seminario vecchio – per accomodare anche questo conviene riunire tutte le somme di denaro che si possono riunire. Nonostante il crollo del 1833, mons. Tore non si rassegnava ad abbandonare i locali del Seminario vecchio perché, come aveva scritto al Manno, voleva ricavarne una casa per esercizi spirituali. L’idea era buona «e dimostra quali nobili intenti avesse il pio Vescovo; ma l’edifizio non era idoneo e non poté cavarsene nulla»21. Tutte le cure dovevano ormai essere rivolte al Seminario nuovo: e nel gennaio 1837 mastro Giovanni Mura era ancora intento a quella fabbrica, i cui lavori non volgevano ancora al termine, neanche quando mons. Tore, ormai traslato a Cagliari, rimase amministratore apostolico della diocesi22 . 5. Le Scuole elementari e i Campisanti Negli anni 1832-1835, vincendo ogni resistenza e indugio, mons. Tore fondò in tutte le parrocchie della diocesi le Scuole elementari. Chiamate dapprima ‘Scuole Normali’, lo stesso re Carlo Felice, che ne desiderava l’istituzione, ne indicò il programma: «insegnare a leggere, scrivere e conteggiare; dare 21 Ivi, p. 190. 22 D. Filia, La Sardegna Cristiana cit., p. 322. 69 istruzione sul modo di coltivare la terra; ed insegnare la dottrina cristiana»23 . Da Villacidro, in data 24 ottobre 1832, il vescovo emanò una lettera pastorale in cui, dopo aver opportunamente trasferito a nuova sede diversi sacerdoti, dettò le norme per l’istituzione delle Scuole Inferiori in ciascun paese della diocesi, e ordinò che non più tardi del 16 gennaio 1833 «l’insegnamento fosse dovunque in concreta e perfetta efficienza». A questo scopo nominò 41 maestri vescovili, uno per ogni parrocchia. Erano tutti giovani sacerdoti, maggiormente nei paesi più grossi e impegnativi, come Guspini, Mogoro, Gonnosfanadiga e San Gavino, dove egli destinò per maestri elementari giovani chierici; dove non poté avere chierici scelse dei giovani viceparroci, o qualche parroco giovane; rassegnandosi all’insegnamento di sacerdoti anziani soltanto nei paesi molto piccoli. Negli anni successivi alla fondazione delle Scuole, col moltiplicarsi delle classi e degli alunni furono aggiunti altri sacerdoti e, gradatamente, si accettò l’insegnamento di maestri laici, per i quali il comune prima, e poi il governo, garantirono la retribuzione24 . In quegli stessi anni, impegnato su più fronti contemporaneamente, mons. Tore risolse un altro annoso problema per la diocesi: la realizzazione dei Campisanti. Invero, che le sepolture dei defunti dovessero farsi in ‘Campi Santi’ fuori dell’abitato fu ordinato da mons. Tore già in una sua pastorale del 6 febbraio 1830. Una seconda lettera del 22 agosto successivo, inviata a tutti i parroci della diocesi, annunciava: Per ordine pervenutoci da Sua Eccellenza il Vice Re con dispaccio del 15 corrente, ordiniamo che nei villaggi, ove è già eretto il Campo Santo fuori della popolazione, si seppelliscano i 23 ASDA, ACCAL, Ordinarium 17/183, Corrispondenza Scuole normali della Diocesi (1835-36). 24 Ibidem. 70 cadaveri solamente in quello, senza distinzione di persone, comprensivi anche i sacerdoti. Lo stesso ordine egli reiterò con altra missiva del 3 settembre 1836. L’obbedienza a queste disposizioni si concluse, però, con molti ritardi, a causa della difficoltà di ottenere i terreni, e degli accordi che i parroci dovevano prendere con le autorità comunali25 . 6. La ‘fabbrica’ della chiesa di Terralba Non meno incisivo fu l’impegno che il vescovo Tore infuse nell’annosa ristrutturazione della chiesa di Terralba, i cui lavori, dapprima per la morte di mons. Paradiso (25 luglio 1822) e quindi del vicario Ignazio Botto (20 marzo 1825), furono ripetutamente interrotti, certamente per mancanza di denari. Il 1° gennaio 1826, il vicario capitolare nominava nuovo vicario di Terralba il canonico Giovanni Paderi di San Gavino. Era allora consuetudine che, sede vacante, le decime dei paesi di Mensa vescovile, nei primi due anni di vacanza fossero devolute all’Istituto caritativo dei Monti di Soccorso; negli anni successivi se ne conservava l’importo a favore del futuro vescovo, a meno che non si fosse ottenuto il permesso del re e l’indulto del papa per devolverlo alla fabbrica di una chiesa. Per Terralba questo indulto fu chiesto troppo tardi, quando già era imminente la nomina del nuovo vescovo. Perciò il papa Leone XII, avendo preconizzato a vescovo di Ales mons. Tore nel Concistoro del marzo 1828, nella Bolla del 28 marzo di quell’anno gli attribuiva le decime del 1824, 1826 e 1827, però con l’onere di versare ogni anno 300 scudi alla fabbrica della chiesa di Ter- 25 Ivi, Mons. Tore, Ordinarium, 17/184, Corrispondenza sulla creazione dei nuovi Campi Santi (1835-36). 71 ralba fino a totale rimborso delle decime stesse26 . Era perciò naturale che mons. Tore, dovendo tanto contribuire, avesse a cuore il completamento dell’edificio, e quando il vicario Paderi l’8 ottobre di quell’anno gli comunicò di aver organizzato le Roadie, facendo sapere che si sarebbe cominciato a lavorare subito, egli rispose, l’11 ottobre, approvando l’iniziativa e manifestando la sua fiducia che nella prossima primavera si sarebbe arrivati a fare tutto il tetto del corpo della chiesa. Ma il Paderi non doveva vedere compiuto questo lavoro: trasferitosi per ragioni di salute a San Gavino, vi morì pochi giorni dopo il suo arrivo, il 24 maggio 1829. Venne a sostituirlo, come vicario, il dottore in utroque rev. Ignazio Murgia di Guspini che fu parroco di Terralba fino al 1837 quando fu nominato parroco di Ales, e qui morì all’età di 40 anni, poco tempo dopo il suo arrivo, il 27 marzo 1837. Nel 1829 il Murgia, già segretario del vescovo, veniva mandato a Terralba appunto perché di fiducia di mons. Tore, per collaborare con lui al proseguimento della fabbrica; e il vescovo gli scriveva il 22 giugno facendogli i suoi auguri «ad multos annos». Vinte tutte le difficoltà e i ritardi, nel 1830 si lavorò tutto l’anno27. Nel corso dei lavori si cambiarono alcuni punti del progetto, come si evince dal collaudo dell’opera fatto il 27 aprile 1831. Vi furono, poi, le spese per i marmi, perché tutte le cappelle dovevano avere i loro altari e la loro balaustra. I contratti furono fatti col marmista genovese Francesco Cucciari, ma al momento delle consegne sorsero delle controversie, per cui si dovette andare in lite: la commissione della fabbrica si rifiutava di pagare perché mancavano diversi pezzi di marmo per il completamento delle balaustre; il marmista pretendeva il pagamento, perché la quantità del marmo era quella corrispondente al 26 AS Ca, SS II s, vol. 435, 17, LXI, 22 aprile 1828, Fabbrica per la Parrocchia di Terralba; ivi, vol. 497 (Nuove chiese. Ristaurazione delle medesime), Diocesi di Ales 1797-1841. 27 Ivi, vol. 497, Nuove chiese. 72 contratto. E si dovette venire a una transazione, riconoscendo che nelle cappelle erano state fatte delle varianti dopo che il marmista aveva già preso le misure del marmo. Deduciamo tutto ciò da una fitta corrispondenza: da Ales, il 1° maggio 1833, mons. Tore scriveva all’architetto Giovanni Basso: Il Signor Cucchiari è stato cortese di avvisarmi che, avendo finito la sua lite, è vicino a partire: in continente. Io gli ho scritto che lei gli avrebbe parlato sui pezzi di marmo che ha portato di meno per la barandilla di Terralba (…) Si ricordi dei danni che va a soffrire la mia chiesa di Lasplassas per non aver potuto ancora ottenere da lei il piacere di venire a collaudare quell’opera, che deve essere rimediata a spese dei muratori. Nella stessa data egli scriveva anche al sig. Cucchiari: Io non la credevo più in Sardegna, e perciò soltanto oggi scrivo al Signor Basso perché parli con lei riguardo i pezzi di marmo che mancarono per quella barandilla di Terralba; ed io le dico che, tornando a Genova esamini bene fino a qual punto mi può essere cortese per fare gli altari delle cinque cappelle ed il fonte battesimale di Terralba e l’altare per la chiesa di San Daniele di Gonnoscodina. Lei può ben comprendere che desidero avere altari eleganti28 . Da Cagliari, il 12 maggio 1833, il Cucchiari così rispondeva: Ho finito la mia lite con un taglio doloroso, ma che finalmente mi toglie ogni ulteriore fastidio. Permetta che le ricordi che non furono già mancati i pezzi di marmo per la chiesa di Terralba, bensì mancò l’identità nel sito in cui devono essere collocati da quando io presi le misure e formai il disegno. Perché il pavimento delle cappelle fu rialzato di un gradino di più. Perciò non mi sono adattato a rimediare questo mio difetto per 28 Memorie del passato, p. 230. 73 il tenuissimo prezzo di trenta “colonnati”, e consegnando i nuovi marmi in darsena a Cagliari. Ma li farò eseguire con la condizione accettata dal Signor Basso, di essere immediatamente pagato alla consegna che ne farò in Genova, restando il trasporto a suo carico29 . 7. La malattia Mons. Tore fu un vescovo giovane e di bella presenza, come può vedersi nel ritratto ancora oggi conservato nell’Aula Capitolare; fu attivo ed energico, ma di poca salute. Sano nei suoi primi 45 anni d’età «arrivò tuttavia all’episcopato già logoro di energie fisiche, per il troppo lavoro e per la mancanza di sonno e di nutrizione, a cui volontariamente si sottometteva» 30 . Il 6 aprile 1833, da Ales, così scriveva al sacerdote Giuseppe Maria Zucca di Baressa dimorante a Roma: «Scrivo dal letto, ove mi trovo da 13 giorni per rimediare al danno di un salasso fattomi ad un piede da un imperito flebotomo». Il 16 aprile comunicava al notaio Efisio Piras Meloni: «Sono inchiodato al letto dal lunedì di Passione». Quell’anno, infatti, non poté compiere le sacre funzioni della Settimana Santa, né il Pontificale di Pasqua, né la consacrazione degli Oli santi. Il 1° maggio 1833 comunicava al rettore di Aritzo don Vargiu: Sono ancora a letto in Ales: non è ancora rimarginata la piaga del mio piede, e nei quattro o cinque giorni in cui per qualche ora ho tentato di alzarmi, non potevo fermare il piede sul pavimento e mi si gonfiava tutta la gamba. Le disgrazie accadutemi nel solo giro di un mese sono così molteplici e tanto grandi, che non ve le posso spiegare. Sicuramente che mi trovo anche impacciato per non sapere dove passare l’estate e l’autunno. Non voglio rischiare la vita rimanendo in Ales – in Villacidro il palazzo è in via di restauro – e altro luogo di aria 29 Ivi, p. 231. 30 Ivi, p. 179. 74 buona nella Diocesi non ve n’è. Quindi se troverò qualche angolo in Villacidro stesso, ove possiamo stare tutta la famiglia, che è composta da diciassette persone, andrò lì, perché l’aria mi quadra; e sarebbe anche bene per sorvegliare la restaurazione del palazzo. Se questo non mi riuscirà, farò una divisione: dodici andranno lì, ed io con due preti e tre servitori andrò fuori diocesi; e se trovo casa in Laconi non andrò sicuramente al mio paese Tonara. Il 14 dello stesso mese annunciava al rettore di Tonara: «Io sono tuttora inabile a passeggiare sin anche dentro la stanza, dopo due mesi incirca dacché l’imperito flebotomo mi ha dato quella crudele stoccata; ed in questa settimana scorsa, vedendo che la piaga si esacerbava e andava a chiudersi il vuoto, ho chiamato Padre Atanagio Spedaliere, che mi assiste tuttora e che mi ha procurato nuovo scolo alla ferita con cerotti emollienti». Le cure della piaga non ottenevano buoni risultati, la guarigione andava a rilento e le condizioni generali del suo fisico apparivano preoccupanti. Il 22 maggio scriveva ancora al rettore di Aritzo: Io sono in letto e sotto la cura di Padre Atanagio. Egli mi fa sperare che fra poco potrò andare in Villacidro, per vedere i fatti miei. Ma anche andando lì, non posso dire che se vi farò permanenza per la state ed autunno, non avendo luogo ove abitare con un po’ di calma. Il 3 giugno comunicava al rettore di Guspini, Giuseppe Floris: «La mia piaga non è guarita, non ha scolo da quattro giorni; ma se mi alzo da letto, si gonfia nuovamente». L’11 giugno, infine, arrivato a Villacidro, informava il Rettore Vargiu di Aritzo: «Sono venuto parte a “tracca” e parte a carrozza, ma gli sbalzi della strada mi hanno pestato le ossa e mi hanno scosso tutto il fisico31 . 31 Ivi, p. 180. 75 A Villacidro, mons. Tore non trovò possibilità di soggiorno, essendo la casa in disordine per la presenza dei muratori; dovette allora trasferirsi a Tonara, suo paese natio. Ma proprio lì «trovò quelle febbri che aveva temuto poter contrarre ad Ales» 32 . Scriveva il 14 settembre 1833: Fui ammalato in casa mia, di febbri perniciose, dal 24 luglio all’ultimo di agosto. Io mi considero come morto fin dal 2 marzo, in cui caddi ammalato in Ales: risorto in luglio per poco tempo; son morto un’altra volta per una seconda malattia che ho fatto a Tonara, e risorgo gradatamente adesso. Non passò un anno, ed eccolo ancora gravemente ammalato. Il 1° ottobre 1834, infatti, così scriveva al teologo Agostino Floris, rettore di Uras: «Mi sono alzato da letto sabato scorso da una pericolosissima infermità di 19 giorni»33 . Tra i gravi danni che mons. Tore dice essergli accaduti nell’anno 1833 nel breve giro di un mese – precisamente nel mese di marzo – è da annoverarsi anche il crollo di una parte del palazzo vescovile di Villacidro. Il 20 novembre 1833 già si compiva il sesto mese dacché erano iniziati i restauri e in quella data egli scriveva al clero della diocesi gli esami di confessione non potranno tenersi, come altre volte in Villacidro, a causa del crollo che ha sofferto l’Episcopio, alla di cui restaurazione si sta lavorando da circa sei mesi. Non c’è rimasto locale ove poter dare alloggio ai nostri signori Esaminatori. Del resto una parte del palazzo era provvisoriamente affittata al signor Sogno di Villacidro; e in altra parte viveva, insieme con alcuni servitori, un sacerdote fiduciario del vescovo, il rev. Giuseppe Antonio Dessì, nativo di Tonara. 32 ASDA, ACCAL, Mons. Tore, Ordinarium, 17/185. 33 Memorie del passato cit., p. 180. 76 Mons. Tore, malato in Ales, scriveva fin dal 17 aprile al suo amico Antonio Orrù: «Dovendo fare grandi spese per rimediare al danno, sofferto nel palazzo di Villacidro, mi bisogna radunare tutte le somme che esistono presso i collettori delle decime a me spettanti». Intanto gli giungeva una lettera del rettore di Aritzo Don Vargiu: Intesi dire della caduta di una parte del palazzo di Villacidro e non lo credetti a motivo che mi pareva difficilissima una tale rovina, atteso il sito il fabbrico e il terreno e non so ancora comprendere come possa essere ciò accaduto né in qual parte. Comunque sia bisogna aver pazienza e Vostra Signoria ha un cuore superiore a qualunque avvenimento. Non potendo estivare in Villacidro, col risparmio che farà negli ospiti supplirà una parte della spesa per il riparo del palazzo. È vero che pensa di venire a Tonara? Il vescovo non era ancora in grado di muoversi per la piaga del piede; ma un po’ al tavolino, un po’ dal letto, scriveva ininterrottamente per assicurarsi che i lavori del palazzo «si progettassero con ogni avvedutezza e si eseguissero con ogni risparmio allo stesso tempo che con ogni miglior regola d’arte» 34 . Eppure, alla fine dell’anno, la ristrutturazione non era completata, e una nuova battuta d’arresto metteva a dura prova la sua pazienza. Lo desumiamo da quanto, il 10 dicembre, scriveva al decano Cosimo Cao: Sono immerso di nuovo in afflizione, perché Domenica, mentre eravamo a pranzo, è crollata quasi la metà del nuovo fabbricato che si stava ultimando alla parte del giardino, con pericolo che crollasse anche il muro vecchio del palazzo. Ma ne sono risentito anche nel fisico, tanto che non sono in istato da scriverle di pugno. 34 Ivi, p. 182. 77 Ciò nonostante, mons. Tore riprese il lavoro da capo. Nella primavera successiva i lavori furono finiti, e nell’estate 1834 il palazzo fu nuovamente abitabile. L’11 ottobre 1834, egli poteva finalmente annunciare che gli esami dei sacerdoti, per il rinnovo delle facoltà per le confessioni, si sarebbero tenuti nel rinnovato palazzo di Villacidro35 . 8. L’impegno per i Monti di soccorso Pur convalescente ma sempre cagionevole, mons. Tore non cessava da una continua attività. Con lettera pastorale dell’8 marzo 1834 indiceva la seconda Visita pastorale e preparava gli animi al Sinodo diocesano, già abbozzato, ma non portato a compimento. La stessa Visita, durante la quale egli si proponeva di recarsi in tutte le chiese, le scuole e i monti di Soccorso36, regolarmente iniziata il 10 aprile a Lunamatrona, non fu conclusa. Visitati i 18 villaggi ‘di dentro’ (Lunamatrona, Pauli Arbarei, Siddi, Ussaramanna, Baressa, Turri, Genuri, Usellus, Sini, Morgongiori, Setzu, Las Plassas, Mogoro, Masullas, Uras, Gonnosnò, Siris e Pompu), il programma prevedeva, il 2 giugno, il rientro a Villacidro per il riposo estivo, per poi riprendere dal successivo novembre, percorrendo l’itinerario di San Gavino, Sardara, Collinas, Villanova, Gonnostramatza, Gonnoscodina, Simala, Curcuris, Zeppara, Ollasta, Escovedu, Tuili e Ales, con riserva di inviare un delegato a visitare Baradili, Bannari, Pau e Arcidano. 35 Ivi, p. 187. 36 Per i quali si rimanda ai recenti lavori di C. Tasca, in particolare Monti granatici, frumentari e di soccorso nella Sardegna spagnola e sabauda: stato degli studi e nuove linee di ricerca, in F. Atzeni (a cura di), La ricerca come passione. Studi in onore di Lorenzo del Piano, Carocci, Roma 2014, pp. 221-248, e alla bibliografia ivi citata. Per un approfondimento sui Monti di Soccorso della Diocesi di Ales si veda anche R. Ibba, I monti granatici in Sardegna: l’esperienza della diocesi di Ales-Terralba, «Rivista di Storia dell’Agricoltura», 51, 2011, pp. 45-100. 78 Essendosi ammalato nel viaggio da Mogoro a Uras, con lettera del 26 maggio mons. Tore comunicò alla diocesi che doveva rientrare in sede, e modificare poi l’itinerario. La Visita pastorale non fu, però, mai terminata a motivo del suo trasferimento nell’archidiocesi di Cagliari a seguito del decesso di mons. Navoni, il 22 luglio 183637 . L’improvvisa malattia che lo colse nel pieno della Visita pastorale, non impedì a mons. Tore di emanare – per ciascuno dei 18 paesi ispezionati dal canonico Priamo Pisu, delegato speciale sopra i monti di Soccorso della diocesi – specifici provvedimenti che, racchiusi in un prezioso fascicolo di 42 carte suonano, oggi come allora, quale durissima condanna contro il «poco zelo» di quegli amministratori laici e religiosi che «mal interpretando il prescritto nei Regi Regolamenti dei Monti di Soccorso di questo regno, soprattutto quelli dei 4 settembre 1767, dei 22 agosto 1780, e del pregone 10 novembre 1818», erano incorsi in gravissimi «errori, frodi, abusi e mancamenti»38 . Ma considerando noi, che anche l’occhio più vigile delli amministratori può venire ingannato dalla furberia dei contribuenti vassalli, ne diamo più che a loro, a quelli la colpa (…) ci astenghiamo perciò di entrare in così malagevole e disgustoso esame39 .Il trasferimento alla Diocesi di Cagliari Il Filia ricorda, a questo proposito: «Avendovi rinunziato Mons. Bua, fu promosso alla primaziale sede Cagliaritana Don Antonio Tore Vescovo di Ales, di cui conservava l’amministrazione. Fece l’ingresso nel Duomo di Santa Cecilia il 2 agosto 1838, ma così logorato anzitempo da infermità che il suo compito si limitò a soffrire, e sospirare il Cielo. Fecondo sacrificio anche questo» 40 . Il Catalogus archiepiscoporum, su mons. Tore, fra l’altro dice: «Grandi cose ci speravamo dal suo zelo pastorale e dalla sua munificenza, ma dopo gli strazi di lunga infermità, che sopportò con grandissima pazienza, scambiò questa vita con quella immortale il 9 marzo 1840» 41 . Suo successore alla Chiesa di Cagliari fu nominato, nel 1842, don Emanuele Marongio Nurra, primo canonico turritano ad ascendere alla cattedra cagliaritana42 . Antonio Raimondo Tore morì a Cagliari a 59 anni, subito dopo aver avviato i lavori di ristrutturazione della Cattedrale, consistenti, in parte, nella «traslocazione della balaustrata ed accomodo della Cappella del re Martino» cui lavorò anche Gaetano Cima, come apprendiamo da una ricevuta rilasciata al Capitolo cagliaritano dal noto architetto, per Lire 190 e centesimi 1, in data 27 marzo 184043 . L’Archivio Capitolare di Ales conserva, fra gli atti dello «Spolio» di mons. Tore, gli inventari dei suoi effetti personali e della sua ingente biblioteca44; ma anche i preziosi elenchi dei 40 D. Filia, La Sardegna Cristiana cit., p. 322. 41 R. Bonu, Mons. Raimondo Tore, in (consultato il 12 dicembre 2015). 42 D. Filia, La Sardegna Cristiana cit., p. 324. 43 ASDA, ACCAL, Spoglio di Mons. Tore, 1/18 (1843). 44 Poi devoluta al Comune di Tonara; ivi, Catalogo dei libri del difunto Monsig. Tore. 80 paramenti e degli effetti di Cappella che, per effetto di una dichiarazione resa dallo stesso Tore il 29 dicembre 1839, «dovevano spettare alla Diocesi di Ales, perché acquistati da redditi di quel Vescovado»45 . Detti oggetti furono al centro di una accesa contestazione fra il vicario capitolare di Ales e i deputati del Capitolo di Cagliari, conclusasi di fatto solamente nella seduta del 26 luglio 184346 . Fra gli oggetti appartenuti a mons. Antonio Raimondo Tore, il nuovo Museo diocesano di Arte sacra di Ales espone una pregevole pianeta «in gros de Tours laminato, ondato e ricamato e il bel parato, costituito da una pianeta, due tonacelle e un piviale, realizzato nel 1860 dalla ditta Bertarelli di Milano in raso avorio ricamato in fili di seta policromi» 47 . 45 Ivi, Inventaro dell’argenteria e paramenti di Cappella. 46 Ivi, Acta episcoporum, Antonio Raimondo Tore, Inventario dei mobili e dell’argenteria di proprietà della cattedrale. 47 Il tesoro, intervento di Mons. Giovanni Dettori all’inaugurazione del Museo di Arte sacra della Diocesi di Ales, «Nuovo Cammino», n.14, 12 luglio 2009, (consultato il 12 dicembre 2

martedì 10 ottobre 2017

L'avvocato Vincenzo CABRAS, tratto da "GIACOBINI ,RIVOLUZIONARI e MODERATI “ di V. del Piano

L’avvocato Cabras era nato a Tonara nel 1732. Si trasferì nel capoluogo a 15 anni dove completò gli studi e vi si stabilì definitivamente . Sposò Maria Caterina Ronqui della Marina; dal loro matrimonio nacquero Antonio, che diventerà sacer­dote, ed Anna che sposerà l'avvocato Fran­cesco Carboni Borras. Rimasto vedovo si risposò nel 1769 con Anna Tiragallo , sorella di Luigi, giudice della Reale Udienza, dalla quale avrà dal 1770 al 1790 13 figli, 9 femmine e 4 maschi. Con lui vissero oltre i nipoti Tomaso e Francesco anche i generi Carboni Borras ed Efisio Luigi Pintor che abitavano in due appartamenti del suo palazzo costituendo così quella "po­tenza" politica chiamata dall'autore della Storia dei torbidi e da altri "la casa Cabras" ed il "partito del Dottor Cabras". Intorno al 1800 un'altra figlia. Maria Raimonda Barbara sposerà l'avvocato Emanuele Massa Eschirru, il cui nome era presente nell'elenco dei secolari agenti dell'anar­chia trovato in casa del marchese della Planargia. Divenne membro dello Stamento reale, procuratore delle città di Sassari e di Castelsardo, assessore della Curia arcivesco­vile di Cagliari e della regia Vicaria, sinda­co capo di Stampace. Divenne maestro di Efisio Luigi Pintor e del notaio Vincenzo Sulis. Fu arresta­to ,con l'avvocato Bernardo Pintor, fratello di Efisio Luigi e marito della figlia Maria Josepha , il 28 aprile 1794, poiché il viceré Balbiano aveva saputo che la sommossa, che avrebbe dovuto in un primo tempo scoppiare il 4 maggio era stata anticipata, perché scoperta, alla notte del 28. L'insurrezione, della quale il Cabras era reputato il princi­pale fomentatore, era stata organizzata dopo l'arrivo a Cagliari della risposta del re, pressoché negativa, alle cinque domande dei sardi, ed aveva per scopo l'espulsione dei funzionari pubblici venu­ti da Torino. Balbiano decide di arrestare l'avvocato Cabras ed il genero Efisio Luigi Pintor , che però riesce a fuggire e informa dell'accaduto il popolo che accor­re in armi in difesa degli arrestati. "L'avvocato figlio dell'arrestato Cabras- è scritto nella Storia de’torbidi -, correva anch'egli come un forsennato per le contrade, con cuffia bianca in testa e fucile in spalla, animando il popolo a far partito contro il governo, a compiere in quel punto ciò che doveva eseguirsi nella sera a norma del combina­to piano, e dell'unione generale che doveva farsi nel campo del convento del Carmi­ne". Gli insorti arrivavano sotto il Castello e reclamavano la liberazione dei due, che vengono mostrati dal bastione di San Remy fra l'arcivescovo Melano che invoca la pace e i marchesi di Laconi e di Neoneli. Subito dopo gli insorti bruciavano la Porta Cagliari, all'ingresso del Castello, disarmavano la truppa e arrivavano davanti al palazzo viceregio. Un tentativo di pacifi­cazione tentato dal giudice Giuseppe Valentino e dal canonico Salvatore Mameli non ebbe alcun esito: la lotta si riaccese, le guardie reagirono, ma si arresero dopo la morte del loro comandante svizzero.
Il potere

Il Cabras, liberato, si presentò, con Efisio Luigi , al viceré e” gli si mostravano sottomessi, e stranieri alle ragioni dell'avvenuta catastrofe", che attribuiro­no all'insofferenza del popolo nei con­fronti dei piemontesi. E al popolo e solo a lui, nel Manifesto giustificativo preparato dal figlio Antonio, era attribuita l'iniziativa della rivolta, al popolo che padrone ormai della situazione inneggiava al re e alla nazione sarda e innalzava vicino alla bandiera reale la bandiera sarda. Avuta notizia dell'insurrezione, il re, mentre era disposto a concedere un generale perdono, volle però, senza esito, che si procedesse secondo le leggi contro i due maggiori indiziati. Il Cabras era favorevole, col visconte di Piumini, al mantenimento in servizio delle compagnie miliziane, che assicuravano l'ordine in città dopo la parten­za dei piemontesi, e dei cacciatori, fra i quali facevano servizio persone che avevano avuto a che fare con la giustizia. Frequentava col genero Efisio Luigi la casa di don Giovanni Maria Angioy ed il club giacobino che vi aveva sede, nel quale si riunivano i democratici che si opponevano alle idee moderate di Pitzolo ed a quelle reazionarie del marchese della Planargia, e nelle assemblee stamentarie i due, col canonico Sisternes e l'abate Simon, facevano prevalere i propri pareri, con la loro oratoria travolgente. Nelle carte sequestrate il 6 luglio 1795 in casa del generale delle armi, Cabras era indicato fra i capi dell'emozione del­l'aprile del 1794 che hanno molti seguaci nel Magistrato e fuori di esso "per sostenere e promuovere l'anarchia". Caldeggiava la candi­datura del democratico avvocato Salvato­re Cadeddu alla carica di primo consiglie­re civico, in sostituzione del dottor Lepori, deposto in seguito al tumulto popolare del 31 marzo del 1795. Con E.L. Pintor e col notaio Vincenzo Sulis si presenta al viceré Vivalda il 30 giugno per esaminare la situazio­ne creatasi in città dopo l'arrivo del di­spaccio reale che impone la registrazione delle patenti dei sassaresi Andrea Flores, Antonio Sircana e Giuseppe Maria Fonta­na, nominati giudici della Sala civile della R.U.; tali nomine disattendevano le speranze anche del Cabras e del Guirisi, proposti dal reggente Cavino Cocco come giudici. Si temeva una rivolta popolare ed il Paliaccio chiedeva di poter arrestare, secondo il me­moriale del canonico Sisternes, una trenti­na di persone pericolose, tra le quale An­gioy, Cabras, Musso ed Andrea Delorenzo. Il viceré si lamentava con Cabras ed i colleghi perché da Torino gli si era detto di punire quelli che eventualmente volesse­ro opporsi alle nomine e di comunicare al generale delle armi questa reale determi­nazione; egli attribuiva al conte Galli, e non al sovrano, tale ordine. L'afflusso di truppe in Castello, la preparazione della sua dife­sa, la notizia dell'esistenza degli elenchi delle persone da arrestare insospettivano il popolo ed i democratici, che negli Stamenti, chiedevano l'arresto del Pitzolo e del Paliaccio. Secondo la Storia, Cabras era uno dei con­giurati che decisero l'uccisione del Pitzolo e del generale perché questi ultimi si opponevano al loro progetto di costituire in Sardegna una repubblica sotto la protezione della Francia. Cabras si adoperava, con Sulis e con il canonico Sisternes, perché venisse salvaguardata l'incolumità degli avvocati e di altri, arrestati dopo l’uccisione del Pitzolo, mentre alcuni reazionari, tra i quali il giudice Giuseppe Valentino, fuggivano da Ca­gliari. Amico dell'avvocato Mundula, democratico e repubblicano di Sassari, era favorevole alla nomina nella Reale Governazione dei due assessori Solis e Sotgia Mundula che appoggiavano il partito predominante a Cagliari e con Pintor chiamava nel capoluogo il Mundula, assieme al quale veniva deciso il piano per domare i baro­ni del Capo di Sopra e ristabilire la pace nel regno. Era convocato con i fratelli Simon, Sisternes e Pintor dall'arcivescovo di Cagliari Vittorio Filippo Melano di Portula, delegato dagli Stamenti per perorare le richieste dei sardi dopo la vittoria sui francesi presso il rè Vittorio Amedeo III; il Melano chiedeva la loro collaborazione per la pacificazione del regno, per poter parla­re al sovrano del ravvedimento dei sardi dopo quanto accaduto. Cabras promise che avrebbe fatto il possibile per far cessa­re le ribellioni sempre latenti. Si allontanò, con i nuovi moderati, dalle posizioni dell’Angioy, specie dopo l'occupazione di Sassari da parte di Mundula e Ciocco. Eletto nella giunta stamentaria istituita in agosto su proposta del canoni­co Sisternes fin dalla sua costituzione, rieletto il 21 dicembre 1795, e riconfermato dopo due mesi, ebbe largo seguito negli Stamenti con Pintor ed altri. Essi pensa­vano di ringraziare il re, che col rescritto del 30 marzo 1796 rispose sibillinamente alle domande dei sardi, invece di reclamare a gran voce quanto in precedenza richiesto. Interessato alla buona riuscita della missione dell'arcivescovo, con Pintor indusse, il 27 gennaio 1796, l'arcivescovo di Sassari Della Torre a scrivere allo zio monsignor Melano una lettera, in cui confessava i suoi errori e fece voti affinché venissero concessi ai sardi i privi­legi richiesti che avrebbero riportato la pace nel regno. Architettava col genero e con Si­sternes l'allontanamento da Ca­gliari di Angioy, dandogli l'impegnativo incarico di Alternos, con l'autorità politica, giudiziaria e militare del viceré e della Reale Udienza; riuscito nell'intento, lo mise in cattiva luce negli ambienti sassa­resi e nel marzo del 1796 sostenne aperta­mente il governatore di Alghero Carroz, che aveva vietato l'ingresso in città agli inviati di Angioy. Intorno a lui si rafforzava sempre più il partito dei "ravveduti" che ora com­batteva apertamente Angioy ed i suoi fedeli che, come Delorenzo ed il canonico Simon, furono costretti a lasciare Cagliari. A Sassari fu scoperta una congiura contro l'Alternos, nella quale probabilmente presero parte Cabras e Pintor, avvocati dei feudatari, il canonico Leda e Diego Cugia, le cui famiglie vivono a Sassari. L'8 giugno sottoscrisse con Litterio Cugia e con sei membri stamentari una istanza al viceré per destituire l'Alternos, ed ancora, col Cugia e con molti ex amici di Angioy, la "nota delle persone che questo pubblico ha per sospette", compilata dal Consiglio municipale di Cagliari trasmessa al viceré il 13 giugno 1796. Dopo la destituzione di Angioy, il Cabras riceveva , il 30 agosto 1796, le patenti di reggente "l'Intendenza generale e la Conservatoria generale dell'insi­nuazione nel regno di Sardegna. Prestò giuramento il 14 settembre. Nel 1799 sarà nominato intendente e conser­vatore effettivo, divenendo così uno dei principali funzionari pubblici; Sassari gli darà l'incarico nuovamente di suo procu­ratore. Cabras però fu accusato da Antonio Vincenzo Petretto il 5 ottobre 1796, duran­te la tortura, di essere stato complice ed "autore" del delitto di insurrezione di cui ven­gono accusati i seguaci di Angioy. Nelle lettere scritte dall'esilio Angioy lo bollava, con Cocco, Pintor e Tiragallo come "ven­duto agli inglesi". Nel progetto del viceré Carlo Felice per il con­solidamento del suo potere assoluto era necessario eliminare gli ex rivoluzionari cagliaritani e Vincenzo Cabras fu così no­minato presidente della reale Camera dei conti a Torino, città che non poté raggiun­gere perché occupata dai francesi. Secondo una notizia riportata in data 29 agosto 1799 dal Lavagna, "la casa Cabras" e principal­mente l'avvocato ed il figlio Antonio, avreb­be parlato male degli impiegati sardi e quest'ultimo, "è stato uno dei maggiori fautori della promiscua", cioè dell'assegnazione degli incarichi principali in Sardegna ed in Piemonte sia ad elementi sardi che piemontesi. Nel dicembre dell'anno successivo il principe lo nominò presidente della Reale Società agraria ed economica costituita a Cagliari, che diventerà successivamente Camera di commercio ed arti e - ultimamente- di commercio, industria, artigianato e agricoltura. Cabras morì a Cagliari il 21 dicembre 1809 e venne sepolto nella chiesa di Sant'Efisio.

VINCENZO CABRAS di Bruno Anatra - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 15 (1972)

FONTE: TRECCANI

CABRAS, Vincenzo. - Nato a Tonara (Nuoro) intorno al 1732 da Pietro e da Teresa Zucca, all'età di quindici anni si trasferì a Cagliari, dove nel 1755 si laureò in utroque iure. Nel 1760 sposò Caterina Ronchi, che gli diede due figli. Rimasto vedovo, nel '69 si risposò con la figlia di un magistrato della Reale Udienza, Anna Tiragallo, dalla quale ebbe ben dodici figli. Resse uno studio legale di gran fama, che, assieme all'ufficio di assessore della Regia Vicaria e della curia arcivescovile di Cagliari, gli procurò un largo prestigio.

"Vecchio venerando per dottrina e per probità", negli anni '90, si imponeva tra i più ascoltati esponenti di uno dei tre clubs, che si aprirono a Cagliari, quello tra massonico e giacobino degli ex allievi del Canopoleno di Sassari, che faceva capo all'Angioy. Nel corso dell'agitazione promossa nel 1793 dagli Stamenti, che assunse il carattere di una rivendicazione unitaria dei tre bracci (nobiliare, ecclesiastico e reale) per l'autonomia amministrativa dell'isola e l'eliminazione dei piemontesi dagli uffici pubblici, il G. primeggiò nel guidare l'azione del braccio reale insieme con l'Angioy e con il genero Efisio Pintor.

Il 28 apr. 1794 il viceré, venuto a conoscenza di un progetto insurrezionale, pensò di prevenirlo e sventarlo con un colpo di forza, facendo arrestare il C. e Bernardo Pintor, scambiato per il fratello Efisio. Ma subito quest'ultimo promuoveva una sollevazione popolare proprio nel borgo di Stampace, che il C. rappresentava negli Stamenti in qualità di sindaco-capo. Appena liberati, comunque, il C. e B. Pintor si affrettarono a professarsi presso il viceré più "argomento" che promotori del moto, il che avvalorerebbe l'ipotesi che il C., "alieno per indole dai partiti", si trovasse "quasi per legami di propagata famiglia (l'influenza di E. Pintor) a subire il capitanato onorario del partito più arrischiato" (Manno, Storia...). D'altronde il partito dei curiali, in questa fase, si muoveva con precauzione, come mostra il Manifesto giustificativo della emozione popolare, redatto, in quei giorni, dal figlio Antonio, per dissipare l'idea di una congiura: manifesto accreditato anche dall'Angioy.


Mentre, sul contraccolpo, si espellevano i piemontesi, rientrava da Torino, in maggio, la delegazione degli Stamenti, portavoce di proposte interlocutorie della Corona, che rimettevano il potere in mano alla nobiltà (comando militare al La Planargia; intendenzagenerale al Pitzolo), aprendo in parte alla fazione moderata dei curiali (Pitzolo era buon amico del C.), cui premeva la gestione delle cariche. In agosto gli Stamenti predisponevano i loro candidati alla terza sala, o Consiglio di stato, che ottenevano nel febbraio '95: il C. ebbe 20 voti dal braccio militare (risultando nono), 4 dal reale (terzo), nessuno dall'ecclesiastico.

I moderati, tuttavia, nonostante queste concessioni, "tratti dalle considerazioni dell'incolumità propria, anziché da persuasione" (Sulis), rimasero ancora solidali con l'Angioy (benché costui, sensibile all'ideologia giacobina, guardasse con simpatia al movimento antifeudale delle campagne) contro la fazione nobiliare, che preparava un'azione di forza sotto la guida del Pitzolo e del La Planargia. Il 6 luglio 1795, anzi, il C., che ormai era il rappresentante più autorevole del gruppo moderato, concordava con E. Pintor, l'Angioy e il Sulis, nel chiedere al viceré la sospensione dalla carica dei due. Ma quando le esitazioni del viceré provocarono la sanguinosa sommossa che travolse il Pitzolo e il La Planargia, il C., "invocato più dagli altri per l'autorità del nome, che mescolato spontaneamente" (Manno, Storia..., p. 701, si adoperò per salvare alcuni curiali che aderivano al loro partito.

La fazione feudale rimase ancora potente a Sassari, ma anche qui i democratici, guidati da G. Mundula, che ebbe contatti con gli stamentari a Cagliari in una villa dei C., si accingevano a passare all'attacco, poggiando sul movimento contadino. In questo periodo, forse in risposta alla richiesta, partita da Sassari, di intervento della flotta inglese di stanza in Corsica, vi furono a Marsiglia abboccamenti degli autonomisti sardi con la Repubblica francese per concertare eventuali aiuti francesi. Rientrato quel pericolo, prima dello scontro aperto, si tentò la mediazione, presso la corte, dell'arcivescovo di Cagliari, Melano. Questi, prima della partenza (5 ottobre), ebbe colloqui con esponenti moderati degli stessi Stamenti, e sembra che in particolare facesse pressione sul C., perché provvedesse "con senno nell'età sua già matura, alla dignità e alla sicurezza della propria famiglia" (Sulis). I curiali moderati, comunque, che controllavano l'assemblea stamentaria (soprattutto da quando, in luglio, questa aveva delegato le decisioni ad una "deputazione" ristretta, di cui faceva parte il C.) e una base politica, che, avulsa dall'entroterra contadino, poggiava sui ceti artigianali e sul sottoproletariato suburbano, in cui la famiglia Cabras aveva vaste radici clientelari, già assolvevano al compito di smorzare le punte della politica angioiana. Il moderatismo del C., quindi, non fu una scelta dell'ultima ora: "educato col genero e col cognato alle tradizioni forensi, ben desiderava l'abbassamento dei feudatari, ma non la loro distruzione" (Sulis).

La sconfitta del partito feudale a Sassari, assediata e conquistata dal Mundula il 29 dicembre, mentre spingeva gli angioiani a chiedere l'abolizione del feudalesimo, offriva l'occasione ai moderati cagliaritani - ormai impauriti dagli obiettivi troppo avanzati dei democratici - di allontanare l'Angioy: lo stesso C., a quanto sembra, convinse il viceré Vivalda a inviarlo a Sassari come "alternos" con ampi poteri civili emilitari (febbraio 1796). Dopo la sua partenza fu agevole per i moderati, riaccostatisi al braccio militare, spostare gli Stamenti sempre più apertamente, contro il disegno antifeudale dei democratici. Ma inseguito, proprio la sconfitta dell'Angioy (giugno 1796) e il mutare della situazione internazionale, per gli effetti dell'armistizio tra la Francia e il Regno di Sardegna (aprile 1796), ridussero i margini dell'azione politica dei moderati. È pur vero che per il C. si aprì una rapida carriera. Il 18 luglio il viceré lo propose per la carica di reggente intendenza generale, "per il merito, probità, e capacità del soggetto". Il 30 agosto giungeva la conferma di questo incarico e di quello di conservatore generale del Tabellione. il 28 apr. '97 gli venivano condonati i diritti reali di mezza annata e di sigillo sulla patente, "per il tenue di lui patrimonio e numerosa famiglia".

La sua ultima battaglia politica fu, nel febbraio '99, quella, meramente cortigiana, di dissipare i timori dello Stamento reale di fronte alla venuta, in marzo, di Carlo Emanuele IV. Dal 21 marzo diveniva intendente effettivo, con stipendio di 2.500 lire annue, come ricompensa per aver "pensato col migliore impegno agli interessi della nostra R. Azienda", particolarmente in occasione "della ragguardevole estrazione di grani, del 1798".

Tagliati ormai fuori dall'esausta politica degli Stamenti, ridotti a trattare non più la "esclusività", ma la "promiscuità" degli impieghi (cioè non più il diritto dei soli sardi a partecipare ai pubblici uffici nell'isola, ma la loro partecipazione insieme con i piemontesi), il C. e il figlio Antonio, magna pars della curia e portavoce dell'arcivescovo di Cagliari, "parlano male degli impiegati sardi" (CarteLavagna). Non a torto l'Angioy ed il Petretto, nel 1799, facendo per il Direttorio una relazione sulla situazione sarda, descrivevano il C. ed i suoi amici come isolati che "soggiacciono alla maggiore diffidenza da parte del re" (Boi). Nel settembre si pensava già di liquidarlo, mandandolo in pensione. Qualche mese dopo i curiali sardi, soppiantati da funzionari piemontesi, erano "senza impiego e senza soldo" (Martini, Storia...), con la prospettiva, nel formale rispetto della concessa "promiscuità", di essere inviati a Torino (il C. in qualità di presidente della R. Camera dei conti). Collocato a riposo, su richiesta, nel 1803, ed insignito della nobiltà personale, l'anno dopo (correva il viceregno di Carlo Felice, più attento agli interessi della locale classe dirigente) veniva chiamato alla presidenza a vita della R. Società agraria ed economica.

Il C. morì a Cagliari il 21 dic. 1809.

Fonti e Bibl.: Alghero, Bibl. comunale, ms. 48, fasc. 9; ms. 49, fasc. 63; Archivio di Stato di Cagliari, Segr. di Stato, s. 1, cart. 313; s. 2, voll. 1680-1683; Ibid., R. Provisioni, voll. 23, n. 8; 25, n. 5; S. Caboni, Ritratti poetico-storici d'illustri sardi moderni, Cagliari 1833, pp. 65 s.; P. Martini, Biografia sarda, Cagliari 1837, I, pp. 200, 208 s.; P. Tola, Diz. biogr. degli uomini illustri di Sardegna, Torino 1837-38, I, p. 153; III, p. 91; G. Manno, Storia moderna della Sardegna dall'anno 1773 al 1799, II, Torino 1842, pp. 70, 149, 154 5.; P. Martini, Storia di Sardegna dall'anno 1799 al 1816, Cagliari 1852, pp. 13, 17, 53, 60, 140; F. Sulis, Dei moti polit. ... di Sardegna dal 1793 al 1821, Torino 1857, pp. 7, 30, 78, 8691, 94-96, 98 s., 102, 112, 125, 127, 129, 131-134, 136, 152, 168; G. Manno, Note sarde e ricordi, Torino 1868, pp. 162 s.; N. Bianchi, Storia della monarchia piemontese dal 1773 al 1861, Roma-Torino-Firenze 1878, II, p. 507; I.Esperson, Pensieri sulla Sardegna dal 1789 al 1848, Milano 1878, pp. 13, 22 s., 26 s.; G. Musio, V. Sulis e i suoi giudici-C. Musio, Cagliari 1879, pp. 57, 70; C. Tivaroni, L'Italia durante il dominio francese, I, L'Italia settentrionale, Torino-Napoli 1884, pp. 77 s., 80; P. Meloni-Satta, Ricordi storici. Effemeride sarda, Cagliari-Sassari 1895, I, p. 130; II, pp. 87, 105; S. Pola, I moti delle campagne di Sardegna dal 1793 al 1802, Sassari 1923, I, pp. XII, XIX, 109, 134 s., 142, 169, 186, 214, 218; II, pp. II s.; A. Boi, G. M. Angioy alla luce di nuovi docum., Sassari 1925, pp. 16 8-, 319 86, 90, 94, 100, 106, 110; F. Loddo Caneva, Invent. della R. Segret. di Stato e di Guerra del Regno di Sardegna, Roma 1934, pp. 270, 308; R. Bonu, Scrittori sardi dal 1746 al 1950, I, Il Settecento, Oristano 1952, pp. 45 s., 206; D. Scano, Don G. M. Angioy e i suoi tempi, in Scritti inediti, Sassari 1962, pp. 246, 255, 265, 270 s., 274, 291-293, 297, 303, 317, 321, 329, 356, 387; A. Cabras, La famiglia Cabras, Cagliari 1963, pp. 27-37; V.Sulis, Autobiografia, Cagliari 1964, pp. 51, 101 s.; F. Cherchi-Paba, Don M. Obino e i moti antifeudali lussurgesi (1796-1803), Cagliari 1969, pp. 20, 22; C. Sole, Le "carte Lavagna" e l'esilio di casa Savoia in Sardegna, Milano 1970, pp. 106 s., III s., 119, 127, 132, 149, 166; V. Lai, La rivoluz. sarda e il "Giornale di Sardegna", Cagliari 1971, ad Indicem.

TUE DE TONARA SES SU PATRONU A Santu Grabiele dae Benigno Casula - 1977 .

​ TUE DE TONARA SES SU PATRONU A Santu Grabiele  Tue de Tonara ses su patronu e ti festant su tres de austu, ant'isceltu a tie angelu bo...