sabato 11 luglio 2026

Il tempo dei campanacci e dei centenari

Di Alusac Eleirbag

Il sole picchiava forte su Tonara, di quel caldo che ti costringe a cercare subito l’ombra. Come faccio quasi sempre, mi sono incamminato verso il bar di Fulvio, un porto sicuro per rinfrescarsi le idee e fare due chiacchiere. Entrando, ho trovato seduto ai tavolini il mio amico Dearca. Ci siamo guardati, abbiamo ordinato da bere – perché un goccio di vino buono non si nega mai, anche solo per fare economia sui pensieri – e abbiamo iniziato a far girare le lancette dell'orologio all'indietro.

Dearca è uno di quelli che ha la valigia nella memoria: è emigrato da Tonara nel lontano 1959, a soli diciannove anni, quando qui non c’era quasi nulla.

Proprio mentre ci stavamo accomodando, è passato Cocco. Vedendolo, mi è venuta la curiosità e ho chiesto a Dearca se per caso fosse della sua stessa età. Lui ha subito scosso la testa, sorridendo: «Minimo, minimo abbiamo quattro anni di differenza, io sono più grande». Da lì ci siamo tuffati nei ricordi di quegli anni di polvere e cantieri. Dearca mi raccontava di quando lavorava con l’impresa Zanchini, prima a Siniscola e poi su a Tonara. Mi ha fatto rivedere con i suoi occhi il paese com'era prima del boom edilizio del '62. Mi descriveva il vecchio Comune, prima che lo buttassero giù: sul piano basso  il Dottor Rocco, e davanti la scala esterna, al primo piano la stanza del segretario in cima. All’epoca c’erano i rioni storici Arasulè, toneri e Teliseri. Ilala’ non ricordo che fosse abitato quando sono andato via da Tonara nel 59. Le prime case che cominciavano a spuntare dove prima c’era solo campagna.

Davanti a quel tavolo, la mappa dell'emigrazione tonarese si è aperta da sola. Abbiamo ricordato i flussi della nostra gente. Se quasi tutti partivano per le miniere del Belgio, per la Francia o la Germania, e poi a centinaia verso Torino e Milano a metà degli anni Sessanta, c'erano storie che sembravano romanzi. Come Agostino, partito per l'Argentina nel '61 – un caso unico, dicevamo – o Bartolo Succu e Paolo Cabras, che nello stesso identico periodo avevano scelto una rotta completamente diversa, imbarcandosi addirittura per l'Australia.

Proprio mentre parlavamo di libri e di storie di paese, è stato Dearca a tirar fuori un racconto che lo aveva colpito profondamente. Mi ha parlato di un libro che gli aveva regalato sua cognata da Torino, intitolato “i rintocchi di Galuse. Ascoltandolo, mi sono reso conto di quanto quel testo fosse potente: mi ha descritto una storia vera di violenza e di silenzi protettivi, ambientata tra Tonara e Milano, ma capace di toccare l'anima più profonda della nostra comunità.

Ma la cosa che più aveva affascinato Dearca di quel libro era il modo in cui descriveva l'arte dei nostri artigiani. Mi ha riportato alla mente la figura dello zio del protagonista, un maestro dei campanacci. Dearca si è soffermato sui dettagli, ricordando come nel testo si parlasse dell'accordatura del ferro e del suono dell’agnone, il tipico campanaccio profondo. Mi spiegava la cura quasi mistica che c'era dietro quel mestiere: il segreto non stava solo nel forgiare il metallo, ma nella sensibilità straordinaria di legare il timbro e la tonalità della campana al carattere stesso dell'animale. Una pecora o una mucca più nervosa o più calma avevano bisogno di una musica diversa al collo, e il pastore riconosceva lo stato della sua bestia solo ascoltando il pascolo da lontano. Nel romanzo c'era persino la scena di una bardana – una razzia – in cui a un animale veniva bruciato o rovinato il campanaccio, una ferita che per un pastore andava oltre il valore materiale.

«La poesia sarda è questo», dicevo a Dearca, appassionandomi al suo racconto, «è descrizione, immaginazione, ma soprattutto racconto dei sentimenti e di questa sensibilità profonda per i nostri mestieri».

E da lì, il passo verso le mie ricerche è stato breve. Gli ho raccontato delle lunghe interviste che sto facendo a Tia Chicca. Lei è una miniera d'oro: mi ha parlato del vecchio latifondo di Arangino e dell'impero industriale del legname di Manfredi Gessa, che dava lavoro a duecento operai in tutto il territorio. Due giganti la cui fine drammatica – l'assassinio di Arangino e il suicidio di Manfredi dopo il violento diverbio per il disboscamento di Montefuso – ha cambiato per sempre il destino economico di Tonara, spalancando le porte all'emigrazione di massa.

Poi, con l'orgoglio che mi stringe sempre la gola, sono passato a parlargli di mio babbo, Benigno. Gli ho confessato la fatica e la bellezza del lavoro che sto facendo: sto traducendo in italiano il libro sulla sua vita. Il primo volume era scritto preservando il sound del suo dialetto, e ora riportare quelle dinamiche in italiano è uno scoglio. Ridevo con Dearca del traduttore automatico che, davanti dei ricordi della Campagna di Russia, mi trasponeva tutto in "russo vero"!

Ho condiviso con lui quell'incredibile aneddoto che babbo non aveva messo nel libro, ma che è emerso quando mi telefonò un giornalista di Videolina. Cercava storie sulla guerra e mi chiese: "Ma tuo babbo si ricorda del Natale in Russia?". Babbo all'inizio non ci pensava, ma poi ha tirato fuori quel ricordo pazzesco del Natale del '42 e di quel treno carico di panettoni spedito dalle industrie milanesi per i soldati al fronte, che venne assaltato dai partigiani. Un dettaglio che sono andato a verificare ed era tutto maledettamente vero.

«Il mio sogno, adesso, è questo», ho detto a Dearca, appoggiando il bicchiere. «Voglio creare un dialogo ideale tra centenari. Intrecciare i ricordi di mio babbo, che è arrivato a 102 anni superando persino due volte il Covid e giocando a carte fino all'ultima estate, con le memorie storiche, i filmati e le poesie d'asilo che ho registrato da Tia Chicca». Del resto, gli ho ricordato, Tonara ha la longevità nel sangue: gli ho menzionato quell'anno incredibile in cui in paese avevamo ben sette centenari contemporaneamente, un record di cui conservo ancora l'articolo di giornale a casa.

Proprio mentre il racconto si faceva più fitto, l'atmosfera da amarcord è stata spezzata dallo squillo del telefono. Era un mio collega, che mi ha chiamato per dirmi che mi risponderà per iscritto a una mia richiesta. Al momento doveva sbrigare delle sue faccende personali, ma mi ha assicurato che all'inizio della settimana verificherà la situazione e la praticità della vendita di alcune case insieme al tecnico.

Ci siamo ridestati dal passato. Il tempo vola quando ci si mette a scavare nella memoria. «Deo andai in farmacia», ho detto salutando Dearca e gli altri al bar, mentre l'aria fresca di Tonara ci ricordava, per un attimo, che eravamo ancora tutti lì, custodi di una storia che non vogliamo lasciare andare.


martedì 7 luglio 2026

CAP 30 1 Tonara terra Nadia- poesia a mutos - 1941 partendo in guerra.


Tonara terra nadia

mancari ande lontanu

semper a tie in cumoni

resto in ogni passàgiu

in traball' in or'e festa

in lota e in recreu

fide pro te apo giurau

e oe rinnovo su vistu

ma de t'ismentigare

e tue mamma istimada

augurami fortuna.

Tonara terra nadia

Nontest' a lugor' 'e luna

in improvisa serenada

begno po ti saludare

cun su coro meda tristu

ca crasa parto sordau

risponde a su saludu meu

afaciadi a sa finestra

e nami fae coràgiu

ca gi prego a Sant'Antoni

po ti lassare sanu

consolami bella mia.


 

Tonara terra natia

anche se vado lontano

sempre a te in comunione

resto in ogni passo [passaggio]

nel lavoro e in tempo di festa

nella lotta e nel riposo [svago]

fedeltà per te ho giurato

e oggi rinnovo il voto [il visto]

mai di dimenticarti

e tu mamma stimata

augurami fortuna.

Tonara terra natia

al chiarore della luna

in un'improvvisa serenata

vengo per salutarti

con il cuore molto triste

perché domani parto soldato

rispondi al mio saluto

affacciati alla finestra

e dammi coraggio

che io prego Sant'Antonio

per lasciarti sano [salvo]

consolami bella mia.


 Nota linguistica sul titolo

 * **Terra nadia:** È l'espressione poetica logudorese e barbaricina per dire "terra natia", il luogo in cui si è nati e a cui si è legati da un profondo cordoglio e senso di appartenenza, specialmente nei momenti di distacco come la partenza per il servizio militare (*parto sordau*).


Capitolo 29. L'arte del pane e la vita da panettiere

Il pane per me rappresenta la mia vita in tutti i sensi. Lasciando la vita da pastore mi sono dedicato alla panificazione per quasi quarant'anni. Alla fine dell'anno 1953 iniziai a fare il pane. Per imparare il mestiere presi con me un bravo panettiere di Monserrato. Dai guadagni iniziali usciva appena la sua paga; la restante parte mi serviva per pagare le cambiali della ditta che mi aveva fornito l'impianto del panificio.

Dopo parecchi mesi, pur di non fallire del tutto, iniziai a fare il pane da solo, senza l'aiuto di alcun operaio. Dopo alcune settimane, infatti, fui costretto a licenziarlo, con grande dispiacere suo e mio. A quel tempo in paese si consumava molto pane, ma la maggior parte delle famiglie produceva in casa il proprio "pane fine" [la spianata/carasau].

Io iniziai a produrre un pane di ottima qualità lavorandolo interamente a mano: facevo il pane per il caffellatte, le focaccine (fogatzeddas) e vari altri tipi che stuzzicavano l'appetito della gente. Il lavoro era davvero duro. Ci alzavamo prestissimo, sempre insieme a mia moglie e ai miei figli, che mi aiutavano al forno e trasportavano il pane alle botteghe del paese prima di andare a scuola.

Quando preparavo il pane del tipo "Sanluri" (Seddori), utilizzavo rigorosamente il lievito madre sardo (su framentu). Il lievito madre era un pezzetto di pasta inacidita che veniva conservata sotto la farina; al momento di fare il pane, veniva ammorbidita dentro una conca di terracotta (ischivedda) con acqua tiepida. Si impastava poi con un po' di farina e si lasciava riposare dentro un tegame (tianu) ben coperto di farina. Dopo cinque o sei ore lo si mescolava all'impasto principale e, quando la pasta era ben lavorata e morbida, la si lasciava riposare per circa un'ora. Una volta ben lievitata (ufrada), si procedeva a fare il pane. Da questo impasto si tagliava via un pezzo di pasta che sarebbe servito come lievito madre per la volta successiva.

Il lievito madre per il pane fine di Tonara — come su tzichi o su crivàrgiu fatto in casa dalle donne — era sempre un pezzetto di pasta acida fatto con farina di grano duro. A quell'epoca erano poche le donne che possedevano un forno a legna nella propria casa. Esistevano perciò le fornaie (is forrargias) che mettevano a disposizione il proprio forno e cuocevano il pane per le donne del vicinato (is borrochianas). Queste ultime si recavano dalle fornaie per chiedere quando poter portare il pane da cuocere e per concordare l'orario. La fornaia, gestendo i turni delle varie cotture, assegnava loro l'ora esatta.

La massaia, a quel punto, preparava il lievito madre che teneva conservato, calcolando con precisione il tempo necessario alla lievitazione per fare il pane. Lo scioglieva in un po' di acqua tiepida, lo mescolava alla farina e lo lasciava lievitare per le ore necessarie, ben coperto all'interno del tegame. Prima di iniziare a fare il pane vero e proprio, ne prelevava un pezzetto di pasta da conservare come lievito madre per gli impasti successivi. Si impastava poi la farina e si aggiungeva il lievito pronto; una volta che l'impasto era ben lavorato, lo si adagiava sul tavolo per modellarlo.

Ben coperto, l'impasto veniva tagliato in panetti (su commossu) che venivano lavorati energicamente e poi divisi in pagnotte. Queste, una volta arrotondate, venivano schiacciate con il palmo della mano e stese con il mattarello (su canneddu) per ottenere il tipico pane fine di Tonara. I pani venivano poi sistemati ordinatamente nel canestro piatto (su cherrigu) e coperti con dei teli. Successivamente, alla fornaia spettava come compenso il cosiddetto "spavento" (s'ispamento), cioè uno o due pani: lei li introduceva nel forno già temperato e, se il pane si gonfiava subito, significava che il forno era pronto per la cottura. Riguardo al lievito madre, capitava a volte che si guastasse; in quel caso la massaia se lo faceva prestare da un'altra donna del vicinato e, dopo aver completato l'impasto, gliene restituiva un pezzo.

Tornando alla mia vita di panettiere, la gente del paese era davvero contenta ed entusiasta, dicevano tutti che facevo un pane squisito. Iniziai a spedire il pane anche fuori paese, fino ad Austis e ad Atzara. In quel tempo non c'erano ancora automobili o mezzi propri per il trasporto, perciò spedivo le ceste del pane tramite la corriera delle cinque del mattino. Per parecchi anni ho anche tostato le mandorle per i torronai (is carratoneris) che non possedevano un tostatore meccanico. Ho fatto il panettiere per trentasette anni e, infine, all'età di settant'anni ho venduto l'attività.

Note di contesto storico e linguistico

1. Il Pane come pilastro comunitario e i turni del forno: Il testo descrive in modo straordinario il sistema sociale dei forni pubblici o vicinali gestiti dalle fornaie (is forrargias). La panificazione domestica era un rito collettivo che richiedeva una precisa pianificazione oraria: le donne calcolavano i tempi di lievitazione a casa per arrivare al forno esattamente all'ora concordata con la fornaia, evitando che il pane passasse di lievitazione.

2. I pani tradizionali citati:

 Su Tzichi: Un pane cerimoniale o di pasta dura, finemente lavorato e decorato, tipico della tradizione sarda.

 Su Crivàrgiu (o Civraxiu): Un pane di pezzatura grande, con mollica morbida e crosta croccante, fatto con semola di grano duro, tipico dell'alimentazione quotidiana.

3. Terminologia degli strumenti e delle fasi:

 Su Framentu: Il lievito madre (o crescente), conservato gelosamente di cotta in cotta e spesso scambiato tra vicine come segno di solidarietà comunitaria.

 Ischivedda e Tianu: Rispettivamente la conca svasata in terracotta smaltata (usata per impastare) e il tegame o recipiente profondo dove si metteva la pasta a lievitare.

 Su Cherrigu: Il tipico canestro sardo largo e piatto, intrecciato in asfodelo o giunco, usato per adagiare i teli con le sfoglie di pane stese a lievitare prima della cottura.

 S'Ispamento (Lo spavento): Un termine splendido e arcaico. Indicava la primissima infornata di prova (un paio di pani) per verificare la temperatura del forno. Se il pane "si spaventava" (cioè reagiva violentemente al calore gonfiandosi immediatamente), il forno aveva la temperatura perfetta per procedere alla cottura di tutto il carico. Questo pane di prova spesso restava alla fornaia come parte del compenso.

4. La cooperazione tra artigiani di Tonara: Il passaggio in cui racconti di aver tostato le mandorle per i torronai (is carratoneris) dimostra come i diversi mestieri di Tonara (il panettiere e il torronaio) fossero strettamente legati. Sfruttando la temperatura e la bocca dei grandi forni da pane, aiutavi i torronai a preparare l'ingrediente fondamentale del loro celebre dolce


​Capitolo 28. Le fascine (Is faschinas)


Vi racconto come si raccoglievano le fascine per fare la calce.

Le fascine si facevano con i rami frondosi di leccio (s'ìlige) e con la ripulitura delle foreste dalla legna fine. Coloro che le preparavano si accordavano con il proprietario del forno della calce e pattuivano il prezzo.

Il nome esatto delle fascine è "la fascinetta" (sa faschinedda), del peso di tre o quattro chili; venivano legate [affastellate] una alla volta alla base, dalla parte più grossa. Venivano prima ammassate in un punto di deposito (s'impostu) dove potesse arrivare il carro.

Per raccoglierle andavano le donne, soprattutto le ragazze, in gruppi; a volte fino a sette donne, guidate da una di loro che faceva da capo. Le fascinette venivano legate insieme in una fascina più grande in modo che il loro peso, modesto, consentisse loro di caricarle in testa per andarle a sistemare nel punto di deposito.

Il lavoro era pesante per le donne, che venivano pagate a giornata (a gerronada). La maggior parte delle volte mangiavano a mezzogiorno sul luogo di lavoro, con il cibo portato da casa.

Le fascine, una volta preparate, si caricavano sul carro a buoi e venivano trasportate al forno della calce.

Note di contesto storico e linguistico

1. Il lavoro femminile e la raccolta domestica: Questo capitolo mette in luce un aspetto sociologico fondamentale della Sardegna interna del dopoguerra: il ruolo attivo e faticoso delle donne (is fèminas) e delle giovani ragazze (is pitzocas) nell'economia del paese. La raccolta della frasca e il trasporto dei pesi sulla testa (a conca) erano compiti durissimi, svolti in squadre coordinate da una figura di riferimento ("chi faiat su capu").

2. La gestione forestale ed ecologica: La produzione delle fascinette era legata alla ripulitura del sottobosco e alla potatura dei lecci (ìlige). Questo permetteva sia di mantenere pulite le foreste di Tonara (prevenendo gli incendi), sia di sfruttare ogni minimo scarto legnoso per le attività industriali del paese, come la cottura della calce che richiedeva un fuoco costante per giorni.

3. Terminologia specifica:

 S'impostu: Il punto di raccolta o piazzale di sosta, strategicamente scelto lungo i sentieri forestali per permettere l'accesso e la manovra dei carri a buoi, che altrimenti non avrebbero potuto addentrarsi nel fitto del bosco.

 A gerronada: Il lavoro salariato giornaliero (la "giornata").

 Faschinedda: La singola piccola fascina, dimensionata appositamente per essere maneggiata e trasportata agevolmente a spalla o sulla testa dalle lavoratrici


CAP. 27 Il forno della calce (Su forru de sa cartzina

)

I forni per la produzione della calce a Tonara esistevano fin dall'Ottocento, e forse anche prima, e hanno cessato di funzionare intorno al 1965. A Tonara i forni della calce venivano costruiti nelle zone di Su Pranu, di Istùsule e persino a Su Nuratze, ovvero nei luoghi in cui si trovava la pietra calcarea, che in paese viene chiamata "pietra di pranu" (perda ’e pranu).

Di forni ce n'erano parecchi: quello di zio (tiu) Venturi nella zona di Istùsule, quello di zio Antonio Desotgiu (soprannominato tiu Bisteca) a Su Pranu, quello di zio Nicu Desotgiu vicino a Su Nuratze, quello di zio Nanneddu Piras nella zona nota come sa corte de is boes (il cortile dei buoi), quello di Pietro (Perdu) Cappeddu vicino a Su Toni, e quello di zio Pera Bonu a Santu Leo.

Il forno aveva una forma cilindrica ed era costruito con pietra di scisto e di calcare (contone). Veniva addossato a monte del terreno, mentre la parte anteriore rimaneva libera, dotata di una piccola apertura che conduceva alla bocchetta e al focolare (sa foghilargia). L'altezza della struttura muraria era di quasi quattro metri.

Il focolare era leggermente scavato in profondità per permettere il deposito della cenere (su chinisu). Quando si riempiva, veniva svuotato per garantire il passaggio dell'aria da sotto [il tiraggio]. La produzione della calce iniziava nel mese di aprile e proseguiva fino a Ognissanti, periodo in cui la legna era ben asciutta e garantiva una migliore resa.

La carica del forno avveniva così: inizialmente si sistemava la pietra vicino alla struttura; si cominciava poi dalla base, disponendo in cerchio le pietre grandi a forma di muretto, per una larghezza di quasi un metro. A mano a mano che la muratura si sollevava, questa tendeva a inclinarsi verso l'interno. All'altezza d'uomo si formava un arco, lasciando lo spazio sottostante per il focolare. La volta veniva infine chiusa e bloccata con una pietra sagomata a forma di cuneo (perda a forma de atza).

A questo punto il lavoro continuava dall'alto, avendo cura di posizionare le pietre grandi davanti e quelle più piccole nella parte retrostante. Arrivati alla sommità (sa pòpula) della muraglia caricata a forma di cupola, la pietra veniva coperta con un impasto di argilla (terra lugiana, lett. terra lucida). Il forno era così pronto per la cottura.

Si iniziava riempiendo il focolare con tronchi di legna grossa e si appiccava il fuoco. Questo primo fuoco durava circa due giorni e serviva a scaldare la pietra alla base per eliminare tutta l'umidità. Una volta consumata la legna grossa, si proseguiva la cottura alimentando il fuoco con le fascine. Lavoravano a turno almeno due operai per un minimo di cinque giorni: uno passava le fascine al fochista e quest'ultimo, per mezzo di una forca di legno (fortzidda), le infilava una a una disponendole in cerchio all'interno del focolare. Si introducevano alcune fascine a ogni sformata. Dopo una decina di minuti si continuava a immettere nuove fascine, in modo da mantenere il fuoco sempre vivo e costante.

La pietra grande posizionata sotto la volta del forno doveva rimanere costantemente resa incandescente [rossa] dal fuoco. La cottura partiva dal fondo e, a mano a mano, avanzava verso la sommità. All'inizio il fumo della legna usciva nero dalla cima, ma quando la cottura della pietra era quasi ultimata il fumo diventava bianco. Quando la cottura raggiungeva la sommità, si infilava un lungo bastone di legno (frucone): se l'inserimento avveniva facilmente e senza ostacoli, significava che la cottura della calce era perfetta e allora si poteva cessare il fuoco. Si lasciava raffreddare il forno per uno o due giorni e infine si iniziava a scaricare la calce partendo dalla sommità.

Note di contesto storico e linguistico

1. La tecnologia antica del forno da calce: Il testo descrive in modo impeccabile l'ingegneria dei forni a "calcina" tradizionali della Sardegna. Erano forni a funzionamento intermittente: venivano caricati, accesi per giorni, fatti raffreddare e poi svuotati. La maestria stava tutta nella creazione della volta autoportante interna con le pietre calcaree più grandi, capaci di reggere il peso del carico sovrastante senza crollare sul fuoco.

2. Terminologia tecnica sarda:

 Contone / Perda ’e pranu: Termini locali per indicare i blocchi di pietra calcarea adatta alla cottura.

 Foghilargia / Foghile: La camera di combustione, il punto più basso dove risiedeva il fuoco.

 Pòpula: La sommità o la "bocca" superiore del forno, dove terminava la carica e da cui si monitorava lo stato della cottura attraverso il colore del fumo.

 Frucone: Un lungo palo di legno o ferro usato tradizionalmente per saggiare la consistenza dei materiali o per attizzare il fuoco. Nella cottura della calce, la pietra cotta diventava friabile, permettendo al palo di penetrare senza incontrare la durezza della roccia cruda.

3. La Terra Lugiana: Si tratta dell'argilla o della terra grassa che, impastata con acqua, veniva usata come sigillante sulla sommità del forno per trattenere il calore e i gas, creando una sorta di "camera stagna" regolata che permetteva una cottura uniforme.


martedì 30 giugno 2026

Capitolo 26. Il ritorno alla terra, il matrimonio e una nuova attività

I carrettonai (is carratoneris) giravano la Sardegna per le feste paesane con la carretta tirata dal cavallo per vendere il torrone e altre mercanzie. A quel tempo il torrone si produceva interamente a mano e la cottura avveniva a fuoco lento, alimentato con il legno di agrifoglio (alasi) proveniente dal monte Susu. Le donne tessitrici ordivano il filato e preparavano il telaio. Tessevano l'orbace (furesi), sia fine che grosso, e coperte (fressadas), sacchi da letto (fanugas), lenzuola di lana e tappeti di ogni genere.

Tornando a ciò che mi riguarda personalmente, fin da piccolo avevo fatto il pastore: sapevo pascolare il gregge, mungere e fare il formaggio. Fui costretto a tornare in campagna, poiché ancora non c’era la possibilità di poter emigrare per intraprendere quella via. A Villanova Monteleone conoscevo un allevatore di bestiame con il quale avevo fatto il servo pastore (tzeracu) nell'inverno del 1938. Gli scrissi, facendogli sapere che volevo lavorare: se mi avesse preso a servizio per le pecore, io ero disponibile a servirlo. Questo signore si chiamava Salvatore (Trabadore) Melone. Mi rispose in pochi giorni, accettando la mia richiesta. In famiglia non avevo detto nulla; mamma e papà volevano che aspettassi a casa. Vedendomi partire, però, mi dissero: «Va' con Dio». Con il padrone concordammo la paga dell'anno e, alla scadenza, il rinnovo del contratto.

L'ho servito per quattro anni. Svolgevo il mio servizio con fiducia e mi voleva bene. Eravamo tre servi pastori; a volte mi toccava fare sia da servo che da padrone. Il sabato il padrone se ne andava in paese e il lunedì io, insieme agli altri servi, dovevo mungere le pecore e fare il formaggio quando non portavamo il latte al caseificio. Ho fatto molti sacrifici, però mi sono messo da parte un piccolo capitale e, nel mentre, mi sono fidanzato. Nel 1950, nel mese di maggio, sono tornato a Tonara e a settembre mi sono sposato con Peppina Cappeddu.

Ho fatto il pastore per conto mio, in società con mio fratello Michele. D'inverno la transumanza ci portava verso la zona di Oristano o verso quella di Cagliari. Al terzo anno, nel 1953, decisi di cambiare lavoro e comprai una licenza di panificazione da uno che aveva cessato l'attività. Mi feci fare il progetto dell'impianto per aprire il panificio. Prima di cominciare, però, trascorsero dieci mesi. In quel periodo lavorai con mio suocero Pietro (Perdu) Cappeddu nel forno della calce di sua proprietà. Era un lavoro duro e pesante, ma lo facevo con passione, e ad esso paragono queste mie storie.

Anche i miei fratelli Antonio, Raffaele (Orrofele), Michele e mia sorella Annunziata cominciavano a sistemarsi. Giovanni, un fratello che avevo avuto, è morto a sedici anni. La mia famiglia, come ho detto, era di pastori, mentre quella di mio suocero era di agricoltori (massaos). Papà ha fatto il pastore per tutta la vita; anche mio fratello Antonio ha fatto il pastore e, in seguito, dopo essersi sposato, ha aperto una bottega di alimentari e articoli vari. Raffaele, all'inizio, ha imparato a fare il calzolaio, poi ha fatto il pastore per parecchi anni nella Nurra di Sassari. Tornato a Tonara, ha fatto di nuovo il calzolaio e, in un secondo tempo, ha fatto l'ambulante vendendo scarpe. Michele, il più piccolo della famiglia, faceva il pastore con papà, finché anche lui ha lasciato la campagna per fare il bidello nelle scuole. Annunziata, infine, finché non si è sposata, aiutava mamma in casa e tesseva al telaio per fare tappeti, coperte e...

Note di contesto storico e linguistico

1. Il sistema del servaggio ("Su tzeracu"): Nell'economia agropastorale sarda della prima metà del Novecento, il contratto di tzerachia (servaggio) regolava il lavoro dei giovani che si mettevano al servizio dei grandi proprietari di bestiame. Spesso la paga annuale veniva corrisposta in parte in denaro e in parte in natura (capi di bestiame), permettendo ai giovani volenterosi, attraverso anni di privazioni, di accumulare un "piccolo capitale" per potersi sposare e mettersi in proprio.

2. La transumanza invernale ("Tramudare"): Il testo cita gli spostamenti invernali verso le pianure di Oristano (banna de Aristanis) o del Campidano di Cagliari (banna de Casteddu). I pastori di Tonara e della Barbagia, a causa del gelo e della neve sul Gennargentu, erano costretti a trasferire le greggi per via aerea o a piedi verso le più miti pianure meridionali dall'autunno fino alla primavera.

3. I Forni della Calce ("Forru de sa cartzina"): Il lavoro svolto con il suocero Pietro a Su Pranu era una delle attività industriose tipiche di Tonara. La produzione della calce richiedeva l'estrazione della pietra calcarea, che veniva poi cotta ad altissime temperature per giorni interi all'interno di grandi forni in muratura alimentati a legna. Un lavoro faticoso che richiedeva forza e costante sorveglianza del fuoco.

4. Massaos e Pastores: Il testo evidenzia la distinzione sociale ed economica dell'epoca tra la famiglia del protagonista (pastores, dediti all'allevamento ovino e alla transumanza) e quella della moglie Peppina (massaos, i contadini o proprietari terrieri dediti alla coltivazione dei campi e all'uso dei buoi).

5. Nomi propri e varianti: * Trabadore è la variante centro-sarda per Salvatore.

 Perdu corrisponde a Pietro.

 Orrofele è la forma sarda per Raffaele.

 Nurra indica la vasta regione pianeggiante nel nord-ovest della Sardegna (vicino a Sassari), storicamente meta di grandi pascoli e bonifiche agrarie.


​Capitolo 25. Il ritorno a Tonara: un paese industrioso


La dura e lunga naja oramai era finalmente finita. Ritornato alla vita civile, in abiti borghesi, dovevo intraprendere la via del lavoro e inventarmi un futuro. Nella mia famiglia erano tutti dediti alla pastorizia; possedevamo anche un piccolo pezzo di bestiame, ma non era sufficiente per garantire il sostentamento di tutti, me compreso. In quel periodo, se uno non aveva un mestiere specifico tra le mani, non era per niente facile trovare un'occupazione.

Finita la guerra, l'economia di Tonara non era cambiata di una virgola e continuava a basarsi quasi interamente sulla pastorizia e sul duro lavoro della terra. Perfino il contadino che possedeva i buoi, per riuscire a tirare avanti e racimolare qualcosa in più, doveva adattarsi a fare il carrettiere per conto terzi.

Tonara, tuttavia, era un paese profondamente industrioso e ricco di antichi mestieri. Nei nostri boschi lavoravano accanitamente i segantini (is serradores): artigiani specializzati che squadravano i grossi tronchi di castagno e, direttamente in campagna sul posto, li segavano a mano per ricavarne travi e tavole, utilizzando grandi seghe biposto e una caratteristica struttura di legno chiamata "cavalletto da segare" (su caddu de serrare). Altri operai erano specializzati nel segare le traversine destinate ai binari della ferrovia, mentre nei fitti boschi i boscaioli e i carbonai producevano il carbone vegetale.

In località Su Pranu, un'area ricca di pietra calcarea e di ottima argilla, sorgevano i forni per la produzione della calce, dei mattoni e delle tegole. In paese non mancavano poi i maestri del legno, ebanisti capaci di realizzare splendidi mobili, e altri artigiani addetti alla costruzione e alla manutenzione dei carri a buoi e dei calessi per i cavalli.

A questo tessuto economico si univano i celebri campanari (is sonagiargios), che producevano diversi tipi di campanacci (pitiolos) in bronzo e ferro: su tracatzoleddu, su pitiolu de tres, su chiminu, su setinu, su deghinu e su binnighinu, ognuno caratterizzato da dimensioni e tonalità specifiche. Questi strumenti venivano appesi al collo del bestiame e, quando gli animali pascolavano nei campi, il loro rintocco diffondeva un suono che rendeva la nostra campagna armoniosa, come un concerto a cielo aperto.

C'erano poi i venditori ambulanti di torrone, i carrettonai (is carratoneris), che giravano instancabilmente tutta la Sardegna in occasione delle feste paesane, spostandosi con grandi carrette coperte e tirate da cavalli per vendere il torrone e altre mercanzie. A quel tempo il torrone si produceva ancora interamente a mano: la lunghissima cottura avveniva all'interno di grandi calderoni di rame a fuoco lento, alimentato rigorosamente con il legno di agrifoglio (alasi) raccolto sui boschi del monte Susu.

Mentre gli uomini lavoravano nei boschi e nelle officine, le donne mantenevano viva l'arte della tessitura. Ordivano instancabilmente il filato e preparavano i grandi telai di legno. Tessevano l'orbace (furesi), sia nella sua trama più fine che in quella più grezza e pesante, e realizzavano coperte (fressadas), sacchi da letto (fanugas), lenzuola di lana e splendidi tappeti di ogni genere. Era un paese che cercava di dimenticare gli orrori del conflitto attraverso la dignità e la fatica del lavoro quotidiano.

Note di contesto storico e linguistico

1. La vita civile ("Vida burghese"): Nel sardo del periodo bellico e post-bellico, l'espressione "vita borghese" non aveva una connotazione di classe sociale o economica. Significava semplicemente il ritorno alla vita da civile e il momento, tanto desiderato, di potersi finalmente togliere la divisa militare per reindossare i vestiti da "borghese".

2. I segantini ("Is serradores") e l'uso del legno: Tonara è storicamente circondata da maestosi boschi di castagno e rovere. I segantini svolgevano un lavoro faticosissimo: abbattevano gli alberi e ricavavano il legname da costruzione direttamente sul luogo del taglio. Su caddu de serrare era l'alto cavalletto su cui veniva issato il tronco; un segantino lavorava in piedi sopra il tronco e l'altro a terra, muovendo una lunghissima sega verticale.

3. I campanacci ("Pitiolos" e "Sonagiargios"): La produzione di campanacci per il bestiame è uno dei marchi di fabbrica dell'artigianato di Tonara, unico in tutta la Sardegna. I nomi elencati nel testo (su setinu, su deghinu, ecc.) indicano la pezzatura e la nota musicale del campanaccio. I pastori sardi sceglievano con cura le combinazioni di suoni per identificare i propri capi a distanza e per legare gli animali al territorio attraverso un paesaggio sonoro inconfondibile.

4. Il Torrone artigianale e il legno di Agrifoglio ("Alasi"): Il torrone di Tonara è il più celebre della Sardegna. Il segreto custodito nei ricordi del testo riguarda il combustibile: il legno di agrifoglio (alasi) ricavato dal monte Susu. Questo legno pregiato brucia lentamente, garantendo il calore costante necessario per le ore di lavorazione e mescolamento del miele e degli albumi, senza produrre fumi neri che avrebbero rovinato l'aroma del dolce.

5. L'Orbace ("Furesi") e la tessitura femminile: Il furesi (orbace) è il tessuto di lana grezza di pecora sarda, follato e reso impermeabile attraverso un lungo processo di lavorazione. Era la materia prima con cui venivano confezionati i resistentissimi abiti dei pastori, i cappotti e i gambali, capaci di resistere alle intemperie e al freddo del Gennargentu. La produzione domestica di coperte (fressadas) e sacchi d'ortica o lana (fanugas) rappresentava la spina dorsale dell'economia domestica femminile.


Il tempo dei campanacci e dei centenari

Di Alusac Eleirbag Il sole picchiava forte su Tonara, di quel caldo che ti costringe a cercare subito l’ombra. Come faccio quasi sempre, mi ...