domenica 8 febbraio 2026

Santa Maria della Neve: Silenzi di Pietra alle Pendici del Gennargentu

Di alusac eleirbag


Ci sono luoghi che non si limitano a ospitarti, ma sembrano volerti proteggere. Durante la mia risalita verso le vette del Gennargentu, sul versante che abbraccia Aritzo, mi sono imbattuto in un piccolo santuario che pare nascere direttamente dalla terra: la chiesa di Santa Maria della Neve.

L’ho trovata così, sotto un cielo carico di nuvole che sembrava voler toccare il tetto, immersa in quell'atmosfera sospesa che solo l'alta montagna sa regalare.

Un'architettura che parla di Sardegna

La prima cosa che ti colpisce è la materia. Non c'è cemento che stoni, solo la pietra locale disposta con una maestria antica, quasi fosse un mosaico naturale di sfumature grigie, brune e ocra.

Le foto che ho scattato mostrano i dettagli che rendono questo luogo unico:

 * Il gioco dei mattoni: Le finestre ad arco e il campanile a vela sono rifiniti con mattoni rossi disposti a raggiera, un contrasto caldo che rompe la severità della pietra.

 * Il ferro battuto: Le grate delle finestre non sono semplici protezioni; osservandole bene, il disegno circolare rivela una croce stilizzata, un dettaglio di un'eleganza umile e potente.

 * Il campanile: Piccolo, essenziale, con la sua campana pronta a sfidare il vento del Gennargentu per richiamare i pastori e i viandanti.

Il cancello verso l'anima della montagna

L'ingresso è segnato da un cancello in legno grezzo, quasi rudimentale, che reca la scritta "Santa Maria de su Nie". Varcare quella soglia significa entrare in una dimensione di pace assoluta. Il porticato laterale, con le sue panche in legno massiccio, invita a sedersi anche solo per un istante, per ascoltare il respiro del bosco e il ticchettio della pioggia sulla pietra.

Perché visitarla?

Santa Maria della Neve non è solo una meta per i fedeli, ma un punto di riferimento per chiunque cerchi una connessione autentica con la natura selvaggia della Barbagia. È una chiesa che non urla, ma sussurra; non ostenta ricchezze, ma offre rifugio.

In un mondo che corre sempre troppo veloce, fermarsi qui, alle pendici del Gennargentu, è un regalo che dobbiamo fare a noi stessi


IN PALESTINA CUSSA LIBERTADE - Poesia di Giovanni Mura


DI GIOVANNI MURA

IN PALESTINA CUSSA LIBERTADE  

          

                1

PARET’UNU FOEDDU ‘E PAGU LIGA

E SINNE FAET PAGU CUNSIDERU

E MANCU ‘EO A ESSER SINCERU

PO CHI OGNI TANTU MI ENIT A MENTE

CA PO SA LIBERTADE FREQUENTE

BONA PARTE ‘E SU MUNNU EST IN BRIGA

                               2

MA SU CHI CONTAT EST SA LIBERTADE

DONNIUNU DDA CRICAT PO DIRITU

SIAT ERRICU O SIAT POBERITU

A UNGAS IN FORA DDA PRETENDEDE

DDA CHERET FINAS CHIE NON DDA TENEDE

DAE PITICU A SA TARDA EDADE

                               3

MANCU A DDA LUMENARE SEUS BRAVOS

E B’EST PO DOGNUNU BENE MANNU

MA CUSTRINTOS A BIVER CUN AFANNU

COMENTE EST CAPITAU AI CUDDOS TRISTOS

CHI MISEROS E IN GRUGHE CHE A CRISTOS

DE NASCHIRE E DE MORRER ISCHIAVOS

                               4

CHIE DE LIBERTADE EST IN POSSESSU

PAGU PENSAT E MEDA SINNE ABUSADA

D’ADA IN SA MANU  E NEMANCU DDA USADA

D’ESSER MERE DE TOTTU ND’EST CUNVINTU

MA S’OMINE CHI AGIT PO ISTINTU

PERDET SA LIBERTADE E S’INTERESSU

                               5

IN PALESTINA CUSSA LIBERTADE

D’ANTA ABOLIA CUN S’IDEA MALA

UNU PIPPIU CUN SA SORRE ‘A PALA

SI FUIT  TRISTU CUN PIANTU IN OGOS

CA EST FINIU SU DISVAGU 'E I GIOGOS

MA NESSUNU NNE TENET PIEDADE


Aritzo: Il Tesoro Nascosto tra le Mura del Castello Arangino

Di alusac Eleirbag 

 
Camminare per le strade di Aritzo è un’esperienza che ti riporta indietro nel tempo, tra il profumo di castagne e l’aria frizzante di montagna. Ma c’è un angolo, in particolare, che ha catturato la mia attenzione e mi ha costretto a fermarmi: il Castello Arangino.
Mentre passeggiavo, mi sono imbattuto in questa imponente struttura che sembra uscita da un romanzo cavalleresco, pur essendo un gioiello del primo Novecento. È un edificio privato, costruito nel 1917 dal Cavalier Vincenzo Arangino, una figura di spicco della Sardegna dell'epoca che volle donare al borgo un tocco di eleganza neomedievale.
Un tuffo nel Neomedievale
Ciò che colpisce immediatamente è lo stile architettonico, tipico di quel periodo a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Osservando le foto che ho scattato, noterete:
 * Il contrasto cromatico tra la pietra scura e le finiture in mattone rosso.
 * Il balcone angolare con le sue mensole decorate, una vera chicca che domina la via.
 * L'ingresso al numero 119, protetto da un maestoso cancello in ferro battuto dove spicca lo scudetto rosso e bianco, custode della storia di questa famiglia.
Quella notte da Re nel 1929
Ma la vera magia si percepisce pensando a chi ha calpestato quei pavimenti. Pensate che nel 1929, Aritzo divenne per breve tempo il centro del mondo nobiliare: il castello ospitò infatti il Principe Umberto II di Savoia insieme alla sua promessa sposa, Maria José del Belgio.
Erano i mesi del loro fidanzamento ufficiale e posso quasi immaginare il fermento di quei giorni: il castello illuminato a festa, il rigido protocollo reale che si mescolava all'ospitalità barbaricina, e i futuri sovrani d'Italia che ammiravano il panorama sardo da quel balcone. In quel momento, il Castello Arangino non era solo una dimora signorile, ma un vero e proprio palazzo reale temporaneo.
Tra Leggende e Silenzi
Come ogni castello che si rispetti, il fascino è alimentato dal mistero. Si racconta che la costruzione fu possibile grazie a un tesoro nascosto: una donna della famiglia lo avrebbe trovato in una vecchia cassa panca, usata come legnaia durante un inverno gelido. Quel tesoro non solo costruì le mura, ma finanziò una stagione di splendore che purtroppo si interruppe bruscamente nel 1954, quando la famiglia Arangino si estinse in seguito a eventi tragici.
Oggi, ammirare il Castello Arangino significa rendere omaggio a una storia fatta di ambizione, nobiltà e leggenda. Se passate da Aritzo, non limitatevi a guardare le vette: cercate questo portone. 

domenica 7 dicembre 2025

Un viaggio tra i centenari della Barbagia di Gianluca Lanciai


FONTE: https://www.youtube.com/watch?v=_271d5FRWLQ


A volte, più osservi il campo, più ti rendi conto che c'è qualcosa che va oltre la logica. Ed è quel tocco di mistero che mi affascina. Essendo italiano, ho visitato la Sardegna più di qualsiasi altra parte del Paese. C'è qualcosa di magnetico in quest'isola che sembra allo stesso tempo reale e surreale, quasi difficile da spiegare solo a parole. Ed è per questo che ho voluto tradurlo visivamente.

Nel processo di elaborazione di una storia, le domande sono inevitabili. Cosa significa la longevità? E come posso rappresentarla? Ho trascorso tre mesi in Barbagia, la zona rurale dell'isola dove il tempo sembra sospeso, quasi separato dal resto dell'isola. Ho assistito a un antico rituale segreto chiamato "sa meighìna" (o "lamidina" come scritto nel testo). Una formula curativa per le persone e il bestiame, tramandata per secoli e riservata solo agli eletti.

Il pascolo libero aiuta a mantenere un ritmo naturale che le persone comprendono e rispettano. Questo legame prende vita nelle Maschere Tradizionali, dove umani e animali si fondono in creature mitiche che riflettono il Cerchio della Vita attraverso ancestrali rituali di caccia. Ogni volta che visitavo un centenario, lo trovavo sempre seduto accanto al fuoco. La mia impressione era che il suo calore servisse non solo al corpo, ma anche alla mente. Durante le feste locali, il fuoco simboleggia la purificazione, la rinascita e il rinnovamento sia per la terra che per la comunità.

Ho voluto creare immagini che esprimessero l'essenza mistica di certi elementi, come gli alberi secolari che si trovano qui da centinaia, persino migliaia di anni. Come molti credono qui, sono le nostre memorie e tradizioni a mantenerci in vita. Preservare un'arte della nazione come il costume tradizionale di Desulo è un'espressione di identità e appartenenza al codice sociale che ha definito questa comunità per secoli.



domenica 30 novembre 2025

Tia Chicca Todde 105 Candeline e il Tempo Sospeso a Su Pranu


 Di Alusac Eleirbag

E' il 30 novembre, sono passati solo pochi giorni da quando Zia Chicca ha tagliato il traguardo incredibile dei 105 anni. Con quel numero d'oro ancora impresso nella mente, mi sono recato a trovarla. È stato un pellegrinaggio, più che una semplice visita.

L'ho raggiunta a Su Pranu, uno dei rioni storici di Tonara, dove in questo periodo è ospitata dal figlio, Gesuino. La casa, immersa nella tranquillità del paese, profumava di famiglia, di quiete e di quel particolare odore di storia che solo le case antiche sanno emanare.

Mi ha accolto Gesuino, con l'ospitalità tipica, e mi ha condotto da lei.

Zia Chicca era seduta davanti al cammineto, nello stesso modo composto che ricordo dall'ultima volta che l'ho vista il 29 agosto del 2024, e che rivedo nella foto dei suoi 103 anni esposta nella pasticeria di Maurizia tra gli altri centenari tonaresi. Non c'è un filo di stanchezza che il passare dei 105 anni non riesca a nascondere. È la stessa, immutabile, custode di un secolo.

Le ho stretto la mano, le ho augurato di nuovo buon compleanno, sapendo che le parole non bastano per onorare un simile traguardo.

"Zia Chicca, come stai? Sei splendida. 105 anni... un record che solo tu potevi raggiungere."

Lei ha sorriso, forse quel sorriso che tradisce la consapevolezza di aver visto più primavere di chiunque altro qui. I suoi occhi, vivaci e limpidi, mi hanno scrutato. L'ho vista, la donna che ha avuto otto figli, la donna che ha amato e perso due mariti, la donna che porta su di sé la memoria di una comunità intera.

In quel momento, seduto nella casa di Gesuino a Su Pranu, ho capito che la sua longevità non è solo una cifra sul calendario. È un dono per noi. Finché lei ricorderà Benigno, finché racconterà, la storia non sarà mai veramente finita. È lei, la nostra Tonara vivente. E poter essere lì, pochi giorni dopo il suo 105° compleanno, ad ascoltare il silenzio della sua saggezza, è un privilegio che porto nel cuore.

 

venerdì 28 novembre 2025

19 - A Voroscilovograd: Cronache dal Fronte Antincendio



La nostra destinazione finale, il comando della mia compagnia, era Voroscilovograd. Era una città immensa, un milione di anime, piazzata proprio al centro del bacino del Donez. Per noi, gli uomini della sesta compagnia accompagnamento incendio, era l'ultima fermata, o almeno, per la mia sezione.

La nostra compagnia era stata divisa in tre sezioni. Due erano state spinte in avanti, verso il fronte. La mia, la Sezione Comando, aveva il suo quartiere generale proprio qui, a Voroscilovograd. Le altre, beh, una era a pochi chilometri, la Prima Sezione, incaricata del vitale compito di rifornire i soldati al fronte di viveri e munizioni.

Il nostro dovere qui non conosceva riposo: intervenire a spegnere i fuochi. Non appena un bombardamento, opera della versione russa, colpiva, noi dovevamo esserci. Il servizio era organizzato con la precisione di un orologio, in squadre, e ogni soldato conosceva il suo posto, il suo compito. Appena arrivava la comunicazione – tramite radiotrasmittente o telefono – l’intervento doveva essere diretto, senza indugi.

Arrivati sul luogo dell’incendio, il comandante di squadra non perdeva tempo. Faceva un rapido giro di ispezione, un’occhiata per decidere il punto d'attacco, la parte da cui cominciare per domare le fiamme. Poi, l’ordine, secco, e noi ci muovevamo.

L’acqua la trasportavamo con le manichette, quei tubi di canapa robusta, e attraverso i ripartitori, la distribuivamo per affrontare il fuoco su più fronti. La motopompa era il nostro cuore pulsante: pescava l'acqua dai pozzi e la inviava sotto pressione – le atmosfere necessarie – attraverso la manichetta, fino alla lancia. Quella lancia, stretta tra le mani, era l’unica cosa che si frapponeva tra la distruzione e noi.

Non eravamo in prima linea nel vero senso della parola, non sul fronte del Don a sparare. Ma il nostro servizio era duro e pericoloso quanto quello di chi aveva il fucile. Anzi, forse di più, quando dovevamo affrontare le fiamme nei depositi di munizioni, di carburante, nei magazzini di approvvigionamenti. Lì, il fuoco non era solo fuoco, era un ordigno a tempo.

Io, Benigno, ho avuto la fortuna dalla mia. Sono stato assegnato alla Terza Sezione del Comando, lontano dal fronte di combattimento più cruento. E questo, ne sono certo, mi ha salvato la pelle.

La Prima Sezione... a loro è toccata la peggiore sorte. Erano accreditati alla protezione dei magazzini vicinissimi al fronte, per cui erano costantemente soggetti agli attacchi russi. Infatti, dopo che è scattata la controffensiva russa, non abbiamo più saputo nulla di loro, quale fosse stata la loro fine. È un pensiero che mi accompagna spesso.

Abbiamo passato un autunno e poi un inverno di un freddo che tagliava la carne. La temperatura scendeva fino a 25, persino 30 gradi sottozero. Ma in questo, dovevamo ringraziare la nostra specialità. Essendo un reparto speciale antincendio, eravamo vestiti bene: giubbotti di pelle, stivaloni ugualmente di pelle con suole robuste e altri indumenti adatti al nostro lavoro. Quella pelle, quel cuoio, a volte era l’unica cosa che ci separava dal gelo che uccide.

Ecco com'era la vita a Voroscilovograd. Un mix di attesa gelida, intervento frenetico e il costante pensiero di chi era più avanti di noi.  


sabato 8 novembre 2025

18-La Russia. Arregodos de sa guerra e de Russia e de sa Vida - Benigno Casula


 

Il 7 luglio del 1942. Ricordo la data come fosse ieri. Quel giorno, partimmo per il fronte russo. Il mio reparto era l’Autosezione Antincendi, destinata a dare supporto all’Ottava Armata Italiana.


Salimmo sulla tradotta militare. Il viaggio fu un inferno di quindici giorni. Passammo per Verona, Bolzano, Rovereto, e poi il Brennero. Attraversammo l’Austria, la Germania, e finalmente arrivammo in Polonia. Eravamo ammassati nei vagoni come animali. Era piena estate e si moriva dal caldo.

Arrivammo a Leopoli, ai confini. Breve sosta, e poi via: entrare nel territorio sovietico significava attraversare distese immense. La Bielorussia, Minsk, Kiev… Le città che vedevamo erano già in buona parte distrutte dai bombardamenti. La Russia ci impressionava per un unico motivo: l'estensione. Era sterminata. Ma il fronte vero era ancora lontano, molto lontano.

Ricordo una fermata. Eravamo assetati, disperatamente. Presi la mia borraccia e cercai acqua. Vidi una bella ragazza russa, biondina, a distanza. Con i gesti, le chiesi dove potevo trovare una fontana. Mi guardò, sorrise, e si mise a ridere, dicendomi una cosa che suonava come ‘ni pagni mai’ (non ho capito).

Mi allontanai, e per fortuna arrivai a una piazza con un pozzo. C’era una pompa a manovella per prendere l’acqua. Vedo un signore, gli chiedo, e lui mi dice: ‘pazhalusta’ (prego). Non capii la parola, ma capii il gesto: mi invitava a prendere l'acqua. Feci in fretta a riempirmi la borraccia. Lo ringraziai in italiano e tornai alla tradotta.

Dopo poco, sentimmo la trombetta del capotreno: si ripartiva.

Arrivammo a Nieperpetrovsk, una bella cittadina sul Dnieper. Lì ci consegnarono i mezzi e le macchine per il nostro servizio: dovevamo fare l’antincendio in protezione dei magazzini 

dell’armata italiana, situati tra il Donets e il Don.

Solo mesi dopo capimmo la beffa. Ci avevano fatto credere che i russi si fossero ritirati a gennaio del 1942, mentre le truppe arrivavano dall'Italia. Era una menzogna, un tranello organizzato per intrappolarci. L’imboscata fu terribile: parte della divisione Ravenna fu massacrata, e le perdite furono enormi. I militari russi, per prenderci in giro, diedero a quell’operazione il nome di "Divisione Cicali", ovvero "Divisione Fuggiaschi"."

Benigno, il tuo racconto è una vivida e preziosa pagina di storia.

Se lo desideri, potrei cercare informazioni sulle condizioni di vita dei soldati italiani impegnati nei servizi logistici (come l'Antincendi) sul Fronte Orientale in quel periodo.



17-La guerra. Arregodos de sa guerra e de Russia e de sa Vida - Benigno Casula


 

 


Ricordo ancora il giorno in cui partii, ai primi del 1941. Avevo ricevuto la cartolina di precetto, come tutti i ragazzi della mia classe, quella del '21. Partii per Bologna, dove mi assegnarono al Sesto Reggimento del Genio. La divisa che mi diedero era grande e grigio-verde, ma dovevo indossare solo quella.

Dopo pochi giorni, mi trasferirono a San Giorgio di Piano, dove mi unii alla seconda compagnia artieri. Lì faceva un freddo umido terribile, e dormivamo tutti in un capannone senza riscaldamento. Dopo due mesi, mi spostarono a Cento, in provincia di Ferrara. Qui, come genio artiere, iniziammo ad addestrarci per la guerra. Imparammo a maneggiare mine e a costruire reticolati di protezione. Andavamo al fiume Reno e costruivamo ponti provvisori, fatti con barconi ancorati l'uno all'altro, sui quali montavamo impalcature per far passare le macchine. Eravamo diventati una squadra veloce e in poco tempo il ponte era pronto.

Dopo quattro mesi, tornai a Bologna per un corso antincendio alla caserma dei vigili del fuoco. Alla fine del corso, mi diedero una licenza di 10 giorni. Non mi sembrava vero, potevo tornare a Tonara. Finita la licenza, andai a Pavia, al Terzo Reggimento del Genio, per un'istruzione prima di partire per il fronte russo. Era la fine del 1941, la guerra era già iniziata. Per noi soldati, era come una gita; ci avevano convinto che i nemici dell'asse Roma-Berlino sarebbero

stati sconfitti in fretta e che saremmo tornati a casa vittoriosi.

 


16-Il Servizio pre Militare Arregodos de sa guerra e de Russia e de sa Vida - Benigno Casula

 




Ricordo bene quel periodo, gli anni del servizio premilitare. Ogni sabato dovevamo presentarci per le esercitazioni. Erano gli anni del fascismo, e non era concesso mancare; le pene per chi si assentava erano severe, gravissime. I nostri istruttori erano tutti fascisti: il capo manipolo, un maresciallo, e il caposquadra, una milite scelto.

A Tonara, in quegli anni, c'erano anche parecchi esiliati. Uomini considerati "sovversivi", pericolosi nei loro paesi, che non potevano lasciare il paese e di notte avevano il divieto di uscire di casa. Erano menti critiche, e per questo venivano allontanati e confinati.

Mi viene in mente il 1934, quando Tonara fu invasa dai soldati della fanteria e dell'artiglieria. Facevano esercitazioni nei campi di zia Clara, appena sopra il paese. Nello stesso periodo, ricordo che arrivò anche il principe Umberto di Savoia. In località Su Pranu, i soldati organizzarono una sfilata imponente e una festa folcloristica per accoglierlo. Avevo solo 13 anni, ma ricordo ogni dettaglio di quel giorno del 1934, quando il Principe Umberto venne a Tonara. Mi sembra ancora di vederlo lì, sul balcone della casa di Antonio Carta, proprio al centro del paese. La facciata dell'edificio a due piani era imponente e, a sinistra del balcone, spiccava in modo chiaro la parola "VINCERE". Il balcone era affollato di gente, ma la figura del Principe si distingueva su tutte, circondato da tutti coloro che lo accompagnavano. 

 


Quando arrivò il momento della leva vera e propria, andavamo ad Aritzo. La mia classe, quella del 1921, era numerosa, eravamo una quarantina di uomini. Pochi furono riformati, quasi tutti fummo dichiarati idonei. Poi, nel 1940, l'anno della guerra con la Francia, fummo tutti fatti soldati. Il destino era segnato, la partenza sarebbe avvenuta a breve.

Prima di muovere i primi passi verso la guerra, ogni tanto ci riunivamo con gli organetti per cantare i "mutos" d'addio. Erano canti malinconici, pieni di speranza e paura. Ricordo ancora le parole, che risuonano nella mia mente come allora:

La partenza è vicina, alla guerra dobbiamo andare, prega tu, cara Nina, se vuoi vedere sani eroi tornare a casa.

 

15La Transumanza del '38 Arregodos de sa guerra e de Russia e de sa Vida - Benigno Casula


Quando l'autunno si avvicinava, il freddo pungente di Tonara ci costringeva a prendere una decisione importante: dove avremm


o svernato il bestiame? L'unica soluzione era scendere verso il Campidano, il Logudoro o magari ad Alghero, dove le temperature erano più miti. Ricordo bene l'autunno del 1938. Mio padre, Giuseppe Casula, scelse di andare a Villanova Monteleone, un luogo dove aveva qualche conoscenza.

Mia madre, Maddalena Todde, cominciò subito a preparare tutto il necessario. Fece i bagagli, mise da parte i vestiti per il lungo cammino e preparò le provviste per il viaggio. Io e mio padre caricammo le due bisacce sull'asinello, il nostro fedele mezzo di trasporto, e partimmo.

Il nostro cammino iniziò da S'isca de sa Mela, passando per IeniMulloneCanale Figus, fino ad arrivare al sentiero di Neoneli. Proseguimmo per Sorradile, attraversammo il fiume Tirso e ci fermammo per un po' a far pascolare le pecore e a riposare un po' anche noi. Riprendemmo la strada passando per Tadasuni e arrivando all'incrocio per Macomer. Da lì, passammo per PozzomaggiorePadria e Mara, fino a quando non svoltavamo a sinistra all'incrocio per Romana, diretti a Villanova Monteleone.

Dopo tre lunghi giorni di cammino, finalmente arrivammo. A Villanova, mio padre iniziò a trattare per "s'acolocu", l'accordo per lo svernamento, con i pastori Tiu Micheli Correddu e Salvatore Meloni. Tiu Micheli prese la maggior parte delle nostre pecore, mentre una ventina le lasciò a me. In cambio del pascolo libero e del nostro mantenimento, dovevamo accudire le loro pecore e le nostre, e offrire il nostro aiuto per qualsiasi necessità nell'ovile. Con noi c'erano anche il padrone e qualche altro servo.

L'inverno passò in fretta. Tra me e me, non vedevo l'ora che arrivasse maggio per tornare a casa. Mio padre aveva già stabilito la data del nostro rientro per il 10 maggio, un giorno che avevamo concordato con i nostri padroni. Li ringraziammo per la loro ospitalità e per l'ottima accoglienza che ci avevano riservato. Ci salutammo e ci mettemmo in viaggio. Mio padre venne a prendermi, caricammo nuovamente l'asinello con i nostri averi e ci incamminammo verso Tonara. Il viaggio di ritorno fu molto più felice dell'andata, perché stavamo finalmente tornando a casa nostra.


14- Arasule Arregodos de sa guerra e de Russia e de sa Vida - Benigno Casula

 


Quel giorno  il cielo di Arasule,Il rione dove ero nato, era parzialmente nuvoloso e dominava la scena. Dalla posizione in cui mi trovavo in basso a destra, vedevo l'angolo di un tetto in terracotta con tegole a coppo provenienti dalle Fornaci di Bonu di Su Nuratze in perfette file diagonali fungeva da elemento di inquadratura, guidando lo sguardo verso il centro dell'immagine. A sinistra, un albero dalla chioma folta e di un verde acceso catturava  la luce, offrendo un vivace contrasto con le tonalità più opache delle case in lontananza. Sotto l'albero, si intravedeva una strada sterrata e ripida che scendeva, con una staccionata in legno scura che la delimitava e un piccolo carro in legno   parcheggiato  sul lato.

Arasule era, costruito a grappolo su un ripido versante della collina. Le case erano addossate l'una all'altra, formando un'unica massa architettonica che sembrava


arrampicarsi verso la cima. Le facciate erano dipinte in una varietà di colori pastello: si notavano  tonalità di rosa antico, ocra, giallo crema, azzurro e verde salvia. I tetti a falda inclinata, quasi tutti in terracotta, creavano  un suggestivo schema di linee e volumi. Nonostante la densità edilizia, si scorgevano piccole terrazze, finestre e balconi che spezzavano la monotonia delle facciate.Il rione

 è abbracciato e quasi inghiottito da una fitta foresta di alberi ad alto fusto, che si estende per tutta la parte superiore della collina. Il verde scuro e compatto del bosco fa da sfondo naturale e maestoso, accentuando la sensazione di un luogo immerso nella natura. Al di là della foresta, il cielo la faceva da protagonista.. Le nuvole, grandi e gonfie, creavano un effetto drammatico. Il loro colore variava dal grigio scuro, quasi plumbeo, nelle zone più dense, a un bianco brillante e illuminato dove la luce del sole filtra. Gli squarci di cielo azzurro che si intravedevano tra le nuvole suggerivanoun'atmosfera mutevole, forse la fine di un temporale o l'arrivo di una schiarita.

 

La luce quel giorno era diffusa ma non uniforme. Le zone in ombra erano  evidenti sotto le nuvole più scure, che proiettavano delle zone d'ombra sul paesaggio. Questo gioco di luce e ombra contribuiva  a creare un'atmosfera suggestiva e un senso di profondità.

Santa Maria della Neve: Silenzi di Pietra alle Pendici del Gennargentu

Di alusac eleirbag Ci sono luoghi che non si limitano a ospitarti, ma sembrano volerti proteggere. Durante la mia risalita verso le vette ...