venerdì 17 luglio 2026

Tra Stelle e Poesia: La Notte Magica a Pedras Artas sotto il Muggianeddu

Di Alusac Eleirbag

Ci sono sere in cui la Sardegna non si limita a ospitarti, ma ti avvolge in un abbracciofatto di storie, vento e cieli infiniti. È esattamente quello che ho provato ieri sera quando mi sono recato nella suggestiva località di Pedras Artas, un anfiteatro naturale adagiato sotto le imponenti sagome della montagna del Muggianeddu e di Osoli.

L'occasione era speciale: un evento straordinario organizzato con cura dalla ProLoco di Tonara, che è riuscito a richiamare oltre 150 persone, tutte unite dal desiderio di condividere una serata di cultura e socialità sotto le stelle.

Il ricordo di s’Alasi e l'inizio della serata

L'atmosfera si è fatta subito intima e toccante fin dalle prime battute. La Presidente della ProLoco, Alessandra, ha preso la parola per un caloroso saluto di benvenuto, dedicando un momento di profonda commozione al ricordo del Presidente dell’associazione S’ALASI, recentemente scomparso. Un tributo doveroso a chi tanto ha dato per questo territorio, applaudito calorosamente da tutti i presenti.

Subito dopo, mentre i colori del tramonto lasciavano spazio al blu della sera, la scena è passata a un vero e proprio luminare degli astri: il mitico Professor Bussu di Ollolai. Con la sua parlantina magnetica, l'ironia tagliente e una sapienza d'altri tempi, ci ha guidati in un viaggio astronomico indimenticabile, mescolando la scienza ufficiale alle più antiche credenze della tradizione sarda.


Galileo, Venere e i presagi della Luna


"Guardate lassù. Non posso ancora usare il puntatore perché non è notte fonda, ma guardate quella bellissima falce di luna..."


Così ha esordito il Professore, invitandoci a osservare la Luna che, in quel momento, sembrava danzare vicinissima a un luminosissimo pianeta: Venere.

Il Prof. Bussu ci ha subito spiegato, con i modi tipici del sardo più autentico, i detti della nostra cultura legati alle fasi lunari:

 "Apponente luna crescente": la gobba a ponente indica la luna che cresce.

 Nelle espressioni tradizionali, corru Assusu identifica la luna calante, mentre corru azosso è la luna crescente.

Ci ha poi ricordato come un tempo i nostri vecchi guardassero al cielo con timore e rispetto. Quando c'era un particolare "mescolamento" in cielo, si diceva che sarebbe capitata cosa mala: o la morte di una partoriente o un fatto di sangue (o mori partorza o ochiden zente). Storie di un'epoca segnata da una forte mortalità infantile e dalla mala sanità; una realtà dura che il Professore, con una riflessione amara, ha paragonato alle difficoltà sanitarie odierne e ai tempi non troppo lontani della pandemia da Covid.

Il viaggio è poi continuato nel 1609, quando Galileo Galilei, dalla sua Padova (dove insegnava per conto della Repubblica di Venezia), puntò per la prima volta il cannocchiale verso Venere. Scoprendo che anche Venere aveva le fasi (un quarto, mezza, tre quarti, piena), Galileo trovò la prova schiacciante per credere fermamente nella rivoluzione copernicana, una certezza che per poco non gli costò la vita di fronte all'Inquisizione.

Nel frattempo, tra un aneddoto e l'altro, il Professore ci ha invitati a goderci la cena, mentre le prime note del musicista introducevano una serata ricca di miti e rimembranze della nostra amata Sardegna.

Il Grande Triangolo Estivo e i segreti del cielo.

Il cielo, nonostante un velo di nebbiolina passeggera, ha iniziato a ripulirsi, mostrandoci le sue meraviglie geometriche grazie all'uso del puntatore:

 Il Grande e il Piccolo Carro: Chiamati in sardo sette carros il Professore ci ha spiegato che il nome "Carro" appartiene alla civiltà contadina (periodo Neolitico, con l'invenzione della ruota), mentre nel Paleolitico, quando gli uomini erano cacciatori e raccoglitori, questa costellazione era nota a tutti come Orsa Maggiore.

 La Stella Polare (isteddu puntatore) Collegando le ultime stelle del Grande Carro siamo arrivati alla Stella Polare. Ma il Prof ci ha stupiti con la teoria di Ipparco sulla precessione degli equinozi: la Stella Polare sta già impercettibilmente perdendo la sua centralità. Tra circa 24.000 anni il Nord sarà indicato da un'altra stella splendida: Vega.

 Il Triangolo Estivo: Abbiamo ammirato le tre stelle che formano questo maestoso triangolo stagionale:

1. Vega (nella costellazione della Lira, legata al mito del musicista Orfeo).

2. Deneb (la stella principale del Cigno, che nella tradizione sarda chiamiamo la Croce di San Costantino Magno).

3. Altair (della costellazione dell'Aquila, il cui nome deriva dall'arabo).

Volgendo lo sguardo a Ovest e a Sud, abbiamo poi scorto lo Scorpione con la sua stella gigante e rossastra, Antares (anti-Ares, la rivale di Marte per via del suo colore rosso sangue che ricorda la guerra), e infine la costellazione di Bootes (il Bovaro, Su zeraccu massaiu), con la brillantissima stella Arturo esattamente perpendicolare sopra le nostre teste.

Venere, il pianeta dei Poeti

Prima di lasciare nuovamente spazio alla musica, il Professore ci ha regalato un'ultima perla su Venere, definendolo il pianeta più celebrato dai poeti. Ha citato Dante Alighieri ("Lo bel pianeta che d’amar conforta / faceva tutto rider l’oriente..."), ma ha voluto omaggiare soprattutto un poeta "vicino di casa", il grande poeta montanaro di Desulo (Antioco Casula, noto Montanaru), che ricordava come Venere sia la prima a sorgere la sera e l'ultima a spegnersi la mattina, abbagliata dal sole.

Un pianeta meraviglioso da vedere, ma infernale e inabitabile nella realtà: con i suoi oltre 470°C capaci di fondere i metalli e la sua rotazione retrograda, dove il sole sorge a Ovest e tramonta a Est.

Spunta la Luna...

La serata a Pedras Artas si è conclusa così, in un perfetto equilibrio tra il silenzio sacro della montagna e la melodia del pianista che, mentre la Luna e Venere si avviavano al tramonto, ha fatto risuonare le sue note nell'aria fresca della notte di Tonara.

Un'esperienza che ci portiamo nel cuore di Tonara.


sabato 11 luglio 2026

Il tempo dei campanacci e dei centenari

Di Alusac Eleirbag

Il sole picchiava forte su Tonara, di quel caldo che ti costringe a cercare subito l’ombra. Come faccio quasi sempre, mi sono incamminato verso il bar di Fulvio, un porto sicuro per rinfrescarsi le idee e fare due chiacchiere. Entrando, ho trovato seduto ai tavolini il mio amico Dearca. Ci siamo guardati, abbiamo ordinato da bere – perché un goccio di vino buono non si nega mai, anche solo per fare economia sui pensieri – e abbiamo iniziato a far girare le lancette dell'orologio all'indietro.

Dearca è uno di quelli che ha la valigia nella memoria: è emigrato da Tonara nel lontano 1959, a soli diciannove anni, quando qui non c’era quasi nulla.

Proprio mentre ci stavamo accomodando, è passato Cocco. Vedendolo, mi è venuta la curiosità e ho chiesto a Dearca se per caso fosse della sua stessa età. Lui ha subito scosso la testa, sorridendo: «Minimo, minimo abbiamo quattro anni di differenza, io sono più grande». Da lì ci siamo tuffati nei ricordi di quegli anni di polvere e cantieri. Dearca mi raccontava di quando lavorava con l’impresa Zanchini, prima a Siniscola e poi su a Tonara. Mi ha fatto rivedere con i suoi occhi il paese com'era prima del boom edilizio del '62. Mi descriveva il vecchio Comune, prima che lo buttassero giù: sul piano basso  il Dottor Rocco, e davanti la scala esterna, al primo piano la stanza del segretario in cima. All’epoca c’erano i rioni storici Arasulè, toneri e Teliseri. Ilala’ non ricordo che fosse abitato quando sono andato via da Tonara nel 59. Le prime case che cominciavano a spuntare dove prima c’era solo campagna.

Davanti a quel tavolo, la mappa dell'emigrazione tonarese si è aperta da sola. Abbiamo ricordato i flussi della nostra gente. Se quasi tutti partivano per le miniere del Belgio, per la Francia o la Germania, e poi a centinaia verso Torino e Milano a metà degli anni Sessanta, c'erano storie che sembravano romanzi. Come Agostino, partito per l'Argentina nel '61 – un caso unico, dicevamo – o Bartolo Succu e Paolo Cabras, che nello stesso identico periodo avevano scelto una rotta completamente diversa, imbarcandosi addirittura per l'Australia.

Proprio mentre parlavamo di libri e di storie di paese, è stato Dearca a tirar fuori un racconto che lo aveva colpito profondamente. Mi ha parlato di un libro che gli aveva regalato sua cognata da Torino, intitolato “i rintocchi di Galuse. Ascoltandolo, mi sono reso conto di quanto quel testo fosse potente: mi ha descritto una storia vera di violenza e di silenzi protettivi, ambientata tra Tonara e Milano, ma capace di toccare l'anima più profonda della nostra comunità.

Ma la cosa che più aveva affascinato Dearca di quel libro era il modo in cui descriveva l'arte dei nostri artigiani. Mi ha riportato alla mente la figura dello zio del protagonista, un maestro dei campanacci. Dearca si è soffermato sui dettagli, ricordando come nel testo si parlasse dell'accordatura del ferro e del suono dell’agnone, il tipico campanaccio profondo. Mi spiegava la cura quasi mistica che c'era dietro quel mestiere: il segreto non stava solo nel forgiare il metallo, ma nella sensibilità straordinaria di legare il timbro e la tonalità della campana al carattere stesso dell'animale. Una pecora o una mucca più nervosa o più calma avevano bisogno di una musica diversa al collo, e il pastore riconosceva lo stato della sua bestia solo ascoltando il pascolo da lontano. Nel romanzo c'era persino la scena di una bardana – una razzia – in cui a un animale veniva bruciato o rovinato il campanaccio, una ferita che per un pastore andava oltre il valore materiale.

«La poesia sarda è questo», dicevo a Dearca, appassionandomi al suo racconto, «è descrizione, immaginazione, ma soprattutto racconto dei sentimenti e di questa sensibilità profonda per i nostri mestieri».

E da lì, il passo verso le mie ricerche è stato breve. Gli ho raccontato delle lunghe interviste che sto facendo a Tia Chicca. Lei è una miniera d'oro: mi ha parlato del vecchio latifondo di Arangino e dell'impero industriale del legname di Manfredi Gessa, che dava lavoro a duecento operai in tutto il territorio. Due giganti la cui fine drammatica – l'assassinio di Arangino e il suicidio di Manfredi dopo il violento diverbio per il disboscamento di Montefuso – ha cambiato per sempre il destino economico di Tonara, spalancando le porte all'emigrazione di massa.

Poi, con l'orgoglio che mi stringe sempre la gola, sono passato a parlargli di mio babbo, Benigno. Gli ho confessato la fatica e la bellezza del lavoro che sto facendo: sto traducendo in italiano il libro sulla sua vita. Il primo volume era scritto preservando il sound del suo dialetto, e ora riportare quelle dinamiche in italiano è uno scoglio. Ridevo con Dearca del traduttore automatico che, davanti dei ricordi della Campagna di Russia, mi trasponeva tutto in "russo vero"!

Ho condiviso con lui quell'incredibile aneddoto che babbo non aveva messo nel libro, ma che è emerso quando mi telefonò un giornalista di Videolina. Cercava storie sulla guerra e mi chiese: "Ma tuo babbo si ricorda del Natale in Russia?". Babbo all'inizio non ci pensava, ma poi ha tirato fuori quel ricordo pazzesco del Natale del '42 e di quel treno carico di panettoni spedito dalle industrie milanesi per i soldati al fronte, che venne assaltato dai partigiani. Un dettaglio che sono andato a verificare ed era tutto maledettamente vero.

«Il mio sogno, adesso, è questo», ho detto a Dearca, appoggiando il bicchiere. «Voglio creare un dialogo ideale tra centenari. Intrecciare i ricordi di mio babbo, che è arrivato a 102 anni superando persino due volte il Covid e giocando a carte fino all'ultima estate, con le memorie storiche, i filmati e le poesie d'asilo che ho registrato da Tia Chicca». Del resto, gli ho ricordato, Tonara ha la longevità nel sangue: gli ho menzionato quell'anno incredibile in cui in paese avevamo ben sette centenari contemporaneamente, un record di cui conservo ancora l'articolo di giornale a casa.

Proprio mentre il racconto si faceva più fitto, l'atmosfera da amarcord è stata spezzata dallo squillo del telefono. Era un mio collega, che mi ha chiamato per dirmi che mi risponderà per iscritto a una mia richiesta. Al momento doveva sbrigare delle sue faccende personali, ma mi ha assicurato che all'inizio della settimana verificherà la situazione e la praticità della vendita di alcune case insieme al tecnico.

Ci siamo ridestati dal passato. Il tempo vola quando ci si mette a scavare nella memoria. «Deo andai in farmacia», ho detto salutando Dearca e gli altri al bar, mentre l'aria fresca di Tonara ci ricordava, per un attimo, che eravamo ancora tutti lì, custodi di una storia che non vogliamo lasciare andare.


martedì 7 luglio 2026

CAP 30 1 Tonara terra Nadia- poesia a mutos - 1941 partendo in guerra.


Tonara terra nadia

mancari ande lontanu

semper a tie in cumoni

resto in ogni passàgiu

in traball' in or'e festa

in lota e in recreu

fide pro te apo giurau

e oe rinnovo su vistu

ma de t'ismentigare

e tue mamma istimada

augurami fortuna.

Tonara terra nadia

Nontest' a lugor' 'e luna

in improvisa serenada

begno po ti saludare

cun su coro meda tristu

ca crasa parto sordau

risponde a su saludu meu

afaciadi a sa finestra

e nami fae coràgiu

ca gi prego a Sant'Antoni

po ti lassare sanu

consolami bella mia.


 

Tonara terra natia

anche se vado lontano

sempre a te in comunione

resto in ogni passo [passaggio]

nel lavoro e in tempo di festa

nella lotta e nel riposo [svago]

fedeltà per te ho giurato

e oggi rinnovo il voto [il visto]

mai di dimenticarti

e tu mamma stimata

augurami fortuna.

Tonara terra natia

al chiarore della luna

in un'improvvisa serenata

vengo per salutarti

con il cuore molto triste

perché domani parto soldato

rispondi al mio saluto

affacciati alla finestra

e dammi coraggio

che io prego Sant'Antonio

per lasciarti sano [salvo]

consolami bella mia.


 Nota linguistica sul titolo

 * **Terra nadia:** È l'espressione poetica logudorese e barbaricina per dire "terra natia", il luogo in cui si è nati e a cui si è legati da un profondo cordoglio e senso di appartenenza, specialmente nei momenti di distacco come la partenza per il servizio militare (*parto sordau*).


Capitolo 29. L'arte del pane e la vita da panettiere

Il pane per me rappresenta la mia vita in tutti i sensi. Lasciando la vita da pastore mi sono dedicato alla panificazione per quasi quarant'anni. Alla fine dell'anno 1953 iniziai a fare il pane. Per imparare il mestiere presi con me un bravo panettiere di Monserrato. Dai guadagni iniziali usciva appena la sua paga; la restante parte mi serviva per pagare le cambiali della ditta che mi aveva fornito l'impianto del panificio.

Dopo parecchi mesi, pur di non fallire del tutto, iniziai a fare il pane da solo, senza l'aiuto di alcun operaio. Dopo alcune settimane, infatti, fui costretto a licenziarlo, con grande dispiacere suo e mio. A quel tempo in paese si consumava molto pane, ma la maggior parte delle famiglie produceva in casa il proprio "pane fine" [la spianata/carasau].

Io iniziai a produrre un pane di ottima qualità lavorandolo interamente a mano: facevo il pane per il caffellatte, le focaccine (fogatzeddas) e vari altri tipi che stuzzicavano l'appetito della gente. Il lavoro era davvero duro. Ci alzavamo prestissimo, sempre insieme a mia moglie e ai miei figli, che mi aiutavano al forno e trasportavano il pane alle botteghe del paese prima di andare a scuola.

Quando preparavo il pane del tipo "Sanluri" (Seddori), utilizzavo rigorosamente il lievito madre sardo (su framentu). Il lievito madre era un pezzetto di pasta inacidita che veniva conservata sotto la farina; al momento di fare il pane, veniva ammorbidita dentro una conca di terracotta (ischivedda) con acqua tiepida. Si impastava poi con un po' di farina e si lasciava riposare dentro un tegame (tianu) ben coperto di farina. Dopo cinque o sei ore lo si mescolava all'impasto principale e, quando la pasta era ben lavorata e morbida, la si lasciava riposare per circa un'ora. Una volta ben lievitata (ufrada), si procedeva a fare il pane. Da questo impasto si tagliava via un pezzo di pasta che sarebbe servito come lievito madre per la volta successiva.

Il lievito madre per il pane fine di Tonara — come su tzichi o su crivàrgiu fatto in casa dalle donne — era sempre un pezzetto di pasta acida fatto con farina di grano duro. A quell'epoca erano poche le donne che possedevano un forno a legna nella propria casa. Esistevano perciò le fornaie (is forrargias) che mettevano a disposizione il proprio forno e cuocevano il pane per le donne del vicinato (is borrochianas). Queste ultime si recavano dalle fornaie per chiedere quando poter portare il pane da cuocere e per concordare l'orario. La fornaia, gestendo i turni delle varie cotture, assegnava loro l'ora esatta.

La massaia, a quel punto, preparava il lievito madre che teneva conservato, calcolando con precisione il tempo necessario alla lievitazione per fare il pane. Lo scioglieva in un po' di acqua tiepida, lo mescolava alla farina e lo lasciava lievitare per le ore necessarie, ben coperto all'interno del tegame. Prima di iniziare a fare il pane vero e proprio, ne prelevava un pezzetto di pasta da conservare come lievito madre per gli impasti successivi. Si impastava poi la farina e si aggiungeva il lievito pronto; una volta che l'impasto era ben lavorato, lo si adagiava sul tavolo per modellarlo.

Ben coperto, l'impasto veniva tagliato in panetti (su commossu) che venivano lavorati energicamente e poi divisi in pagnotte. Queste, una volta arrotondate, venivano schiacciate con il palmo della mano e stese con il mattarello (su canneddu) per ottenere il tipico pane fine di Tonara. I pani venivano poi sistemati ordinatamente nel canestro piatto (su cherrigu) e coperti con dei teli. Successivamente, alla fornaia spettava come compenso il cosiddetto "spavento" (s'ispamento), cioè uno o due pani: lei li introduceva nel forno già temperato e, se il pane si gonfiava subito, significava che il forno era pronto per la cottura. Riguardo al lievito madre, capitava a volte che si guastasse; in quel caso la massaia se lo faceva prestare da un'altra donna del vicinato e, dopo aver completato l'impasto, gliene restituiva un pezzo.

Tornando alla mia vita di panettiere, la gente del paese era davvero contenta ed entusiasta, dicevano tutti che facevo un pane squisito. Iniziai a spedire il pane anche fuori paese, fino ad Austis e ad Atzara. In quel tempo non c'erano ancora automobili o mezzi propri per il trasporto, perciò spedivo le ceste del pane tramite la corriera delle cinque del mattino. Per parecchi anni ho anche tostato le mandorle per i torronai (is carratoneris) che non possedevano un tostatore meccanico. Ho fatto il panettiere per trentasette anni e, infine, all'età di settant'anni ho venduto l'attività.

Note di contesto storico e linguistico

1. Il Pane come pilastro comunitario e i turni del forno: Il testo descrive in modo straordinario il sistema sociale dei forni pubblici o vicinali gestiti dalle fornaie (is forrargias). La panificazione domestica era un rito collettivo che richiedeva una precisa pianificazione oraria: le donne calcolavano i tempi di lievitazione a casa per arrivare al forno esattamente all'ora concordata con la fornaia, evitando che il pane passasse di lievitazione.

2. I pani tradizionali citati:

 Su Tzichi: Un pane cerimoniale o di pasta dura, finemente lavorato e decorato, tipico della tradizione sarda.

 Su Crivàrgiu (o Civraxiu): Un pane di pezzatura grande, con mollica morbida e crosta croccante, fatto con semola di grano duro, tipico dell'alimentazione quotidiana.

3. Terminologia degli strumenti e delle fasi:

 Su Framentu: Il lievito madre (o crescente), conservato gelosamente di cotta in cotta e spesso scambiato tra vicine come segno di solidarietà comunitaria.

 Ischivedda e Tianu: Rispettivamente la conca svasata in terracotta smaltata (usata per impastare) e il tegame o recipiente profondo dove si metteva la pasta a lievitare.

 Su Cherrigu: Il tipico canestro sardo largo e piatto, intrecciato in asfodelo o giunco, usato per adagiare i teli con le sfoglie di pane stese a lievitare prima della cottura.

 S'Ispamento (Lo spavento): Un termine splendido e arcaico. Indicava la primissima infornata di prova (un paio di pani) per verificare la temperatura del forno. Se il pane "si spaventava" (cioè reagiva violentemente al calore gonfiandosi immediatamente), il forno aveva la temperatura perfetta per procedere alla cottura di tutto il carico. Questo pane di prova spesso restava alla fornaia come parte del compenso.

4. La cooperazione tra artigiani di Tonara: Il passaggio in cui racconti di aver tostato le mandorle per i torronai (is carratoneris) dimostra come i diversi mestieri di Tonara (il panettiere e il torronaio) fossero strettamente legati. Sfruttando la temperatura e la bocca dei grandi forni da pane, aiutavi i torronai a preparare l'ingrediente fondamentale del loro celebre dolce


​Capitolo 28. Le fascine (Is faschinas)


Vi racconto come si raccoglievano le fascine per fare la calce.

Le fascine si facevano con i rami frondosi di leccio (s'ìlige) e con la ripulitura delle foreste dalla legna fine. Coloro che le preparavano si accordavano con il proprietario del forno della calce e pattuivano il prezzo.

Il nome esatto delle fascine è "la fascinetta" (sa faschinedda), del peso di tre o quattro chili; venivano legate [affastellate] una alla volta alla base, dalla parte più grossa. Venivano prima ammassate in un punto di deposito (s'impostu) dove potesse arrivare il carro.

Per raccoglierle andavano le donne, soprattutto le ragazze, in gruppi; a volte fino a sette donne, guidate da una di loro che faceva da capo. Le fascinette venivano legate insieme in una fascina più grande in modo che il loro peso, modesto, consentisse loro di caricarle in testa per andarle a sistemare nel punto di deposito.

Il lavoro era pesante per le donne, che venivano pagate a giornata (a gerronada). La maggior parte delle volte mangiavano a mezzogiorno sul luogo di lavoro, con il cibo portato da casa.

Le fascine, una volta preparate, si caricavano sul carro a buoi e venivano trasportate al forno della calce.

Note di contesto storico e linguistico

1. Il lavoro femminile e la raccolta domestica: Questo capitolo mette in luce un aspetto sociologico fondamentale della Sardegna interna del dopoguerra: il ruolo attivo e faticoso delle donne (is fèminas) e delle giovani ragazze (is pitzocas) nell'economia del paese. La raccolta della frasca e il trasporto dei pesi sulla testa (a conca) erano compiti durissimi, svolti in squadre coordinate da una figura di riferimento ("chi faiat su capu").

2. La gestione forestale ed ecologica: La produzione delle fascinette era legata alla ripulitura del sottobosco e alla potatura dei lecci (ìlige). Questo permetteva sia di mantenere pulite le foreste di Tonara (prevenendo gli incendi), sia di sfruttare ogni minimo scarto legnoso per le attività industriali del paese, come la cottura della calce che richiedeva un fuoco costante per giorni.

3. Terminologia specifica:

 S'impostu: Il punto di raccolta o piazzale di sosta, strategicamente scelto lungo i sentieri forestali per permettere l'accesso e la manovra dei carri a buoi, che altrimenti non avrebbero potuto addentrarsi nel fitto del bosco.

 A gerronada: Il lavoro salariato giornaliero (la "giornata").

 Faschinedda: La singola piccola fascina, dimensionata appositamente per essere maneggiata e trasportata agevolmente a spalla o sulla testa dalle lavoratrici


CAP. 27 Il forno della calce (Su forru de sa cartzina

)

I forni per la produzione della calce a Tonara esistevano fin dall'Ottocento, e forse anche prima, e hanno cessato di funzionare intorno al 1965. A Tonara i forni della calce venivano costruiti nelle zone di Su Pranu, di Istùsule e persino a Su Nuratze, ovvero nei luoghi in cui si trovava la pietra calcarea, che in paese viene chiamata "pietra di pranu" (perda ’e pranu).

Di forni ce n'erano parecchi: quello di zio (tiu) Venturi nella zona di Istùsule, quello di zio Antonio Desotgiu (soprannominato tiu Bisteca) a Su Pranu, quello di zio Nicu Desotgiu vicino a Su Nuratze, quello di zio Nanneddu Piras nella zona nota come sa corte de is boes (il cortile dei buoi), quello di Pietro (Perdu) Cappeddu vicino a Su Toni, e quello di zio Pera Bonu a Santu Leo.

Il forno aveva una forma cilindrica ed era costruito con pietra di scisto e di calcare (contone). Veniva addossato a monte del terreno, mentre la parte anteriore rimaneva libera, dotata di una piccola apertura che conduceva alla bocchetta e al focolare (sa foghilargia). L'altezza della struttura muraria era di quasi quattro metri.

Il focolare era leggermente scavato in profondità per permettere il deposito della cenere (su chinisu). Quando si riempiva, veniva svuotato per garantire il passaggio dell'aria da sotto [il tiraggio]. La produzione della calce iniziava nel mese di aprile e proseguiva fino a Ognissanti, periodo in cui la legna era ben asciutta e garantiva una migliore resa.

La carica del forno avveniva così: inizialmente si sistemava la pietra vicino alla struttura; si cominciava poi dalla base, disponendo in cerchio le pietre grandi a forma di muretto, per una larghezza di quasi un metro. A mano a mano che la muratura si sollevava, questa tendeva a inclinarsi verso l'interno. All'altezza d'uomo si formava un arco, lasciando lo spazio sottostante per il focolare. La volta veniva infine chiusa e bloccata con una pietra sagomata a forma di cuneo (perda a forma de atza).

A questo punto il lavoro continuava dall'alto, avendo cura di posizionare le pietre grandi davanti e quelle più piccole nella parte retrostante. Arrivati alla sommità (sa pòpula) della muraglia caricata a forma di cupola, la pietra veniva coperta con un impasto di argilla (terra lugiana, lett. terra lucida). Il forno era così pronto per la cottura.

Si iniziava riempiendo il focolare con tronchi di legna grossa e si appiccava il fuoco. Questo primo fuoco durava circa due giorni e serviva a scaldare la pietra alla base per eliminare tutta l'umidità. Una volta consumata la legna grossa, si proseguiva la cottura alimentando il fuoco con le fascine. Lavoravano a turno almeno due operai per un minimo di cinque giorni: uno passava le fascine al fochista e quest'ultimo, per mezzo di una forca di legno (fortzidda), le infilava una a una disponendole in cerchio all'interno del focolare. Si introducevano alcune fascine a ogni sformata. Dopo una decina di minuti si continuava a immettere nuove fascine, in modo da mantenere il fuoco sempre vivo e costante.

La pietra grande posizionata sotto la volta del forno doveva rimanere costantemente resa incandescente [rossa] dal fuoco. La cottura partiva dal fondo e, a mano a mano, avanzava verso la sommità. All'inizio il fumo della legna usciva nero dalla cima, ma quando la cottura della pietra era quasi ultimata il fumo diventava bianco. Quando la cottura raggiungeva la sommità, si infilava un lungo bastone di legno (frucone): se l'inserimento avveniva facilmente e senza ostacoli, significava che la cottura della calce era perfetta e allora si poteva cessare il fuoco. Si lasciava raffreddare il forno per uno o due giorni e infine si iniziava a scaricare la calce partendo dalla sommità.

Note di contesto storico e linguistico

1. La tecnologia antica del forno da calce: Il testo descrive in modo impeccabile l'ingegneria dei forni a "calcina" tradizionali della Sardegna. Erano forni a funzionamento intermittente: venivano caricati, accesi per giorni, fatti raffreddare e poi svuotati. La maestria stava tutta nella creazione della volta autoportante interna con le pietre calcaree più grandi, capaci di reggere il peso del carico sovrastante senza crollare sul fuoco.

2. Terminologia tecnica sarda:

 Contone / Perda ’e pranu: Termini locali per indicare i blocchi di pietra calcarea adatta alla cottura.

 Foghilargia / Foghile: La camera di combustione, il punto più basso dove risiedeva il fuoco.

 Pòpula: La sommità o la "bocca" superiore del forno, dove terminava la carica e da cui si monitorava lo stato della cottura attraverso il colore del fumo.

 Frucone: Un lungo palo di legno o ferro usato tradizionalmente per saggiare la consistenza dei materiali o per attizzare il fuoco. Nella cottura della calce, la pietra cotta diventava friabile, permettendo al palo di penetrare senza incontrare la durezza della roccia cruda.

3. La Terra Lugiana: Si tratta dell'argilla o della terra grassa che, impastata con acqua, veniva usata come sigillante sulla sommità del forno per trattenere il calore e i gas, creando una sorta di "camera stagna" regolata che permetteva una cottura uniforme.


Tra Stelle e Poesia: La Notte Magica a Pedras Artas sotto il Muggianeddu

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