lunedì 29 giugno 2026

​Su niu ‘e Crobu “Il nido del corvo" di Piergiorgio Pulixi


Ho appena chiuso l’ultima pagina di "Il nido del corvo", l'ultimo lavoro di Piergiorgio Pulixi, e sento il bisogno di mettere nero su bianco le mie impressioni. Pulixi è un autore prolifico nel panorama della crime fiction italiana, ma personalmente ho scelto di soffermarmi su due tappe precise: "La donna nel pozzo" e, appunto, questo suo ultimo romanzo. Entrambi hanno avuto lo stesso, identico potere su di me: mi hanno catturato dalle prime battute, tenendomi in una tensione costante e sospesa fino all'ultima riga.

L'ombra di Simenon e i chiaroscuri dell'anima

Mentre leggevo, non ho potuto fare a meno di tracciare un parallelo spontaneo. Credo fermamente che chi ama la penna di Pulixi non possa non amare Georges Simenon. Il legame profondo che unisce il maestro belga all'autore cagliaritano risiede nella loro comune predilezione per il romanzo psicologico e d’indagine.

Pulixi firma qui una storia ipnotica e avvolgente, capace di scandire una vera e propria deriva nei chiaroscuri dell'anima umana. Al centro di tutto c'è una coppia di indagatori indimenticabili: Daniel Corvo e Viola Zardi. Partner nel lavoro ma opposti per indole e visione del mondo, i due si muovono come il giorno e la notte:

 Lui, una mentalità da monaco guerriero, ancorato alla famiglia e alla fede per tenere a bada antichi traumi.

 Lei, uno spirito in tempesta con il fascino dell'azzardo nel gioco.

La loro caccia allucinata comincia con il ritrovamento di un macabro reperto che vale come una firma: una mano femminile, troncata e in stato di perfetta conservazione. L'assassino agisce come un vero "artista della morte" che non sta semplicemente sfidando gli investigatori, ma li ha scelti, attirandoli tra le paludi e gli stagni di sale. Più Corvo e Zardi si avvicinano alla verità, più diventa chiaro che le prime vittime erano solo un drammatico prologo.

La Sardegna dell'Oristanese: tra West selvaggio e lande crepuscolari

Da lettore — ma soprattutto da Avvocato del Foro di Oristano — uno degli aspetti che più ho amato di questo libro è lo sfondo. Pulixi dipinge una Sardegna sospesa tra un West selvaggio e lande crepuscolari, sapendo valorizzare magistralmente un territorio a me così familiare e caro: la splendida Penisola del Sinis, la stessa città di Oristano, Cabras e Arborea.

Muoversi tra le pagine e ritrovare non solo i paesaggi, ma anche i luoghi della giustizia quotidiana — come la Questura di Oristano, il Tribunale e la Procura della Repubblica — ha dato alla lettura un sapore del tutto particolare. È vero, si tratta di fiction e i personaggi sono nati dalla pura inventiva dell'autore; eppure, per chi respira quell'aria e calpesta quei corridoi per professione, vi assicuro che queste figure lasciano senza dubbio il segno. Sono credibili, dense, vive.

Uno sguardo al futuro: dal Sinis al Gennargentu?

Chiuso il libro, resta la suggestione e, perché no, un piccolo auspicio. Chissà che Pulixi, cagliaritano di nascita ma ormai cittadino del mondo letterario, un giorno non decida di unire i puntini della Sardegna più profonda. Sarebbe affascinante leggere una sua crime fiction tesa sull'asse Milano - Centro Sardegna, capace di muoversi tra i grattacieli milanesi e l'aspra bellezza dei paesi del Gennargentu come Tonara, Desulo e Fonni.

Nel frattempo, “Il nido del corvo” si conferma un noir psicologico di altissimo livello che vi terrà incollati alle pagine. Consigliatissimo


domenica 28 giugno 2026

Capitolo 22. Ščobruk: zio Toni, zia Petruska, Ivan e Olga

La compagnia salì a bordo di una tradotta militare e, dopo molte ore di viaggio, arrivammo finalmente a destinazione. La meta era Ščobruk, una località situata a circa 20 chilometri da Gomel', un importante centro della Bielorussia; fu lì che ci ricongiungemmo definitivamente al resto del nostro reparto. Non appena arrivati, ricevemmo l'ordine di cercarci un alloggio in autonomia. In quella città, prima del nostro arrivo, erano già giunti molti altri soldati italiani appartenenti a diversi reparti. Ci sistemammo alla meglio, divisi in gruppi di cinque o sei militari per abitazione.

Io, insieme a quattro miei amici, trovai ospitalità presso una famiglia del posto con due figli. Quella povera gente non poteva negarci il vitto e l'alloggio, eppure divideva con noi il pochissimo che aveva. Disponevano infatti di pochissimo spazio per vivere: la casa consisteva in un'unica grande stanza che faceva contemporaneamente da camera da letto e da cucina. All'esterno c'erano la stalla, la legnaia e un piccolo orto davanti all'ingresso. In quell'unico ambiente interno dormivano tutti insieme: marito, moglie e i due figli. Al centro della stanza dominava la grande stufa russa in muratura per scaldare l'ambiente, e davanti c'era il focolare con il fuoco sempre acceso. Noi soldati ci sistemammo da un lato della stanza con i nostri sacchi a pelo e i pagliericci; poiché erano morbidi e non rigidi, la mattina li arrotolavamo per liberare spazio e li srotolavamo la sera per la notte. Il nostro comportamento fu sempre corretto e improntato al massimo rispetto, tanto che ben presto iniziammo a convivere come se fossimo un'unica grande famiglia. In quella casa siamo rimasti per più di tre mesi.

I componenti di quella brava famiglia si chiamavano zio Toni, zia Petruska, e i figli Ivan e Olga. Ogni giorno noi soldati ci presentavamo al comando di compagnia per ritirare il rancio, ma perlopiù ci consegnavano viveri a secco che poi portavamo a casa per cucinarli. Molte volte capitava di mangiare tutti insieme attorno allo stesso tavolo. Ricordo zia Petruska sempre attiva, intenta a sbucciare le patate per poi schiacciarle e mischiarle alla farina, un espediente per allungare l'impasto e fare il pane. Zio Toni, invece, possedeva un cavallo e un calesse ed era costantemente precettato dai tedeschi: a qualsiasi ora del giorno o della notte lo chiamassero, doveva mettersi al loro servizio per trasportare merci da un posto all'altro. Con il volto preoccupato, i due coniugi ci confidavano spesso il loro terrore: «Se non diamo retta a quello che dicono, ci deportano in Germania».

In quel periodo la guerra al fronte sembrava apparentemente ferma e stabile. "Radio Fante" — le voci che circolavano continuamente tra noi soldati — diceva che dall'Italia sarebbe presto arrivato nuovo materiale militare e che saremmo tornati nella zona delle operazioni. Siccome non eravamo impiegati in servizi di guardia continuativi, di giorno uscivamo a fare quattro passi nei dintorni per passare il tempo. Spesso andavamo a cercare il prete ortodosso russo, il pope. Era una persona molto alla mano: ci raccontava come funzionava la loro religione e ci spiegava che, oltre a celebrare la messa, doveva lavorare la terra come tutti gli altri per sopravvivere.

Zio Toni e zia Petruska avevano anche una mucca. Non appena l'animale aveva partorito, i tedeschi avevano requisito il vitello, lasciando alla famiglia solo la vacca. Oltre a questo, ogni singola mattina i soldati germanici si presentavano per prendere il latte e una parte consistente doveva essere consegnata direttamente al capozona del comando tedesco. Spinto dalla curiosità, un giorno chiesi a zia Petruska in russo: «Kuda moloko?» (Dove porti il latte ogni mattina?). E lei, con un sospiro rassegnato, mi rispose: «Nemeckim» (Ai tedeschi). Poi aggiunse: «Se non consegniamo il latte, vengono e ci portano via anche la mucca».

Note di contesto storico e linguistico

1. La Bielorussia e la piazzaforte di Gomel' (Primavera 1943): Dopo il crollo del fronte sul Don nel gennaio 1943, i resti dell'ARMIR (8ª Armata Italiana) vennero progressivamente arretrati nelle retrovie. La zona di Gomel' (importante snodo ferroviario nella Bielorussia meridionale) e i villaggi limitrofi come quello citato nel testo divennero aree di riordinamento e presidio. In questa fase, i reparti italiani superstiti vissero un lungo periodo di stasi in attesa di capire se sarebbero stati riarmati per tornare al fronte o rimpatriati in Italia.

2. Il fenomeno di "Radio Fante": Nel gergo militare italiano, l'espressione "Radio Fante" indicava il complesso di voci, indiscrezioni, smentite e speranze che si diffondevano tra i soldati in mancanza di notizie ufficiali. In quel momento di incertezza, la speranza di ricevere nuovi materiali dall'Italia rifletteva il desiderio dei comandi di mantenere l'efficienza bellica, anche se la realtà storica vedrà di lì a poco il rimpatrio quasi totale del contingente superstite.

3. La coabitazione nelle isbe e la stufa russa: Il racconto descrive perfettamente l'architettura e la vita sociale della campagna slava. La casa russa o bielorussa tradizionale (isba) era spesso un monolocale dominato dalla grandiosa stufa in muratura (peč'), che fungeva da riscaldamento, forno per il pane e persino da letto (la parte superiore, calda, era riservata ai bambini o agli anziani). La convivenza forzata tra soldati occupanti e civili si trasformava frequentemente, nel caso degli italiani, in un rapporto di mutuo aiuto e rispetto, ben diverso dal duro regime imposto dai tedeschi.

4. Le requisizioni tedesche e il lavoro coatto: Il testo evidenzia il contrasto stridente tra l'atteggiamento italiano e quello tedesco. L'esercito tedesco (Wehrmacht) gestiva i territori occupati con estrema durezza attraverso il sistema delle requisizioni forzate (il latte, il vitello) e il lavoro coatto dei civili (zio Toni obbligato a fare i trasporti con il calesse). La minaccia della deportazione in Germania come lavoratori forzati (Ostarbeiter) era una realtà quotidiana che terrorizzava la popolazione locale.

5. Il Pope e la religione ortodossa: Il "pope" è il sacerdote della Chiesa ortodossa. Sotto il regime sovietico, la pratica religiosa era stata duramente repressa e molti preti erano stati costretti a svolgere lavori manuali o agricoli per integrarsi nell'economia statale e sfuggire alle persecuzioni. Durante l'occupazione dell'Asse vi fu una parziale e tollerata riapertura delle chiese, e la figura del pope rimaneva un punto di riferimento spirituale e sociale per la comunità.

6. Correzione dei termini linguistici: I nomi e i termini russi sono stati adattati per fedeltà storica e linguistica: Etrusca o Petrus è stato ricondotto al tipico nome slavo Petruska (diminutivo di Praskovja o Pëtr); la domanda Cuda malaco è stata corretta nella trascrizione esatta Kuda moloko? (Dove va il latte?); la risposta A mimeschi è stata corretta in Nemeckim (Ai tedeschi, lett. "ai muti", termine storico slavo per indicare i germanici). La città di Gomme è la grande città bielorussa di Gomel'


domenica 21 giugno 2026

“Minca maccaca” la poesia di Peppino Mereu dimostra una straordinaria contemporaneità spirituale con la Scapigliatura.

 Di Alusac Eleirbag

Il componimento Minca maccaca di Peppino Mereu presenta profonde ed evidenti affinità con la poetica e l'immaginario della
Scapigliatura, il movimento letterario e artistico sviluppatosi nell'Italia settentrionale (in particolare a Milano) a partire dagli anni Sessanta dell'Ottocento.

Sebbene Mereu operasse in un contesto geografico e culturale isolato come quello della Barbagia di fine Ottocento, la sua sensibilità "maledetta", esasperata dalle sofferenze fisiche e dalle ingiustizie sociali, lo porta a condividere i medesimi canoni estetici degli scapigliati (quali Arrigo Boito, Emilio Praga o Igino Ugo Tarchetti).

Le principali similitudini strutturali, tematiche e concettuali si articolano sui seguenti punti:

1. Il binomio "Ideale e Vero" (Il dualismo boitiano)

La caratteristica fondante della Scapigliatura è il dualismo lacerante tra l'aspirazione verso l'alto (la bellezza, la purezza, la politica ideale) e la caduta verso il basso (il fango, il vizio, la carne lacerata).

 Nel testo: Troviamo questa esatta dicotomia nella nona strofa: "Si non fist'istada macca e vana, nalzende in cortesia e in politica, ancora fisti istada frisca e sana". Mereu evoca la dimensione "alta" dell'impegno civile e della "politica" (per cui è celebre in altre opere), contrapponendola brutalmente alla miseria della carne malata e degradata dal vizio.

2. Il gusto per l'orrido, il macabro e l'anti-lirismo

Gli scapigliati rifiutavano categoricamente la tradizione poetica classica e romantica, che idealizzava la donna e l'amore. Al contrario, introducevano nei versi la malattia, i corpi in decomposizione, il sangue e l'anatomia clinica (si pensi alla poesia Lezioni d'anatomia di Bernardino Zendrini o a A una mummia di Emilio Praga).

 Nel testo: Mereu adotta un linguaggio crudo ed esplicito, del tutto privo di eufemismi moralistici. Descrive realisticamente i sintomi della patologia venerea con espressioni cliniche e disturbanti: "sa funtana 'e su muccu" (la fontana del muco), il dovere "iscolare e isporcare cotone", e la definizione di un "buccu puzzolente e feu". Questo realismo medico ed escrementizio è un pilastro della poetica ribelle scapigliata, volto a scioccare il lettore borghese e puritano.

3. La dissacrazione del corpo e l'ironia macabra

Sia Mereu sia gli autori scapigliati utilizzano l'ironia cupa e il grottesco come scudo per esorcizzare il terrore della morte e della decadenza fisica. La risata non è serena, ma è un riso amaro e cinico (lo humour nero).

 Nel testo: La personificazione dello stesso organo sessuale (trattato come un'entità autonoma dotata di una propria "testa" stolta) trasforma una tragedia biologica incurabile in una farsa teatrale e dissacrante. L'invito finale a "pianghe e prega e faghe votu a sa chirurgia" (piangi, prega e fai voto alla chirurgia) unisce la sfera sacra a quella della mutilazione medica con un cinismo tipicamente scapigliato.

4. La figura del poeta "maledetto" e ribelle

Gli scapigliati vivevano ai margini, incarnando il mito del bohémien tormentato dal destino, dalle privazioni economiche e dalle malattie fisiche o psichiche.

 Nel testo: Anche se l'opera si inserisce formalmente nella tradizione sarda d'occasione (la poesia de s'orina), l'attitudine che emerge è quella dell'artista d'avanguardia che non ha paura di esibire la propria vulnerabilità e degradazione. Esprimendo il rimpianto per una giovinezza compromessa ("m'has giuttu a sos istremos de sa vida"), Mereu si allinea perfettamente all'atteggiamento esistenziale dei poeti milanesi, accomunati da una vita breve, intensa e tragicamente segnata dalla malattia (il diabete e la tisi per Mereu, l'alcolismo e la tisi per molti scapigliati).

In conclusione, Minca maccaca dimostra una straordinaria contemporaneità spirituale con la Scapigliatura: entrambe le poetiche strappano il velo dell'ipocrisia formale per sbattere in faccia al lettore la carne dell'uomo per quello che è, nuda, malata e sofferente, ma ancora straordinariamente capace di produrre arte attraverso il filtro dell'ironia e della provocazione.


Peppino Mereu oltre il mito: l’analisi e la verità storica dietro "Minca maccaca"


Di Alusac Eleirbag

La figura di Peppino Mereu (Tonara, 1872 – 1901) è una delle più amate e complesse della letteratura sarda. Noto al grande pubblico soprattutto per i suoi profondi canti di protesta sociale e politica – uno su tutti, Nanneddu meu –, il poeta barbaricino possedeva anche una vena artistica radicalmente diversa, legata alla tradizione goliardica, bernesca e clandestina. Il componimento noto come "Minca maccaca" (letteralmente

"Membro sciocco/pazzo") è il perfetto emblema di questa produzione sotterranea: un'invettiva cruda, umoristica e disperata in cui l'autore dialoga e si scontra con il proprio organo sessuale, personificato e ritenuto colpevole dei suoi mali fisici.

Il Contesto Storico e il Mistero della Datazione

Trattandosi di un componimento erotico e d'occasione (ascrivibile alla tradizione popolare sarda della poesia de s'orina o dell'invettiva scatologica), il testo non è mai confluito nelle pubblicazioni ufficiali dell'epoca. Ha viaggiato per decenni quasi esclusivamente per via orale o attraverso manoscritti privati tra amici, privandoci di un documento d'archivio che ne attesti l'anno esatto di composizione.

Tuttavia, incrociando i riferimenti testuali con i dati biografici dell'autore, la critica colloca l'opera tra il 1895 e il 1899. Si tratta del periodo successivo al rientro di Mereu a Tonara dopo aver prestato servizio nell'Arma dei Carabinieri, da cui si era congedato proprio per motivi di salute. Furono anni difficili, segnati da peregrinazioni, ristrettezze economiche e da un progressivo e inesorabile declino fisico.

Analisi del Testo: Tra Dolore e Ironia Bernesca

Scritta in lingua sarda (nella varietà logudorese/barbaricina), la poesia si sviluppa attraverso una sequenza di terzine chiuse da un distico o da una quartina finale. Lo stile è volutamente antilirico: la lingua è esplicita, priva di eufemismi moralistici e infarcita del lessico anatomico popolare (minca, cunnu) accostato a precise terminologie mediche del tempo (sifilitica, iscolazione, chirurgia).

Il componimento si snoda lungo quattro nuclei tematici principali:

 La personificazione del fallo: Il poeta sposta la colpa delle sue sventure fuori da sé, trattando l'organo come un'entità autonoma e stolta ("de testa ses istada pagu azzetta") che lo ha trascinato al bordello e all'ospedale ("tue est chi m'has giuttu a su casinu, / tue est chi m'has trazzadu a s'ispidale").

 Il realismo della malattia: Sotto la superficie comica emerge il dramma delle infezioni veneree nell'era pre-antibiotica. Espressioni come "oe ses sa funtana 'e su muccu" (oggi sei la fontana del muco) o il riferimento al dover "iscolare e isporcare cotone" descrivono senza filtri i sintomi dolorosi e debilitanti della blenorragia (la gonorrea, definita nel testo "iscolazione").

 Il pentimento economico e fisico: Viene lamentato il paradosso di aver rovinato il proprio corpo e speso persino del denaro ("m'has fattu ispender unu francu") per un rapporto fugace ("pro ti leare mes'ora 'e gustu") e tutt'altro che memorabile ("gustosu fessed'istau assumancu!").

 La condanna all'astinenza: Come misura punitiva, il poeta impone al proprio corpo un'astinenza totale, vietando persino l'autoerotismo ("pro finas de ti fagher sa pugnetta") e minacciando metaforicamente di legare l'organo con una corda di canapa ("una trobea", la pastoia per il bestiame).

Il Contrasto Biografico: La Sifilide Letteraria e il Vero Certificato di Morte

Per molto tempo, la presenza esplicita nel testo di parole come "sifilitica" (strofa 10) ha alimentato la leggenda storiografica secondo cui Mereu fosse morto proprio a causa del "mal francese", unito alla tisi. In realtà, i documenti d'archivio smentiscono parzialmente questa ricostruzione romantico-maledetta.

Il registro ufficiale degli atti di morte del Comune di Tonara attesta che Peppino Mereu si spense l'11 marzo 1901 e indica come causa clinica del decesso il diabete. All'epoca, in assenza di una terapia insulinica (scoperta solo negli anni '20 del Novecento), il diabete era una patologia letale che portava a un rapido e fatale deperimento organico.

Come si spiega, allora, il contenuto di Minca maccaca? La discrepanza si risolve muovendosi su due binari:

1. La coesistenza delle patologie: È storicamente probabile che il poeta, durante gli anni nel corpo dei Carabinieri, avesse effettivamente contratto un'infezione venerea (come la gonorrea o una forma non letale di sifilide), ricavandone i tormenti descritti. L'infezione avrebbe minato la sua salute, ma a stroncarlo definitivamente a soli 29 anni fu la crisi diabetica.

2. L'iperbole del topos letterario: Nella tradizione sarda de s'orina, l'esagerazione cinica era una regola stilistica. Maledire il proprio sesso accusandolo delle peggiori piaghe e malattie dell'epoca serviva a calcare la mano sul pentimento, trasformando il dolore privato in una farsa grottesca e catartica.

Conclusione

Minca maccaca non è solo un tassello goliardico e bizzarro, ma un documento umano di straordinaria forza. Dimostra come Peppino Mereu fosse capace di guardare in faccia la miseria, la malattia e la sventura materiale e, anziché cedere al pietismo, abbia scelto di esorcizzarle con un'ironia dissacrante e liberatoria, consegnandoci il ritratto di un uomo che, anche di fronte al declino del proprio corpo, non ha mai perso la sua tagliente lucidità poetica.


MINCA MACCACA

 

1.

Minca maccaca, funesta e fatale, 

tue est chi m'has giuttu a su casinu, 

tue est chi m'has trazzadu a s'ispidale

 

2. 

solu pro m'iscazzare unu pappinu. 

Pro cantu t'happ'a giughere appiccada

non piùs has'a andare a s'affainu.

 

3.

Una olta 1'has fatta s'acconcada 

intrada ti nde sese in d'unu buccu 

e bessida nde sese allusinzada.

 

4.

Oe ses sa funtana 'e su muccu, 

de testa ses istada pagu azzetta, 

creias chi su cunnu fiat succu.

 

5.

No bi penses piùs in sa faldetta, 

de corno in pois benis proibida 

pro finas de ti fagher sa pugnetta.

 

6.

Pro t'esser un'istante divertida 

già mi 1'has arrangiadu su fiancu: 

m'has giuttu a sos istremos de sa vida,

 

7.

in prùs m'has fattu ispender unu francu 

pro unu buccu puzzolente e feu: 

gustosu fessed'istau assumancu! 

 

8.

Da chi non connoschias cussu impreu, 

proite ses intrada in tale tana 

a ruinare su fisicu meu?

 

9.

Si non fist'istada macca e vana, 

nalzende in cortesia e in politica, 

ancora fisti istada frisca e sana.

 

10.

Oe ses ispilida e sifilitica 

finas sos cazzos de sette unu soddu 

ti narant male e ti faghent sa critica.

 

11.

De canto fisti cun su cunnu a coddu, 

minca, pro non dare attenzione 

su latte cunveltidu s'est in gioddu.

 

12.

T'hasa abbrazzadu s'iscolazione 

e atteru non faghes, minca fea, 

che iscolare e isporcare cotone.

 

13.

Si a coberrer ti torrat s'idea 

pro comente m'has como iscramentadu, 

ti ponzo de cannau una trobea.

 

14.

Medas boltas t'haia prezettadu, 

minca, de non ferrere a s'intaccu 

tue a s'intaccu has tiradu e 1'has ciappadu. 

 

15.

De ti giugher gasie so istraccu 

chi m'has privadu de buffare mustu, 

non cheres mancu chi fume tabaccu.

 

16.

Pro ti leare mes'ora 'e gustu 

ti ses bettada che musc'a sa zega, 

sa testa in d'una balza t'has'infustu.

 

17.

Ses a tempus ancora, pianghe e prega 

e faghe votu a sa chirurgia 

si no nde perdes tottu sa buttega.

 

18.

Eo ti cherzo senza maladia 

a su nessi pro podere esclamare 

a sas bajanas bellas «minca mia».

 

19.

E tue si cheres cun megus restare, 

pro finas chi ti passet cuss'isfogu, 

cun su cunnu non torres a brigare 

chi sa pest'est timida in ogni logu.

 

                                 

​Su niu ‘e Crobu “Il nido del corvo" di Piergiorgio Pulixi

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