Di Alusac Eleirbag
Il percorso questa volta inizia l'11 agosto da Tonara, con ancora negli occhi e nelle orecchie la straordinaria energia del recente festival di Narcao. Con quella carica viscerale ancora viva nel cuore, il viaggio riparte e la strada si snoda verso nord, attraversando il cuore pulsante della Sardegna centrale. Il paesaggio si trasforma a ogni curva, abbracciando i profili di Olzai, le distese di Ottana e le colline di Ozieri, fino ad approdare a Berchidda. C'è una bellezza antica e silenziosa in questo itinerario, una lentezza che prepara lo spirito a ciò che ci attende: un'edizione del Time in Jazz interamente dedicata a un gigante assoluto della musica mondiale, Miles Davis.
Mentre macino chilometri, la mente torna indietro nel tempo. Il mio amore per il jazz e per la grande musica dal vivo è nato quando avevo appena vent’anni. Nel 1978 ero andato a Umbria Jazz, un’edizione rovente che passò alla storia per i durissimi problemi di ordine pubblico e per la forte contestazione politica. Ricordo la tensione costante e quella paura tremenda: dalle stazioni dei treni si partiva per i famosi espropri proletari nei supermercati e la rassegna visse momenti davvero complessi. Eppure, in mezzo a quel clima teso, la musica regalò momenti immortali. Fu l'anno del debutto storico al festival, il 29 luglio a Castiglione del Lago, di Carla Bley — la signora assoluta dell'avanguardia — alla guida della sua straordinaria ed eclettica Big Band, con una performance indimenticabile su brani come Ida Lupino e Wrong Key Donkey.
Quell'energia profonda mi è rimasta dentro per sempre. Eppure, sembra incredibile a dirsi, questa è la prima volta in assoluto che vengo al Time in Jazz. Paolo Fresu, in realtà, l'avevo già sentito suonare dal vivo tanto tempo fa, in un contesto quasi magico e suggestivo: alla stazione ferroviaria di Belvì, oramai dismessa, dove le sue note si arrampicavano tra i binari silenziosi e i boschi della Barbagia.
Arrivati a Berchidda, alloggiamo in una tavernetta deliziosa, un piccolo rifugio accogliente che si affaccia direttamente sui tetti del paese. Appena il tempo di posare i bagagli e, dalla finestra aperta, l'aria d'estate porta subito le note e i ritmi dei soundcheck in corso a poca distanza. È un momento istantaneo di grazia: si respira un'atmosfera magica, quella vibrazione elettrica e festosa che mi riporta immediatamente indietro nel tempo, ai giorni gloriosi della nostra Rockarea a Tonara e all'energia pura vissuta solo poche ore fa al Narcao Blues.
Ciò che colpisce fin da subito, camminando per le vie del centro, sono gli addobbi e l'incredibile cura scenografica di Berchidda: l'intero paese è vestito a festa, totalmente trasformato da installazioni, decorazioni e composizioni artistiche che richiamano le icone del jazz e l'inconfondibile sagoma della tromba di Paolo Fresu. Ogni angolo, balcone e vicolo parla la lingua della musica, creando un abbraccio visivo unico. Le piazze del centro storico sono vive, attraversate da rivoli di persone, appassionati e amanti della buona musica giunti da ogni parte. La prima tappa è d'obbligo: una sosta al Jolly Caffè per fare il pieno di energia con cappuccini e paste fresche, pronti a tuffarci nel programma della giornata.
Time to Read: La Genesi di Kind of Blue alla Casara
Nel tardo pomeriggio ci dirigiamo verso il giardino della Casara — uno spazio speciale che durante il giorno ospita la rassegna per bambini Time to Children — per l'apertura di Time to Read. Qui Paolo Fresu, insieme ai compagni del suo progetto Kind of Miles (Marco Bardoscia al contrabbasso, Stefano Bagnoli alla batteria, Dino Rubino al pianoforte e tromba, Bebo Ferra alla chitarra e Federico Malaman al basso), presenta in collegamento video da New York il giornalista e saggista americano Ashley Khan (tradotto in diretta da Rosella Zoccheddu), autore del celebre saggio sulla nascita di Kind of Blue (1959).
Dalla ricca e intensa chiacchierata con Ashley Khan emergono dettagli affascinanti e revelationi storiche:
Un approccio documentale: Khan ha spiegato di aver voluto scrivere un libro lontano dalle solite recensioni critiche, basandosi su fatti, registrazioni in studio, contratti e sul contesto storico dell'America di fine anni '50, per spingere il lettore a riascoltare l'album con nuova consapevolezza.
Buona la prima: Rispondendo a una domanda sulla tecnica di registrazione, Khan ha confermato che Miles riascoltava i brani subito in regia, ma cercava quasi sempre il primo take. Voleva catturare la freschezza e l'imprevedibilità della scoperta anziché la perfezione ripetitiva delle prove.
Fragilità e sensibilità: Dietro la facciata dura e intransigente, Khan ha mostrato un Davis estremamente vulnerabile (evidente in capolavori come Blue in Green), dote che gli permetteva di connettersi profondamente con l'ascoltatore.
L'importanza di Bill Evans: È stato evidenziato il ruolo cruciale del pianista Bill Evans nel definire la sonorità modale del disco. Evans portò nell'album la sua sensibilità legata alla musica classica moderna (come le sfumature di Debussy nell'introduzione di So What), creando un'intesa perfetta e quieta con Davis.
Il distacco da Gil Evans: Gil fu un mentore e un arrangiatore fondamentale nei primi anni, ma mentre lui cercava la perfezione attraverso decine di registrazioni, Miles sentì il bisogno di staccarsi verso una musica più immediata, essenziale e piena di spazio.
Il Concerto delle 21:30: L'Estetica, il Suono e il Mito di Miles
Alle 21:30 la musica si fa carne e racconto sul palco. Il tributo a Miles si trasforma in un viaggio profondo non solo nelle sue note, ma nella sua essenza di uomo, artista e combattente.
Sul grande schermo scorre una famosa fotografia di Miles sul ring, un'immagine che richiama Jack Johnson, il primo campione mondiale nero dei pesi massimi e icona di riscatto per la comunità afroamericana. Guardando quel profilo fisso verso l'orizzonte e la pelle scura che sembra quasi carta scolpita, si capisce che Miles non è mai stato solo un musicista: era un lottatore. La sua tromba suonava come un pugno da KO, un colpo preciso che fendeva l'aria e offendeva l'anima per quel bisogno viscerale di riscatto sociale.
Poi appare un'altra foto leggendaria, scattata da Irving Penn: un dettaglio primaverile e potente della sua sola mano scura. È proprio nelle immagini che emerge la sua figura straordinaria, non solo nei tratti del viso, ma attraverso un'estetica raffinata, rigorosa e quasi maniacale, parallela alla sua musica. Il suo colore preferito era il rosso, il colore della ribellione: rossa era la sua ultima tromba, rossi i suoi abiti stravaganti e rossa l'amata Ferrari. Quella stessa estetica che nel 1959 gli costò le manganellate e l'arresto ingiusto da parte della polizia di New York fuori dal Birdland, solo perché si trovava sul marciapiede a fumare con una donna bianca al fianco; un'umiliazione terribile che anni dopo trasformò nel titolo dell'album You're Under Arrest.
Kind of Blue e l'Evoluzione del Suono
Registrato nella ex chiesa sconsacrata della Columbia a New York con soli sette microfoni (più uno posizionato in uno scantinato per catturare il riverbero naturale diventato il marchio di fabbrica della label), Kind of Blue resta, insieme ad A Love Supreme di John Coltrane, il disco più celebre e ascoltato della storia del jazz. Miles andò oltre il Bop, svuotò la struttura sovraccarica inventata dai suoi amici e costruì una nuova musica fatta di silenzio e respiro. So What, il brano più rappresentativo, poggia su due soli accordi. Attorno a sé aveva riunito un gruppo irripetibile: il misticismo di John Coltrane, la freschezza di Cannonball Adderley, la poesia di Bill Evans e la sezione ritmica monumentale di Paul Chambers e Jimmy Cobb. Su tutto svettava la sua tromba, alla guida di una macchina lanciata a tutta velocità verso il futuro.
Ripercorrendo la sua sconfinata discografia, dai capolavori acustici degli anni '50 fino alla svolta elettrica e meticciata di Bitches Brew (1970) — nato dall'incontro con le influenze di Jimi Hendrix, James Brown e Karlheinz Stockhausen — si comprende che, pur cambiando i progetti, i musicisti e le tastiere elettriche, il suo suono interiore è rimasto lo stesso. L'anima non cambia: si alimenta della vita, e la vita alimenta quel suono che giorno dopo giorno diventa sempre più profondo e inimitabile.
Formazione e Memoria
Nel corso della serata emerge anche il ricordo toccante del percorso di apprendimento musicale attraverso l'ascolto e la trascrizione degli assoli. Ascoltare i vinili a tutto volume, cercare di fissare le note sul pentagramma per catturarne il groove, la passione e l'incertezza, fino a quando le madri o i vicini non bussavano alla porta per chiedere tregua. Quell'apprendistato fatto di devozione pura ha formato generazioni di musicisti, portando il jazz verso luoghi sempre nuovi e sconosciuti.
Mentre le ultime note sfumano nella notte di Berchidda, resta la certezza di aver assistito a qualcosa di più di una semplice celebrazione: un passaggio di testimone, un ponte ideale che unisce le montagne di Tonara, il blues del Sulcis e la grande storia del jazz internazionale sotto lo stesso cielo stellato della Sardegna.
Pensieri per il Futuro: Il Sogno ai Piedi del Gennargentu
Mentre il paese lentamente ritrova il suo silenzio sotto il cielo stellato di Berchidda, la mente torna a viaggiare. E viene da porsi una domanda, un auspicio che è quasi un sogno ad occhi aperti: chissà che un giorno Paolo Fresu non decida di estendere la magia del suo festival anche in altri momenti dell'anno e in altri luoghi dell'isola, proprio come sta già facendo in Gallura — penso, ad esempio, agli incantevoli eventi dell'Agnata.
Sarebbe straordinario vedere il suo esperimento artistico arrivare fin su, alle pendici del Gennargentu, proprio a Tonara. In fondo, è su quelle montagne che, qualche anno prima che nascesse il Time in Jazz, facevamo risuonare le chitarre e l'energia pulita della nostra Rockarea. Non sarebbe soltanto un omaggio alla storia, ma una vera e propria linfa vitale per dare forza, coraggio e visione a Intrare in Sonu, la splendida manifestazione musicale che da qualche anno la Pro Loco di Tonara porta avanti, mirando a fondere il suono ancestrale dei campanacci tonaresi con le metriche e le armonies della musica moderna. Un'intuizione profonda che merita di evolversi e trasformarsi in un nuovo festival sperimentale capace di far dialogare le sfumature del blues, del rock, del jazz e della nostra tradizione più autentica.
In fondo, la musica in Sardegna è un filo unico e ininterrotto: parte dai ricordi degli anni '80, attraversa le piazze storiche di Narcao e Berchidda, e chissà che domani non torni a far battere forte il cuore dei nostri boschi.