martedì 30 giugno 2026

Capitolo 26. Il ritorno alla terra, il matrimonio e una nuova attività

I carrettonai (is carratoneris) giravano la Sardegna per le feste paesane con la carretta tirata dal cavallo per vendere il torrone e altre mercanzie. A quel tempo il torrone si produceva interamente a mano e la cottura avveniva a fuoco lento, alimentato con il legno di agrifoglio (alasi) proveniente dal monte Susu. Le donne tessitrici ordivano il filato e preparavano il telaio. Tessevano l'orbace (furesi), sia fine che grosso, e coperte (fressadas), sacchi da letto (fanugas), lenzuola di lana e tappeti di ogni genere.

Tornando a ciò che mi riguarda personalmente, fin da piccolo avevo fatto il pastore: sapevo pascolare il gregge, mungere e fare il formaggio. Fui costretto a tornare in campagna, poiché ancora non c’era la possibilità di poter emigrare per intraprendere quella via. A Villanova Monteleone conoscevo un allevatore di bestiame con il quale avevo fatto il servo pastore (tzeracu) nell'inverno del 1938. Gli scrissi, facendogli sapere che volevo lavorare: se mi avesse preso a servizio per le pecore, io ero disponibile a servirlo. Questo signore si chiamava Salvatore (Trabadore) Melone. Mi rispose in pochi giorni, accettando la mia richiesta. In famiglia non avevo detto nulla; mamma e papà volevano che aspettassi a casa. Vedendomi partire, però, mi dissero: «Va' con Dio». Con il padrone concordammo la paga dell'anno e, alla scadenza, il rinnovo del contratto.

L'ho servito per quattro anni. Svolgevo il mio servizio con fiducia e mi voleva bene. Eravamo tre servi pastori; a volte mi toccava fare sia da servo che da padrone. Il sabato il padrone se ne andava in paese e il lunedì io, insieme agli altri servi, dovevo mungere le pecore e fare il formaggio quando non portavamo il latte al caseificio. Ho fatto molti sacrifici, però mi sono messo da parte un piccolo capitale e, nel mentre, mi sono fidanzato. Nel 1950, nel mese di maggio, sono tornato a Tonara e a settembre mi sono sposato con Peppina Cappeddu.

Ho fatto il pastore per conto mio, in società con mio fratello Michele. D'inverno la transumanza ci portava verso la zona di Oristano o verso quella di Cagliari. Al terzo anno, nel 1953, decisi di cambiare lavoro e comprai una licenza di panificazione da uno che aveva cessato l'attività. Mi feci fare il progetto dell'impianto per aprire il panificio. Prima di cominciare, però, trascorsero dieci mesi. In quel periodo lavorai con mio suocero Pietro (Perdu) Cappeddu nel forno della calce di sua proprietà. Era un lavoro duro e pesante, ma lo facevo con passione, e ad esso paragono queste mie storie.

Anche i miei fratelli Antonio, Raffaele (Orrofele), Michele e mia sorella Annunziata cominciavano a sistemarsi. Giovanni, un fratello che avevo avuto, è morto a sedici anni. La mia famiglia, come ho detto, era di pastori, mentre quella di mio suocero era di agricoltori (massaos). Papà ha fatto il pastore per tutta la vita; anche mio fratello Antonio ha fatto il pastore e, in seguito, dopo essersi sposato, ha aperto una bottega di alimentari e articoli vari. Raffaele, all'inizio, ha imparato a fare il calzolaio, poi ha fatto il pastore per parecchi anni nella Nurra di Sassari. Tornato a Tonara, ha fatto di nuovo il calzolaio e, in un secondo tempo, ha fatto l'ambulante vendendo scarpe. Michele, il più piccolo della famiglia, faceva il pastore con papà, finché anche lui ha lasciato la campagna per fare il bidello nelle scuole. Annunziata, infine, finché non si è sposata, aiutava mamma in casa e tesseva al telaio per fare tappeti, coperte e...

Note di contesto storico e linguistico

1. Il sistema del servaggio ("Su tzeracu"): Nell'economia agropastorale sarda della prima metà del Novecento, il contratto di tzerachia (servaggio) regolava il lavoro dei giovani che si mettevano al servizio dei grandi proprietari di bestiame. Spesso la paga annuale veniva corrisposta in parte in denaro e in parte in natura (capi di bestiame), permettendo ai giovani volenterosi, attraverso anni di privazioni, di accumulare un "piccolo capitale" per potersi sposare e mettersi in proprio.

2. La transumanza invernale ("Tramudare"): Il testo cita gli spostamenti invernali verso le pianure di Oristano (banna de Aristanis) o del Campidano di Cagliari (banna de Casteddu). I pastori di Tonara e della Barbagia, a causa del gelo e della neve sul Gennargentu, erano costretti a trasferire le greggi per via aerea o a piedi verso le più miti pianure meridionali dall'autunno fino alla primavera.

3. I Forni della Calce ("Forru de sa cartzina"): Il lavoro svolto con il suocero Pietro a Su Pranu era una delle attività industriose tipiche di Tonara. La produzione della calce richiedeva l'estrazione della pietra calcarea, che veniva poi cotta ad altissime temperature per giorni interi all'interno di grandi forni in muratura alimentati a legna. Un lavoro faticoso che richiedeva forza e costante sorveglianza del fuoco.

4. Massaos e Pastores: Il testo evidenzia la distinzione sociale ed economica dell'epoca tra la famiglia del protagonista (pastores, dediti all'allevamento ovino e alla transumanza) e quella della moglie Peppina (massaos, i contadini o proprietari terrieri dediti alla coltivazione dei campi e all'uso dei buoi).

5. Nomi propri e varianti: * Trabadore è la variante centro-sarda per Salvatore.

 Perdu corrisponde a Pietro.

 Orrofele è la forma sarda per Raffaele.

 Nurra indica la vasta regione pianeggiante nel nord-ovest della Sardegna (vicino a Sassari), storicamente meta di grandi pascoli e bonifiche agrarie.


​Capitolo 25. Il ritorno a Tonara: un paese industrioso


La dura e lunga naja oramai era finalmente finita. Ritornato alla vita civile, in abiti borghesi, dovevo intraprendere la via del lavoro e inventarmi un futuro. Nella mia famiglia erano tutti dediti alla pastorizia; possedevamo anche un piccolo pezzo di bestiame, ma non era sufficiente per garantire il sostentamento di tutti, me compreso. In quel periodo, se uno non aveva un mestiere specifico tra le mani, non era per niente facile trovare un'occupazione.

Finita la guerra, l'economia di Tonara non era cambiata di una virgola e continuava a basarsi quasi interamente sulla pastorizia e sul duro lavoro della terra. Perfino il contadino che possedeva i buoi, per riuscire a tirare avanti e racimolare qualcosa in più, doveva adattarsi a fare il carrettiere per conto terzi.

Tonara, tuttavia, era un paese profondamente industrioso e ricco di antichi mestieri. Nei nostri boschi lavoravano accanitamente i segantini (is serradores): artigiani specializzati che squadravano i grossi tronchi di castagno e, direttamente in campagna sul posto, li segavano a mano per ricavarne travi e tavole, utilizzando grandi seghe biposto e una caratteristica struttura di legno chiamata "cavalletto da segare" (su caddu de serrare). Altri operai erano specializzati nel segare le traversine destinate ai binari della ferrovia, mentre nei fitti boschi i boscaioli e i carbonai producevano il carbone vegetale.

In località Su Pranu, un'area ricca di pietra calcarea e di ottima argilla, sorgevano i forni per la produzione della calce, dei mattoni e delle tegole. In paese non mancavano poi i maestri del legno, ebanisti capaci di realizzare splendidi mobili, e altri artigiani addetti alla costruzione e alla manutenzione dei carri a buoi e dei calessi per i cavalli.

A questo tessuto economico si univano i celebri campanari (is sonagiargios), che producevano diversi tipi di campanacci (pitiolos) in bronzo e ferro: su tracatzoleddu, su pitiolu de tres, su chiminu, su setinu, su deghinu e su binnighinu, ognuno caratterizzato da dimensioni e tonalità specifiche. Questi strumenti venivano appesi al collo del bestiame e, quando gli animali pascolavano nei campi, il loro rintocco diffondeva un suono che rendeva la nostra campagna armoniosa, come un concerto a cielo aperto.

C'erano poi i venditori ambulanti di torrone, i carrettonai (is carratoneris), che giravano instancabilmente tutta la Sardegna in occasione delle feste paesane, spostandosi con grandi carrette coperte e tirate da cavalli per vendere il torrone e altre mercanzie. A quel tempo il torrone si produceva ancora interamente a mano: la lunghissima cottura avveniva all'interno di grandi calderoni di rame a fuoco lento, alimentato rigorosamente con il legno di agrifoglio (alasi) raccolto sui boschi del monte Susu.

Mentre gli uomini lavoravano nei boschi e nelle officine, le donne mantenevano viva l'arte della tessitura. Ordivano instancabilmente il filato e preparavano i grandi telai di legno. Tessevano l'orbace (furesi), sia nella sua trama più fine che in quella più grezza e pesante, e realizzavano coperte (fressadas), sacchi da letto (fanugas), lenzuola di lana e splendidi tappeti di ogni genere. Era un paese che cercava di dimenticare gli orrori del conflitto attraverso la dignità e la fatica del lavoro quotidiano.

Note di contesto storico e linguistico

1. La vita civile ("Vida burghese"): Nel sardo del periodo bellico e post-bellico, l'espressione "vita borghese" non aveva una connotazione di classe sociale o economica. Significava semplicemente il ritorno alla vita da civile e il momento, tanto desiderato, di potersi finalmente togliere la divisa militare per reindossare i vestiti da "borghese".

2. I segantini ("Is serradores") e l'uso del legno: Tonara è storicamente circondata da maestosi boschi di castagno e rovere. I segantini svolgevano un lavoro faticosissimo: abbattevano gli alberi e ricavavano il legname da costruzione direttamente sul luogo del taglio. Su caddu de serrare era l'alto cavalletto su cui veniva issato il tronco; un segantino lavorava in piedi sopra il tronco e l'altro a terra, muovendo una lunghissima sega verticale.

3. I campanacci ("Pitiolos" e "Sonagiargios"): La produzione di campanacci per il bestiame è uno dei marchi di fabbrica dell'artigianato di Tonara, unico in tutta la Sardegna. I nomi elencati nel testo (su setinu, su deghinu, ecc.) indicano la pezzatura e la nota musicale del campanaccio. I pastori sardi sceglievano con cura le combinazioni di suoni per identificare i propri capi a distanza e per legare gli animali al territorio attraverso un paesaggio sonoro inconfondibile.

4. Il Torrone artigianale e il legno di Agrifoglio ("Alasi"): Il torrone di Tonara è il più celebre della Sardegna. Il segreto custodito nei ricordi del testo riguarda il combustibile: il legno di agrifoglio (alasi) ricavato dal monte Susu. Questo legno pregiato brucia lentamente, garantendo il calore costante necessario per le ore di lavorazione e mescolamento del miele e degli albumi, senza produrre fumi neri che avrebbero rovinato l'aroma del dolce.

5. L'Orbace ("Furesi") e la tessitura femminile: Il furesi (orbace) è il tessuto di lana grezza di pecora sarda, follato e reso impermeabile attraverso un lungo processo di lavorazione. Era la materia prima con cui venivano confezionati i resistentissimi abiti dei pastori, i cappotti e i gambali, capaci di resistere alle intemperie e al freddo del Gennargentu. La produzione domestica di coperte (fressadas) e sacchi d'ortica o lana (fanugas) rappresentava la spina dorsale dell'economia domestica femminile.


​Capitolo 24. Il rientro in Italia e l'ultimo fronte: la giovinezza perduta


Il viaggio di ritorno in Italia, fatto sempre a bordo di una tradotta militare, fu più breve rispetto a quello dell'andata. Seguimmo infatti una linea ferroviaria diversa: dalla Russia attraversammo una parte della Polonia, della Cecoslovacchia, della Germania e dell'Austria, passando per Vienna prima di toccare il suolo patrio. Durante il transito nelle città tedesche, l'atmosfera era tesa; i tedeschi sembravano avercela a morte con noi, come se ci avessero picchiato. I superiori ci avevano severamente consigliato di non cantare e di non esporci per non dare nell'occhio: i soldati germanici erano del tutto contrari al rientro in patria dei contingenti italiani. Pretendevano che restassimo a combattere al loro fianco fino alla fine della guerra, a morire per la loro causa.

Appena rientrati in Italia, fummo fatti sostare per quindici giorni in un campo contumaciale vicino a Treviso. C'era infatti l'alto rischio del tifo esantematico, una terribile malattia trasmessa dai pidocchi. Eravamo letteralmente pieni di quei parassiti e il rischio di contagiarci l'un l'altro era altissimo. Per questo motivo non potevamo usufruire della libera uscita né avere alcun contatto con la popolazione civile; se in quei quindici giorni si fosse verificato anche un solo caso di infezione, avremmo dovuto ricominciare da capo l'intera quarantena. Per nostra fortuna, nella compagnia non si registrarono contagi.

Terminato il periodo di contumacia, rientrammo al 3º Reggimento Genio a Pavia, la stessa caserma da cui eravamo partiti per la Russia. A noi reduci del fronte russo assegnarono la Compagnia Mista del Genio Artieri e ci concessero un mese di licenza da passare in famiglia. Per noi sardi, tuttavia, le cose si complicarono: a Civitavecchia non c'era alcun mezzo d'imbarco disponibile per la Sardegna. Dopo un mese passato in faticosa attesa, ci arrivò finalmente l'ordine di imbarco. Partimmo da La Spezia a bordo di una motonave francese scortata da due cacciatorpediniere. Era la fine di luglio del 1943 e il caldo ci permetteva di stare in pantaloncini. Dopo poche ore di navigazione, la sirena della nave cominciò a suonare all'impazzata: eravamo stati intercettati da un ricognitore nemico ed era in corso il pericolo imminente di un bombardamento aereo. Per sicurezza indossammo subito il salvagente a corpetto, pronti a tuffarci e a nuotare nel caso in cui la nave fosse stata colpita e affondata.

La nave approdò prima a Bastia, in Corsica. Anche lì l'allarme aereo suonava continuamente. Scendemmo in fretta dalla motonave per correre a ripararci in un rifugio antiaereo, dove rimanemmo un'ora finché non passò il pericolo; poi risalimmo a bordo e riprendemmo la rotta per la Sardegna. La nave non poté attraccare a Olbia perché il porto era stato completamente distrutto dai bombardamenti alleati. Si fermò così in alto mare, a poca distanza da Palau. Lì fummo trasbordati su un rimorchiatore per raggiungere la terraferma e infine, a bordo di una tradotta ferroviaria, tra mille pericoli e tanta paura, riuscii finalmente a rimettere piede a casa.

Essere vivo, essere salvato, non mi sembrava ancora vero. In quel periodo, Tonara era quasi completamente spopolata di giovani: qualcuno godeva dell'esonero dal servizio militare per motivi di pubblica utilità, ma tutti gli altri erano stati richiamati alle armi e si trovavano sparsi in Africa, in Grecia, in Russia o nel resto d'Italia. Fortunatamente il cibo non mancava; il necessario per tirare avanti e campare c'era. Gli uomini anziani e i pochi giovani scampati al fronte si dedicavano interamente alla pastorizia e all'agricoltura.

Finita la licenza, non venni rimandato nel continente. Il distretto militare mi assegnò a una compagnia del Genio situata nei pressi di Macomer, alla caserma della Barra. Arrivò così il fatidico mese di settembre del 1943. Fu allora che il governo italiano firmò l'Armistizio con le nazioni alleate, fino a quel momento nostre nemiche. Sul momento, tutti pensammo che la guerra fosse finalmente finita; purtroppo, invece, sarebbe durata per altri due lunghissimi anni e più. Dopo l'armistizio, gli americani e gli inglesi, sbarcati in Italia per liberarla dai nazisti e dai fascisti, chiesero la collaborazione del governo italiano. Dalla Sardegna partì un forte contingente di soldati: tra di essi c'ero anch'io, inquadrato nella 6ª Compagnia Artieri.

Fummo dislocati nell'Italia meridionale, aggregati all'8ª Armata britannica. Il compito della nostra compagnia era garantire la manutenzione e l'efficienza dei campi d'aviazione e degli accampamenti dei soldati inglesi che affluivano dal sanguinoso fronte di Cassino. Lì entrammo in contatto con un mosaico di popoli: truppe di colore, indiani, marocchini e australiani.

La "naia" per me fu una storia infinita e penosa. Non si concluse neppure il 25 aprile del 1945, il giorno della Liberazione e della fine ufficiale della guerra. Fui rimpatriato nuovamente in Sardegna e, solo nel marzo del 1946, venni finalmente congedato dalla caserma di Calamosca a Cagliari, sotto il 13º Reggimento Genio.

Mi sentivo moralmente a pezzi, distrutto per tutto quel tempo passato inutilmente: gli anni della mia giovinezza più bella erano stati sacrificati senza ricevere alcuna ricompensa o ringraziamento. L'ultima umiliazione arrivò proprio sul foglio di congedo: c'era scritta una postilla che mi obbligava a presentarmi alla caserma dei Carabinieri del mio paese per restituire la divisa di tela che ancora indossavo. Quando mi presentai, il maresciallo dei Carabinieri mi guardò, fece un sorriso amaro e, comprendendo l'assurdità di quella richiesta dopo tutto quello che avevo passato, mi rimandò a casa augurandomi la buona ora senza pretendere nulla.

Note di contesto storico e linguistico

1. La rottura dell'alleanza con l'Asse (Primavera 1943): Il risentimento dei soldati tedeschi incontrati durante il viaggio di ritorno in tradotta rispecchia il clima di profonda sfiducia che si respirava nella primavera del 1943. Dopo il disastro del Don, i vertici tedeschi accusavano gli italiani di cedimento, mentre i soldati italiani erano logorati dall'egoismo logistico dell'alleato. I tedeschi temevano (a ragione) l'imminente sganciamento dell'Italia dal conflitto e tentarono in ogni modo di trattenere o disarmare le truppe italiane nelle retrovie.

2. Il dramma del tifo petecchiale e la contumacia: La sosta forzata vicino a Treviso era una misura sanitaria rigidissima e fondamentale. Il tifo esantematico (o petecchiale), trasmesso dai pidocchi del corpo (Pediculus humanus), aveva decimato interi reparti durante la ritirata di Russia. I campi contumaciali servivano a disinfestare i soldati, isolandoli dalla popolazione civile ("i borghesi") per evitare che i reduci innescassero devastanti epidemie all'interno del paese.

3. I bombardamenti in Sardegna e l'isola isolata (Luglio 1943): La traversata del protagonista avviene in un momento cruciale: l'estate del 1943. La Sardegna e i suoi porti (come Olbia, pesantemente bombardata dai B-17 americani nel maggio del '43) erano obiettivi strategici quotidiani per gli Alleati. L'attacco del ricognitore nemico e lo scalo forzato a Bastia, seguiti dallo sbarco d'emergenza tramite rimorchiatore a Palau anziché a Olbia, descrivono fedelmente lo stato di isolamento e distruzione in cui versava l'isola prima del crollo del fascismo (25 luglio 1943).

4. L'Armistizio e il Corpo Italiano di Liberazione (Settembre 1943): Il passaggio alla caserma della Barra a Macomer coincide con l'8 settembre 1943 (l'Armistizio di Cassibile). La transizione descritta dal protagonista fotografa la nascita del cosiddetto "Regno del Sud" e la riorganizzazione delle forze armate italiane a fianco degli Alleati (cobelligeranza). Molti reparti del Genio dislocati in Sardegna vennero trasferiti nel sud Italia liberato per supportare la logistica della 5ª Armata americana e dell'8ª Armata britannica.

5. Il Fronte di Cassino e le truppe imperiali alleate: Il lavoro della 6ª Compagnia Artieri a supporto del fronte di Cassino mette in luce l'enorme sforzo logistico richiesto agli italiani. Il protagonista menziona truppe "indiane, marocchine e australiane": si tratta delle truppe coloniali del Commonwealth britannico (come la 4ª divisione indiana) e del CEF francese (i celebri e temuti Goumiers marocchini), che giocarono un ruolo chiave e drammatico nelle battaglie per lo sfondamento della Linea Gustav e di Montecassino tra il gennaio e il maggio del 1944.

6. Il congedo tardivo del 1946 e la burocrazia: La fine della guerra (25 aprile 1945) non comportò lo scioglimento immediato dell'esercito. Molti soldati della classe del protagonista rimasero in servizio fino al 1946 per i lavori di ricostruzione e sminamento. La nota finale della restituzione della "divisa di tela" (l'uniforme estiva da fatica) mostra la fredda e talvolta meschina burocrazia dello Stato dell'epoca, contrastata però dal buon senso del Maresciallo dei Carabinieri del paese (Tonara), che riconosce il valore umano del reduce risparmiandogli l'ennesima umiliazione


lunedì 29 giugno 2026

​Capitolo 23. La fame e il congedo: l'addio alla Russia


Una sera, mentre giravamo per la città in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti per placare la fame, arrivammo in periferia e bussammo alla porta di una casa. All'interno c'era un uomo solo, che ci fece accomodare dicendoci in russo: «Sedite'» (Sedetevi). In quel momento eravamo solo in due; non appena ci raggiunse il terzo nostro compagno, questo ci sussurrò sottovoce: «Ho tirato il collo a due galline e le ho nascoste nel cortile di questa casa». Restammo sbalorditi e, spaventati, gli rispondemmo: «Ma sei matto?». Ormai, però, il danno era fatto. Il soldato si sedette con noi per chiacchierare ancora un po' e infine salutammo il padrone di casa: «Do svidanija» (Arrivederci). Usciti nel cortile, recuperammo le due galline e rientrammo di corsa al nostro alloggio.

Zia Petruska, non appena ci vide rientrare, ci domandò dove fossimo stati con quel fare sospetto. Noi, per giustificarci, le rispondemmo che avevamo comprato delle galline da cucinare lì in casa. Ma lei, quando si mise a spennarle e a pulirle, si accorse subito della verità. Notando le uova non ancora formate all'interno, ci disse ridendo: «Quando mai vi vendono delle galline che stanno per covare?».

Il giorno successivo le mettemmo a cuocere nel forno. C'era un dettaglio, però, che ci metteva a forte rischio: noi del Genio Antincendio indossavamo una divisa blu, mentre tutti gli altri reparti vestivano il classico grigio-verde. Il padrone delle galline, accortosi del furto, si ricordò subito di quei soldati con la divisa diversa dal solito e si mise a faire il giro delle case del paese in cui erano acquartierati gli italiani. Quando lo sentimmo bussare furiosamente alla nostra porta, tra i miei compagni calò il panico: «Nascondiamoci, nascondiamoci!», dissero. Io invece presi una decisione diversa: «Voi andate, io rimango qui dentro per vedere se mi riconosce». Mi sedetti su una panca, fingendo di leggere con calma. L'uomo entrò, mi si avvicinò, mi fissò dritto negli occhi e mi disse in russo: «Ty včera zabral kuricu!» (Tu ieri mi hai rubato le galline!). Zia Petruska, con enorme coraggio, intervenne subito in nostra difesa, negando tutto e coprendoci di fronte al civile. L'uomo, non potendo fare altro, lasciò la casa furioso e minaccioso, esclamando: «Nekul'turno!» (Maleducati!).

Devo nutrire un grandissimo riconoscimento per zia Petruska: ci salvò da un gravissimo errore, perché correvamo il rischio concreto di essere denunciati e processati. Anche in Russia, infatti, il furto ai danni della popolazione civile era considerato un reato militare gravissimo. Alla fine, zia Petruska, zio Toni e noi ci mangiammo quelle galline, ma con l'amarezza in bocca e un po' di disgusto per come le avevamo procurate.

Ma dopo tanto tempo passatoci a logorare, arrivò finalmente la grande novità: il contingente italiano doveva rientrare in patria. Ci fecero radunare tutti quanti in un campo sportivo. Il comandante della nostra compagnia, Giulio Monceri, prese la parola per darci l'annuncio: «Cari soldati, per noi è finita. Rientriamo in patria, non da vincitori, perché il destino ha voluto così. Rientriamo con il dispiacere nel cuore, perché in questa terra russa lasciamo parte dei nostri compagni rimasti dispersi».

Alla notizia del ritorno in Italia fummo sopraffatti da una gioia indescrivibile: avevamo salvato la pelle. Ci mettemmo a correre e a saltare per il campo, cantando a squarciagola: «Mamma, sono tanto felice perché ritorno da te!».

Quando andammo a comunicare la notizia a zia Petruska, lei si fece improvvisamente pensosa e triste. Ci fece capire che, con la nostra presenza in casa, loro si sentivano più sicuri e protetti dalle brutalità dei tedeschi. Chissà come sarà finita per quella povera gente dopo la nostra partenza. Il giorno dell'addio ci abbracciò stretti, piangendo disperatamente come se fossimo stati figli suoi.

Note di contesto storico e linguistico

1. Il reato di saccheggio e i tribunali militari: Come accennato nel testo, il furto ai danni dei civili nei territori occupati (definito legalmente "razzìa" o "saccheggio") era severamente punito dal Codice Penale Militare di Guerra italiano. Nonostante la fame cronica spingesse i soldati a questi espedienti, le denunce potevano portare a processi rapidissimi davanti ai tribunali militari (come quello visto a Stalino nel Capitolo 20) con condanne al carcere o ai battaglioni di rigore, poiché tali atti compromettevano la disciplina e i rapporti con la popolazione locale.

2. La divisa blu del Genio Antincendio: Un dettaglio storico di straordinaria precisione. I reparti del Genio Antincendio (spesso legati ai corpi dei Vigili del Fuoco militarizzati o a sezioni speciali del Genio) ricevevano in dotazione uniformi di colore blu scuro o tute da lavoro scure, che li differenziavano nettamente dalla massa dei fanti dell'ARMIR, i quali vestivano in panno grigio-verde. Questa particolarità cromatica rendeva gli uomini del reparto facilmente identificabili, come compresero subito il contadino derubato e il protagonista.

3. Il Comandante Giulio Monceri: Il capitano o tenente Giulio Monceri (indicato con precisione nel testo) fu un ufficiale italiano realmente esistito e comandante della compagnia. La citazione esatta del suo discorso fotografa perfettamente il clima del rimpatrio della primavera del 1943: la consapevolezza della sconfitta militare e il dolore per i tantissimi commilitoni lasciati per sempre nella neve della steppa (oltre 80.000 tra caduti e dispersi).

4. Il canto del rientro: La canzone che i soldati intonano correndo per la gioia è Mamma (scritta nel 1940 da Cesare Andrea Bixio e Bixio Cherubini, portata al successo da Beniamino Gigli). Era il brano più celebre dell'epoca, e i versi "Mamma, solo per te la mia canzone vola / Mamma, sarai con me, tu non sarai più sola" rappresentavano per i superstiti il simbolo del ritorno alla vita, alla casa e agli affetti familiari dopo l'inferno del fronte russo.

5. Il rapporto protettivo tra Italiani e Civili contro i Tedeschi: Le parole di zia Petruska rivelano una costante storica della campagna di Russia: la presenza dei soldati italiani nelle isbe faceva spesso da "scudo" per la popolazione locale contro le violenze, i lavori forzati e le requisizioni ben più spietate operate dai tedeschi della Wehrmacht o delle SS. Il timore della donna per il "dopo" riflette il tragico destino di molti civili bielorussi, la cui regione subì le più feroci ritorsioni d'occupazione della seconda guerra mondiale.

6. Correzione dei termini linguistici russi:

 Segizi è stato corretto in Sedite' (Sedetevi).

 Dosfidagna in Do svidanija (Arrivederci).

 Ci cera zabralli curtize è stato ricondotto a Ty včera zabral kuricu (Tu ieri hai preso la gallina).

 Ni culturna in Nekul'turno (Maleducati / Inopportuno, un forte rimprovero morale nell'Unione Sovietica dell'epoca)


​Su niu ‘e Crobu “Il nido del corvo" di Piergiorgio Pulixi

Di Alusac Eleirbag

Ho appena chiuso l’ultima pagina di "Il nido del corvo", l'ultimo lavoro di Piergiorgio Pulixi, e sento il bisogno di mettere nero su bianco le mie impressioni. Pulixi è un autore prolifico nel panorama della crime fiction italiana, ma personalmente ho scelto di soffermarmi su due tappe precise: "La donna nel pozzo" e, appunto, questo suo ultimo romanzo. Entrambi hanno avuto lo stesso, identico potere su di me: mi hanno catturato dalle prime battute, tenendomi in una tensione costante e sospesa fino all'ultima riga.

L'ombra di Simenon e i chiaroscuri dell'anima

Mentre leggevo, non ho potuto fare a meno di tracciare un parallelo spontaneo. Credo fermamente che chi ama la penna di Pulixi non possa non amare Georges Simenon. Il legame profondo che unisce il maestro belga all'autore cagliaritano risiede nella loro comune predilezione per il romanzo psicologico e d’indagine.

Pulixi firma qui una storia ipnotica e avvolgente, capace di scandire una vera e propria deriva nei chiaroscuri dell'anima umana. Al centro di tutto c'è una coppia di indagatori indimenticabili: Daniel Corvo e Viola Zardi. Partner nel lavoro ma opposti per indole e visione del mondo, i due si muovono come il giorno e la notte:

 Lui, una mentalità da monaco guerriero, ancorato alla famiglia e alla fede per tenere a bada antichi traumi.

 Lei, uno spirito in tempesta con il fascino dell'azzardo nel gioco.

La loro caccia allucinata comincia con il ritrovamento di un macabro reperto che vale come una firma: una mano femminile, troncata e in stato di perfetta conservazione. L'assassino agisce come un vero "artista della morte" che non sta semplicemente sfidando gli investigatori, ma li ha scelti, attirandoli tra le paludi e gli stagni di sale. Più Corvo e Zardi si avvicinano alla verità, più diventa chiaro che le prime vittime erano solo un drammatico prologo.

La Sardegna dell'Oristanese: tra West selvaggio e lande crepuscolari

Da lettore — ma soprattutto da Avvocato del Foro di Oristano — uno degli aspetti che più ho amato di questo libro è lo sfondo. Pulixi dipinge una Sardegna sospesa tra un West selvaggio e lande crepuscolari, sapendo valorizzare magistralmente un territorio a me così familiare e caro: la splendida Penisola del Sinis, la stessa città di Oristano, Cabras e Arborea.

Muoversi tra le pagine e ritrovare non solo i paesaggi, ma anche i luoghi della giustizia quotidiana — come la Questura di Oristano, il Tribunale e la Procura della Repubblica — ha dato alla lettura un sapore del tutto particolare. È vero, si tratta di fiction e i personaggi sono nati dalla pura inventiva dell'autore; eppure, per chi respira quell'aria e calpesta quei corridoi per professione, vi assicuro che queste figure lasciano senza dubbio il segno. Sono credibili, dense, vive.

Uno sguardo al futuro: dal Sinis al Gennargentu?

Chiuso il libro, resta la suggestione e, perché no, un piccolo auspicio. Chissà che Pulixi, cagliaritano di nascita ma ormai cittadino del mondo letterario, un giorno non decida di unire i puntini della Sardegna più profonda. Sarebbe affascinante leggere una sua crime fiction tesa sull'asse Milano - Centro Sardegna, capace di muoversi tra i grattacieli milanesi e l'aspra bellezza dei paesi del Gennargentu come Tonara, Desulo e Fonni.

Nel frattempo, “Il nido del corvo” si conferma un noir psicologico di altissimo livello che vi terrà incollati alle pagine. Consigliatissimo


domenica 28 giugno 2026

Capitolo 22. Ščobruk: zio Toni, zia Petruska, Ivan e Olga

La compagnia salì a bordo di una tradotta militare e, dopo molte ore di viaggio, arrivammo finalmente a destinazione. La meta era Ščobruk, una località situata a circa 20 chilometri da Gomel', un importante centro della Bielorussia; fu lì che ci ricongiungemmo definitivamente al resto del nostro reparto. Non appena arrivati, ricevemmo l'ordine di cercarci un alloggio in autonomia. In quella città, prima del nostro arrivo, erano già giunti molti altri soldati italiani appartenenti a diversi reparti. Ci sistemammo alla meglio, divisi in gruppi di cinque o sei militari per abitazione.

Io, insieme a quattro miei amici, trovai ospitalità presso una famiglia del posto con due figli. Quella povera gente non poteva negarci il vitto e l'alloggio, eppure divideva con noi il pochissimo che aveva. Disponevano infatti di pochissimo spazio per vivere: la casa consisteva in un'unica grande stanza che faceva contemporaneamente da camera da letto e da cucina. All'esterno c'erano la stalla, la legnaia e un piccolo orto davanti all'ingresso. In quell'unico ambiente interno dormivano tutti insieme: marito, moglie e i due figli. Al centro della stanza dominava la grande stufa russa in muratura per scaldare l'ambiente, e davanti c'era il focolare con il fuoco sempre acceso. Noi soldati ci sistemammo da un lato della stanza con i nostri sacchi a pelo e i pagliericci; poiché erano morbidi e non rigidi, la mattina li arrotolavamo per liberare spazio e li srotolavamo la sera per la notte. Il nostro comportamento fu sempre corretto e improntato al massimo rispetto, tanto che ben presto iniziammo a convivere come se fossimo un'unica grande famiglia. In quella casa siamo rimasti per più di tre mesi.

I componenti di quella brava famiglia si chiamavano zio Toni, zia Petruska, e i figli Ivan e Olga. Ogni giorno noi soldati ci presentavamo al comando di compagnia per ritirare il rancio, ma perlopiù ci consegnavano viveri a secco che poi portavamo a casa per cucinarli. Molte volte capitava di mangiare tutti insieme attorno allo stesso tavolo. Ricordo zia Petruska sempre attiva, intenta a sbucciare le patate per poi schiacciarle e mischiarle alla farina, un espediente per allungare l'impasto e fare il pane. Zio Toni, invece, possedeva un cavallo e un calesse ed era costantemente precettato dai tedeschi: a qualsiasi ora del giorno o della notte lo chiamassero, doveva mettersi al loro servizio per trasportare merci da un posto all'altro. Con il volto preoccupato, i due coniugi ci confidavano spesso il loro terrore: «Se non diamo retta a quello che dicono, ci deportano in Germania».

In quel periodo la guerra al fronte sembrava apparentemente ferma e stabile. "Radio Fante" — le voci che circolavano continuamente tra noi soldati — diceva che dall'Italia sarebbe presto arrivato nuovo materiale militare e che saremmo tornati nella zona delle operazioni. Siccome non eravamo impiegati in servizi di guardia continuativi, di giorno uscivamo a fare quattro passi nei dintorni per passare il tempo. Spesso andavamo a cercare il prete ortodosso russo, il pope. Era una persona molto alla mano: ci raccontava come funzionava la loro religione e ci spiegava che, oltre a celebrare la messa, doveva lavorare la terra come tutti gli altri per sopravvivere.

Zio Toni e zia Petruska avevano anche una mucca. Non appena l'animale aveva partorito, i tedeschi avevano requisito il vitello, lasciando alla famiglia solo la vacca. Oltre a questo, ogni singola mattina i soldati germanici si presentavano per prendere il latte e una parte consistente doveva essere consegnata direttamente al capozona del comando tedesco. Spinto dalla curiosità, un giorno chiesi a zia Petruska in russo: «Kuda moloko?» (Dove porti il latte ogni mattina?). E lei, con un sospiro rassegnato, mi rispose: «Nemeckim» (Ai tedeschi). Poi aggiunse: «Se non consegniamo il latte, vengono e ci portano via anche la mucca».

Note di contesto storico e linguistico

1. La Bielorussia e la piazzaforte di Gomel' (Primavera 1943): Dopo il crollo del fronte sul Don nel gennaio 1943, i resti dell'ARMIR (8ª Armata Italiana) vennero progressivamente arretrati nelle retrovie. La zona di Gomel' (importante snodo ferroviario nella Bielorussia meridionale) e i villaggi limitrofi come quello citato nel testo divennero aree di riordinamento e presidio. In questa fase, i reparti italiani superstiti vissero un lungo periodo di stasi in attesa di capire se sarebbero stati riarmati per tornare al fronte o rimpatriati in Italia.

2. Il fenomeno di "Radio Fante": Nel gergo militare italiano, l'espressione "Radio Fante" indicava il complesso di voci, indiscrezioni, smentite e speranze che si diffondevano tra i soldati in mancanza di notizie ufficiali. In quel momento di incertezza, la speranza di ricevere nuovi materiali dall'Italia rifletteva il desiderio dei comandi di mantenere l'efficienza bellica, anche se la realtà storica vedrà di lì a poco il rimpatrio quasi totale del contingente superstite.

3. La coabitazione nelle isbe e la stufa russa: Il racconto descrive perfettamente l'architettura e la vita sociale della campagna slava. La casa russa o bielorussa tradizionale (isba) era spesso un monolocale dominato dalla grandiosa stufa in muratura (peč'), che fungeva da riscaldamento, forno per il pane e persino da letto (la parte superiore, calda, era riservata ai bambini o agli anziani). La convivenza forzata tra soldati occupanti e civili si trasformava frequentemente, nel caso degli italiani, in un rapporto di mutuo aiuto e rispetto, ben diverso dal duro regime imposto dai tedeschi.

4. Le requisizioni tedesche e il lavoro coatto: Il testo evidenzia il contrasto stridente tra l'atteggiamento italiano e quello tedesco. L'esercito tedesco (Wehrmacht) gestiva i territori occupati con estrema durezza attraverso il sistema delle requisizioni forzate (il latte, il vitello) e il lavoro coatto dei civili (zio Toni obbligato a fare i trasporti con il calesse). La minaccia della deportazione in Germania come lavoratori forzati (Ostarbeiter) era una realtà quotidiana che terrorizzava la popolazione locale.

5. Il Pope e la religione ortodossa: Il "pope" è il sacerdote della Chiesa ortodossa. Sotto il regime sovietico, la pratica religiosa era stata duramente repressa e molti preti erano stati costretti a svolgere lavori manuali o agricoli per integrarsi nell'economia statale e sfuggire alle persecuzioni. Durante l'occupazione dell'Asse vi fu una parziale e tollerata riapertura delle chiese, e la figura del pope rimaneva un punto di riferimento spirituale e sociale per la comunità.

6. Correzione dei termini linguistici: I nomi e i termini russi sono stati adattati per fedeltà storica e linguistica: Etrusca o Petrus è stato ricondotto al tipico nome slavo Petruska (diminutivo di Praskovja o Pëtr); la domanda Cuda malaco è stata corretta nella trascrizione esatta Kuda moloko? (Dove va il latte?); la risposta A mimeschi è stata corretta in Nemeckim (Ai tedeschi, lett. "ai muti", termine storico slavo per indicare i germanici). La città di Gomme è la grande città bielorussa di Gomel'


Capitolo 26. Il ritorno alla terra, il matrimonio e una nuova attività

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