mercoledì 12 agosto 2026

Quando Guccini Ballò il Ballo Sardo: Quel Magico 2 Giugno 1982 a Tonara

Di Alusac Eleirbag


Tutto è nato da una chiacchierata con Nino, ritornando indietro nel tempo con i ricordi e con quella nostalgia bella di chi la storia della musica dal vivo, a Tonara, l'ha fatta con le proprie mani.

Fra i tanti concerti organizzati da quel gruppo capitanato proprio da Nino — la stessa squadra affiatata che aveva esordito portando in paese i Nomadi — ce n'è uno in particolare che strappa ancora oggi un sorriso speciale e un pizzico di commozione. Era il 2 giugno 1982, e sul palco salì un gigante della canzone d'autore: Francesco Guccini.

Un Bottiglione di Nero e tre Ore di Poesia

La cornice dell'evento raccontava già tutto dello spirito genuino e pionieristico di quelle imprese: un palco montato alla buona nel cortile della scuola elementare, sistemato proprio addossato ai muri dell'edificio e a ridosso delle finestre delle aule.

Guccini non era accompagnato dai Nomadi, ma si presentava con la sua sola chitarra e la sua figura imponente, pronto a regalare una serata memorabile. Nino mi ha raccontato la scena con una vividezza incredibile: tra un brano e l'altro, il Maestrone pescava da una cassetta di panini sistemata sul retro del palco, addentava qualcosa e si dissetava con l'immancabile bottiglione di vino nero. L'atmosfera era di festa pura, conviviale e un po' sopra le righe. A un certo punto, tra la sorpresa e l'entusiasmo generale, Guccini si mise persino a ballare un ballo sardo insieme al pubblico.

Quel concerto durò più di tre ore. Per ascoltarlo, nel cortile di quelle scuole elementari, era salita a Tonara mezza Sardegna.

Le Note nel Cortile della Scuola

Nessuno annotò su carta la scaletta esatta di quelle tre ore, ma non è difficile immaginare cosa abbia risuonato nell'aria fresca di quella sera di giugno. Nel 1982 Guccini aveva già inciso le sue opere più iconiche, ed è facile figurarsi il cortile della scuola che cantava a memoria ogni singola parola.

Senza dubbio saranno risuonate le note di La locomotiva, l'inno anarchico che da sempre chiudeva i suoi live, e di Dio è morto, la canzone censurata dalla RAI negli anni '60 ma trasmessa con coraggio da Radio Vaticana. E poi i capolavori tratti da Radici come Il vecchio e il bambino, Incontro e Canzone dei dodici mesi, insieme ai ritratti intimi e graffianti di L'avvelenata, Via Paolo Fabbri 43, Amerigo, Eskimo, Il pensionato e Canzone quasi d'amore.

Non fu un semplice concerto, ma un viaggio immenso attraverso la poesia in musica.

Un Eredità da Custodire

Guardando indietro a quel 2 giugno 1982, si capisce quanto Tonara sia sempre stata un crocevia fondamentale per la musica e per la cultura nell'isola. Ricordare quella sera, ascoltando i racconti di Nino e dei ragazzi di allora, significa riaffermare l'importanza di chi ha avuto il coraggio di sognare in grande, portando i più grandi poeti del nostro tempo tra le nostre montagne. Un patrimonio di ricordi e di passione che ancora oggi continua a far battere il cuore della nostra comunità.


martedì 11 agosto 2026

Tra i vicoli di Berchidda e le pagine di S’Ischiglia: il ricordo del grande Pietro Casu. Il sonetto di Pera Sulis è il ricordo di Angelo Dettori

Di Alusac Eleirbag 


Durante la mia permanenza a Berchidda per seguire il festival Time in Jazz di Paolo Fresu, la casa che ho affittato mi ha regalato una sorpresa inaspettata: un piccolo libretto dell’Associazione "Pietro Casu", intitolato «S’Ischiglia» sonat ancora.

Sfogliandolo, la prima scoperta è stata un sonetto scritto dal celebre poeta tonarese Pera Sulis dedicato proprio a Pietro Casu: un omaggio sincero tra grandi figure della nostra cultura. Ma il vero cuore del volumetto è un prezioso scritto di Angelo Dettori, che traccia un ritratto intenso ed esaustivo di questo gigante della letteratura e teologia sarda.

La figura di Don Pietro Casu

Angelo Dettori non offre una fredda critica letteraria, ma un tributo affettuoso a un uomo che è stato al contempo poeta, prosatore, studioso, sacerdote e fervente apostolo di sardità.

Nato a Berchidda nel 1878 e scomparso nel gennaio del 1954, Don Pietro Casu ha dedicato l'intera esistenza al servizio del bene, della verità e della valorizzazione della lingua e della cultura sarda.

Le tappe del suo percorso umano e intellettuale

 L'oratore eccezionale: Parroco di Oschiri prima e della sua Berchidda poi, fu un oratore di rara potenza. Famosa fu la sua orazione in sardo al Congresso Mariano di Cagliari del 1926, che incantò l'intero uditorio davanti alle altissime cariche ecclesiastiche.

 Il pioniere del romanzo sardo: Esordì nella narrativa con Notte Sarda (1910), primo capitolo di una trilogia pensata per raccontare il passato, il presente e il futuro dell'Isola (Aurora Sarda e Meriggio Sardo). I suoi romanzi, tra cui Malgerme e Ghermita al cuore, riscossero uno straordinario successo di critica e pubblico.

 Lo studioso della lingua: Per oltre cinquant'anni esplorò l'isola interrogando anziani, consultando testi e analizzando termini per redigere un monumentale Vocabolario Sardo (rimasto manoscritto e poi destinato alla pubblicazione regionale). La sua fama lo portò a collaborare con illustri glottologi internazionali come Max Leopold Wagner.

 Il traduttore dei classici: Nel 1930 diede alle stampe la sua titanica traduzione della Divina Commedia in sardo-logudorese, dimostrando la straordinaria flessibilità e dignità letteraria della lingua madre, affiancandola alle traduzioni di brani biblici, Leopardi, Foscolo e Victor Hugo.

Il poeta del cuore e della natura

Nonostante la vasta produzione in prosa e la missione sacerdotale, Dettori individua nella poesia l'aspetto più puro e autentico dell'anima di Casu. Famoso per la sua versificazione impeccabile, vinse nel 1950 il primo premio per la poesia sarda al "Premio Grazia Deledda".

Le sue liriche migliori sono quelle prive di oratoria o intenti catechistici: canti trascinanti dedicati alla bellezza della natura, alle fatiche quotidiane (Su massaju, Sa filadora) e ai sentimenti umani più profondi.

Un amore infinito per la Sardegna

Pietro Casu fu un lettore attento e un caloroso sostenitore della rivista S'Ischiglia, da cui pretendeva sempre il massimo rigore letterario. Dettori lo ricorda infine come un uomo modesto, dalla coscienza limpida e guidato da un amore sconfinato per la sua terra. Un amore riassunto in modo emblematico in uno dei suoi versi più celebri: «Casi gloriosa in terra e mare e chelu, / eo ti sonnio, o Sardigna: / cherio milli coros pro t'amare!»

(Così gloriosa in terra, mare e cielo, io ti sogno, o Sardegna: vorrei mille cuori per poterti amare!)




Sonetto di Pera Sulis

Dal Titolo

EST MORTU

Pedru sa die sua hat terminadu 

serenamente comente hat vividu

Pustis de haer tant'ierros bidu, 

su chercu maestosu s'est siccadu



A ue non si torrat est andadu, 

ma cando s'est in vida dispedidu

unu tesoro d'affettos bestidu

nos hat, dignu, in regalu lassadu.



Rejone est si Berchidda est in lamentu, 

ca de sa cara lira armoniosa 

no intendet pius su dulche accentu.



Ed eo, cun cust'anima affannosa, 

depongo lizos de su pensamentu,

lagrimas da-e coro in cussa losa. 



 


Tra il Ricordo di Rockarea e le Note del Time in Jazz: Nel Segno di Miles Davis

Di Alusac Eleirbag


Il percorso questa volta inizia l'11 agosto da Tonara, con ancora negli occhi e nelle orecchie la straordinaria energia del recente festival di Narcao. Con quella carica viscerale ancora viva nel cuore, il viaggio riparte e la strada si snoda verso nord, attraversando il cuore pulsante della Sardegna centrale. Il paesaggio si trasforma a ogni curva, abbracciando i profili di Olzai, le distese di Ottana e le colline di Ozieri, fino ad approdare a Berchidda. C'è una bellezza antica e silenziosa in questo itinerario, una lentezza che prepara lo spirito a ciò che ci attende: un'edizione del Time in Jazz interamente dedicata a un gigante assoluto della musica mondiale, Miles Davis.

Mentre macino chilometri, la mente torna indietro nel tempo. Il mio amore per il jazz e per la grande musica dal vivo è nato quando avevo appena vent’anni. Nel 1978 ero andato a Umbria Jazz, un’edizione rovente che passò alla storia per i durissimi problemi di ordine pubblico e per la forte contestazione politica. Ricordo la tensione costante e quella paura tremenda: dalle stazioni dei treni si partiva per i famosi espropri proletari nei supermercati e la rassegna visse momenti davvero complessi. Eppure, in mezzo a quel clima teso, la musica regalò momenti immortali. Fu l'anno del debutto storico al festival, il 29 luglio a Castiglione del Lago, di Carla Bley — la signora assoluta dell'avanguardia — alla guida della sua straordinaria ed eclettica Big Band, con una performance indimenticabile su brani come Ida Lupino e Wrong Key Donkey.

Quell'energia profonda mi è rimasta dentro per sempre. Eppure, sembra incredibile a dirsi, questa è la prima volta in assoluto che vengo al Time in Jazz. Paolo Fresu, in realtà, l'avevo già sentito suonare dal vivo tanto tempo fa, in un contesto quasi magico e suggestivo: alla stazione ferroviaria di Belvì, oramai dismessa, dove le sue note si arrampicavano tra i binari silenziosi e i boschi della Barbagia.

Arrivati a Berchidda, alloggiamo in una tavernetta deliziosa, un piccolo rifugio accogliente che si affaccia direttamente sui tetti del paese. Appena il tempo di posare i bagagli e, dalla finestra aperta, l'aria d'estate porta subito le note e i ritmi dei soundcheck in corso a poca distanza. È un momento istantaneo di grazia: si respira un'atmosfera magica, quella vibrazione elettrica e festosa che mi riporta immediatamente indietro nel tempo, ai giorni gloriosi della nostra Rockarea a Tonara e all'energia pura vissuta solo poche ore fa al Narcao Blues.

Ciò che colpisce fin da subito, camminando per le vie del centro, sono gli addobbi e l'incredibile cura scenografica di Berchidda: l'intero paese è vestito a festa, totalmente trasformato da installazioni, decorazioni e composizioni artistiche che richiamano le icone del jazz e l'inconfondibile sagoma della tromba di Paolo Fresu. Ogni angolo, balcone e vicolo parla la lingua della musica, creando un abbraccio visivo unico. Le piazze del centro storico sono vive, attraversate da rivoli di persone, appassionati e amanti della buona musica giunti da ogni parte. La prima tappa è d'obbligo: una sosta al Jolly Caffè per fare il pieno di energia con cappuccini e paste fresche, pronti a tuffarci nel programma della giornata.  

Time to Read: La Genesi di Kind of Blue alla Casara

Nel tardo pomeriggio ci dirigiamo verso il giardino della Casara — uno spazio speciale che durante il giorno ospita la rassegna per bambini Time to Children — per l'apertura di Time to Read. Qui Paolo Fresu, insieme ai compagni del suo progetto Kind of Miles (Marco Bardoscia al contrabbasso, Stefano Bagnoli alla batteria, Dino Rubino al pianoforte e tromba, Bebo Ferra alla chitarra e Federico Malaman al basso), presenta in collegamento video da New York il giornalista e saggista americano Ashley Khan (tradotto in diretta da Rosella Zoccheddu), autore del celebre saggio sulla nascita di Kind of Blue (1959).  

Dalla ricca e intensa chiacchierata con Ashley Khan emergono dettagli affascinanti e revelationi storiche:  

 Un approccio documentale: Khan ha spiegato di aver voluto scrivere un libro lontano dalle solite recensioni critiche, basandosi su fatti, registrazioni in studio, contratti e sul contesto storico dell'America di fine anni '50, per spingere il lettore a riascoltare l'album con nuova consapevolezza.  

 Buona la prima: Rispondendo a una domanda sulla tecnica di registrazione, Khan ha confermato che Miles riascoltava i brani subito in regia, ma cercava quasi sempre il primo take. Voleva catturare la freschezza e l'imprevedibilità della scoperta anziché la perfezione ripetitiva delle prove.  

 Fragilità e sensibilità: Dietro la facciata dura e intransigente, Khan ha mostrato un Davis estremamente vulnerabile (evidente in capolavori come Blue in Green), dote che gli permetteva di connettersi profondamente con l'ascoltatore.  

 L'importanza di Bill Evans: È stato evidenziato il ruolo cruciale del pianista Bill Evans nel definire la sonorità modale del disco. Evans portò nell'album la sua sensibilità legata alla musica classica moderna (come le sfumature di Debussy nell'introduzione di So What), creando un'intesa perfetta e quieta con Davis.  

 Il distacco da Gil Evans: Gil fu un mentore e un arrangiatore fondamentale nei primi anni, ma mentre lui cercava la perfezione attraverso decine di registrazioni, Miles sentì il bisogno di staccarsi verso una musica più immediata, essenziale e piena di spazio.  

Il Concerto delle 21:30: L'Estetica, il Suono e il Mito di Miles

Alle 21:30 la musica si fa carne e racconto sul palco. Il tributo a Miles si trasforma in un viaggio profondo non solo nelle sue note, ma nella sua essenza di uomo, artista e combattente.  

Sul grande schermo scorre una famosa fotografia di Miles sul ring, un'immagine che richiama Jack Johnson, il primo campione mondiale nero dei pesi massimi e icona di riscatto per la comunità afroamericana. Guardando quel profilo fisso verso l'orizzonte e la pelle scura che sembra quasi carta scolpita, si capisce che Miles non è mai stato solo un musicista: era un lottatore. La sua tromba suonava come un pugno da KO, un colpo preciso che fendeva l'aria e offendeva l'anima per quel bisogno viscerale di riscatto sociale.  

Poi appare un'altra foto leggendaria, scattata da Irving Penn: un dettaglio primaverile e potente della sua sola mano scura. È proprio nelle immagini che emerge la sua figura straordinaria, non solo nei tratti del viso, ma attraverso un'estetica raffinata, rigorosa e quasi maniacale, parallela alla sua musica. Il suo colore preferito era il rosso, il colore della ribellione: rossa era la sua ultima tromba, rossi i suoi abiti stravaganti e rossa l'amata Ferrari. Quella stessa estetica che nel 1959 gli costò le manganellate e l'arresto ingiusto da parte della polizia di New York fuori dal Birdland, solo perché si trovava sul marciapiede a fumare con una donna bianca al fianco; un'umiliazione terribile che anni dopo trasformò nel titolo dell'album You're Under Arrest 

Kind of Blue e l'Evoluzione del Suono

Registrato nella ex chiesa sconsacrata della Columbia a New York con soli sette microfoni (più uno posizionato in uno scantinato per catturare il riverbero naturale diventato il marchio di fabbrica della label), Kind of Blue resta, insieme ad A Love Supreme di John Coltrane, il disco più celebre e ascoltato della storia del jazz. Miles andò oltre il Bop, svuotò la struttura sovraccarica inventata dai suoi amici e costruì una nuova musica fatta di silenzio e respiro. So What, il brano più rappresentativo, poggia su due soli accordi. Attorno a sé aveva riunito un gruppo irripetibile: il misticismo di John Coltrane, la freschezza di Cannonball Adderley, la poesia di Bill Evans e la sezione ritmica monumentale di Paul Chambers e Jimmy Cobb. Su tutto svettava la sua tromba, alla guida di una macchina lanciata a tutta velocità verso il futuro.  

Ripercorrendo la sua sconfinata discografia, dai capolavori acustici degli anni '50 fino alla svolta elettrica e meticciata di Bitches Brew (1970) — nato dall'incontro con le influenze di Jimi Hendrix, James Brown e Karlheinz Stockhausen — si comprende che, pur cambiando i progetti, i musicisti e le tastiere elettriche, il suo suono interiore è rimasto lo stesso. L'anima non cambia: si alimenta della vita, e la vita alimenta quel suono che giorno dopo giorno diventa sempre più profondo e inimitabile.  

Formazione e Memoria

Nel corso della serata emerge anche il ricordo toccante del percorso di apprendimento musicale attraverso l'ascolto e la trascrizione degli assoli. Ascoltare i vinili a tutto volume, cercare di fissare le note sul pentagramma per catturarne il groove, la passione e l'incertezza, fino a quando le madri o i vicini non bussavano alla porta per chiedere tregua. Quell'apprendistato fatto di devozione pura ha formato generazioni di musicisti, portando il jazz verso luoghi sempre nuovi e sconosciuti.  

Mentre le ultime note sfumano nella notte di Berchidda, resta la certezza di aver assistito a qualcosa di più di una semplice celebrazione: un passaggio di testimone, un ponte ideale che unisce le montagne di Tonara, il blues del Sulcis e la grande storia del jazz internazionale sotto lo stesso cielo stellato della Sardegna.  

Pensieri per il Futuro: Il Sogno ai Piedi del Gennargentu

Mentre il paese lentamente ritrova il suo silenzio sotto il cielo stellato di Berchidda, la mente torna a viaggiare. E viene da porsi una domanda, un auspicio che è quasi un sogno ad occhi aperti: chissà che un giorno Paolo Fresu non decida di estendere la magia del suo festival anche in altri momenti dell'anno e in altri luoghi dell'isola, proprio come sta già facendo in Gallura — penso, ad esempio, agli incantevoli eventi dell'Agnata.

Sarebbe straordinario vedere il suo esperimento artistico arrivare fin su, alle pendici del Gennargentu, proprio a Tonara. In fondo, è su quelle montagne che, qualche anno prima che nascesse il Time in Jazz, facevamo risuonare le chitarre e l'energia pulita della nostra Rockarea. Non sarebbe soltanto un omaggio alla storia, ma una vera e propria linfa vitale per dare forza, coraggio e visione a Intrare in Sonu, la splendida manifestazione musicale che da qualche anno la Pro Loco di Tonara porta avanti, mirando a fondere il suono ancestrale dei campanacci tonaresi con le metriche e le armonies della musica moderna. Un'intuizione profonda che merita di evolversi e trasformarsi in un nuovo festival sperimentale capace di far dialogare le sfumature del blues, del rock, del jazz e della nostra tradizione più autentica.

In fondo, la musica in Sardegna è un filo unico e ininterrotto: parte dai ricordi degli anni '80, attraversa le piazze storiche di Narcao e Berchidda, e chissà che domani non torni a far battere forte il cuore dei nostri boschi.


lunedì 3 agosto 2026

TUE DE TONARA SES SU PATRONU A Santu Grabiele dae Benigno Casula - 1977 .

TUE DE TONARA SES SU PATRONU


A Santu Grabiele 


Tue de Tonara ses su patronu

e ti festant su tres de austu,

ant'isceltu a tie angelu bonu

ca tue fias santu a nois giustu.

Gabriele unu fizu ap'in donu

e ti ringratzio de totu custu.

Si apo pecadu ti pedo perdonu

e si a bortas so istetiu ingiustu.

Ùmile pecadore m'invoco a tie,

antzis de coro ti cherzo pregare

e tue isculta su meu lamentu,

chi sa vida galu mi pota sorrie(re)

pro custu sigo a m'invocare

cun fide e devotu sentimentu.


domenica 2 agosto 2026

Oe giumpo settant’annos. L’arte di far rimare i settant’anni (e la poesia che abbiamo dimenticato).



Di Alusac Eleirbag



Da’ su chimmantasese in su mundu,

oe giumpo setant’annos de vida;

su tempus passat, semmus in salida

ma cun su coro allegr’e profundu.


Dae s’otantasette cun Antonietta

caminaus impare in su camminu;

Olg’e Sara, fizas ’e opera perfetta,

sunt sa lughe e su frutu prus divinu.


E sos nebodes affortigant s’amore:

Marco de Giacomo e Olga adorada,

Giorgio de Iuri e Sara gioia manna,


chi rezent custos annos de calore.

Gràtzias a sa vida pro tantu amada,

in coro meu aintr’e una capanna


Scrivere un sonetto a tavolino è stata un’impresa. Ho contato e ricontato le sillabe, cercato le rime giuste, limato i versi per far incastrare la mia vita — Antonietta, le mie figlie Olga e Sara, i miei quattro nipoti — in quattordici righe di poesia. Ci ho messo tempo, fatica, pazienza.

Un poeta di professione l’avrebbe fatto in un attimo. Ma il pensiero, mentre combattevo con gli endecasillabi, è andato subito a mio padre Benigno e a mio zio Raffaele. Loro due un sonetto così l’avrebbero scritto al volo, quasi senza pensarci, magari mentre sorseggiavano un bicchiere di vino o riposavano dopo una giornata di lavoro.

Perché per loro sarebbe stato così naturale e per noi è diventato così difficile?

La risposta è semplice e fa anche un po' male: non c'è più allenamento, non c'è più dedizione.

La loro generazione viveva la poesia come un linguaggio quotidiano. Mio padre e mio zio si scrivevano usando i versi; per comunicare, per fare gli auguri, per prendersi in giro o per raccontarsi la vita si mandavano componimenti poetici. La rima per loro non era un esercizio accademico o un compito da svolgere a tavolino, ma un modo spontaneo di pensare e di sentire.

Noi abbiamo perso quella ginnastica del cuore e della mente. Oggi scriviamo messaggi veloci, frasi brevi, abbreviazioni. Abbiamo guadagnato in rapidità, ma abbiamo perso quella meravigliosa capacità di dare ritmo ai sentimenti.

Eppure, arrivato al traguardo dei miei settant’anni, ho voluto sforzarmi. Ho voluto raccogliere quel testimone, anche solo per un giorno. Il mio sonetto in sardo avrà richiesto tempo e qualche correzione di troppo, ma dentro c’è la stessa dedizione che vedevo nei loro occhi. È il mio modo per dire grazie alla vita, alla mia famiglia, e per far fare un piccolo sorriso a chi, da lassù, mi guarda e magari sta già correggendo le mie rime.



sabato 1 agosto 2026

​Tonara riscopre la Scuola Popolare: dai corsi di tessitura alla Biblioteca Comunale-di Michela Zucca

Riceviamo e pubblichiamo.

TONARA – Domenica 26 luglio, in Piazza Berlinguer a Tonara, si è svolto un importante convegno dedicato a una pagina di storia locale quasi dimenticata: la Scuola Popolare tonarese.

A coordinare i lavori è stata Michela Zucca. Sono intervenuti il Sindaco di Tonara Salvatore Urru, il prof. Gianluca Scroccu, il prof. Gianfranco Tore e il docente Luca Tatti. Protagonista della serata Cristina Garau, che ha presentato al pubblico la sua tesi di laurea sull'argomento.

Una storia di riscatto nel dopoguerra

Il tema ci riporta all'Italia del dopoguerra, quando l'analfabetismo era una piaga nazionale, soprattutto nel Mezzogiorno e in Sardegna. Fu in quel contesto che la pedagogista Anna Lorenzetto diede impulso in tutta Italia all'UNLA (Unione Nazionale per la Lotta contro l'Analfabetismo), creando i Centri di Cultura Popolare per alfabetizzare gli adulti che ancora firmavano con una croce.

A Tonara i primi documenti risalgono al 1952, grazie all’intuizione del promotore Michelino Pruneddu. Ma come ha ben ricostruito Cristina Garau, non si trattava di semplici corsi di alfabetizzazione: nelle case del paese si tenevano lezioni di tessitura, cucito, falegnameria e meccanica, sostenute anche dagli aiuti americani dell’UNRRA. Accanto al "saper fare", si insegnava l'educazione civica.

Straordinario l'impatto pratico sul territorio: grazie all’impegno di Pruneddu, i tappeti realizzati dalle donne tonaresi venivano venduti fino in Svizzera, generando piccoli introiti per sostenere le attività della scuola.

La nascita della Biblioteca e le visite illustri

Da quei centri nacque un’altra istituzione fondamentale per la comunità. Nel 1956 venne aperto ufficialmente il Centro di Lettura, destinato a diventare l’attuale Biblioteca Comunale. C’era un’autentica ansia di cultura, intesa come strumento di riscatto sociale e opportunità lavorativa.

Un dettaglio illuminante, emerso grazie al prof. Gianfranco Tore, riguarda l’insegnante Giuliano Giuliani: avendo vissuto a Grenoble, tenne persino dei corsi di francese per gli adulti intesi a emigrare in Francia.

Una storia così significativa da attrarre l'attenzione dello scrittore Carlo Levi, autore di Cristo si è fermato a Eboli, che durante il suo viaggio in Sardegna visitò Tonara per ben due volte (nel 1952 e nel 1962), entrando in contatto con la Scuola Popolare e i centri di lettura.

La memoria custodita

Nel 1956 Michelino Pruneddu fu trasferito a Osilo e la direzione del Centro passò a Paolo Sulis. Se oggi è possibile ricostruire questa storia, lo si deve alle figlie di Sulis — Nella, Franca e Stelio — che hanno conservato gelosamente registri e materiali dell'epoca. Un contributo fondamentale è giunto anche dalla ricerca di Cristina Garau, capace di rintracciare quattro donne che frequentarono la scuola, raccogliendo testimonianze emozionanti e persino un piccolo diploma originale.

L'esperienza si concluse nel 1962, ma lasciò un seme profondo che negli anni successivi favorì la nascita della Scuola Media a Tonara e la formazione di intere generazioni di diplomati e laureati.

Un lavoro di rete

L'iniziativa è stata realizzata grazie alla sinergia tra la Pro Loco di Tonara, il Comune di Tonara e la Biblioteca Comunale. Un ringraziamento speciale va ai docenti e professori universitari che hanno condiviso con generosità le proprie competenze, rendendo possibile una giornata di preziosa riscoperta storica.

Una storia di dignità, comunità e visione del futuro che Tonara ha finalmente riabbracciato


Michela Zucca


Quando Guccini Ballò il Ballo Sardo: Quel Magico 2 Giugno 1982 a Tonara

Di Alusac Eleirbag Tutto è nato da una chiacchierata con Nino, ritornando indietro nel tempo con i ricordi e con quella nostalgia bella di ...