domenica 22 ottobre 2017

Sorgono,autunno in barbagia.

Sorgono

martedì 10 ottobre 2017

L'avvocato Vincenzo CABRAS, tratto da "GIACOBINI ,RIVOLUZIONARI e MODERATI “ di V. del Piano

L’avvocato Cabras era nato a Tonara nel 1732. Si trasferì nel capoluogo a 15 anni dove completò gli studi e vi si stabilì definitivamente . Sposò Maria Caterina Ronqui della Marina; dal loro matrimonio nacquero Antonio, che diventerà sacer­dote, ed Anna che sposerà l'avvocato Fran­cesco Carboni Borras. Rimasto vedovo si risposò nel 1769 con Anna Tiragallo , sorella di Luigi, giudice della Reale Udienza, dalla quale avrà dal 1770 al 1790 13 figli, 9 femmine e 4 maschi. Con lui vissero oltre i nipoti Tomaso e Francesco anche i generi Carboni Borras ed Efisio Luigi Pintor che abitavano in due appartamenti del suo palazzo costituendo così quella "po­tenza" politica chiamata dall'autore della Storia dei torbidi e da altri "la casa Cabras" ed il "partito del Dottor Cabras". Intorno al 1800 un'altra figlia. Maria Raimonda Barbara sposerà l'avvocato Emanuele Massa Eschirru, il cui nome era presente nell'elenco dei secolari agenti dell'anar­chia trovato in casa del marchese della Planargia. Divenne membro dello Stamento reale, procuratore delle città di Sassari e di Castelsardo, assessore della Curia arcivesco­vile di Cagliari e della regia Vicaria, sinda­co capo di Stampace. Divenne maestro di Efisio Luigi Pintor e del notaio Vincenzo Sulis. Fu arresta­to ,con l'avvocato Bernardo Pintor, fratello di Efisio Luigi e marito della figlia Maria Josepha , il 28 aprile 1794, poiché il viceré Balbiano aveva saputo che la sommossa, che avrebbe dovuto in un primo tempo scoppiare il 4 maggio era stata anticipata, perché scoperta, alla notte del 28. L'insurrezione, della quale il Cabras era reputato il princi­pale fomentatore, era stata organizzata dopo l'arrivo a Cagliari della risposta del re, pressoché negativa, alle cinque domande dei sardi, ed aveva per scopo l'espulsione dei funzionari pubblici venu­ti da Torino. Balbiano decide di arrestare l'avvocato Cabras ed il genero Efisio Luigi Pintor , che però riesce a fuggire e informa dell'accaduto il popolo che accor­re in armi in difesa degli arrestati. "L'avvocato figlio dell'arrestato Cabras- è scritto nella Storia de’torbidi -, correva anch'egli come un forsennato per le contrade, con cuffia bianca in testa e fucile in spalla, animando il popolo a far partito contro il governo, a compiere in quel punto ciò che doveva eseguirsi nella sera a norma del combina­to piano, e dell'unione generale che doveva farsi nel campo del convento del Carmi­ne". Gli insorti arrivavano sotto il Castello e reclamavano la liberazione dei due, che vengono mostrati dal bastione di San Remy fra l'arcivescovo Melano che invoca la pace e i marchesi di Laconi e di Neoneli. Subito dopo gli insorti bruciavano la Porta Cagliari, all'ingresso del Castello, disarmavano la truppa e arrivavano davanti al palazzo viceregio. Un tentativo di pacifi­cazione tentato dal giudice Giuseppe Valentino e dal canonico Salvatore Mameli non ebbe alcun esito: la lotta si riaccese, le guardie reagirono, ma si arresero dopo la morte del loro comandante svizzero.
Il potere

Il Cabras, liberato, si presentò, con Efisio Luigi , al viceré e” gli si mostravano sottomessi, e stranieri alle ragioni dell'avvenuta catastrofe", che attribuiro­no all'insofferenza del popolo nei con­fronti dei piemontesi. E al popolo e solo a lui, nel Manifesto giustificativo preparato dal figlio Antonio, era attribuita l'iniziativa della rivolta, al popolo che padrone ormai della situazione inneggiava al re e alla nazione sarda e innalzava vicino alla bandiera reale la bandiera sarda. Avuta notizia dell'insurrezione, il re, mentre era disposto a concedere un generale perdono, volle però, senza esito, che si procedesse secondo le leggi contro i due maggiori indiziati. Il Cabras era favorevole, col visconte di Piumini, al mantenimento in servizio delle compagnie miliziane, che assicuravano l'ordine in città dopo la parten­za dei piemontesi, e dei cacciatori, fra i quali facevano servizio persone che avevano avuto a che fare con la giustizia. Frequentava col genero Efisio Luigi la casa di don Giovanni Maria Angioy ed il club giacobino che vi aveva sede, nel quale si riunivano i democratici che si opponevano alle idee moderate di Pitzolo ed a quelle reazionarie del marchese della Planargia, e nelle assemblee stamentarie i due, col canonico Sisternes e l'abate Simon, facevano prevalere i propri pareri, con la loro oratoria travolgente. Nelle carte sequestrate il 6 luglio 1795 in casa del generale delle armi, Cabras era indicato fra i capi dell'emozione del­l'aprile del 1794 che hanno molti seguaci nel Magistrato e fuori di esso "per sostenere e promuovere l'anarchia". Caldeggiava la candi­datura del democratico avvocato Salvato­re Cadeddu alla carica di primo consiglie­re civico, in sostituzione del dottor Lepori, deposto in seguito al tumulto popolare del 31 marzo del 1795. Con E.L. Pintor e col notaio Vincenzo Sulis si presenta al viceré Vivalda il 30 giugno per esaminare la situazio­ne creatasi in città dopo l'arrivo del di­spaccio reale che impone la registrazione delle patenti dei sassaresi Andrea Flores, Antonio Sircana e Giuseppe Maria Fonta­na, nominati giudici della Sala civile della R.U.; tali nomine disattendevano le speranze anche del Cabras e del Guirisi, proposti dal reggente Cavino Cocco come giudici. Si temeva una rivolta popolare ed il Paliaccio chiedeva di poter arrestare, secondo il me­moriale del canonico Sisternes, una trenti­na di persone pericolose, tra le quale An­gioy, Cabras, Musso ed Andrea Delorenzo. Il viceré si lamentava con Cabras ed i colleghi perché da Torino gli si era detto di punire quelli che eventualmente volesse­ro opporsi alle nomine e di comunicare al generale delle armi questa reale determi­nazione; egli attribuiva al conte Galli, e non al sovrano, tale ordine. L'afflusso di truppe in Castello, la preparazione della sua dife­sa, la notizia dell'esistenza degli elenchi delle persone da arrestare insospettivano il popolo ed i democratici, che negli Stamenti, chiedevano l'arresto del Pitzolo e del Paliaccio. Secondo la Storia, Cabras era uno dei con­giurati che decisero l'uccisione del Pitzolo e del generale perché questi ultimi si opponevano al loro progetto di costituire in Sardegna una repubblica sotto la protezione della Francia. Cabras si adoperava, con Sulis e con il canonico Sisternes, perché venisse salvaguardata l'incolumità degli avvocati e di altri, arrestati dopo l’uccisione del Pitzolo, mentre alcuni reazionari, tra i quali il giudice Giuseppe Valentino, fuggivano da Ca­gliari. Amico dell'avvocato Mundula, democratico e repubblicano di Sassari, era favorevole alla nomina nella Reale Governazione dei due assessori Solis e Sotgia Mundula che appoggiavano il partito predominante a Cagliari e con Pintor chiamava nel capoluogo il Mundula, assieme al quale veniva deciso il piano per domare i baro­ni del Capo di Sopra e ristabilire la pace nel regno. Era convocato con i fratelli Simon, Sisternes e Pintor dall'arcivescovo di Cagliari Vittorio Filippo Melano di Portula, delegato dagli Stamenti per perorare le richieste dei sardi dopo la vittoria sui francesi presso il rè Vittorio Amedeo III; il Melano chiedeva la loro collaborazione per la pacificazione del regno, per poter parla­re al sovrano del ravvedimento dei sardi dopo quanto accaduto. Cabras promise che avrebbe fatto il possibile per far cessa­re le ribellioni sempre latenti. Si allontanò, con i nuovi moderati, dalle posizioni dell’Angioy, specie dopo l'occupazione di Sassari da parte di Mundula e Ciocco. Eletto nella giunta stamentaria istituita in agosto su proposta del canoni­co Sisternes fin dalla sua costituzione, rieletto il 21 dicembre 1795, e riconfermato dopo due mesi, ebbe largo seguito negli Stamenti con Pintor ed altri. Essi pensa­vano di ringraziare il re, che col rescritto del 30 marzo 1796 rispose sibillinamente alle domande dei sardi, invece di reclamare a gran voce quanto in precedenza richiesto. Interessato alla buona riuscita della missione dell'arcivescovo, con Pintor indusse, il 27 gennaio 1796, l'arcivescovo di Sassari Della Torre a scrivere allo zio monsignor Melano una lettera, in cui confessava i suoi errori e fece voti affinché venissero concessi ai sardi i privi­legi richiesti che avrebbero riportato la pace nel regno. Architettava col genero e con Si­sternes l'allontanamento da Ca­gliari di Angioy, dandogli l'impegnativo incarico di Alternos, con l'autorità politica, giudiziaria e militare del viceré e della Reale Udienza; riuscito nell'intento, lo mise in cattiva luce negli ambienti sassa­resi e nel marzo del 1796 sostenne aperta­mente il governatore di Alghero Carroz, che aveva vietato l'ingresso in città agli inviati di Angioy. Intorno a lui si rafforzava sempre più il partito dei "ravveduti" che ora com­batteva apertamente Angioy ed i suoi fedeli che, come Delorenzo ed il canonico Simon, furono costretti a lasciare Cagliari. A Sassari fu scoperta una congiura contro l'Alternos, nella quale probabilmente presero parte Cabras e Pintor, avvocati dei feudatari, il canonico Leda e Diego Cugia, le cui famiglie vivono a Sassari. L'8 giugno sottoscrisse con Litterio Cugia e con sei membri stamentari una istanza al viceré per destituire l'Alternos, ed ancora, col Cugia e con molti ex amici di Angioy, la "nota delle persone che questo pubblico ha per sospette", compilata dal Consiglio municipale di Cagliari trasmessa al viceré il 13 giugno 1796. Dopo la destituzione di Angioy, il Cabras riceveva , il 30 agosto 1796, le patenti di reggente "l'Intendenza generale e la Conservatoria generale dell'insi­nuazione nel regno di Sardegna. Prestò giuramento il 14 settembre. Nel 1799 sarà nominato intendente e conser­vatore effettivo, divenendo così uno dei principali funzionari pubblici; Sassari gli darà l'incarico nuovamente di suo procu­ratore. Cabras però fu accusato da Antonio Vincenzo Petretto il 5 ottobre 1796, duran­te la tortura, di essere stato complice ed "autore" del delitto di insurrezione di cui ven­gono accusati i seguaci di Angioy. Nelle lettere scritte dall'esilio Angioy lo bollava, con Cocco, Pintor e Tiragallo come "ven­duto agli inglesi". Nel progetto del viceré Carlo Felice per il con­solidamento del suo potere assoluto era necessario eliminare gli ex rivoluzionari cagliaritani e Vincenzo Cabras fu così no­minato presidente della reale Camera dei conti a Torino, città che non poté raggiun­gere perché occupata dai francesi. Secondo una notizia riportata in data 29 agosto 1799 dal Lavagna, "la casa Cabras" e principal­mente l'avvocato ed il figlio Antonio, avreb­be parlato male degli impiegati sardi e quest'ultimo, "è stato uno dei maggiori fautori della promiscua", cioè dell'assegnazione degli incarichi principali in Sardegna ed in Piemonte sia ad elementi sardi che piemontesi. Nel dicembre dell'anno successivo il principe lo nominò presidente della Reale Società agraria ed economica costituita a Cagliari, che diventerà successivamente Camera di commercio ed arti e - ultimamente- di commercio, industria, artigianato e agricoltura. Cabras morì a Cagliari il 21 dicembre 1809 e venne sepolto nella chiesa di Sant'Efisio.

VINCENZO CABRAS di Bruno Anatra - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 15 (1972)

FONTE: TRECCANI

CABRAS, Vincenzo. - Nato a Tonara (Nuoro) intorno al 1732 da Pietro e da Teresa Zucca, all'età di quindici anni si trasferì a Cagliari, dove nel 1755 si laureò in utroque iure. Nel 1760 sposò Caterina Ronchi, che gli diede due figli. Rimasto vedovo, nel '69 si risposò con la figlia di un magistrato della Reale Udienza, Anna Tiragallo, dalla quale ebbe ben dodici figli. Resse uno studio legale di gran fama, che, assieme all'ufficio di assessore della Regia Vicaria e della curia arcivescovile di Cagliari, gli procurò un largo prestigio.

"Vecchio venerando per dottrina e per probità", negli anni '90, si imponeva tra i più ascoltati esponenti di uno dei tre clubs, che si aprirono a Cagliari, quello tra massonico e giacobino degli ex allievi del Canopoleno di Sassari, che faceva capo all'Angioy. Nel corso dell'agitazione promossa nel 1793 dagli Stamenti, che assunse il carattere di una rivendicazione unitaria dei tre bracci (nobiliare, ecclesiastico e reale) per l'autonomia amministrativa dell'isola e l'eliminazione dei piemontesi dagli uffici pubblici, il G. primeggiò nel guidare l'azione del braccio reale insieme con l'Angioy e con il genero Efisio Pintor.

Il 28 apr. 1794 il viceré, venuto a conoscenza di un progetto insurrezionale, pensò di prevenirlo e sventarlo con un colpo di forza, facendo arrestare il C. e Bernardo Pintor, scambiato per il fratello Efisio. Ma subito quest'ultimo promuoveva una sollevazione popolare proprio nel borgo di Stampace, che il C. rappresentava negli Stamenti in qualità di sindaco-capo. Appena liberati, comunque, il C. e B. Pintor si affrettarono a professarsi presso il viceré più "argomento" che promotori del moto, il che avvalorerebbe l'ipotesi che il C., "alieno per indole dai partiti", si trovasse "quasi per legami di propagata famiglia (l'influenza di E. Pintor) a subire il capitanato onorario del partito più arrischiato" (Manno, Storia...). D'altronde il partito dei curiali, in questa fase, si muoveva con precauzione, come mostra il Manifesto giustificativo della emozione popolare, redatto, in quei giorni, dal figlio Antonio, per dissipare l'idea di una congiura: manifesto accreditato anche dall'Angioy.


Mentre, sul contraccolpo, si espellevano i piemontesi, rientrava da Torino, in maggio, la delegazione degli Stamenti, portavoce di proposte interlocutorie della Corona, che rimettevano il potere in mano alla nobiltà (comando militare al La Planargia; intendenzagenerale al Pitzolo), aprendo in parte alla fazione moderata dei curiali (Pitzolo era buon amico del C.), cui premeva la gestione delle cariche. In agosto gli Stamenti predisponevano i loro candidati alla terza sala, o Consiglio di stato, che ottenevano nel febbraio '95: il C. ebbe 20 voti dal braccio militare (risultando nono), 4 dal reale (terzo), nessuno dall'ecclesiastico.

I moderati, tuttavia, nonostante queste concessioni, "tratti dalle considerazioni dell'incolumità propria, anziché da persuasione" (Sulis), rimasero ancora solidali con l'Angioy (benché costui, sensibile all'ideologia giacobina, guardasse con simpatia al movimento antifeudale delle campagne) contro la fazione nobiliare, che preparava un'azione di forza sotto la guida del Pitzolo e del La Planargia. Il 6 luglio 1795, anzi, il C., che ormai era il rappresentante più autorevole del gruppo moderato, concordava con E. Pintor, l'Angioy e il Sulis, nel chiedere al viceré la sospensione dalla carica dei due. Ma quando le esitazioni del viceré provocarono la sanguinosa sommossa che travolse il Pitzolo e il La Planargia, il C., "invocato più dagli altri per l'autorità del nome, che mescolato spontaneamente" (Manno, Storia..., p. 701, si adoperò per salvare alcuni curiali che aderivano al loro partito.

La fazione feudale rimase ancora potente a Sassari, ma anche qui i democratici, guidati da G. Mundula, che ebbe contatti con gli stamentari a Cagliari in una villa dei C., si accingevano a passare all'attacco, poggiando sul movimento contadino. In questo periodo, forse in risposta alla richiesta, partita da Sassari, di intervento della flotta inglese di stanza in Corsica, vi furono a Marsiglia abboccamenti degli autonomisti sardi con la Repubblica francese per concertare eventuali aiuti francesi. Rientrato quel pericolo, prima dello scontro aperto, si tentò la mediazione, presso la corte, dell'arcivescovo di Cagliari, Melano. Questi, prima della partenza (5 ottobre), ebbe colloqui con esponenti moderati degli stessi Stamenti, e sembra che in particolare facesse pressione sul C., perché provvedesse "con senno nell'età sua già matura, alla dignità e alla sicurezza della propria famiglia" (Sulis). I curiali moderati, comunque, che controllavano l'assemblea stamentaria (soprattutto da quando, in luglio, questa aveva delegato le decisioni ad una "deputazione" ristretta, di cui faceva parte il C.) e una base politica, che, avulsa dall'entroterra contadino, poggiava sui ceti artigianali e sul sottoproletariato suburbano, in cui la famiglia Cabras aveva vaste radici clientelari, già assolvevano al compito di smorzare le punte della politica angioiana. Il moderatismo del C., quindi, non fu una scelta dell'ultima ora: "educato col genero e col cognato alle tradizioni forensi, ben desiderava l'abbassamento dei feudatari, ma non la loro distruzione" (Sulis).

La sconfitta del partito feudale a Sassari, assediata e conquistata dal Mundula il 29 dicembre, mentre spingeva gli angioiani a chiedere l'abolizione del feudalesimo, offriva l'occasione ai moderati cagliaritani - ormai impauriti dagli obiettivi troppo avanzati dei democratici - di allontanare l'Angioy: lo stesso C., a quanto sembra, convinse il viceré Vivalda a inviarlo a Sassari come "alternos" con ampi poteri civili emilitari (febbraio 1796). Dopo la sua partenza fu agevole per i moderati, riaccostatisi al braccio militare, spostare gli Stamenti sempre più apertamente, contro il disegno antifeudale dei democratici. Ma inseguito, proprio la sconfitta dell'Angioy (giugno 1796) e il mutare della situazione internazionale, per gli effetti dell'armistizio tra la Francia e il Regno di Sardegna (aprile 1796), ridussero i margini dell'azione politica dei moderati. È pur vero che per il C. si aprì una rapida carriera. Il 18 luglio il viceré lo propose per la carica di reggente intendenza generale, "per il merito, probità, e capacità del soggetto". Il 30 agosto giungeva la conferma di questo incarico e di quello di conservatore generale del Tabellione. il 28 apr. '97 gli venivano condonati i diritti reali di mezza annata e di sigillo sulla patente, "per il tenue di lui patrimonio e numerosa famiglia".

La sua ultima battaglia politica fu, nel febbraio '99, quella, meramente cortigiana, di dissipare i timori dello Stamento reale di fronte alla venuta, in marzo, di Carlo Emanuele IV. Dal 21 marzo diveniva intendente effettivo, con stipendio di 2.500 lire annue, come ricompensa per aver "pensato col migliore impegno agli interessi della nostra R. Azienda", particolarmente in occasione "della ragguardevole estrazione di grani, del 1798".

Tagliati ormai fuori dall'esausta politica degli Stamenti, ridotti a trattare non più la "esclusività", ma la "promiscuità" degli impieghi (cioè non più il diritto dei soli sardi a partecipare ai pubblici uffici nell'isola, ma la loro partecipazione insieme con i piemontesi), il C. e il figlio Antonio, magna pars della curia e portavoce dell'arcivescovo di Cagliari, "parlano male degli impiegati sardi" (CarteLavagna). Non a torto l'Angioy ed il Petretto, nel 1799, facendo per il Direttorio una relazione sulla situazione sarda, descrivevano il C. ed i suoi amici come isolati che "soggiacciono alla maggiore diffidenza da parte del re" (Boi). Nel settembre si pensava già di liquidarlo, mandandolo in pensione. Qualche mese dopo i curiali sardi, soppiantati da funzionari piemontesi, erano "senza impiego e senza soldo" (Martini, Storia...), con la prospettiva, nel formale rispetto della concessa "promiscuità", di essere inviati a Torino (il C. in qualità di presidente della R. Camera dei conti). Collocato a riposo, su richiesta, nel 1803, ed insignito della nobiltà personale, l'anno dopo (correva il viceregno di Carlo Felice, più attento agli interessi della locale classe dirigente) veniva chiamato alla presidenza a vita della R. Società agraria ed economica.

Il C. morì a Cagliari il 21 dic. 1809.

Fonti e Bibl.: Alghero, Bibl. comunale, ms. 48, fasc. 9; ms. 49, fasc. 63; Archivio di Stato di Cagliari, Segr. di Stato, s. 1, cart. 313; s. 2, voll. 1680-1683; Ibid., R. Provisioni, voll. 23, n. 8; 25, n. 5; S. Caboni, Ritratti poetico-storici d'illustri sardi moderni, Cagliari 1833, pp. 65 s.; P. Martini, Biografia sarda, Cagliari 1837, I, pp. 200, 208 s.; P. Tola, Diz. biogr. degli uomini illustri di Sardegna, Torino 1837-38, I, p. 153; III, p. 91; G. Manno, Storia moderna della Sardegna dall'anno 1773 al 1799, II, Torino 1842, pp. 70, 149, 154 5.; P. Martini, Storia di Sardegna dall'anno 1799 al 1816, Cagliari 1852, pp. 13, 17, 53, 60, 140; F. Sulis, Dei moti polit. ... di Sardegna dal 1793 al 1821, Torino 1857, pp. 7, 30, 78, 8691, 94-96, 98 s., 102, 112, 125, 127, 129, 131-134, 136, 152, 168; G. Manno, Note sarde e ricordi, Torino 1868, pp. 162 s.; N. Bianchi, Storia della monarchia piemontese dal 1773 al 1861, Roma-Torino-Firenze 1878, II, p. 507; I.Esperson, Pensieri sulla Sardegna dal 1789 al 1848, Milano 1878, pp. 13, 22 s., 26 s.; G. Musio, V. Sulis e i suoi giudici-C. Musio, Cagliari 1879, pp. 57, 70; C. Tivaroni, L'Italia durante il dominio francese, I, L'Italia settentrionale, Torino-Napoli 1884, pp. 77 s., 80; P. Meloni-Satta, Ricordi storici. Effemeride sarda, Cagliari-Sassari 1895, I, p. 130; II, pp. 87, 105; S. Pola, I moti delle campagne di Sardegna dal 1793 al 1802, Sassari 1923, I, pp. XII, XIX, 109, 134 s., 142, 169, 186, 214, 218; II, pp. II s.; A. Boi, G. M. Angioy alla luce di nuovi docum., Sassari 1925, pp. 16 8-, 319 86, 90, 94, 100, 106, 110; F. Loddo Caneva, Invent. della R. Segret. di Stato e di Guerra del Regno di Sardegna, Roma 1934, pp. 270, 308; R. Bonu, Scrittori sardi dal 1746 al 1950, I, Il Settecento, Oristano 1952, pp. 45 s., 206; D. Scano, Don G. M. Angioy e i suoi tempi, in Scritti inediti, Sassari 1962, pp. 246, 255, 265, 270 s., 274, 291-293, 297, 303, 317, 321, 329, 356, 387; A. Cabras, La famiglia Cabras, Cagliari 1963, pp. 27-37; V.Sulis, Autobiografia, Cagliari 1964, pp. 51, 101 s.; F. Cherchi-Paba, Don M. Obino e i moti antifeudali lussurgesi (1796-1803), Cagliari 1969, pp. 20, 22; C. Sole, Le "carte Lavagna" e l'esilio di casa Savoia in Sardegna, Milano 1970, pp. 106 s., III s., 119, 127, 132, 149, 166; V. Lai, La rivoluz. sarda e il "Giornale di Sardegna", Cagliari 1971, ad Indicem.

giovedì 14 settembre 2017

L'origine del cognome Sau



Origine del cognome Sau

Dovrebbe derivare da un soprannome originato dal vocabolo sardo sau, "filo di lana" o da modificazioni del termine sardo sagu (dal latino sagum) che indicava il saio, il mantello dei soldati o anche un pezzo di lana grossolana e spessa, collegato quindi probabilmente al mestiere del capostipite.

Nel Condaghe di San Pietro di Silki, CSPS, XI, XIII secolo, al capitolo 209, si legge: comporaili (un acquisto) a Petru de Serra, Digiti Truncu(dal dito mozzato), .J. sollu de terra (un soldo di terra - soldo aureo sardo) supra custa ki conporai a Travesu Catha, et ego deindeli .J. sagu (ed io gli ho dato un "sagu" = coperta di lana, probabilmente di orbace).

Tra i firmatari della Pace di Eleonora, LPDE del 1388, figurano: Sau Bernardo, jurato ville Bitiri, * Bitiri...villaggio distrutto: del Meylogu. Contrate de Ardar et Meylogu; Sau Georgio, jurato ville Boon, * Boon.Bono (attuale). Curatorie de Anella; Sau Guantino, ville Macumerii, *** MACUMERII et Curatorie de Marghine de Gociano.Macomer etc. In posse Chelis Simonis, notarii publici...die XII Januarii 1388.
Il cognome Sau è tipicamente sardo ed è distribuito in tutta l'isola.

Presenza
Ci sono circa 312 famiglie Sau in Italia
Popolarità
Il cognome Sau è 282° nella regione Sardegna
Il cognome Sau è 86° nella provincia di Nuoro
Il cognome Sau è 1° nel comune di Tonara (NU)

domenica 10 settembre 2017

SULLE TRACCE DI HANS PAULE (l'unione Sarda 18 marzo 2000)


Poco più di un mese fa (il tredici febbraio scorso) un articolo dello storico dell'arte sardo Giorgio Pellegrini ha portato alla luce una storia curiosa e affascinante. Quella di un pittore e incisore viennese, rifugiatosi a Capri nel primo Novecento sull'onda di una setta esoterica e poi approdato in Sardegna. Vi soggiornò dieci anni, non smise di lavorare, produsse opere di cui si era persa traccia. Dove visse? Come visse? Dove sono le sue incisioni? Pellegrini, attraverso la pagina della Cultura, chiese aiuto ai lettori. E di risposte ne sono arrivate molte, alcune delle quali eccezionalmente interessanti.
Chissà se Hans Paule amava il torrone. Interrogativo banale ma comunque plausibile, data la sede, finalmente individuata, del suo lungo confino in Sardegna: Tonara. Le preziose informazioni di due lettori dell'articolo dedicato al pittore austro-caprese, hanno confermato insomma l'ipotesi che indicava la Barbagia di Belvì come possibile area di residenza dell'internato. E così, sulla misteriosa
stagione isolana dell'artista comincia a ricamarsi una trama reale.


Sembra di vederlo, in quell'estate del 1915, scendere dal fumigante trenino di montagna, strappato all'azzurro della sua Capri per ritrovarsi immerso in un mare ombroso di verdi. Fendere quella selva lentamente, a cavallo, sino a raggiungere la bella Tonara, adagiata nella sua valle folta di castagni, sotto l'occhio vigile dell'alto Muggianeddu. Ad attenderlo in paese: Giovanni Tore, sindaco dal 1907 del Comune barbaricino, che, come spesso succedeva, grazie ai nostri eterni pressappochismi istituzionali, non ha ricevuto alcuna istruzione su dove e come sistemare l'austriaco nemico. Decide allora il primo cittadino - con bella generosità - di portarsi a casa l'incomodo ospite, la bella casa di pietra in cima al vicinato di Arasulé, il sobborgo separato, a quei tempi dal paese vero e proprio
dove Tore risiede insieme alla moglie e a sette figli, due femmine e cinque maschi. Sino alla fine della guerra, per quattro lunghi anni, Hans Paule vivrà lì, nella mansarda di casa Tore, affacciata su
quei boschi infiniti che diventano subito regno e rifugio dell'artista: profumi intensi - legno, terra, muschio - muovono antiche nostalgie alpine, di altri monti e altre foreste di un'Austria quasi dimenticata. E Paule si abbandona a quell'abbraccio enorme di foresta, da cui trarrà ben presto il materiale stesso della sua arte: il legno di castagno, onnipresente e vera ricchezza di Tonara, robusto e leggero, tenero e pastoso, abituato da millenni al tormento del ferro di boscaioli e abili intagliatori.
La mansarda di casa Tore si trasforma allora in studio e laboratorio xilografico, spazio misterioso, magico, che non può non attrarre la curiosità infantile della piccola Ester.
Ultimogenita del sindaco, è lei a portare da mangiare all'ospite, quando questi preferisce consumare i pasti da solo e non, come di regola, insieme alla famiglia nella grande sala da pranzo al pianoterra. Ammessa al prodigio e ai colori di quelle pratiche estetiche, Ester reagisce prontamente con vivace spirito di emulazione, tanto da attirare sui suoi disegni l'attenzione di Paule che la incoraggia, la segue, sino a impartirle regolarmente vere e proprie lezioni e a consigliare al padre della bambina di
non trascurare quella bella dote della figlia. Così ci racconta oggi il figlio di Ester, Sergio Ponti, a proposito di quell'artista a lui così familiare, descritto com'era, perfettamente, nei vividi ricordi della madre, che non dimenticò mai lo straniero, giunto all'improvviso da un altro mondo, a mostrarle il miracolo dell'arte.
Le cene intorno al grande tavolo, le lunghe chiacchierate invernali davanti al fuoco, le visite e l'entusiasmo di Ester: non è difficile immaginare, sotto il profilo affettivo, ruolo e importanza che quella famiglia e quella casa ebbero per Hans Paule, innocuo, ma pur sempre odiato nemico per il  resto della comunità. Né l'atteggiamento schivo, né quel cognome austriaco che suonava familiare come un nome barbaricino, servivano infatti ad attenuare un'ostilità comprensibile: risuonavano spesso, insomma, le urla di austriaci traditori! I ad accompagnarlo durante le timide sortite in paese, quando non erano poi i più piccoli a bersagliare lo strambo capellone con poco gradite palle di
neve.
E allora, specie se il tempo lo permetteva, alla protezione delle pareti amiche di casa Tore, Paule alternava le lunghe, solitarie passeggiate nelle viscere dei boschi incantati di Arasulè, e oltre. Molto oltre, se è vero, come testimoniano ancora i racconti di Ester Tore al figlio Sergio, che non poche volte i carabinieri di Sorgono lo riportarono impettiti al sindaco imbarazzato.
Chissà se in quelle selvatiche e godute peregrinazioni si sarà mai imbattuto, il nostro, nel mitico tiu Boboari, vetusto pastore - l'occhio fisso nel vuoto dell'Aldilà - capace di parlare con i morti, o peggio abbia mai incrociato su masch'inganna, orribile demone silvestre che soleva mostrarsi in guisa di bella giovine tonarese, dalla cui gonna però - vera Baba Yaga barbaricina - sporgevano zampacce artigliate di grifone.

In verità, a vedere le sue opere di quegli anni, sembra che Paule fosse più attratto dalle policromie smaglianti dei costumi tradizionali che dai fantasmi della foresta. Un pittore di Capri, che ha avuto modo di leggere l'articolo pubblicato il 13 febbraio sull'Unione, ci scrive di due piccoli quadri dell'austriaco in suo possesso, dei quali ha finalmente capito l'ambientazione: dai costumi rappresentati aveva sempre pensato a un soggetto... russo. Interpretazione affatto plausibile, data l'affinità cromatica e primitivista delle scelte formali di Paule con certa figurazione di una Gonciarova o di un Larionov, vicina peraltro anche quella a comuni modelli espressionisti.
Matrice linguistica, quest'ultima, evidente in un'altra xilografia del nostro, di cui cortesemente ci invia copia un altro nipote di Giovanni Tore, figlio di Attilio, il fratello maggiore di Ester. Il lettore, di cui rispettiamo la volontà di non apparire, è in possesso di una matrice originale in castagno, intagliata da Hans Paule, in cui si riconosce la figura di una filatrice. Il soggetto è Io stesso della già citata cromoxilografia di proprietà della Società bonifiche sarde di Arborea, ma la tavola, oltre ad essere priva del monogramma dell'autore, presenta alcune caratteristiche che non consentono di considerarla madre di quella stampa, si tratta molto probabilmente di una pregevolissima matrice intermedia.


Risalta comunque la perfetta essenzialità del segno di Paule, il contrasto deciso di vuoti e di pieni - bianchi e neri sulla carta - a fissare l'asciutta sobrietà del costume muliebre: eleganza barbarica che si riflette, brillante, nell'austero equilibrio compositivo dell'immagine. Un'altra opera si aggiunge così al brevissimo repertorio dei lavori di Hans Paule presenti in Sardegna, di cui al momento si ha notizia. E gli altri?
Le testimonianze portate dai due nipoti del sindaco Tore evocano, ambedue, l'interno della mansarda dell'austriaco affollato di dipinti, stampe, matrici e tutto lo strumentario dell'artista, pittore e incisore. E ancora raccontano della commossa dipartita dell'ospite alla fine della guerra. Bagnato dalle lacrime di Paule, da quelle non meno fluenti di Ester e dagli occhi umidi dello stesso sindaco, arriva
inevitabile il momento del distacco: è allora che l'austriaco chiede al Tore la cortesia di custodire tutto il suo armamentario, opere comprese, sino a un suo ritorno, che però, a quanto pare non avverrà mai.
Il sindaco. concluso nel 1919 il suo lungo mandato, si trasferisce a Cagliari - intorno al'25 - con tutta la famiglia e affida il fondo Paule a un parente della moglie, tale Mario Pistis, fotografo e discreto pittore dilettante, che aspetterà invano il promesso ritorno di Paule. Se dobbiamo prestar fede al già citato articolo di Edwin Cerio, dalla fine della guerra Hans Paule si trattiene per altri sei anni in Sardegna - sino al 1924 - e viene persino "accolto amorevolmente da una banda di malandrini":
certo è che non ritorna più a Tonara a ritirare le sue cose. Rientrato a Capri continuerà a dipingere e a produrre splendide xilografie sino alla morte, avvenuta nel 1951. Quattro anni dopo, in un tremendo fatto di sangue che sconvolge Tonara e il circondario, Mario Pistis perde la vita: la casa, con tutto ciò che contiene, viene sigillata dai carabinieri. E il mistero continua. Come e dove ha trascorso Hans
Paule, non più costretto al domicilio coatto, quegli altri sei lunghi anni in Sardegna? Che fine hanno fatto i suoi averi, affidati in custodia a Giovanni Tore e da questi a Mario Pistis? E a Tonara? Possibile che il ricordo di quest'uomo sia svanito nell'ombra umida dei boschi di Arasulé?
La ricerca continua. Ma viene da chiedersi se la risposta a tutti i nostri quesiti non sia forse nel senso ineluttabile di quelle famose rime, del cantore tonarese Peppino Mereu, dedicate, ai primi del secolo scorso, all'amico Nanni Sulis, leggendario medico condotto. "Nanneddu meu / su mund'est gai, / a sicut erat / non torrat mai".

HANS PAULE, UN’OMBRA IN BARBAGIA Articolo dello studioso Storico dell’Arte GIORGIO PELLEGRINI Pubblicato sul quotidiano l’Unione Sarda il 13/02/2000

Chi avesse, in futuro, la felice ventura di visitare Capri, non  manchi di sottrarre, almeno un momento, ai piaceri paesistici e gastronomici di quel paradiso, per dedicare una visita attenta a La Conchiglia. Salotto raccolto e confortevole, per metà libreria per metà galleria antiquaria, annidato nel cuore del centro storico, riserva infatti, specie al sardo occasionale, una vera sorpresa.

Nell'insieme delicatamente marino delle stampe a soggetto caprese, esposte con informale eleganza,
spiccano infatti, brusche di forme e di colori, le fogge inequivocabili del costume barbaricino: rossi e neri e bianchi intarsiati con bella sintesi xilografica, che rivela subito a un occhio esperto accenti nordici, bene databili, divisi come sono tra secessione ed espressionismo. Segno pesante e angoloso, quasi gestuale, che chiude campiture cromatiche piatte, brillanti di ricercata, seppure barbarica, semplificazione: non si va insomma oltre il secondo decennio del secolo. Ma se la datazione è presto confermata dalle cifre segnate sulla tavola - 1917 - il monogramma che le sovrasta (una H e una P stampate sovrapposte alla maniera gotica) esclude subito qualsiasi attribuzione ai maestri sardi della
xilografia: troppe d'altronde e l'ansia sintetica e la deformazione anatomica, anche per un Biasi.

Ci aiuta allora l'autore dichiarandosi per esteso - a matita - quel nome una storia già antica, seppure ancora ignota in Sardegna, di un pittore viennese e del suo amore diviso tra due isole: una storia vera, anche se sembra uscita dal pennino di Sergio Atzeni. Inizia nel 1900, quando l'artista ventenne, dotatissimo studente della Kunstakademie, abbandona Vienna per seguire a Capri il più visionario dei suoi professori: Karl Wilhelm Diefenbach. Un eclettico simbolista, vegetariano, naturista e pacifista, che sceglie di fuggire la mondanità dell'Occidente moderno per vagare come un nomade dalla
Mitteleuropa sino al Cairo, e approdare finalmente al mito incorrotto dell'isola dei faraglioni, circondato come un Messia da uno stuolo di fedelissimi.

Tra questi è Hans Paule che ben presto estremizza gli insegnamenti del maestro, sino a staccarsene per trasformarsi in felicissimo troglodita, abitatore di quella Grotta dei Faraglioni che si affaccia sul litorale incantato dell'isola delle Sirene.

Pictor spelaeus lo definisce scherzando ma rispettoso ammiratore della sua opera, Edwin Cerio, moltissimo e raffinato intellettuale e sindaco di Capri, in un articolo monografico apparso sul Mattino di Napoli nel settembre del '42.

In quell'antro omerico, a diretto, appassionato contatto con una natura vergine, l'artista vive e lavora instancabile, a effigiare in miriadi di disegni, come in un misterioso rituale primitivo, il volto mutevole di quel mare degli Dei. «Ma capitò nella grotta - scrive Cerio - qualche amatore d'arte e lo tentò con l'oro. Così Paule precipitò dall'età della pietra nell'età del metallo monetato quasi senza
accorgersene».

Da quella prima, timida esperienza di negozio, alla personale nel caffè più alla moda di Capri, il  passo fu breve. Il troglodita cede alle insistenze di un'ammiratrice e acconsente«a farsi sgrossare la barba, ad indossare gli indumenti coi quali era venuto da Vienna - continua Cerio -
per comparire al Caffè Kater Hiddigeigei. In un paio d'ore vendette tutto quanto aveva portato con sé. Wenck, direttore del Glaspalast di Monaco andò poi a stanarlo nella sua grotta acquistando tutta la sua produzione e invitandolo a esporre in Germania».

Il pubblico dell'arte, in quella Capri dei primi del secolo, non ha niente da invidiare a quello di Londra, di Mosca o di Berlino: è lo stesso. Se accorrevano infatti a frotte i pittori, da ogni angolo del globo, in quel natio borgo  selvaggio, a inseguire gli ultimi richiami del Grand Tour, così i protagonisti della storia e della cultura europea di quegli anni si sono incrociati sulla celebre "Piazza", alta sopra l'azzurro intenso del Tirreno, come e forse più che nei Champs Elysées. All'ombra delle sontuose paglie di Panama, fasciati nello sfolgorio coloniale di lini e flanelle, hanno passeggiato per
i viottoli ombrosi di mirto e di cipressi, Gor'kij e Conrad, Lawrence e Lunaciarskij, Krupp e Francesco Giuseppe, Shaljapin e Rilke, per tacer di Lenin, intento a giocare a scacchi sotto quelle pergole imbiancate a calce amate anche da Nicola II.E il successo che questo pubblico tributa al giovane Paule gli permette una variazione, appena più civile, allo stile di vita trogloditico: trasloca infatti dalla grotta marina a un magazzino d'attrezzi da pesca, sempre davanti al mare, a contatto epidermico, goduto, con quella natura che continua - nonostante l'effimera avventura mercantile - ad
essere unico nume tutelare della sua esistenza. Almeno sino al maggio del 1915, quando è il governo
italiano ad assumersi la tutela del pittore che, seppure convinto pacifista, è purtuttavia suddito dell'odiato,asburgico nemico. E così, da quell'isola già orgogliosa della sua vocazione turistica, la mano del destino porta Hans Paule in un'altra isola, nota allora solo per storiche vocazioni malariche e carcerarie: la Sardegna. «Relegato nella regione più aspra e selvaggia dell'isola -racconta Cerio - accolto amorevolmente da una banda di malandrini che avevano preso ad infestare quella plaga
impervia, poté esplorare un paese d'una bellezza impensata, tale da dargli una nuova visione del paesaggio italiano».Poche parole che non possono che riferirsi alle Barbagie: cuore di Ichnusa, duro di roccia e di quercia, che si apre improvviso agli occhi del giovane austriaco, ebbri del mare
di Capri.




E quella terra austera e barbara Paule esplora, studia e riproduce, incantato dalle forme sobrie, asciutte, della sua natura e delle sue genti e ovviando alla comprensibile pochezza di materiali altri con la scelta del più disponibile: il legno.
Di qui il suo privilegiare la xilografia, tecnica certamente nota al valente allievo dell'accademia viennese. Nel tratto secco e sintetico, nei colori preziosi, sembra rivelarsi infatti la lezione secessionista, lontana ma indimenticata, delle famose fotoxilografie policrome del connazionale Carl Otto Czeschka, anche se un vigore rustico, sonoro di rudezze spigolose, lascia intendere il primitivismo - controllato - della semplificazione espressionista.
Favorita forse da quel «contatto - di cui scrive Cerio - con genti d'una cultura autoctona, primigenia, della quale egli usanze». Amore per quella landa desolata ma straordinariamente autentica, che pare addirittura poter cancellare nell'artista il ricordo azzurro della sua amata Capri, se è vero - come testimonia ancora Edwin Cerio - che la terra di Barbagia riesce, finita la guerra, a trattenere Paule per altri sei lunghi anni, dopo i quattro trascorsi in internamento. Come pare altrettanto vero un significativo successo di quell'opera grafica: «I suoi legni, spesso policromi - conclude Cerio - raffiguranti i paesaggi, gli uomini e le donne, le scene familiari d'una Sardegna fino ad allora inedita in arte, furono riprodotti in stampe acquistate dal governo italiano e poi dalle principali gallerie d'Europa e d'America». Nella seconda metà degli anni Venti, Hans Paule finirà tuttavia per cedere nuovamente al richiamo delle Sirene e tornare in una Capri, che ritrova sempre più affermato crocevia mondano di quell'Europa del primo dopoguerra. Land of cypress and myrtle: mito turistico che fiorisce sotto l'occhio vigile e poetico dell'amministrazione Cerio, adeguatamente movimentato dalla caffeina di Marinetti e dei suoi rumorosi seguaci futuristi - Depero, Cangiullo e altri - nonché dal dandysmo abbronzato di Curzio Malaparte e di quel bel mondo che fu. E Hans Paule, arricchito nello spirito e nel segno dall'esperienza barbaricina, si reinserisce perfettamente nel dorato ambiente locale: non lascerà più l'isola incantata, sino alla morte, che lo coglie all'improvviso sul finire del 1951. La Sardegna dal canto suo, come un'amante delusa, sembra essersi vendicata di quel ritorno a Capri, ingoiando nel labirinto muto della sua storia il nome e l'Opera dell'austriaco: l'articolo di Cerio è sino a tutt'oggi l'unica testimonianza di quell'avventura sarda, mentre dobbiamo forse a un altro caprese d'adozione le uniche opere di Paule di cui si conosca - al momento - la presenza nell'isola. Sono due cromoxilografie, conservate nella sede della Società Bonifiche Sarde di Arborea, portate con tutta probabilità in dono al presidente - Piero Casini - dall'architetto Giovanni Battista Ceas, nel febbraio del 1934. Romano di nascita ma residente per gran parte dell'anno a Capri, quest'ottimo assertore del razionalismo, buon amico di Edwin Cerio e con lui strenuo difensore dell'architettura tradizionale dell'isola, giunge a Mussolinia per offrire gratuitamente alla città nuova i due progetti della Casa del Fascio e della Casa del Balilla. Quale regalo di cortesia più opportuno di quelle stampe sarde - pare fossero cinque o sei in origine - di un artista caprese, dove il soggetto tradizionale era inoltre trattato con bella sintesi moderna? L'ipotesi sembrerebbe plausibile, ma resta comunque irrisolto l'interrogativo più avvincente: dove ha vissuto Hans Paule nei suoi quasi dieci anni di residenza in Sardegna? L'unico ausilio è dato dal vago riferimento geografico dello
scritto di Cerio, confortato dai caratteri dei costumi riprodotti nelle poche stampe disponibili - a Capri e ad Arborea - che, nonostante l'avarizia di dettagli dovuta alla citata semplificazione formale, porterebbero senza troppi dubbi nell'area della Barbagia di Belvì: a Tonara o forse meglio ancora a Desulo, sede ideale per un internato, data l'inaccessibilità del sito, specie allora. Fatto è che gli archivi della Questura risalenti a quel periodo sono praticamente inaccessibili. Non resta che la memoria degli anziani o megiio ancora l’opera di Paule, sicuramente esistente nei luoghi della sua lunga stagione sarda. Questa in breve la sorpresa e la sua storia, pressoché inedita: manca solo il tassello finale, la soluzione dell'arcano, che affidiamo umilmente alla curiosità dei lettori.

HANS PAULE, il pittore austriaco che amò Tonara ( tratto da il pittore austriaco che amò due isole di Giuseppe Aprea

E poi? Poi arrivarono i gendarmi a comunicargli la nuova destinazione ed a condurcelo gratuitamente, nell'estate del 1915. Poco male, tutto sommato: la Sardegna la circonda il mare, tale e quale Capri, e il piccolo centro in cui si trova la sua casa di confinato si chiama Arasulé. Il suono già gli scaldava un po' il cuore. Il suo primo amico in terra di Barbagia si chiamava Giovanni Tore: da molti anni era il sindaco dei circa tremila abitanti di Tonara, il paesino sardo di cui Arasulé era la frazione più piccola. A lui, che aveva moglie e sette figli, nessuno si era preoccupato di spiegare come comportarsi con quello sconosciuto e così, sistemarlo nella mansarda di quella casa che non usava se non di rado gli sembrò l'unica soluzione possibile... La casa di pietra di Arasulé, come un'isola bianca e leggera, galleggiava in mezzo ad un oceano verde e senza confini. L'aria non profumava di alghe marine, ma di muschio; di tanto in tanto il vento trasportava l'odore della legna di castagno appena tagliata. E c'era silenzio. Un silenzio dal sapore antico, e onesto. Giorno dopo giorno Paule si innamorò un'altra volta, perdutamente. Chi l'ha detto che non si possa amare due isole allo stesso modo, così come due donne, ognuna delle quali conosca il segreto della tua anima...? Così, per quattro fertili anni, il pittore delle isole visse lì, nella ansarda di Casa Tore magicamente trasformata in uno studio d'arte attrezzato anche per le xilografie, sua ultima grande passione d'artista. Le matrici delle opere Hans le ricavava dal docile legno di castagno, naturalmente, quello che la natura ha creato perché si lasci incidere dalle mani degli uomini saggi... Così, in una felicità inattesa, trascorsero i giorni dell'esilio. Scanditi dai campanacci delle greggi, consumati in lunghe cavalcate nei boschi di Barbagia, tra lecci e castagni dalla

perduta età e corsi d'acqua impetuosa e sincera. Profumati della solitudine dei nuraghi, manieri inviolabili e severi. Colorati dell'amicizia dei Tore e della gente di Tonara, che aveva imparato a rispettarlo, quel "tedesco" che avrebbe dovuto essere un nemico, eppure da nemico non si comportava... Le donne sarde intente alla filatura con quei gesti che vengono direttamente dal passato e i pastori dal volto severo e dai lunghi mantelli entrarono prepotenti nelle meravigliose, originalissime xilografie di Paule. Quattro intensi anni durò il suo confino di guerra, sei altri scelse lui stesso di trascorrerli in quella pace profonda e primordiale di cui ora si sentiva parte. "Dà una singolare soddisfazione di trovarsi in continuo contatto con queste primitive espressioni d'una gente che tiene con tenace forza le sue abitudini in vigore, - scrisse al suo amico Cerio dalla Sardegna - e conforta tanto più quando noi, ammalati d'una civilizzazione perversa, cerchiamo un mezzo pel risanamento o almeno istintivamente cerchiamolo, avviandoci così verso la sorgente, la fonte dionisiaca".
Nel 1924 l'artista ritornò a Capri dopo aver salutato Giovanni Tore con la sua allegra famiglia, che si trasferivano a Cagliari, e aver loro affidato pennelli, matrici e opere finite frutto di quel fertile periodo trascorso in terra di Barbagia.







Il pittore austriaco che amò due isole di Giuseppe Aprea




Morì ridendo, almeno così si racconta. In realtà non è mai stato chiaro se quella sera in piazza Hans Paule avesse voluto fare un sonoro e irridente sberleffo alla morte che veniva a prenderlo, oppure - ipotesi per lui assai meno gloriosa - se quell'uomo che tutti giudicavano "un po' strano" se ne fosse andato all'aldilà in un modo altrettanto "strano". Cioè soffocato sotto il peso di una risata. Di una di quelle sue risate che erano famose in paese, perché somigliavano allo scroscio di una cascata dalla folle altezza. In questa seconda, incresciosa eventualità - e su questo punto più di uno dei convenuti al suo funerale si trovò d'accordo - di positivo c'era soltanto una cosa. C'era che morire nella piazza di Capri, e in quel modo così spettacolare, era un po' come mettere la firma sotto un contratto che ti assicura una fama imperitura qualunque cosa tu faccia in vita: per un uomo, che per giunta è un artista, non c'è clausola più vantaggiosa che questa. E la storia ha dimostrato che avevano proprio ragione quei "tali", al suo funerale: del pittore Hans Paule, e di quella risata che se lo portò via in una giornata di novembre grigia come quelle che l'avevano preceduta, a Capri nessuno si è mai scordato. Non sarà quindi come per Crisippo il filosofo, che per il troppo ridere davanti ad un asino che s'ingozzava di fichi fino a scoppiarne scoppiò a sua volta, e oggi non se lo fila nessuno...! Ora, se è vero quel che alcuni credono, che il Paradiso di volta in volta assuma le forme del luogo più bello in cui abbiamo sognato di vivere - che so, per i pescatori un lago azzurro e quieto dove i pesci siano cento volte più numerosi dei ciottoli sulla riva - nel caso di Hans Paule l'Eden avrebbe dovuto assomigliare ad una caverna. Proprio così, una caverna, grande abbastanza per viverci comodamente: qualcosa di molto simile alla Grotta dei Faraglioni, dove lui era vissuto un po' suo malgrado e un po' per sua scelta per qualche tempo appena giunto da Vienna, la città dov'era nato nel 1879 (quando emigrò a Capri si era negli ultimissimi anni dell'Ottocento). Il vero grande amore della sua vita era infatti la Natura e da innamorato era entrato a far parte, nel 1998, della Comunità Naturista fondata da Karl Wilhelm Diefenbach proprio nella sua città, nella Villa Himmelhof.




E fu proprio in seguito alle notti appassionate trascorse dormendo sulla nuda roccia, dissetandosi con le gocce filtrate da una stalattite e lavandosi al mattino con l'acqua piovana di una pozza a pochi metri dal mare, che Edwin Cerio, lingua colta e malandrina dell'isola, lo definì una volta il "pictor spelaeus"... Giusto, "pictor". Perché ciò che il giovane Paule faceva tutto il giorno senza mai stancarsi, in quella sua grotta che avrebbe fatto sognare persino Omero, era disegnare ciò che cadeva sotto i suoi occhi d'innamorato: le onde del mare, le ombre scure delle rocce, l'eterno rincorrersi delle nuvole. Per farlo usava il carboncino, procurandosi il necessario dopo aver dato fuoco agli sterpi fuori dalla sua caverna, bruciati dal sole e dal sale; di carta ne aveva a volontà: quella che gli era rimasta dopo il distacco dal suo amato maestro d'arte e di vita che per lui era stato il famoso Diefenbach. E fu così che tratto dopo tratto, ombra dopo ombra, il giovane pittore cavernicolo accumulò tanto materiale da ingombrare parte della sua affascinante pur se umida dimora e da attrarre,




affamato che ogni notte faceva capolino nella grotta. Il curioso "sui generis" cui alludiamo era un mercante d'arte: si presentò un bel giorno con tanto di biglietto da visita e per il nostro Hans fu il battesimo del fuoco. Dopo di lui ne arrivò un altro, più in là un altro ancora. Avvenne così che, dopo un po' di tempo, nella grotta profonda dove Hans Paule il viennese a lungo si era sfamato leccando rossa linfa di riccio di mare e succhiando uova di gabbiano, si verificasse una specie di miracolo. Cioè che quel rozzo cavernicolo dai lunghi capelli e dalle mani perennemente sporche di carboncino scoprisse all'improvviso il fuoco, e con esso le fumanti, odorose emozioni che dopo il suo abbraccio mascolino emanano la chichierchia di Anacapri, la grassa quaglia settembrina, il sarago del mare di Mulo. L'altra cosa che accadde, importante al punto da avere conseguenze rilevanti in (quasi) tutti i giorni che seguirono, fu che egli assaggiasse per la prima volta il vino di Capri, e che ne restasse folgorato al punto da eleggerlo ad amico del cuore. Un amico da tenere sempre accanto a sé. Paule si tagliò il pelo irsuto, sgrossò il barbone da satiro, si cambiò d'abito e si affacciò in paese, accorgendosi con meraviglia che tutto e tutti, lì, parlavano la sua stessa lingua. A cominciare da don Peppino e donna Lucia Morgano, i gestori del caffè allora in gran voga nell'isola, che si chiamava Zum Kater Hiddigeigei e aveva insegne in tedesco, vendeva salsicce e birra della Baviera e si trovava lungo una via che non si chiamava Savoia ma Hohenzollern, come la nobile dinastia di Prussia. Quando il pittore austriaco si rimise dalla sorpresa era troppo tardi: i disegni che aveva portato con sé per mostrarli (magari vendendone qualcuno) alla colta e facoltosa clientela di donna Lucia piacquero tanto da andare a ruba. Fu un certo Wenck, che si presentò come il direttore del Glaspalast di













Monaco, ad acquistarne una gran quantità, invitando calorosamente l'artista ad esporre in Germania ove gli avrebbe assicurato il più grande dei successi. Paule ne fu lusingato, com'era naturale, e ringraziò herr Wenck con altrettanto calore; ancora per un po', però, continuò a dormire nella sua grotta ai Faraglioni, a due passi dall'arco roccioso della Fontelina. Quando traslocò, grazie a quei primi denari guadagnati, scelse di non allontanarsi troppo dalla riva di quel mare che aveva più volte avuto come ospite nella sua grotta, nelle notti di tempesta, e si trasferì in un magazzino per attrezzi da pesca. In mezzo a nasse, reti, cordame d'ogni tipo e falanghe unte di grasso il suo cavalletto da pittore quasi non si vedeva... Fin quando non scoppiò la guerra e tutti gli austriaci, compresi i pacifisti convinti come lui, furono dichiarati nemici della patria, Hans Paule poté dire di aver trovato nel sole dell'isola un po' della sua parte di felicità. E poi? Poi arrivarono i gendarmi a

comunicargli la nuova destinazione ed a condurcelo gratuitamente, nell'estate del 1915. Poco male, tutto sommato: la Sardegna la circonda il mare, tale e quale Capri, e il piccolo centro in cui si trova la sua casa di confinato si chiama Arasulé. Il suono già gli scaldava un po' il cuore. Il suo primo amico in terra di Barbagia si chiamava Giovanni Tore: da molti anni era il sindaco dei circa tremila abitanti di Tonara, il paesino sardo di cui Arasulé era la frazione più piccola. A lui, che aveva moglie e sette figli, nessuno si era preoccupato di spiegare come comportarsi con quello sconosciuto e così, sistemarlo nella mansarda di quella casa che non usava se non di rado gli sembrò l'unica soluzione possibile... La casa di pietra di Arasulé, come un'isola bianca e leggera, galleggiava in mezzo ad un oceano verde e senza confini. L'aria non profumava di alghe marine, ma di muschio; di tanto in tanto il vento trasportava l'odore della legna di castagno appena tagliata. E c'era silenzio. Un silenzio dal sapore antico, e onesto. Giorno dopo giorno Paule si innamorò un'altra volta, perdutamente. Chi l'ha detto che non si possa amare due isole allo stesso modo, così come due donne, ognuna delle quali conosca il segreto della tua anima...? Così, per quattro fertili anni, il pittore delle isole visse lì, nella ansarda di Casa Tore magicamente trasformata in uno studio d'arte attrezzato anche per le xilografie, sua ultima grande passione d'artista. Le matrici delle opere Hans le ricavava dal docile legno di castagno, naturalmente, quello che la natura ha creato perché si lasci incidere dalle mani degli uomini saggi... Così, in una felicità inattesa, trascorsero i giorni dell'esilio. Scanditi dai campanacci delle greggi, consumati in lunghe cavalcate nei boschi di Barbagia, tra lecci e castagni dalla

perduta età e corsi d'acqua impetuosa e sincera. Profumati della solitudine dei nuraghi, manieri inviolabili e severi. Colorati dell'amicizia dei Tore e della gente di Tonara, che aveva imparato a rispettarlo, quel "tedesco" che avrebbe dovuto essere un nemico, eppure da nemico non si comportava... Le donne sarde intente alla filatura con quei gesti che vengono direttamente dal passato e i pastori dal volto severo e dai lunghi mantelli entrarono prepotenti nelle meravigliose, originalissime xilografie di Paule. Quattro intensi anni durò il suo confino di guerra, sei altri scelse lui stesso di trascorrerli in quella pace profonda e primordiale di cui ora si sentiva parte. "Dà una singolare soddisfazione di trovarsi in continuo contatto con queste primitive espressioni d'una gente che tiene con tenace forza le sue abitudini in vigore, - scrisse al suo amico Cerio dalla Sardegna - e conforta tanto più quando noi, ammalati d'una civilizzazione perversa, cerchiamo un mezzo pel risanamento o almeno istintivamente cerchiamolo, avviandoci così verso la sorgente, la fonte dionisiaca".




Nel 1924 l'artista ritornò a Capri dopo aver salutato Giovanni Tore con la sua allegra famiglia, che si trasferivano a Cagliari, e aver loro affidato pennelli, matrici e opere finite frutto di quel fertile periodo trascorso in terra di Barbagia. Il pictor spelaeus tornava al suo primo amore, a quella piccola isola dove le grotte erano ancora abitate dalle sirene, anche se più non c'era Gilbert Clavel, compagno di un tempo, esteta senza fortuna e fissa dimora, che nella villa Saida di Anacapri aveva tante volte ospitato i protagonisti di una irripetibile stagione di arte, d'amore e di follia. I nuovi amici di Paule, finito il dorato esilio in terra sarda, furono allora soprattutto artisti - i pittori Kluck e Perindani - ma anche innamorati d'arte: tra essi Otto Sohn-Rethel, tedesco, grande collezionista di cose orientali, animatore, presso la sua casa, di un frequentatissimo cenacolo d'intellettuali cui si abbeverano giovani pittori capresi come Rosina Viva e Raffaele Castello. Poco lontano da lì, dalla sua villa Lina, c'è la villa San Michele di Axel Munthe, il medico affascinante e misterioso di cui si dice che la regina Cristina di Svezia sia segretamente innamorata. In compagnia di questi illustri "deragliati", come li chiamava nelle sue cronache colte Edwin Cerio, Hans Paule visse così l'ultima lunga, grande stagione della sua vita. Il violino di Paolo Falco, sulla strada verso l'Arco Naturale, era il suo compagno al tramonto, quando parte dell'isola abbracciava il silenzio e parte invece andava in sposa all'allegria.






















Con la risata senza freni a far da primo testimone alle nozze. E il vino di Capri della trattoria Settanni, che sapeva di gioventù e d'amori bevuto in compagnia, a fare da secondo. L'isola, la sua piazza, le stradine, i muri a secco e i fichi d'india diventavano ora i protagonisti vivi e brillanti delle sue xilografie, mentre continuava la sua personale ricerca della perduta perfezione. Di quella fonte dionisiaca che ognuno degli uomini sogna in cuor suo di trovare. Questo fino a quel fatidico 22 novembre del 1951 di cui dicevamo all'inizio, quando l'eco della sua ultima risata in mezzo alla piazza di Capri, pur sospinta da un vigoroso maestrale, prese il volo senza la solita prepotente energia. Era ancora indecisa se infrangersi contro le mura austere del vecchio episcopio o se disperdersi in mille rivoli lungo gli angusti vicoli del borgo, quando Hans l'austriaco era già arrivato dall'altra parte del mondo. Dove lo aspettavano quelli che non hanno più pensieri. Perché sono essi stessi, dei pensieri

HANS PAULE, Dioniso tra le isole. (tratto da l'austriaco che amava le isole Nel 1915 l'eccentrico artista viennese fu mandato al confino in Barbagia dove rimase 10 anni di Alessandra Menesini da L'Unione Sarda del 14/8/04)







Hans Paule, il viennese che amava le isole, tra Capri e la Sardegna consumò tutta la sua non banale esistenza. La mostra "Dioniso tra le isole. Hans Paule: un artista e il suo tempo. Capri - Sardegna 1900- 1951", allestita , fino al 31 agosto al Grand'Hotel Quisisana di Capri per la cura di Antonella Basilico Pisaturo (e organizzata da "La Conchiglia Libri & Arte"), mette insieme le opere di Hans Paule e dei suoi contemporanei. Di quelli, tanti, che scelsero Capri nell'inimitabile stagione della prima metà del Novecento e vi rimasero a lungo o non se ne andarono più.
Hans Paule morì, dicono, mentre si abbandonava ad una delle sue omeriche risate proprio nel cuore della Piazzetta di Capri. All'Isola Azzurra arrivò al seguito del suo maestro Karl Wilhelm Diefenbach, pittore tedesco di ta¬lento, dallo stile di vita assai originale comprensivo di saio bian¬co e barba patriarcale. Paule non era decisamente da meno. Viveva in una grotta, si cibava di ricci e patelle, si lavava in una pozza di acqua piovana e beveva le gocce di una stalattite. Colto troglodita, aveva studiato alla Kunstenhaus di Vienna e amava la compagnia delle sirene, ma non disdegnava di fre¬quentare il caffè Zum Kater Hiddigeigei, dove si radunavano gli eletti spiriti di quell'enclave cosmopolita. Una sera, si racconta, Hans il cavernicolo vendette al caffè un'intera cartella di disegni. Strappato da mercanti ed estima¬tori al suo anfratto marino, cambiò casa scegliendo, come consona dimora a un artista ormai acclamato, una rimessa di pescatori. Alla locanda Pagano incontra¬va aristocratici come la marchesa Casati, che aveva affittato la villa di Axel Munte, e colleghi di grido come Fortunato Depero. Quando, nel 1915, il Governo italiano lo confinò in Sardegna -perché infido suddito asburgico, - ne fu lietissimo. Proprio come accadde a Amelie Posse Bradzova, scrittrice svedese anche lei mandata al confino e dolcemente approdata ad Alghero e che interruppe a malincuore il suo "interludio di Sardegna" per poi subito dopo recarsi a Capri. Sicuramente felice dunque, raccontano gli scarsi biografi di Hans Paule, di addentrarsi in una terra selvaggia e inesplorata, planando nel cuore della Barbagia e rimanendovi per dieci anni. A Tonara dai dolci torroni, rievoca Giorgio Pellegrini, che si è messo per primo sulle sue tracce, fu accolto con molta benevolenza dal sindaco Giovanni Tore e dalla sua vasta famiglia. Di fronte al pericoloso confinato, il sindaco agisce secondo le più nobili regole dell'ospitalità. Se lo porta a casa - una casa di pietra nel borgo di Arasulè - e gli assegna la mansarda. Il luogo e la gente garbano tanto all'ex mangiatore di ricci da spingerlo a trattenersi in quel posto ben ol¬tre la fine della guerra. La mansarda diviene così un laboratorio di bellissime xilografie eseguite su robusto e duttile legno di castagno e la piccola Ester, settima e ultima figlia del sindaco Tore, attratta da questo "tedesco " che tramuta il legno in figure, impara a disegnare e a usare il torchio. Ogni tanto lo straniero accom¬pagna i venditori di pelli che a cavallo vanno nei paesi vicini ed è lì, in quelle contrade barbaricine, che Hans Paule trova la sua seconda "fonte dionisiaca". Forse non sarebbe mai andato via, se il sindaco amico non si fosse trasferito a Cagliari. Bisognava partire, tornare all'altra isola, non alla nordica natia Vienna. Paule affida tutta la sua produ¬zione alla famiglia Tore, affinché la conservi sino al suo (mai avve¬nuto) ritorno. Ma il destino di que¬st'uomo singolare volle diversamente. La casa che custodiva le opere divenne teatro di un delitto, quindi sigillata dai carabinieri e infine demolita. Sparirono in gran numero gli scuri pastori e le donne in costume, i ritratti che sembrano scaturire dalla materia stessa del legno. Silenzio e solitudine scolpirono quelle incisioni come la mano felice dell'autore e, insieme, le severe sagome sarde che si caricano di caldi colori mediterranei. Nell'energica sintesi consueta ad un artista tanto irruento nel carattere quanto sorvegliato nel gesto pittorico, appaiono anziani venerandi, donne in crocchio a filare la lana, giovani sdraiati. Il tratto è geometrico e netto, i volumi plastici, nel rendere il bianco e nero dell'abito tradizionale. Ma la portatrice di corbula si sta¬glia su un fondo rosso corallo che si riversa sulle sottane pieghet¬tate delle donne alla fonte. Nelle sue composizioni, Hans Paule asciuga ogni folklore, i suoi modelli sono assolutamente composti, quasi ieratici anche nel movimento. Lo guidava forse una sorta di rispetto per la terra dove aveva condiviso coi suoi ospiti "una vita intatta", ma già in pericolo se scriveva, nel settembre del 1921, al suo amico Edwin Cerio: "Anche la Sardegna muore". Un'attitudine alla riflessione che gli faceva replicare nei dipinti, nelle sanguigne, nelle acqueforti, i Faraglioni rocciosi di quell'isola di Capri dove rientrò nel 1924. Nella piccola patria ritrovata, Paule frequentava Alberto Moravia e Curzio Malaparte, partecipava alle feste elegantissime del conte Fersen con i sandali ai piedi e una camicia a quadri, sorpreso del riguardo con cui, in quegli anni e in quel luogo, si trattava un artista.Scorre un'epoca, sul catalogo edito da "La Conchiglia Libri & Arte", i nomi e le immagini tra gli altri di Gilbert Clavei, Laetitia Cerio, Paolo Falco, protagonisti delle estati capresi. Un autoritratto, e una foto, di Hans Paule ce lo mostrano con gli occhialini tondi, corta barba, l'espressione intensa: le sauvage che ha scru¬tato la sua anima tra il mare di Capri e i graniti di Barbagia.

HANS PAULEN, DA CAPRI A TONARA, (tratto da Hans il cavernicolo di Edwin Cerio)

 

FONTE:HANS il cavernicolo



Così lo scrittore caprese Edwin Cerio lo aveva soprannominato, colpito dalle sue abitudini decisamente curiose. Abitava in una grotta affacciata sul mare, dormiva per terra, si nutriva di patelle e ricci di mare, si lava



va in una pozza d’acqua piovana scavata tra gli scogli e beveva le gocce che trasudavano da una stalattite. Ma questo modo di vivere non gli aveva impedito di frequentare il fior fiore del bel mondo che soggiornava a Capri nei primi decenni del secolo scorso: una società gaudente e cosmopolita, che riuniva personaggi mondani e intellettuali, aristocratici in declino e scrittori in ascesa. Allora, tra i tavolini dei caffè della Piazzetta o nelle ville immerse nel verde si potevano incontrare la marchesa Casati e il conte Fersen, AlbertoMoravia e Curzio Malaparte, Axel Munthe e Fortunato Depero. E poi, tutt’un tratto, comparve anche lui, Hans Paule: occhialini tondi, barba fulva, sguardo intenso, camicia a quadri e sandali francescani. Inutile chiedersi chi fosse, tutta l’isola lo conosceva. Era arrivato a Capri nei primi anni del Novecento da Vienna, dove era nato nel 1879, per raggiungere un artista, il pittore tedesco Karl Wilhelm Diefenbach, che aveva conosciuto nella capitale asburgica quando, giovanissimo, frequentava l’Accademia di Belle Arti per studiare disegno. Come Diefenbach, Paule vedeva l’isola come un luogo primordiale, una terra arcadica dove era ancora possibile vivere a stretto contatto con la natura. Una filosofia che Hans condivideva con Karl, ferreo seguace di un rigoroso naturismo, che gli aveva già causato non poche noie in patria. Ma a Capri quell’uomo dallo sguardo estatico, che indossava solo un saio bianco, camminava sempre scalzo e portava i capelli lunghi fino alle spalle, aveva trovato il suo ambiente ideale. «Capri mi basterà per tutta la vita, con queste aspre rupi che io adoro, con questo mare tremendo e bellissimo, benché in verità io vi soffra il martirio del boicottaggio dei miei connazionali, che venendo qui muovono contro di me vergognose accuse di immoralità e di empietà». Così diceva Diefenbach, un artista dal comportamento simile a quello dei Nazareni, quel gruppo di pittori tedeschi che si erano stabiliti a Roma all’inizio dell’Ottocento, abitavano in un convento e giravano la città vestiti come Gesù Cristo. A differenza però dei Nazareni, la sua pittura non era affatto ispirata agli ideali estetici di Beato Angelico o Raffaello. Tutt’altro. Nei dipinti di Diefenbach, intrisi di un simbolismo oscuro e tellurico, le rocce e gli scogli di Capri si trasformano in un mondo di visioni tenebrose, tra grotte illuminate da improvvisi bagliori di luce e orizzonti marini tenebrosi.

Ma torniamo al giovane Paule, nuovo abitante della Capri inizio Novecento, che passa le sue giornate a disegnare scorci dell’isola amata. Il suo tratto è diverso da quello di Karl. Niente visioni simboliste né atmosfere drammatiche, ma disegni dal tratto forte e deciso, di matrice espressionista.

Un’arte che Hans promuove a modo suo, tra i tavoli del caffè Zum Kater Hiddigeigei, il ritrovo degli intellettuali dell’isola. La sua autopromozione dà ottimi risultati, tanto che in una sola giornata riesce a vendere un’intera cartella di disegni. Fortunati anche gli incontri con gli abitanti più illuminati dell’isola, coi quali Paule stringe intense amicizie. Primo tra tutti Gilbert Clavel, il brillante e cosmopolita esteta omosessuale incontrato proprio al caffè. «Improvvisamente, da un punto imprecisato, qualcuno chiama il mio nome: Clavel. E un viso barbuto mi viene incontro» scrive Gilbert sul suo diario. «è così che ho incontrato Paule. Avevamo molto da raccontarci contarci, tanto che la nostra conversazione si è prolungata fino al mattino». Ma quegli anni felici non durano a lungo: nel 1915 il pittore viene confinato dal Governo in Sardegna, e abbandona Capri per diversi anni.



DA CAPRI A TONARA

Da un’isola a un’altra, la fortuna di Hans si rinnova. Si stabilisce nel cuore dell’isola a Tonara, una cittadina della Barbagia di Belvi, dove abita nella mansarda della casa di Giovanni Tore, sindaco della città. E lì, in quella dimora di pietra affacciata sui boschi, l’artista sperimenta la tecnica che diventerà il suo principale linguaggio espressivo: l’incisione su legno.

«Quel legno di castagno onnipresente, vera ricchezza di Tonara, robusto e leggero, tenero e pastoso, abituato da millenni al tormento del ferro di boscaioli e abili intagliatori» sottolinea lo storico dell’arte Giorgio Pellegrini, che ha ricostruito l’avventura artistica di Paule in Sardegna. Un’avventura che vede il pittore trasformare la mansarda in un laboratorio xilografico, dove realizza decine e decine di incisioni dedicate alla vita rurale della Barbagia. Opere in grado di interpretare il carattere schivo e orgoglioso del popolo sardo, reso dall’artista con uno stile secco e deciso, tutto giocato su forme geometriche accentuate da forti e sapienti chiaroscuri. Uomini che indossano costumi tradizionali, vecchi dalla lunga barba bianca, donne avvolte in pesanti mantelli intente a filare in silenzio. Nelle xilografie di Paule l’anima sarda torna a rivivere in un’arte sospesa nel tempo, che ricorda i primi dipinti dei protagonisti delle avanguardie russe, da Larionov a Malevic. Ma anche questo nuovo capitolo della vita del pictor spelaeus era destinato a concludersi di colpo, quando nel 1924 il sindaco Tore si trasferisce a Cagliari e Paule decide di tornare a Capri, dove rimarrà fino alla sua morte improvvisa, nel 1951. Anch’essa peraltro avvolta nella leggenda, che vede il pittore accasciarsi al suolo dopo una lunga e fragorosa risata.

Sono anni fecondi, che vedono l’artista proseguire la sua interpretazione del genius loci dell’isola attraverso la xilografia. Scorci di case, profili di scogli, vedute di casolari ombreggiati dai pini, barche con i loro rematori: immagini di una realtà sospesa in un tempo lontano, quando Capri non era ancora il ritrovo mondano del jet-set internazionale. Allora, i “compagni di strada” di Paule erano artisti che avevano identificato quel piccolo angolo di mondo come fonte di ispirazione per i loro dipinti: Raffaele Castello, Otto Sohn-Rethel, Walter Depas, Carlo Perindani. Protagonisti di un mondo documentato dal catalogo della mostra “Dioniso tra le isole. Hans Paule: un artista e il suo tempo” organizzata qualche anno fa da La Conchiglia Edizioni & Arte e curata da Antonella Basilico Pisaturo. Grazie al paziente lavoro della studiosa e di Giorgio Pellegrini, abbiamo scoperto il talento del pittore cavernicolo, che ha saputo cogliere l’anima di Capri in maniera originale e inaspettata.


IMPENSATE VISIONI


Per circa quarant’anni se ne stette qui, tranne rare avventurose scorribande in Sardegna. Ci sembra ancora di sentirlo raccontare, con la sua voce potente, la sua prima conoscenza dell’isola maliarda, allorché abitò per diversi anni nelle grotte di Capri, come a contatto col segreto della sua bellezza. Davanti alla vita di quest’uomo straordinario, noi dobbiamo chiederci se molti altri artisti seppero nell’Isola Azzurra raggiungere tale manifesta armonia fra modo di vivere e creazione dell’opera d’arte. Il dissenso eterno, la delusione che l’artista spesso sommo vi dà con l’esempio di una vita povera, in confronto alla ricchezza raggiunta dalla sua arte, in Paule non si è mai verificato. Nodose come il suo corpo – «io sono una quercia di qui» egli diceva «o una roccia» – erano le xilografie che vi mostrava, staglianti su pochi accordi di colori, ricche sempre di una fantasia suscitatrice di favole o di miti classici. Perciò la sua arte compiva il miracolo di risvegliare davanti ai vostri occhi le più impensate visioni.

Ettore Settanni Da Miti, uomini e donne di Capri

HANS PAULE, l'eccentrico artista viennese che visse a Tonara nel 1921.







sabato 9 settembre 2017

GLI ULTIMI FUOCHI DI SPASULE' - di Giovanni Mura


Gli ultimi fuochi di Spasulè

Ho provato una prima volta, anni addietro, a trattare del villaggio distrutto di Spasulè ma senza approfondire a sufficienza le varie tematiche demografiche e territoriali. Le mie attenzioni, infatti, non erano andate oltre la rilettura dei resoconti degli storici e l’esame di alcune certificazioni parrocchiali di fine Cinquecento. Troppo poco per affrontare un percorso più soddisfacente alle attese dei lettori. Il relativo servizio, pubblicato nel 2005 nel periodico diocesano Vita Nostra al numero 41, viene riproposto in appendice al presente lavoro.


Successivamente, grazie anche al ritrovato cavallo bianco della ninna nanna spasulese presentata dal Bonu nel suo lavoro del 1936 Ricerche storiche su due paesi della Sardegna (Gadoni e Tonara), ho potuto riprendere con maggiore fiducia e convinzione gli antichi sentieri che dal santuario di San Mauro conducono a Spasulè, nel cuore del Mandrolisai, tra i villaggi di Atzara, Sorgono e Tonara. (1)


Dappertutto ho cercato, con l’entusiasmo del bambino della citata filastrocca, di cogliere i frutti più interessanti per poi andare a comporli come natura morta nel mio modesto cesto di vimini.


Altre chicche, nascoste alla mia visuale dalla folta vegetazione, sono ancora appese sugli alberi. Aspettano che altri ricercatori si facciano avanti. La torta purtroppo è ancora tutta guarnire e per la ciliegina finale dovranno essere impiegati altri destrieri.


In breve sintesi si può affermare che le note documentarie relative al minuscolo villaggio abbandonato agli albori della dominazione sabauda in Sardegna si possono rintracciare in maggior parte nelle certificazioni parrocchiali redatte a cavallo dei secoli diciassettesimo e diciottesimo dai solerti sacerdoti della parrocchia di Tonara e da quelli dei paesi circostanti. Già da tale periodo, non sappiamo da quanto tempo prima, le anime del piccolo borgo erano affidate alle cure del parroco di Tonara, il quale di persona, o facendosi rappresentare da altri suoi collaboratori, provvedeva ad annotare nei Quinque libri e nei registri di amministrazione gli eventi attinenti alla vita umana quali nascite, matrimoni e decessi e quelli legati all’amministrazione economica della parrocchia.


Nelle vesti di ricercatore ho provveduto a raccogliere e catalogare le tessere di un mosaico molto interessante e per certi versi anche intrigante.


Molti, ripeto, sono i vuoti da colmare ma, da una prima lettura di questa ricomposizione di carattere demografico, non sembra ci siano validi motivi che possano supportare e giustificare appieno le tesi avanzate dagli storici intorno alla diaspora degli ultimi spasulesi in quel di Arasulè, il rione più popoloso di Tonara.


Vado convincendomi sempre di più, considerando i legami di amicizia e di parentela certificati nelle varie cerimonie di battesimo e matrimonio, che le testimonianze segnalate da parte dei padrini e dei testimoni, soprattutto atzaresi e sorgonesi, depongano per tesi diverse da quelle prospettate dagli storici.


Questo giustifica la regola che vuole che i migliori rapporti tendono ad instaurarsi tra quelle popolazioni che, rispetto alle altre, godono del vantaggio della minore distanza territoriale. Naturalmente si parla di relazioni sociali ed economiche. Il grado di fiducia e di conoscenza maturato nel tempo tra paesi confinanti porta sempre a favorire fra i medesimi l’arricchimento ed il rafforzamento della reciprocità degli equilibri e delle intese. Raramente tra comunità sempre più distanti dai normali raggi d’azione si assiste ad un maggiore e proficuo legame operativo. Sembra infatti strano che le ultime famiglie spasulesi, abbiano optato in massa per la soluzione dei loro problemi di sopravvivenza in territorio tonarese. Purtroppo l’attenta analisi dei registri parrocchiali tonaresi relativi ai primi decenni del Settecento non sembra lasciare traccia alcuna intorno ai nominativi segnalati negli ultimi fuochi del piccolo borgo. Sfuggono a tali verifiche anche le ricerche condotte sui registri degli altri centri del Mandrolisai ma, in linea di massima, siamo portati a confermare che le ultime migrazioni spasulesi abbiano seguito le vie di Atzara e Sorgono.


E’ cosa certa che la soluzione dei problemi relativi alle nuove sistemazioni sarà stata supportata da una attenta valutazione di molte circostanze fra le quali avranno avuto un certo peso, nel gioco delle parentele e delle amicizie, i riflessi di natura economica. Quel che sia successo effettivamente tra le parti nei piani di programmazione del do ut des non sappiamo ma, come sempre accade nella maggior parte dei casi, alla fine sarà prevalso il buon senso. Un tentativo di accordo tra le comunità di Tonara e Spasulè, sebbene suffragato da legami di fratellanza religiosa, non sembra sia stato possibile. Il fattore distanza impone quasi sempre in circostanze analoghe, un alto rischio di definizione contrattuale.


I nuovi equilibri di carattere logistico relativi all’ingresso nella nuova comunità saranno stati condizionati da realtà ben diverse che sfuggono alle nostre attenzioni cosi come si celano alla nostra ricerca le vere cause che hanno costretto gli spasulesi ad abbandonare il loro borgo. Il caso fortuito generato dall’avvelenamento delle falde acquifere può essersi anche presentato, ma non riteniamo sia stato il fattore determinante per chiudere con la storia del passato.


Forse la vera ragione sta in quelle carte processuali citate da Vittorio Angius nel dizionario del Casalis come può ritenersi che la soluzione dell’enigma Spasulè sia in quei documenti ecclesiastici sfuggiti alla nostra ricerca e che dovranno ancora essere esaminati. Bisogna attendere ancora.


Mi riservo in ogni modo l’opportunità di contribuire ancora allo studio di ulteriori verità qualora si presenti l’occasione per un approfondimento delle tematiche sinora affrontate.


Sento intanto il dovere di ringraziare sentitamente Gianni Maccioni, parroco della comunità tonarese, per avermi favorito la consultazione dei registri di amministrazione della parrocchia di san Giacomo di Spasulè ed i direttori dell’archivio diocesano di Oristano, succedutisi in quest’ultimo settennio, per avermi consentito l’utilizzazione dei libri parrocchiali, alias Quinque libri, di Atzara, Sorgono e Tonara.


Giovanni Mura


Oristano, li 10 ottobre 2008










(1) Fa parte del tessuto popolare del minuscolo centro di Spasulè la interessante ninna-nanna ricordata da Raimondo Bonu in Ricerche storiche su due paesi della Sardegna, Siena Cantagalli 1936:


A duru-duru, a duru duru.


A Monte Mannu hapes seguru,


a Monte Mannu e Ispasulè.


Caddu biancu ti det su Re,


caddu biancu e unu nieddu.


A duru-duru e a duru-seddu.






Il resoconto degli storici


Vittorio Angius (1798-1862)


Alla voce Tonara del Dizionario del Casalis, Vittorio Angius inserisce il seguente servizio storico su Spasulè, il villaggio affidato alle cure ecclesiastiche della parrocchia di Tonara:


Chiese campestri. Appartenente alla parrocchia di Tonara, nel territorio di Sorgono, a circa due ore verso ponente, trovasi la chiesa rurale dell’apostolo s.Giacomo, il maggiore. Occorrendo la festa a’ 25 luglio, il clero di Tonara vi si porta e funziona.


Ragione di questo fatto si è che era questa la parrocchia di un paese appellato Spasulè, deserta da circa 120 anni, e che gli ultimi abitatori del medesimo essendosi ricoverati in Tonara, riconobbero per loro paroco il rettore di Tonara, il quale da quel tempo cominciò a intitolarsi anche rettore di Spasulè, per la giurisdizione canonicamente confertagli su quella parrocchia.


Gli emigrati di Spasulè avendo seco portato i loro diritti nel nuovo domicilio, e lasciatili a’ tonaresi, questi avrebbero dovuto avere la proprietà de’ territorii di Spasulè, come erasi fatto in simili casi in molti altri luoghi; ma quei di Samugheo, di Sorgono e di Atzara, quando videro deserto Spasulè, invasero quel territorio e sel divisero, togliendosi ciascuno la parte che meglio gli accomodava. I tonaresi sentendosi inferiori contro i tre popoli collegati, si astennero dalla violenza, che sarebbe tornata inutile, anzi dannosa, e tentarono le vie legali per vendicare i loro diritti. La lite, come si dee supporre, per la conosciuta natura degli avvocati, fu tratta in lungo, poi quando la causa parea matura, allora, non si sa nè come né perché, si cessò dalle instanze. Sospettasi che i tre paesi persuasi di esser obbligati a rimettere a’ tonaresi le terre di Spasulè, abbiano corrotto quelli che nel paese avevano maggiore influenza.


Alla voce Sorgono del citato dizionario, Vittorio Angius riferisce quanto segue su Spasulè:


In distanza di mezz’ora da questo paese [Sorgono] alla parte di mezzogiorno trovansi le vestigie d’un villaggetto distrutto, che appellavasi Spasulè, dove esiste ancora una chiesetta dedicata a s.Giacomo apostolo, e nella cui commemorazione vi officia il clero di Tonara per la ragione che il popolo di detto villaggio era curato nelle cose spirituali dal paroco di quel paese.


Lo spopolamento di Spasulè si riferisce al 1710


I giovani di quel paese che erano al servigio de’ principali di Sorgono essendosi accasati in questo luogo vi fermarono il domicilio, i vecchi loro genitori non volendo restar soli in quella terra vi si portarono, e così Spasulè restò deserto, ma i suoi terreni furono annessi al territorio di Sorgono in virtù de’ loro diritti.


Per quanto riguarda la scelta della loro nuova residenza sembra, secondo la tesi dell’Angius, che gli abitatori del piccolo villaggio di Spasulè abbiano preferito inseguire due correnti di traffico migratorio, quasi in direzioni opposte: una, forte di un gruppo alquanto determinato, verso Tonara ed un’altra, altrettanto coesa, verso Sorgono.






Francesco Corridore


Del piccolo centro del Mandrolisai, Francesco Corridore, nel suo lavoro del 1902 Storia documentata della Sardegna, ci fornisce i seguenti dati demografici:


a) 18 fuochi per l’anno 1678


b) 8 fuochi, (14 maschi e 14 femmine), per l’anno 1688


c) 8 fuochi, (16 maschi e 15 femmine) per l’anno 1698


d) nessun fuoco nel censimento eseguito nell’anno 1728.


Rifacendosi agli studi documentati di Giovanni Pillito, il Corridore riferisce che il censimento del 1688 fu posto in essere in Sardegna dal viceré don Nicolò Pignatelli Aragon al fine di poter avere una esatta stima numerica della popolazione, fortemente decimata dalla carestia del 1680, e della sua giusta distribuzione nel territorio, scompensata dalla distruzione di molti paesi e dall’accrescimento di altri. La somma da ripartire nel tempo di un decennio tra i 61645 fuochi sardi, distribuiti in 230321 anime, fu di 70000 scudi annui ai quali nonostante l’estrema miseria degli abitanti, si aggiunse l’importo di 140.000 lire sarde.


Il censimento del 1698, proposto dal rappresentante regio il viceré don Giuseppe Solis, potè assicurare alle casse dell’erario la cifra di 60.000 scudi annui. Gli abitanti censiti furono 260551 mentre le famiglie 66778.


Raimondo Bonu (1890-1981)


Nel lavoro del 1936 Ricerche storiche su due paesi della Sardegna (Gadoni e Tonara) edito da Cantagalli, Siena, Raimondo Bonu così ci racconta di Spasulè:


Nei primi decenni del 1600 gli abitanti di Spasulè (ricca borgata fra Atzara e Sorgono) presero a disertare il loro paese per stabilirsi a Tonara, dove accrebbero l’incipiente borgata di Arasulè, che risultò composta dei più facoltosi pastori. Vi trasportarono anche i loro vasti diritti terrieri dei salti di Fontana Bona fino al sud di Curatore: i loro lontani pronipoti godono mostrare ai propri discendenti il vasto anfiteatro di terreni, ereditati da Spasulè.


Gli stessi emigrati, specialmente i parenti dei Demurtas e dei Flore, provvidero a ingrandire la chiesetta di Santa Maria e a lasciare scritto sul legno, in un fregio di quell’altare principale, il cognome Demurtas e la data del 1617. E’ d’un anno prima l’iscrizione ancora visibile in una casa d’Arasulè, costruita da un pastore di Spasulè.


Più avanti, a pag. 85 e seguenti del paragrafo dedicato alle antichità, così ci riferisce di Spasulè l’eminente studioso:


Questo ricco villaggio, abbandonato verso il 1718, si trovava fra Sorgono e Atzara, a 13 Km. da Tonara sulla via comune e a 9 Km. sui sentieri della montagna. Fino al 1929 ne officiava la chiesetta il parroco di Tonara, che vi si recava per il 25 luglio con una ventina di tonaresi; altri cento fedeli al più vi accorrevano da Sorgono e da Atzara. Il titolare della chiesa è l’apostolo S.Giacomo il Maggiore; la devozione è d’evidente importazione dopo il 1325;[…]


La chiesetta è sopra un poggio in piena vista del Gennargentu, delle vette Bruncu Sa Scova e Sant’Elia, del Ghirghini e del mare d’Oristano. La feracità del suolo è tuttora ricordata nelle ninne-nanne popolari della regione […]


Il primo documento storico che lo ricorda è l’atto di pace fra re don Giovanni d’Aragona e Eleonora giudicessa d’Arborea (24 gennaio 1388). La pace fu sottoscritta anche dai rappresentanti dei paesi barbaricini, facenti parte della çega d’Arborea come Ariço, Belbi etc. Item ab Arsocco Chirroni Majore villae de Spasulee, Gonnario de Serra, Laurenzio Fulla et Gonnario de Corongiu juratis ac Georgia Lecha, Parasone de Serra, Barsilo Fulla et Petro Uda habitatoribus villae proxime dictae.


E’ noto per tradizione che una delle famiglie superstiti di Spasulè, quella dei Cadeddu, si rifugiò in Atzara; il parroco o il cappellano con le altre poche famiglie venne a Tonara, il cui parroco fin dai primi del 1600 s’intitolava “rettore dell’annessa chiesa di Spasulè” e tutti insieme accrebbero l’incipiente borgata d’Arasulè. Nella parrocchia di Tonara si conservano ancora due pianete e un piviale di Spasulè: è un tessuto grossolano di lino, uscito dai telai sardi.


Ivi la vita fu resa impossibile per causa dell’isolamento o per qualche epidemia locale o per deficiente capacità difensiva. Una costante tradizione dice che le due fonti dell’acqua potabile siano state avvelenate da un certo Mùrtinu Mannu, che la stessa tradizione pretende ascendente dell’attuale stirpe degli Urru di Sorgono. […]


A un secolo quasi di distanza, il sospetto espresso dal Casalis [Vedi ultima parte del servizio reso da Vittorio Angius al dizionario di Goffredo Casalis], è, secondo voci insistenti, una realtà storica. La maggior parte dei terreni di Spasulè, si dice, furono ceduti in conduzione agli abitanti dei tre paesi suddetti [Samugheo, Sorgono ed Atzara]: ma la locazione temporanea degenerò in proprietà abusiva, confermata dal silenzio tutt’altro che disinteressato e dall’acquiescenza di alcuni capi tonaresi.


Antioca di Spasulè (1)


Con la presentazione di Antioca di Spasulè, una delle ultime rappresentanti del villaggio abbandonato, Raimondo Bonu cerca di illuminare con efficacia e chiarezza i capitoli finali del minuscolo centro del Mandrolisai. L’indagine, condotta dall’emerito ricercatore con interviste effettuate presso anziani atzaresi nei primi decenni del Novecento, ha dato i seguenti risultati :


a) Antioca di Spasulè, secondo la viva voce degli intervistati, risulta domiciliata ad Atzara nell’anno 1870. La sua età è di 84 anni. E’ quindi nata nel 1786. Il costume da lei indossato è molto simile a quello di Samugheo.


b) La madre di Antioca, sempre secondo la tradizione orale degli intervistati dal Bonu, era nata a Spasulè nel 1743 ed era deceduta all’età di 86 anni ad Atzara nel 1829. Questa vecchia aveva riferito due cose importanti per la storiografia del pianeta Spasulè: di aver abbandonato il suo borgo natio all’età di 5 anni, cioè nel 1748 e di averlo conosciuto abitato per una trentina d’anni da circa sei persone. (2)


Un trentennio, quindi, a datare dall’addio definitivo degli ultimi residenti. Quando l’estremo commiato avvenne esattamente non è dato sapere. Occorrerà fare ancora ulteriori ricerche ed esaminare altri documenti. Molto ci diranno le carte processuali relative al contenzioso tra i vari paesi belligeranti. Finora l’enigma Spasulè rimane e rimarrà tale chissà per quanto tempo. Diverse le ipotesi sulle cause e la data dell’abbandono. Allo stato attuale il lettore può avere a disposizione un più ampio quadro della situazione ma, in definitiva, non è stato cavato ancora un ragno dal buco o meglio, per dar spazio alla corrispondente frase idiomatica del dialetto tonarese possiamo dire ca ancora no est istetiu ogau nudda a pigiu.


Note:


(1) Vedi nota n.2 del servizio su Spasulè presentato a pagina 85 di Ricerche storiche su due paesi della Sardegna.


(2) Al fine di avere un pronto riscontro sulle interviste effettuate da Bonu abbiamo ritenuto opportuno fare una prima verifica sui registri dei censimenti atzaresi della prima metà dell’Ottocento. Le ricerche condotte sullo Status animarum del 1818, anno nel quale Antioca e sua madre si ritroverebbero rispettivamente in età di 32 e 75 anni, non hanno prodotto gli esiti sperati. Fra le trentenni di nome Antioca annoverate in detto registro si segnalano 
Antioca Perdaciu sposata con Pietro Piras 
Antioca Trogu, figlia di Sebastiana Deligia, una vedova di cinquanta anni. 
Antioca Scano sposata con Giovanni Demelas. 


Non risultano censite donne di età superiore ai settanta anni. Il più anziano dei residenti è il settantenne Luigi Manca di Loceri sposato con la cinquantenne Antioca Migone.


Infruttuose anche le indagini condotte sui restanti libri parrocchiali. La leggenda sulle ultime discendenti di Spasulè continua.


















I probabili ultimi fuochi di Spasulé


Dalla rilevazione delle nascite del periodo a cavallo tra il Seicento ed il Settecento è possibile risalire allo studio di buona parte delle famiglie ancora presenti a Spasulè, prima del completo abbandono del villaggio. Queste le mie deduzioni:


Famiglia Loi-Marras


Francesco Loi (marito)


Maria Marras (moglie)


Giovanni Battista Loi (figlio, nato nel 1699)


Bartolomeo Loi (figlio, (nato nel 1701)


Maria Eufrosina Loi (figlia, nata nel 1706)


Vincenza Loi (figlia nata nel 1710)


Giacomina Loi (figlia nata nel 1713) (1)


(1) Maria Congiu, madrina di Giacomina Loi, è di Spasulé.






Famiglia Demurtas-Marras


Bartolomeo Demurtas (marito)


Maria Marras (moglie)


Tomaso Demurtas (figlio, nato nel 1702)






Famiglia Demurtas-Mura


Andrea Demurtas (marito)


Francesca Mura (moglie, originaria di Sorgono)


Sebastiano Demurtas (figlio, nato nel 1702)


Francesco Antonio Demurtas (figlio, nato nel 1704)


Michele Arcangelo Demurtas (figlio, nato nel 1707)


Maria Regina Demurtas (figlia nata nel 1710) (1)


Giovanni Maria (figlio nato nel 1714)


(1) Maria Congiu, madrina di Maria Regina Demurtas, è di Spasulé.






Famiglia Marras Demurtas


Basilio Marras (marito)


Maria Giuseppa Demurtas (moglie)


Sebastiano Ignazio Marras (figlio, nato nel 1704) (1)


Lucia Marras (figlia, (nata nel 1708) (1)


Giusta Marras (figlia, nata nel 1711)


(1) Ludovico Medde e Monserrata Maxia, padrini di Lucia Marras, sono di Spasulé.






Famiglia Loi Marras


Ignazio Loi (marito)


Maria Angela Marras (moglie)


Marco Antonio Loi (figlio, nato nel 1705)






Famiglia Medde-Mura


Antonio Medde (marito)


Maria Angela Mura (moglie)


Bachisio Medde (figlio, nato nel 1705)






Famiglia Demurtas-Mele


Giovanni Mauro Demurtas (marito)


Stefania Mele (moglie, originaria di Atzara)


Francesca Demurtas (figlia, nata nel 1711) (1)


(1) Demetrio Tocori e Maura Congiu, padrini di Francesca Demurtas, sono entrambi di Spasulé.






Famiglia Mura-Marras


Salvatore Mura (marito)


Basilia Marras (moglie)


Susanna Maria Mura (figlia, nata nel 1713)


Maria Antonia Mura (figlia, nata nel 1716)






Dalla consultazione del registro dei matrimoni celebrati a Spasulé nell’anno 1710 (vedi Nozze De Murtas-Mele di pagine precedenti) è possibile risalire al nucleo familiare riguardante i genitori di Giovanni Mauro Demurtas, lo sposo. Qui di seguito gli estremi di identificazione:






Famiglia Demurtas-Mereu


Sebastiano Demurtas (marito)


Francesca Mereu (moglie)


Giovanni Mauro Demurtas (figlio e futuro sposo di Stefania Mele)






Sarebbe interessante, seguendo le indicazioni dei registri parrocchiali della Barbagia centrale ed in particolare dei comuni del Mandrolisai, Tonara, Atzara e Sorgono soprattutto, poter estendere le ricerche sui giovani spasulesi nati nel primo quarto del Settecento, ultimo periodo di vita del villaggio prima del completo abbandono, e poterle documentare possibilmente per tutto il secolo diciottesimo. Sarà questa la soluzione al giallo della diaspora. Stando alle mie ricerche, escludo a priori che il centro di Tonara abbia potuto contribuire alla richiesta di asilo degli ultimi abitatori di Spasulè. In ogni modo è sempre bene verificare ancora, magari andando a consultare i registri di altri centri della Barbagia centrale quali Meana e Samugheo oppure tentando altre vie.






Gli spasulesi da sottoporre al vaglio della lente del ricercatore appartengono alle famiglie dei Loi, Demurtas, Marras, Medde e Mura.


Del primo ceppo fanno parte


1) Giovanni Battista Loi, classe 1699


2) Bartolomeo Loi, classe 1701


3) Marco Antonio Loi, classe 1705


4) Maria Eufrosina Loi, classe 1706


5) Vincenza Loi, classe 1710


6) Giacomina Loi, classe 1713






Del secondo ceppo


1) Sebastiano Demurtas, classe 1702


2) Tomaso Demurtas, classe 1702


3) Francesco Antonio Demurtas, classe 1704


4) Michele Arcangelo Demurtas, classe 1707


5) Maria Regina Demurtas, classe 1710


6) Francesca Demurtas, classe 1711


7) Giovanni Maria Demurtas, classe 1714






Del terzo ceppo


1) Sebastiano Ignazio Marras, classe 1704


2) Lucia Marras, classe 1708


3) Giusta Marras, classe 1711






Del quarto ceppo


1) Bachisio Medde, classe 1705






Del quinto ceppo


1) Susanna Maria Mura, classe 1713


2) Maria Antonia Mura 1716






















Spasulè


(Servizio pubblicato nel 2005 sul numero 41 di Vita nostra)


Di Spasulè, piccolo paese del Mandrolisai nella Barbagia Centrale, nel centro della Sardegna, dichiarato ufficialmente distrutto nei primi decenni del Settecento, si vogliono tentare di ricostruire per grandi linee alcuni lineamenti storiografici e geografici.


E’ in coda all’atto di pace stipulato nel 1388 da don Giovanni d’Aragona e la giudicessa Eleonora che abbiamo le prime segnalazioni storiche di questo centro agricolo pastorale. E’ presente infatti alla sottoscrizione il suo primo rappresentante, il major de villa .” Item ab Arsoccho Chirroni Majore villae Spasulee…” Così dalla trascrizione effettuata da Raimondo Bonu nell’Archivio Storico di Cagliari.


Dal punto di vista geografico é Giovanni Francesco Fara, nella sua Corografia, a darci una breve presentazione nella vasta regione del Mandrolisai, quae habet septem oppida Desulis, Tonarae, Sorgoni, Spasulis, Azarae, Ortueris et Samoguei. Dai monti di Tonara che viaggiano da quote massime di 1500 metri sino ai 400 di Samugheo é sempre Mandrolisai, sempre Barbagia Centrale.


Di Spasulé, affidata alle cure ecclesiastiche della parrocchia di Tonara, abbiamo risultanze anagrafiche nei Quinque libri di quest’ultimo centro. Dal registro dei matrimoni risulta che in data 25 luglio 1598 vennero celebrate le nozze della spasulese Francesca Zaquello con il tonarese Paolo Deias Flore. Dal registro dei battesimi dell’anno 1598 risultano aver ricevuto il sacramento della cristianità Basilia Virdis, figlia di Giorgio e Caterina Meloni entrambi di Spasulè, Antioca Zedde, figlia dei coniugi spasulesi Elias e Maddalena Marras e Davide Onni, figlio di Antioco e ( ? ) Sucu anche essi nativi del piccolo borgo.


Lasciti in denaro a favore della parrocchia di san Giacomo di Spasulè sono segnalati nei registri dei defunti tonaresi della seconda metà del Seicento. Il sacerdote Salvatore Deiana dispone che alla sua morte (18 aprile 1668) sia devoluta la somma di uno scudo ala parr(oqui)al de san Jayme de Espasuley mentre le ultime volontà del sacerdote Andrea Pisano dispongono che alla sua morte (22 aprile 1670) sia corrisposta ala Iglesia de Santiago de la villa de Espasulej la somma di quinze sueldos.


E’ da un documento dell’archivio parrocchiale risalente all’anno 1681, che il lettore potrà venire a contatto con gli operatori economici di tale periodo storico. In merito si potrà approfondire il discorso rileggendo il contenuto dell’atto che risulta riprodotto in fotocopia a pagina 51 di Tonara di Raimondo Bonu, un lavoro edito dalla Pro Loco di tale centro nell’anno 2004. Si fa riferimento alla riscossione di interessi o fitti relativi a capitali ricevuti in prestito dalla parrocchia di san Giacomo di Spasulè. Il tasso dell’operazione di mutuo é dell’otto per cento ed il tempo dell’investimentovaria da uno ai due anni. Il parroco della chiesa, Geronimo Orrù, è anche il rettore della chiesa di san Gabriele di Tonara. Michele Marras paga per lo sensal de doze lliures j deu sous (per il mutuo di dodici lire e dieci soldi) per dos ains (per due anni) la somma di due lire. Ricordo che la lira si divide in venti soldi. Il totale delle somme incassate risulta in tutto di 17 lire, poco meno di sette scudi. Citati nel documento in qualità di mutuatari Antonio Marras, Giovanni Maria Dejana, Tomaso Mura, Giovanni Garau, Antonio Dechicu e Sebastiano Demurtas tutti della autonoma borgata mentre Lucifero Garau risulta domiciliato a Sorgono.


In tale anno Spasulé poteva forse contare una cinquantina di persone. Dal quadro della popolazione dei comuni del Circondario di Lanusei, risulta che nei censimenti relativi agli anni 1688 e 1698, Spasulè contava rispettivamente 28 e 31 anime. Del censimento dell’anno 1678 abbiamo soltanto il numero dei fuochi che risultano 18 mentre nell’anno 1728 il centro è dichiarato ufficialmente disabitato. Per una migliore lettura o approfondimento dei dati si rimanda alla Storia documentata della popolazione di Sardegna di Francesco Corridore, ristampa del 1902.


Nell’atto pubblico di donazione redatto in data 1 gennaio 1770 dal notaio sorgonese Giuseppe Nicola Carta e stipulato dal “Cavallero Jacinto Serra” a favore del figlio Antonio risulta che uno dei beni donati confina con la parte estrema superiore del paese distrutto di Spasulé. In particolare é precisato che la tanca del lugar dicho Serdazu afronta cabessa al Padro, pies à la villa desperdiçiada de Espasule…. Tanto ci risulta dalla cartella numero 10 del Fondo Patrimonio Ecclesiastici dell’archivio diocesano di Oristano.


Di questo centro posto ai confini tra Sorgono ed Atzara tratterà in modo esteso Vittorio Angius nel Dizionario del Casalis alla voce Tonara, pag. 999 nel paragrafo Chiese campestri. Dal suo resoconto risulta che nel territorio di Sorgono esisteva nel 1846 una chiesa rurale appartenente alla parrocchia di Tonara e la cittadinanza di quest’ultimo centro partecipava alle funzioni religiose del 25 luglio in onore di San Giacomo. “Ragione di questo fatto si è che era questa la parrocchiale di un paese appellato Spasulè, deserta da circa 120, e che gli ultimi abitatori del medesimo essendosi ricoverati in Tonara, riconobbero per loro paroco il rettore di Tonara …”


Nell’opuscolo Ricerche storiche su due paesi della Sardegna – Gadoni e Tonara Raimondo Bonu approfondisce il tema sullo spopolamento di tale centro precisando in particolare che “ivi la vita fu resa impossibile per causa dell’isolamento o per qualche epidemia locale o per deficiente capacità difensiva”


Di Spasulè nel 1935 ci restano i seguenti estremi catastali, fornitici sempre dal Bonu,: 12.000 metri quadri di cui 10.000 votati a regime aratorio ed i restanti vincolati all’area della chiesa. Per saperne di più bisognerà attendere che qualche ricercatore, sfruttando le ghiotte possibilità che offre l’archivio parrocchiale di Tonara, uno tra i più accreditati della diocesi arborense, possa mettere a fuoco una più ampia e dettagliata visione del villaggio che non esiste più.


A ricordare i fasti del passato restano le chiese campestri di san Giacomo rispettivamente ubicate nei territori di Sorgono e di Tonara cui il turista di passaggio nel Mandrolisai non mancherà di rendere visita e sfruttare nel contempo la possibilità di accomunare i lati paesaggistici, naturalistici e religiosi.


Per ulteriori approfondimenti si rinvia il lettore alla consultazione del quarto volume delle Memorie tonaresi dal titolo: Spasulè. Il villaggio abbandonato nel primo quarto del Settecento


Giovanni Mura