Meno male che avevamo ancora gli automezzi, il che ci permise di partire prima che la situazione diventasse del tutto incontrollabile. Durante il cammino, tuttavia, fummo costretti a lasciare per strada parte delle armi e degli altri mezzi militari perché scarseggiava il carburante; nella fuga dovemmo abbandonare persino i mezzi pesanti e un carro-officina che avevamo in dotazione. Avevamo davanti quasi 200 chilometri di strada per uscire dalla zona di pericolo.
Ci fermammo innanzitutto a Dnepropetrovsk, una grande città bagnata dal fiume Dnepr. Vi rimanemmo per una ventina di giorni, convivendo come potevamo con la popolazione russa, pur restando sempre in contatto con il comando della nostra compagnia. Io ero stato aggregato a quattro compagni di reparto e insieme a loro mi ero sistemato in un'abitazione. I civili russi non potevano negarci l’alloggio: sapevano bene che, in caso di rifiuto, saremmo entrati con la forza. In quella casa, però, mancava la luce elettrica perché i tedeschi avevano tagliato i vecchi allacciamenti per deviare l'energia verso una fabbrica.
Sapevamo che nella casa vicina, dove erano acquartierati altri soldati, la corrente funzionava e che avremmo potuto ricollegarci. Per unire i fili alla linea principale, però, bisognava arrampicarsi su un palo di legno. Tra i commilitoni che coabitavano con me, nessuno se la sentiva di rischiare. Io, invece, decisi di avventurarmi. Ci provai all'alba di buon mattino: iniziai a salire e, non senza fatica, arrivai a metà del palo. Il freddo polare e il ghiaccio che lo ricopriva, però, mi stavano congelando le mani; non riuscivo più a muovere le dita e fui costretto a tornare indietro. Non mi diedi per vinto. La sera stessa ci riprovai e, stringendo i denti, riuscii a raggiungere la cima del palo, proprio dove si trovavano i fili staccati. Un mio compagno di cognome Ferrandu, che se ne intendeva di elettricità, mi aveva spiegato da terra come fare per giuntarli. Seguii le sue istruzioni e li unii. Quando scesi dal palo ero completamente congelato e non del tutto convinto del risultato. Ma quando, dentro casa, una donna russa premette l’interruttore, per buona sorte nostra e loro la luce apparve di colpo. Non mi sembrò vero: fu un'esplosione di felicità. Tra il suono di un vecchio grammofono e le note di una balalaica ci mettemmo a ballare tutti insieme per festeggiare. Ci divertimmo moltissimo e, grazie a quel nostro buon comportamento, ricevemmo una splendida accoglienza e grande riconoscenza da parte dei russi di quella casa.
In quella stessa città consegnammo infine gli automezzi e, da quel momento, ricominciammo a viaggiare in tradotta militare. Durante il tragitto, però, il treno fu fatto sostare su un binario morto. Ormai eravamo sotto il totale controllo del comando tedesco. Poiché quella zona era dominata dai partigiani sovietici ed era in corso un violento rastrellamento da parte delle truppe germaniche, i tedeschi decisero di rinchiudere noi italiani — che eravamo disarmati e impossibilitati a difenderci — dentro un grande palazzo disabitato. Per mangiare ci passavano appena mezza gavetta di patate e una fetta di pane nero, duro e scuro come la pece; doveva essere lo stesso pane che davano ai prigionieri di guerra, quasi impossibile da buttare giù.
Era severamente vietato uscire da quel fabbricato, che era sorvegliato a vista da una sentinella. Ci tennero confinati in quel posto per circa dieci giorni. Al quarto giorno, tormentato dai morsi della fame, decisi che non potevo più resistere: dovevo tentare la fuga per andare in cerca di patate nel centro abitato. Per fortuna, il portone d'ingresso del palazzo era rimasto socchiuso. Agendo con cautela, studiai i movimenti della guardia dall'interno; non appena si trovò a breve distanza e girò le spalle alla porta, sgusciai fuori piano piano, di nascosto, e scappai.
Attraversai il paese senza incontrare un’anima: la gente, terrorizzata dai rastrellamenti, non osava uscire di casa. Arrivato in periferia, mi fermai davanti a una casetta, bussai alla porta ed esclamai in russo: *«Možna?»* (Permesso?). Tenevo il moschetto con il caricatore inserito, pronto a fare fuoco in caso di pericolo; ormai ero deciso a tutto. A un certo punto la porta si aprì e si affacciò un uomo con una barba lunghissima. A quella vista mi si gelò il sangue e pensai con terrore: *«Sono finito in mano ai partigiani»*. Contrariamente alle mie paure, l'uomo mi squadrò e disse con calma: *«Pažaluysta»* (Prego).
Senza abbassare la guardia, con la mano sempre pronta a impugnare l'arma, gli chiesi: *«Est' kartoška?»* (Avete delle patate?). E lui rispose: *«Est' kartoška»* (Sì, ci sono). Mi fece accomodare all'interno, dove si trovavano anche due donne e una ragazza. Tornai alla carica: *«Davaj tri-četyre kilo kartoški?»* (Mi dareste tre o quattro chili di patate?). Una delle donne mi prese lo zaino che avevo in mano e sollevò una botola sul pavimento per scendere nella cantina sotterranea. Quando vidi aprirsi quella botola, il cuore mi balzò in petto: *«Ecco, stavolta muoio davvero, questo è un covo di partigiani»*, mi dissi. Invece, dopo pochi minuti, la donna riemerse dal buio con lo zaino stracolmo di patate.
Non mi sembrava vero. Presi lo zaino e chiesi in russo l'ammontare del conto in marchi d'occupazione: *«Skol'ko marok dalžen?»* (Quanti marchi vi devo?). L'uomo, scuotendo la mano, mi fece capire che non voleva nulla. Spiegò che eravamo in guerra e che se un domani qualche soldato russo fosse caduto nelle nostre mani, avremmo dovuto trattarlo con la stessa benevolenza. Commosso, gli dissi: *«Spasibo»* (Grazie) e li salutai augurando loro la buona giornata: *«Dobryj den'»*.
Per rientrare al nostro accantonamento rifeci la stessa strada a ritroso, morendo di paura non solo per la sentinella, ma anche all'idea che qualcuno potesse sottrarmi quel tesoro di patate. Alla fine la fecero franca. Non appena varcai la soglia dell'edificio, i miei compagni mi circondarono stupiti, chiedendomi dove fossi stato e cosa nascondessi nello zaino. Quando videro le patate restarono a bocca aperta.
Il problema successivo fu come cuocerle. In un angolo del piano terreno di quel grande fabbricato disabitato, recuperammo dei pezzi di legno e delle tavolette per accendere un fuoco. Mettevamo a bollire le patate nelle gavette, a volte facendone cuocere due alla volta. Eravamo un gruppo di circa quarantacinque soldati e, dividendo quel cibo, riuscimmo a tirare avanti e a non morire di fame per diversi giorni. Solo quando i tedeschi conclusero il rastrellamento antipartigiano, fummo finalmente lasciati liberi.
Note di contesto storico e linguistico
1. **La città e il fiume (Dnepropetrovsk e il Dnepr):** La città indicata nel testo originale come "nievopetrosky" sul fiume "Nepal" è in realtà **Dnepropetrovsk** (oggi Dnipro), una delle più grandi città industriali dell'Ucraina, situata lungo il corso del maestoso fiume **Dnepr**. Nel gennaio-febbraio del 1943, la città rappresentava un nodo ferroviario e stradale fondamentale per le truppe dell'Asse in ritirata dal fronte del Don e da Stalingrado.
2. **La ritirata logistica e l'abbandono dei mezzi:** Il dramma della ritirata dell'ARMIR non colpì solo i reparti di prima linea a piedi, ma creò il caos anche nelle unità motorizzate e nei servizi di retrovia. La mancanza cronica di carburante (requisito spesso dai tedeschi con la precedenza per i loro mezzi) costrinse gli italiani ad abbandonare lungo le strade innevate preziosi camion officina, pezzi d'artiglieria e munizioni, trasformando la ritirata in una fuga disperata con mezzi di fortuna.
3. **I rastrellamenti tedeschi e i soldati italiani disarmati:** La convivenza dei soldati italiani con le truppe tedesche nelle retrovie era tesa. I tedeschi consideravano spesso gli italiani in ritirata come un ostacolo o truppe poco affidabili, arrivando a disarmarli (come descritto nel testo) o a confinarli durante le brutali operazioni antipartigiane. La guerriglia partigiana sovietica nel territorio ucraino era attivissima e i tedeschi rispondevano con rastrellamenti feroci che terrorizzavano la popolazione civile, costringendola a barricarsi in casa.
4. **La solidarietà contadina ("Oggi a me, domani a te"):** L'episodio del contadino russo dall'aspetto patriarcale che rifiuta i marchi tedeschi (*Reichskreditkassenscheine*) pronunciando parole di pace è un classico esempio di "solidarietà del fronte". Molti memoriali di reduci italiani in Russia descrivono l'inaspettata pietà e generosità delle famiglie contadine ucraine e russe (le cosiddette *isbe* dotate di botole e cantine interrate per conservare le patate dal gelo), le quali, pur nella miseria e nel terrore della guerra, riconoscevano l'umanità del soldato italiano, spesso distinguendolo dalla spietatezza dell'occupante tedesco.
5. **Correzione dei termini russi:** Per rendere il testo filologicamente accurato, i termini russi storpiati dall'orecchio del soldato sono stati corretti secondo la giusta traslitterazione: *Mosma* è diventato **Možna** (permesso); *Ies cartosk* è diventato **Est' kartoška** (ci sono patate); *Scoka mark Canju* è stato ricondotto a **Skol'ko marok dalžen** (Quanti marchi devo); *Spassiba* in **Spasibo** (Grazie) e *Dobriut* in **Dobryj den'** (Buon giorno). Il "moschetto" citato è il celebre fucile Carcano Mod. 91 in dotazione alla fanteria italiana.
Santa Maria della Neve non è solo una meta per i fedeli, ma un punto di riferimento per chiunque cerchi una connessione autentica con la natura selvaggia della 







