lunedì 27 luglio 2026

Piccole, bellissime e spietate: chi erano davvero le Janas della Sardegna?

Di alusac eleirbag

 



Dando un’occhiata alle statistiche di Tonara Blog, c'è un dato che mi ha colpito subito: l'interesse per i nostri articoli dedicati alle leggende sarde è davvero enorme. I lettori continuano a tornare su queste storie con grande entusiasmo e curiosità. È la conferma che, anche nell'era digitale, il fascino del nostro patrimonio folcloristico rimane imbattibile. Per questo ho deciso di riaprire quel libro di racconti antichi e approfondire una delle figure più amate — e affascinanti — di sempre.

C’è un momento della giornata in cui la Sardegna cambia volto. È l'imbrunire, quando il sole cala dietro i nuraghi, le ombre si allungano sulla macchia mediterranea e il silenzio della campagna inizia a raccontare storie antiche. Se vi è mai capitato di passeggiare nei pressi di una parete rocciosa costellata di piccole aperture scavate nella pietra, vi sarete sicuramente chiesti chi le abbia create. Per la scienza sono tombe neolitiche, ma per l'anima profonda dell'isola quelle sono le Domus de Janas: le case delle fate.

Ma chi sono, davvero, queste creature che continuano a incantare chiunque si avvicini al folclore sardo?

Creature di luce e d'ombra

Immaginate delle donnine minuscole, alte poco più di un palmo. Hanno mani delicatissime, unghie lunghe e una pelle talmente candida da non poter sopportare la luce del sole. Per questo escono dai loro rifugi solo di notte, indossando abiti incantevoli: tuniche di un rosso vivo, ricamate finemente con fili d’oro e d’argento che brillano al bagliore della luna.

Le Janas non sono semplici figure del bosco; sono custodi di un sapere antico e di tesori inestimabili. La leggenda racconta che trascorrano le ore notturne a filare, utilizzando telai magici fatti d'oro puro. Il suono del loro telaio, secondo i racconti dei vecchi dell'isola, era un canto ipnotico che risuonava nelle valli.

Tuttavia, guai a giudicarle solo dalla loro grazia. Le Janas hanno un carattere imprevedibile e fortemente ambivalente. Con le persone buone e rispettose sanno essere generose: regalano fortuna, offrono rimedi erboristici capaci di curare ogni male e proteggono i viandanti. Ma se qualcuno tenta di ingannarle, di sbirciare nelle loro dimore per rubare l'oro o di mancare loro di rispetto, la loro dolcezza sfuma in un istante. In quei momenti, le delicate fate si trasformano in creature spaventose e vendicative, pronte a lanciare maledizioni su chi ha osato offenderle.

Il confine tra mito e pietra

L'aspetto più affascinante di questo mito è quanto sia radicato nel paesaggio fisico della Sardegna. Più di cinquemila anni fa, durante il Neolitico, le popolazioni locali scavarono faticosamente nella roccia migliaia di piccole grotticelle sepolcrali.

Guardandole oggi, è facilissimo capire perché la fantasia popolare vi abbia visto delle vere e proprie abitazioni. Piccole porte, ambienti comunicanti, persino incisioni che ricordano la forma di un focolare o di un letto: per secoli, chi passava accanto a queste pareti scolpite non poteva credere che fossero solo sepolture. Era molto più naturale — e poeticamente bello — pensare che fossero le stanze intime di piccole donne magiche, intente a custodire i propri segreti al riparo dal mondo degli umani.

Una magia che vive ancora

Se il mito delle Janas continua a catturare l'immaginazione di così tante persone, è perché parla di un legame profondo e rispettoso con la natura, con il mistero e con la memoria di chi ha calpestato questa terra prima di noi. Ogni volta che ci si trova davanti a una Domus de Janas, il confine tra realtà archeologica e fiaba sembra assottigliarsi.

domenica 26 luglio 2026

​Spasulino: Il Pellegrino a Quattro Zampe


Di Alusac Eleirbag 



Se c’è stata una vera star lungo i
23 chilometri che collegano Tonara a Sorgono, quella non poteva che essere Spasulino. Un meraviglioso cagnolino dal pelo fulvo e bianco che, imbragato saldamente nella sua pettorina, ha affrontato l'intero pellegrinaggio dalla chiesa di Santu Giaccu di Tonara fino a Spasulè con una tenacia, un’energia e una curiosità semplicemente travolgenti.

Fin dalle prime luci del mattino, alle 7 in Via Sant’Antonio, mentre i camminatori umani si radunavano e discutevano su zaini e calorie, Spasulino era già pronto sulla linea di partenza. Senza bisogno di mappe o strategie, guidato solo dal suo fiuto e da una contagiosa gioia di vivere, ha iniziato a divorare la strada insieme al gruppo.

Lungo il percorso, tra i boschi, la vegetazione secca della campagna sarda e i sentieri tracciati dalle storiche frecce gialle del Cammino di Santiago, Spasulino non ha mai mostrato un attimo di cedimento. Ogni tappa e ogni sosta diventavano per lui un'occasione per esplorare:


 
Il riparo all'ombra: Nelle pause più calde, divertiva tutti sporgendo il musetto curioso da dietro gli angoli dei muri d'epoca o delle chiesette, in cerca di un po' di refrigerio e di qualche grattatina.

 L'anima esploratrice: Instancabile scavatore, non perdeva occasione per ficcare il naso tra la terra e le spighe secche, inseguendo tracce selvatiche con la coda sempre in movimento e la lingua penzolante per l'emozione.

 Il passo da leader: Spesso in testa al gruppo a fianco dei camminatori più allenati, ha dato il ritmo a tutti noi, dimostrando che il vero spirito del cammino non è fatto di velocità, ma di presenza, entusiasmo e condivisione.

Ha camminato senza fermarsi mai, superando salite impegnative, attraversando le zone storiche di Sa Itria, Costa Ghenulu, Latzarasa e Mattale, fino al grande rientro a Santu Giaccu. All'arrivo, mentre noi umani accusavamo la stanchezza dei 23 chilometri sulle gambe, lui continuava a regalare sorrisi e feste a chiunque gli si avvicinasse.

Tra foto di gruppo, credenziali e ricordi di una giornata speciale, il timbro più bello e autentico di questo pellegrinaggio lo ha messo lui: Spasulino, il piccolino dal cuore grande che ha insegnato a tutti cosa significhi davvero camminare con anima e allegria


Un Cammino di Santiago sardo: da Santu Giaccu di Tonara a Spasulè




​di Alusac Eleirbag

Mi avvicino puntuale alle 7 del mattino come da programma in Via Sant’Antonio, davanti alla sede della Pro Loco di Tonara. L’aria è fresca e c’è già un bel fermento: trovo Ignazio, Checco, Luca, Mauro... ed ancora Karim, Piera, Sonia, Giulia l’avvocato, Tina e tanti altri compagni di avventura. L’entusiasmo è alto per questa seconda edizione dell’escursione “Da Santu Giaccu a Ispasulè”, una camminata di circa 23 km tra andata e ritorno che unisce Tonara a Sorgono.

Mentre ci prepariamo a partire, ci confrontiamo su come affrontare il tragitto e gestire le energie. C’è chi discute su quale sia la miglior strategia alimentare: io preferisco restare leggero con frutta secca, acqua, qualche biscotto, oltre a tre pesche e qualche dolcetto secco nello zaino; altri sostengono invece che con tutta quella strada da fare sia decisamente meglio partire a pancia piena.

Ci mettiamo in marcia lungo un percorso affascinante ma in alcuni tratti non proprio agevole. A guidare i nostri passi lungo tutto l'itinerario ci sono le inconfondibili frecce gialle del Cammino di Santiago di Compostela, sistemate meticolosamente dalla Pro Loco di Tonara nel proprio territorio. Una segnaletica preziosa che consente anche ai camminatori occasionali di non perdersi mai e di proseguire in totale sicurezza fino alla meta.

Mentre cammino intensamente per qualche chilometro senza fermarmi, mi ritrovo in testa al gruppo insieme a Giuseppe e Gianfranco. Si vede subito che sono allenati e che camminano tutti i giorni: con il loro passo sostenuto parliamo della storia di Spasulè e della famosa leggenda di Murtinu Mannu, il quale avrebbe avvelenato le acque del rio per far sloggiare i pastori e gli agricoltori della zona, spingendoli poi a rifugiarsi a Tonara, Meana, Sorgono e Atzara. Una storia affascinante, anche se in realtà non è mai stata dimostrata; è ben più probabile, infatti, che siano state le storiche epidemie di pestilenza tra il '600 e il '700 a costringere gli abitanti ad abbandonare definitivamente quei luoghi.

Tra un passo e l’altro rievochiamo anche la storia recente di queste terre: fino al 1927 questo era il cammino tradizionale che si percorreva tutti gli anni in processione da Tonara verso la chiesa di San Giacomo di Spasulè. Va sottolineato, a livello storico, che la chiesa di San Giacomo di Spasulè faceva formalmente parte del territorio e del patrimonio delle case del Comune di Tonara, ancorché fosse situata così distante dal paese e geograficamente molto più vicina ai territori di Sorgono e Atzara. Ricordiamo con un pizzico di amarezza come proprio nel 1927 la tradizione originale iniziò a perdersi, quando un abitante del rione di Arasule volle costruire una chiesetta più vicina per evitare il lungo tragitto, interrompendo di fatto una delle processioni più belle del territorio.

Lungo la strada affianco la presidente dell'associazione, Marina Scibilia — ottica di professione, arrivata da Sant'Antioco per condividere la giornata con noi — e raccolgo le sue riflessioni su cosa significhi camminare oggi:

 L’esperienza dei pellegrini: Si nota come le esigenze stiano cambiando. Se una nicchia cerca ancora la scarnificazione e la semplicità assoluta, la maggior parte dei camminatori moderni preferisce la comodità di una camera singola a fine giornata per riposare meglio. Ci scappano anche degli aneddoti su cammini passati, come quello Portoghese percorso insieme a dei sacerdoti e a un arcivescovo canadese.

 Promozione e rete: Emerge la necessità di far conoscere questi percorsi. Il Cammino di San Giacomo in Sardegna è accreditato in Spagna insieme a quelli di Toscana e Sicilia, ma partecipare alle fiere promozionali richiede risorse che l'associazione da sola fa fatica a sostenere, a meno di non fare rete.

 Istituzioni e volontari: Marina sottolinea il paradosso burocratico sardo: il cammino è stato registrato formalmente da oltre 50 Comuni, molti dei quali però non si muovono e non hanno referenti locali attivi. Tutto il lavoro sul campo — dal sito web al tracciamento, fino ai dialoghi con la Regione e l'agenzia Forestas — si regge sulla passione dei volontari. L’eccezione virtuosa è proprio Tonara, dove la Pro Loco e persone come Ignazio e Checco dimostrano come la collaborazione locale possa fare la differenza.


Continuando la marcia, attraversiamo la foresta di Marrautzos. Davanti a questo luogo di sosta, la mente corre spontaneamente alle pagine del libro di Renato Poddie, a quelle descrizioni vive dell'anima di queste montagne, che raccontano la storia e la profondità dei luoghi che stiamo attraversando.

Proseguiamo quindi verso la nostra meta, con il pensiero rivolto anche al legame indissolubile con il territorio del Mandrolisai, rappresentato dalle vigne di Sorgono e dalla Cantina di Su Binariu, fino ad arrivare finalmente alla chiesa di San Giacomo di Spasulè a Sorgono.

Oggi a Spasulè ci troviamo di fronte a una chiesetta ricostruita di recente, appena 10-20 anni fa. Di veramente storico rimane un antico pozzo d’acqua che ancora oggi disseta e nutre gli orti dei tanti proprietari che si sono


insediati in questa zona. Ma a colpirmi davvero è una scoperta fatta grazie alle preziose guide locali,
Luigi Marras e Roberto: mi mostrano con orgoglio il ceppo di una vite secolare che vanta ben 130 anni, e poco più avanti numerosi altri ceppi centenari che resistono

al tempo, custodi silenziosi della memoria viticola di questa terra. Ed è proprio qui, davanti alla chiesa di San Giacomo a Spasulè, che scattiamo la prima bellissima foto di gruppo a memoria dell'arrivo.


Per il rientro riprendiamo la via delle nostre terre passando per località evocative: attraversiamo
Sa Itria, poi la dorsale di Costa Ghenulu, scendiamo verso Latzarasa e risaliamo per Mattale, fino a fare il nostro stanco ma felicissimo rientro a Santu Giaccu di Tonara. Durante le ultime salite si continua a scherzare tra compagni, dibattendo sulla necessità di valorizzare il nostro territorio e ricordando a chi non c'era che la sua assenza si è sentita parecchio lungo il cammino!

Giunti a Santu Giaccu ripetiamo lo scatto di gruppo, ma soprattutto dedichiamo un caloroso e affettuoso saluto ai camminatori venuti da lontano, giunti fino a qui da Uta e dal Campidano per condividere con noi questo cammino.

Prima di lasciarci, Marina Scibilia ci consegna le bellissime magliette ufficiali messe a disposizione dagli amici del Cammino di Santu Jacu e dai Comuni aderenti alla rete dei Cammini di Santiago in Sardegna. Con grande passione ci illustra anche il funzionamento della Credenziale del Pellegrino — il documento ufficiale rilasciato dall'AdCSJ che raccoglie i timbri del percorso e che risulta valido a tutti gli effetti per ottenere la celebre Compostela una volta giunti all'Oficina del Peregrino a Santiago di Compostela.

Ad attenderci a Tonara c'è un strameritato pranzo conviviale per ricaricare le pile. In serata, ci ritroviamo infine in Piazza Berlinguer per la presentazione della tesi di laurea di Cristina Garau, concludendo nel modo migliore una splendida giornata all'insegna della memoria, della comunità e del turismo 


giovedì 23 luglio 2026

Tra il Ricordo di Rockarea e le Note del Narcao Blues


Di Alusac Eleirbag 


Mi trovo qui a Narcao, appena arrivato dopo un lungo e suggestivo viaggio che mi ha portato fino al cuore del Sulcis direttamente da Tonara.

Per questo soggiorno abbiamo prenotato presso la Casa di nonna Pina, dove ad attenderci c'era la gentilezza e l'accoglienza di Monica.

Erano davvero tanti anni che desideravo vivere in prima persona questo festival eccezionale. Il Narcao Blues è una realtà straordinaria con ben quarant'anni di storia alle spalle. Non posso fare a meno di pensare, con un pizzico di nostalgia e tanto orgoglio, alla nostra Rockarea a Tonara: avevamo iniziato solo un anno prima, nel 1985. Lo ricordo come fosse ieri, dato che ero uno degli organizzatori di quella prima storica edizione. La nostra avventura purtroppo non è durata così a lungo, ed è proprio per questo che provo una grande ammirazione per chi è riuscito a portare avanti questo sogno per decenni.  

Prima di immergerci nella musica della serata, ci siamo sistemati con calma in camera. Poi, imboccando una piccola e comoda scorciatoia, abbiamo raggiunto il Blues Bar in via delle Aie 13.

Il locale si presenta moderno e curato nei dettagli, capace di coniugare il calore del legno rustico a un tocco industriale, con un’insegna al neon azzurro che spicca sopra il bancone. Tra la musica blues in sottofondo e le decorazioni a tema rock, il locale offre un menu completo che va dalla pizzeria alla bisteccheria, fino ai cocktail. Non potevo non provare una delle loro specialità artigianali: lo Stevie Ray Burger, preparato con pane fatto in casa, guanciale e cipolla caramellata, accompagnato da un'ottima birra.

Attorno a noi si respira un’atmosfera unica, quella frizzante tipica dell'attesa: chiacchiere tra appassionati e nell'aria quell'energia speciale che precede i grandi eventi. Un perfetto preludio prima di avviarci verso Piazza Europa, dove ci aspetta una grande serata di musica: alle 21:30 il concerto di Nikki Hill e alle 23:00 quello dei Desoto Tiger's Testimony.  

Finito di cenare, lasciamo il tavolino del Blues Bar e ci incamminiamo a piedi verso il cuore del paese. La distanza è breve, ma ogni passo ci avvicina a quell'energia che si fa via via più intensa. Man mano che ci lasciamo alle spalle via delle Aie, Narcao sembra trasformarsi: le strade si riempiono di persone che camminano nella nostra stessa direzione, tra risate, chiacchiere entusiaste e magliette di storici concerti blues. Nell'aria, il profumo della sera d'estate si fonde con l'aspettativa per la musica dal vivo.

In lontananza si inizia già a sentire il brusio della folla che si raduna e i primi suoni del soundcheck che rimbombano tra le case. Poi, all'improvviso, svoltiamo l'ultimo angolo e ci ritroviamo di fronte a Piazza Europa. La piazza si apre davanti a noi luminosa e vibrante, con il grande palco che domina la scena, le luci che tagliano la notte e lo sfondo iconico della locandina del Narcao Blues che campeggia in alto. La gente ha già occupato gran parte dello spazio: c'è chi prende posto per non perdersi neanche una nota, chi saluta vecchi amici ritrovati di anno in anno e chi fa la fila agli stand. Sentire quel primo stridore di chitarra dall'impianto audio mi fa salire un brivido lungo la schiena. È quella sensazione inconfondibile che conosco fin dal 1985: la magia di un festival che sta per accendersi.  

Le luci della piazza improvvisamente si abbassano, il brusio della folla si acquieta per un istante e poi parte il boato: sale sul palco Nikki Hill. Mentre i primi accordi graffianti spaccano l'aria, non posso fare a meno di ripensare a come l'organizzazione del festival l'ha descritta nel programma: "Se Tina Turner avesse guidato gli AC/DC, avreste solo metà del quadro". Leggendolo prima sorridevo, ma ora che la vedo e la sento dal vivo, approvo parola per parola la scelta dell'organizzazione! Nata a Durham, in North Carolina, e cresciuta tra gospel, soul, R&B e garage rock lungo il corso del Mississippi, Nikki ha distillato tutto questo in un'identità artistica travolgente. La sua voce è potente e tagliente, unisce il fervore pentecostale del rock delle origini all'eleganza delle grandi soul singer, il tutto avvolto in un'attitudine sfrontata, punk e DIY. Con tre album all'attivo — tra cui il recente Feline Roots — e palchi conquistati in tutto il mondo (dal Montreux Jazz Festival al Byron Bay Blues Festival), dimostra di essere una vera forza della natura che non lascia nessuno indifferente. Guardandola scatenarsi, sento quell'adrenalina pura che solo il grande rock'n'roll sa regalare.  


Dopo un set infuocato che lascia la piazza in visibilio, il ritmo cambia ma il livello resta altissimo: è il turno dei Desoto Tiger's Testimony. Qui ci troviamo di fronte a un autentico supergruppo roots-blues americano composto da tre giganti:  

 Damon Fowler, guru della chitarra con un sound che spazia da Johnny Winter a Duane Allman, già primo nella Billboard Blues Chart con il suo Alafia Moon;

 Jason Ricci, quattro volte vincitore del Blues Music Award e tra i più influenti ed eclettici armonicisti blues al mondo;

 Bruce Katz, leggendario pianista e tastierista con sei anni alle spalle nella band di Gregg Allman, già Piano Player of the Year ai BMA e spalla di miti come Delbert McClinton e Ronnie Earl.

La loro intesa sul palco è pura dinamite: un'esplosione di virtuosismo, groove e feeling che regala a tutti noi una lezione magistrale di puro blues americano. Una qualità artistica pazzesca che conferma, ancora una volta, la grandezza delle scelte direttive di questo festival.

A fine concerto, con le orecchie che ancora fischiano di note meravigliose e il cuore pieno di quell'energia speciale che solo la grande musica dal vivo sa regalare, decido che è arrivato il momento. Mi faccio largo verso la zona laterale del palco e l'infopoint, dove vedo muoversi ragazzi con le magliette dello staff e persone che chiaramente stanno lavorando dietro le quinte.

Mi avvicino con un grande sorriso e mi presento: «Ciao, sono Gabriele, vengo da Tonara...». Bastano pochissime parole, la menzione del nostro viaggio e il ricordo della prima Rockarea del 1985 per far scattare un'intesa immediata. Tra gli organizzatori si accende subito un barlume di profondo rispetto e fratellanza; chi ha organizzato concerti e festival negli anni '80 sa esattamente cosa significa costruire da zero un sogno fatto di amplificatori, sacrifici e tanta passione.

Ci scambiamo strette di mano calorose, aneddoti sugli esordi dei nostri rispettivi festival, battute sulla fatica e sulla gioia immensa di vedere una piazza piena. Li ringrazio di cuore e faccio loro i miei più sinceri complimenti per essere riusciti a proteggere e far crescere questa perla per quarant'anni.

Mentre con calma riprendiamo la via del ritorno verso la Casa di nonna Pina, camminando sotto il cielo stellato del Sulcis, sento un'incredibile sensazione di appagamento. È stata una giornata perfetta: il viaggio, l'accoglienza calorosa di Monica, l'ottima cena al Blues Bar, una serata di musica travolgente e, infine, l'incontro con chi questo miracolo chiamato Narcao Blues lo rende possibile ogni anno. Un pezzo di questo festival e di questa comunità stasera torna a Tonara insieme a me.


venerdì 17 luglio 2026

Tra Stelle e Poesia: La Notte Magica a Pedras Artas sotto il Muggianeddu

Di Alusac Eleirbag

Ci sono sere in cui la Sardegna non si limita a ospitarti, ma ti avvolge in un abbracciofatto di storie, vento e cieli infiniti. È esattamente quello che ho provato ieri sera quando mi sono recato nella suggestiva località di Pedras Artas, un anfiteatro naturale adagiato sotto le imponenti sagome della montagna del Muggianeddu e di Osoli.

L'occasione era speciale: un evento straordinario organizzato con cura dalla ProLoco di Tonara, che è riuscito a richiamare oltre 150 persone, tutte unite dal desiderio di condividere una serata di cultura e socialità sotto le stelle.

Il ricordo di s’Alasi e l'inizio della serata

L'atmosfera si è fatta subito intima e toccante fin dalle prime battute. La Presidente della ProLoco, Alessandra, ha preso la parola per un caloroso saluto di benvenuto, dedicando un momento di profonda commozione al ricordo del Presidente dell’associazione S’ALASI, recentemente scomparso. Un tributo doveroso a chi tanto ha dato per questo territorio, applaudito calorosamente da tutti i presenti.

Subito dopo, mentre i colori del tramonto lasciavano spazio al blu della sera, la scena è passata a un vero e proprio luminare degli astri: il mitico Professor Bussu di Ollolai. Con la sua parlantina magnetica, l'ironia tagliente e una sapienza d'altri tempi, ci ha guidati in un viaggio astronomico indimenticabile, mescolando la scienza ufficiale alle più antiche credenze della tradizione sarda.


Galileo, Venere e i presagi della Luna


"Guardate lassù. Non posso ancora usare il puntatore perché non è notte fonda, ma guardate quella bellissima falce di luna..."


Così ha esordito il Professore, invitandoci a osservare la Luna che, in quel momento, sembrava danzare vicinissima a un luminosissimo pianeta: Venere.

Il Prof. Bussu ci ha subito spiegato, con i modi tipici del sardo più autentico, i detti della nostra cultura legati alle fasi lunari:

 "Apponente luna crescente": la gobba a ponente indica la luna che cresce.

 Nelle espressioni tradizionali, corru Assusu identifica la luna calante, mentre corru azosso è la luna crescente.

Ci ha poi ricordato come un tempo i nostri vecchi guardassero al cielo con timore e rispetto. Quando c'era un particolare "mescolamento" in cielo, si diceva che sarebbe capitata cosa mala: o la morte di una partoriente o un fatto di sangue (o mori partorza o ochiden zente). Storie di un'epoca segnata da una forte mortalità infantile e dalla mala sanità; una realtà dura che il Professore, con una riflessione amara, ha paragonato alle difficoltà sanitarie odierne e ai tempi non troppo lontani della pandemia da Covid.

Il viaggio è poi continuato nel 1609, quando Galileo Galilei, dalla sua Padova (dove insegnava per conto della Repubblica di Venezia), puntò per la prima volta il cannocchiale verso Venere. Scoprendo che anche Venere aveva le fasi (un quarto, mezza, tre quarti, piena), Galileo trovò la prova schiacciante per credere fermamente nella rivoluzione copernicana, una certezza che per poco non gli costò la vita di fronte all'Inquisizione.

Nel frattempo, tra un aneddoto e l'altro, il Professore ci ha invitati a goderci la cena, mentre le prime note del musicista introducevano una serata ricca di miti e rimembranze della nostra amata Sardegna.

Il Grande Triangolo Estivo e i segreti del cielo.

Il cielo, nonostante un velo di nebbiolina passeggera, ha iniziato a ripulirsi, mostrandoci le sue meraviglie geometriche grazie all'uso del puntatore:

 Il Grande e il Piccolo Carro: Chiamati in sardo sette carros il Professore ci ha spiegato che il nome "Carro" appartiene alla civiltà contadina (periodo Neolitico, con l'invenzione della ruota), mentre nel Paleolitico, quando gli uomini erano cacciatori e raccoglitori, questa costellazione era nota a tutti come Orsa Maggiore.

 La Stella Polare (isteddu puntatore) Collegando le ultime stelle del Grande Carro siamo arrivati alla Stella Polare. Ma il Prof ci ha stupiti con la teoria di Ipparco sulla precessione degli equinozi: la Stella Polare sta già impercettibilmente perdendo la sua centralità. Tra circa 24.000 anni il Nord sarà indicato da un'altra stella splendida: Vega.

 Il Triangolo Estivo: Abbiamo ammirato le tre stelle che formano questo maestoso triangolo stagionale:

1. Vega (nella costellazione della Lira, legata al mito del musicista Orfeo).

2. Deneb (la stella principale del Cigno, che nella tradizione sarda chiamiamo la Croce di San Costantino Magno).

3. Altair (della costellazione dell'Aquila, il cui nome deriva dall'arabo).

Volgendo lo sguardo a Ovest e a Sud, abbiamo poi scorto lo Scorpione con la sua stella gigante e rossastra, Antares (anti-Ares, la rivale di Marte per via del suo colore rosso sangue che ricorda la guerra), e infine la costellazione di Bootes (il Bovaro, Su zeraccu massaiu), con la brillantissima stella Arturo esattamente perpendicolare sopra le nostre teste.

Venere, il pianeta dei Poeti

Prima di lasciare nuovamente spazio alla musica, il Professore ci ha regalato un'ultima perla su Venere, definendolo il pianeta più celebrato dai poeti. Ha citato Dante Alighieri ("Lo bel pianeta che d’amar conforta / faceva tutto rider l’oriente..."), ma ha voluto omaggiare soprattutto un poeta "vicino di casa", il grande poeta montanaro di Desulo (Antioco Casula, noto Montanaru), che ricordava come Venere sia la prima a sorgere la sera e l'ultima a spegnersi la mattina, abbagliata dal sole.

Un pianeta meraviglioso da vedere, ma infernale e inabitabile nella realtà: con i suoi oltre 470°C capaci di fondere i metalli e la sua rotazione retrograda, dove il sole sorge a Ovest e tramonta a Est.

Spunta la Luna...

La serata a Pedras Artas si è conclusa così, in un perfetto equilibrio tra il silenzio sacro della montagna e la melodia del pianista che, mentre la Luna e Venere si avviavano al tramonto, ha fatto risuonare le sue note nell'aria fresca della notte di Tonara.

Un'esperienza che ci portiamo nel cuore di Tonara.


Piccole, bellissime e spietate: chi erano davvero le Janas della Sardegna?

Di alusac eleirbag   Dando un’occhiata alle statistiche di Tonara Blog , c'è un dato che mi ha colpito subito: l'interesse per i no...