Di Alusac Eleirbag
Il sole picchiava forte su Tonara, di quel caldo che ti costringe a cercare subito l’ombra. Come faccio quasi sempre, mi sono incamminato verso il bar di Fulvio, un porto sicuro per rinfrescarsi le idee e fare due chiacchiere. Entrando, ho trovato seduto ai tavolini il mio amico Dearca. Ci siamo guardati, abbiamo ordinato da bere – perché un goccio di vino buono non si nega mai, anche solo per fare economia sui pensieri – e abbiamo iniziato a far girare le lancette dell'orologio all'indietro.
Dearca è uno di quelli che ha la valigia nella memoria: è emigrato da Tonara nel lontano 1959, a soli diciannove anni, quando qui non c’era quasi nulla.
Proprio mentre ci stavamo accomodando, è passato Cocco. Vedendolo, mi è venuta la curiosità e ho chiesto a Dearca se per caso fosse della sua stessa età. Lui ha subito scosso la testa, sorridendo: «Minimo, minimo abbiamo quattro anni di differenza, io sono più grande». Da lì ci siamo tuffati nei ricordi di quegli anni di polvere e cantieri. Dearca mi raccontava di quando lavorava con l’impresa Zanchini, prima a Siniscola e poi su a Tonara. Mi ha fatto rivedere con i suoi occhi il paese com'era prima del boom edilizio del '62. Mi descriveva il vecchio Comune, prima che lo buttassero giù: sul piano basso il Dottor Rocco, e davanti la scala esterna, al primo piano la stanza del segretario in cima. All’epoca c’erano i rioni storici Arasulè, toneri e Teliseri. Ilala’ non ricordo che fosse abitato quando sono andato via da Tonara nel 59. Le prime case che cominciavano a spuntare dove prima c’era solo campagna.
Davanti a quel tavolo, la mappa dell'emigrazione tonarese si è aperta da sola. Abbiamo ricordato i flussi della nostra gente. Se quasi tutti partivano per le miniere del Belgio, per la Francia o la Germania, e poi a centinaia verso Torino e Milano a metà degli anni Sessanta, c'erano storie che sembravano romanzi. Come Agostino, partito per l'Argentina nel '61 – un caso unico, dicevamo – o Bartolo Succu e Paolo Cabras, che nello stesso identico periodo avevano scelto una rotta completamente diversa, imbarcandosi addirittura per l'Australia.
Proprio mentre parlavamo di libri e di storie di paese, è stato Dearca a tirar fuori un racconto che lo aveva colpito profondamente. Mi ha parlato di un libro che gli aveva regalato sua cognata da Torino, intitolato “i rintocchi di Galuse. Ascoltandolo, mi sono reso conto di quanto quel testo fosse potente: mi ha descritto una storia vera di violenza e di silenzi protettivi, ambientata tra Tonara e Milano, ma capace di toccare l'anima più profonda della nostra comunità.
Ma la cosa che più aveva affascinato Dearca di quel libro era il modo in cui descriveva l'arte dei nostri artigiani. Mi ha riportato alla mente la figura dello zio del protagonista, un maestro dei campanacci. Dearca si è soffermato sui dettagli, ricordando come nel testo si parlasse dell'accordatura del ferro e del suono dell’agnone, il tipico campanaccio profondo. Mi spiegava la cura quasi mistica che c'era dietro quel mestiere: il segreto non stava solo nel forgiare il metallo, ma nella sensibilità straordinaria di legare il timbro e la tonalità della campana al carattere stesso dell'animale. Una pecora o una mucca più nervosa o più calma avevano bisogno di una musica diversa al collo, e il pastore riconosceva lo stato della sua bestia solo ascoltando il pascolo da lontano. Nel romanzo c'era persino la scena di una bardana – una razzia – in cui a un animale veniva bruciato o rovinato il campanaccio, una ferita che per un pastore andava oltre il valore materiale.
«La poesia sarda è questo», dicevo a Dearca, appassionandomi al suo racconto, «è descrizione, immaginazione, ma soprattutto racconto dei sentimenti e di questa sensibilità profonda per i nostri mestieri».
E da lì, il passo verso le mie ricerche è stato breve. Gli ho raccontato delle lunghe interviste che sto facendo a Tia Chicca. Lei è una miniera d'oro: mi ha parlato del vecchio latifondo di Arangino e dell'impero industriale del legname di Manfredi Gessa, che dava lavoro a duecento operai in tutto il territorio. Due giganti la cui fine drammatica – l'assassinio di Arangino e il suicidio di Manfredi dopo il violento diverbio per il disboscamento di Montefuso – ha cambiato per sempre il destino economico di Tonara, spalancando le porte all'emigrazione di massa.
Poi, con l'orgoglio che mi stringe sempre la gola, sono passato a parlargli di mio babbo, Benigno. Gli ho confessato la fatica e la bellezza del lavoro che sto facendo: sto traducendo in italiano il libro sulla sua vita. Il primo volume era scritto preservando il sound del suo dialetto, e ora riportare quelle dinamiche in italiano è uno scoglio. Ridevo con Dearca del traduttore automatico che, davanti dei ricordi della Campagna di Russia, mi trasponeva tutto in "russo vero"!
Ho condiviso con lui quell'incredibile aneddoto che babbo non aveva messo nel libro, ma che è emerso quando mi telefonò un giornalista di Videolina. Cercava storie sulla guerra e mi chiese: "Ma tuo babbo si ricorda del Natale in Russia?". Babbo all'inizio non ci pensava, ma poi ha tirato fuori quel ricordo pazzesco del Natale del '42 e di quel treno carico di panettoni spedito dalle industrie milanesi per i soldati al fronte, che venne assaltato dai partigiani. Un dettaglio che sono andato a verificare ed era tutto maledettamente vero.
«Il mio sogno, adesso, è questo», ho detto a Dearca, appoggiando il bicchiere. «Voglio creare un dialogo ideale tra centenari. Intrecciare i ricordi di mio babbo, che è arrivato a 102 anni superando persino due volte il Covid e giocando a carte fino all'ultima estate, con le memorie storiche, i filmati e le poesie d'asilo che ho registrato da Tia Chicca». Del resto, gli ho ricordato, Tonara ha la longevità nel sangue: gli ho menzionato quell'anno incredibile in cui in paese avevamo ben sette centenari contemporaneamente, un record di cui conservo ancora l'articolo di giornale a casa.
Proprio mentre il racconto si faceva più fitto, l'atmosfera da amarcord è stata spezzata dallo squillo del telefono. Era un mio collega, che mi ha chiamato per dirmi che mi risponderà per iscritto a una mia richiesta. Al momento doveva sbrigare delle sue faccende personali, ma mi ha assicurato che all'inizio della settimana verificherà la situazione e la praticità della vendita di alcune case insieme al tecnico.
Ci siamo ridestati dal passato. Il tempo vola quando ci si mette a scavare nella memoria. «Deo andai in farmacia», ho detto salutando Dearca e gli altri al bar, mentre l'aria fresca di Tonara ci ricordava, per un attimo, che eravamo ancora tutti lì, custodi di una storia che non vogliamo lasciare andare.