domenica 28 giugno 2026

Capitolo 22. Ščobruk: zio Toni, zia Petruska, Ivan e Olga

La compagnia salì a bordo di una tradotta militare e, dopo molte ore di viaggio, arrivammo finalmente a destinazione. La meta era Ščobruk, una località situata a circa 20 chilometri da Gomel', un importante centro della Bielorussia; fu lì che ci ricongiungemmo definitivamente al resto del nostro reparto. Non appena arrivati, ricevemmo l'ordine di cercarci un alloggio in autonomia. In quella città, prima del nostro arrivo, erano già giunti molti altri soldati italiani appartenenti a diversi reparti. Ci sistemammo alla meglio, divisi in gruppi di cinque o sei militari per abitazione.

Io, insieme a quattro miei amici, trovai ospitalità presso una famiglia del posto con due figli. Quella povera gente non poteva negarci il vitto e l'alloggio, eppure divideva con noi il pochissimo che aveva. Disponevano infatti di pochissimo spazio per vivere: la casa consisteva in un'unica grande stanza che faceva contemporaneamente da camera da letto e da cucina. All'esterno c'erano la stalla, la legnaia e un piccolo orto davanti all'ingresso. In quell'unico ambiente interno dormivano tutti insieme: marito, moglie e i due figli. Al centro della stanza dominava la grande stufa russa in muratura per scaldare l'ambiente, e davanti c'era il focolare con il fuoco sempre acceso. Noi soldati ci sistemammo da un lato della stanza con i nostri sacchi a pelo e i pagliericci; poiché erano morbidi e non rigidi, la mattina li arrotolavamo per liberare spazio e li srotolavamo la sera per la notte. Il nostro comportamento fu sempre corretto e improntato al massimo rispetto, tanto che ben presto iniziammo a convivere come se fossimo un'unica grande famiglia. In quella casa siamo rimasti per più di tre mesi.

I componenti di quella brava famiglia si chiamavano zio Toni, zia Petruska, e i figli Ivan e Olga. Ogni giorno noi soldati ci presentavamo al comando di compagnia per ritirare il rancio, ma perlopiù ci consegnavano viveri a secco che poi portavamo a casa per cucinarli. Molte volte capitava di mangiare tutti insieme attorno allo stesso tavolo. Ricordo zia Petruska sempre attiva, intenta a sbucciare le patate per poi schiacciarle e mischiarle alla farina, un espediente per allungare l'impasto e fare il pane. Zio Toni, invece, possedeva un cavallo e un calesse ed era costantemente precettato dai tedeschi: a qualsiasi ora del giorno o della notte lo chiamassero, doveva mettersi al loro servizio per trasportare merci da un posto all'altro. Con il volto preoccupato, i due coniugi ci confidavano spesso il loro terrore: «Se non diamo retta a quello che dicono, ci deportano in Germania».

In quel periodo la guerra al fronte sembrava apparentemente ferma e stabile. "Radio Fante" — le voci che circolavano continuamente tra noi soldati — diceva che dall'Italia sarebbe presto arrivato nuovo materiale militare e che saremmo tornati nella zona delle operazioni. Siccome non eravamo impiegati in servizi di guardia continuativi, di giorno uscivamo a fare quattro passi nei dintorni per passare il tempo. Spesso andavamo a cercare il prete ortodosso russo, il pope. Era una persona molto alla mano: ci raccontava come funzionava la loro religione e ci spiegava che, oltre a celebrare la messa, doveva lavorare la terra come tutti gli altri per sopravvivere.

Zio Toni e zia Petruska avevano anche una mucca. Non appena l'animale aveva partorito, i tedeschi avevano requisito il vitello, lasciando alla famiglia solo la vacca. Oltre a questo, ogni singola mattina i soldati germanici si presentavano per prendere il latte e una parte consistente doveva essere consegnata direttamente al capozona del comando tedesco. Spinto dalla curiosità, un giorno chiesi a zia Petruska in russo: «Kuda moloko?» (Dove porti il latte ogni mattina?). E lei, con un sospiro rassegnato, mi rispose: «Nemeckim» (Ai tedeschi). Poi aggiunse: «Se non consegniamo il latte, vengono e ci portano via anche la mucca».

Note di contesto storico e linguistico

1. La Bielorussia e la piazzaforte di Gomel' (Primavera 1943): Dopo il crollo del fronte sul Don nel gennaio 1943, i resti dell'ARMIR (8ª Armata Italiana) vennero progressivamente arretrati nelle retrovie. La zona di Gomel' (importante snodo ferroviario nella Bielorussia meridionale) e i villaggi limitrofi come quello citato nel testo divennero aree di riordinamento e presidio. In questa fase, i reparti italiani superstiti vissero un lungo periodo di stasi in attesa di capire se sarebbero stati riarmati per tornare al fronte o rimpatriati in Italia.

2. Il fenomeno di "Radio Fante": Nel gergo militare italiano, l'espressione "Radio Fante" indicava il complesso di voci, indiscrezioni, smentite e speranze che si diffondevano tra i soldati in mancanza di notizie ufficiali. In quel momento di incertezza, la speranza di ricevere nuovi materiali dall'Italia rifletteva il desiderio dei comandi di mantenere l'efficienza bellica, anche se la realtà storica vedrà di lì a poco il rimpatrio quasi totale del contingente superstite.

3. La coabitazione nelle isbe e la stufa russa: Il racconto descrive perfettamente l'architettura e la vita sociale della campagna slava. La casa russa o bielorussa tradizionale (isba) era spesso un monolocale dominato dalla grandiosa stufa in muratura (peč'), che fungeva da riscaldamento, forno per il pane e persino da letto (la parte superiore, calda, era riservata ai bambini o agli anziani). La convivenza forzata tra soldati occupanti e civili si trasformava frequentemente, nel caso degli italiani, in un rapporto di mutuo aiuto e rispetto, ben diverso dal duro regime imposto dai tedeschi.

4. Le requisizioni tedesche e il lavoro coatto: Il testo evidenzia il contrasto stridente tra l'atteggiamento italiano e quello tedesco. L'esercito tedesco (Wehrmacht) gestiva i territori occupati con estrema durezza attraverso il sistema delle requisizioni forzate (il latte, il vitello) e il lavoro coatto dei civili (zio Toni obbligato a fare i trasporti con il calesse). La minaccia della deportazione in Germania come lavoratori forzati (Ostarbeiter) era una realtà quotidiana che terrorizzava la popolazione locale.

5. Il Pope e la religione ortodossa: Il "pope" è il sacerdote della Chiesa ortodossa. Sotto il regime sovietico, la pratica religiosa era stata duramente repressa e molti preti erano stati costretti a svolgere lavori manuali o agricoli per integrarsi nell'economia statale e sfuggire alle persecuzioni. Durante l'occupazione dell'Asse vi fu una parziale e tollerata riapertura delle chiese, e la figura del pope rimaneva un punto di riferimento spirituale e sociale per la comunità.

6. Correzione dei termini linguistici: I nomi e i termini russi sono stati adattati per fedeltà storica e linguistica: Etrusca o Petrus è stato ricondotto al tipico nome slavo Petruska (diminutivo di Praskovja o Pëtr); la domanda Cuda malaco è stata corretta nella trascrizione esatta Kuda moloko? (Dove va il latte?); la risposta A mimeschi è stata corretta in Nemeckim (Ai tedeschi, lett. "ai muti", termine storico slavo per indicare i germanici). La città di Gomme è la grande città bielorussa di Gomel'


domenica 21 giugno 2026

“Minca maccaca” la poesia di Peppino Mereu dimostra una straordinaria contemporaneità spirituale con la Scapigliatura.

 Di Alusac Eleirbag

Il componimento Minca maccaca di Peppino Mereu presenta profonde ed evidenti affinità con la poetica e l'immaginario della
Scapigliatura, il movimento letterario e artistico sviluppatosi nell'Italia settentrionale (in particolare a Milano) a partire dagli anni Sessanta dell'Ottocento.

Sebbene Mereu operasse in un contesto geografico e culturale isolato come quello della Barbagia di fine Ottocento, la sua sensibilità "maledetta", esasperata dalle sofferenze fisiche e dalle ingiustizie sociali, lo porta a condividere i medesimi canoni estetici degli scapigliati (quali Arrigo Boito, Emilio Praga o Igino Ugo Tarchetti).

Le principali similitudini strutturali, tematiche e concettuali si articolano sui seguenti punti:

1. Il binomio "Ideale e Vero" (Il dualismo boitiano)

La caratteristica fondante della Scapigliatura è il dualismo lacerante tra l'aspirazione verso l'alto (la bellezza, la purezza, la politica ideale) e la caduta verso il basso (il fango, il vizio, la carne lacerata).

 Nel testo: Troviamo questa esatta dicotomia nella nona strofa: "Si non fist'istada macca e vana, nalzende in cortesia e in politica, ancora fisti istada frisca e sana". Mereu evoca la dimensione "alta" dell'impegno civile e della "politica" (per cui è celebre in altre opere), contrapponendola brutalmente alla miseria della carne malata e degradata dal vizio.

2. Il gusto per l'orrido, il macabro e l'anti-lirismo

Gli scapigliati rifiutavano categoricamente la tradizione poetica classica e romantica, che idealizzava la donna e l'amore. Al contrario, introducevano nei versi la malattia, i corpi in decomposizione, il sangue e l'anatomia clinica (si pensi alla poesia Lezioni d'anatomia di Bernardino Zendrini o a A una mummia di Emilio Praga).

 Nel testo: Mereu adotta un linguaggio crudo ed esplicito, del tutto privo di eufemismi moralistici. Descrive realisticamente i sintomi della patologia venerea con espressioni cliniche e disturbanti: "sa funtana 'e su muccu" (la fontana del muco), il dovere "iscolare e isporcare cotone", e la definizione di un "buccu puzzolente e feu". Questo realismo medico ed escrementizio è un pilastro della poetica ribelle scapigliata, volto a scioccare il lettore borghese e puritano.

3. La dissacrazione del corpo e l'ironia macabra

Sia Mereu sia gli autori scapigliati utilizzano l'ironia cupa e il grottesco come scudo per esorcizzare il terrore della morte e della decadenza fisica. La risata non è serena, ma è un riso amaro e cinico (lo humour nero).

 Nel testo: La personificazione dello stesso organo sessuale (trattato come un'entità autonoma dotata di una propria "testa" stolta) trasforma una tragedia biologica incurabile in una farsa teatrale e dissacrante. L'invito finale a "pianghe e prega e faghe votu a sa chirurgia" (piangi, prega e fai voto alla chirurgia) unisce la sfera sacra a quella della mutilazione medica con un cinismo tipicamente scapigliato.

4. La figura del poeta "maledetto" e ribelle

Gli scapigliati vivevano ai margini, incarnando il mito del bohémien tormentato dal destino, dalle privazioni economiche e dalle malattie fisiche o psichiche.

 Nel testo: Anche se l'opera si inserisce formalmente nella tradizione sarda d'occasione (la poesia de s'orina), l'attitudine che emerge è quella dell'artista d'avanguardia che non ha paura di esibire la propria vulnerabilità e degradazione. Esprimendo il rimpianto per una giovinezza compromessa ("m'has giuttu a sos istremos de sa vida"), Mereu si allinea perfettamente all'atteggiamento esistenziale dei poeti milanesi, accomunati da una vita breve, intensa e tragicamente segnata dalla malattia (il diabete e la tisi per Mereu, l'alcolismo e la tisi per molti scapigliati).

In conclusione, Minca maccaca dimostra una straordinaria contemporaneità spirituale con la Scapigliatura: entrambe le poetiche strappano il velo dell'ipocrisia formale per sbattere in faccia al lettore la carne dell'uomo per quello che è, nuda, malata e sofferente, ma ancora straordinariamente capace di produrre arte attraverso il filtro dell'ironia e della provocazione.


Peppino Mereu oltre il mito: l’analisi e la verità storica dietro "Minca maccaca"


Di Alusac Eleirbag

La figura di Peppino Mereu (Tonara, 1872 – 1901) è una delle più amate e complesse della letteratura sarda. Noto al grande pubblico soprattutto per i suoi profondi canti di protesta sociale e politica – uno su tutti, Nanneddu meu –, il poeta barbaricino possedeva anche una vena artistica radicalmente diversa, legata alla tradizione goliardica, bernesca e clandestina. Il componimento noto come "Minca maccaca" (letteralmente

"Membro sciocco/pazzo") è il perfetto emblema di questa produzione sotterranea: un'invettiva cruda, umoristica e disperata in cui l'autore dialoga e si scontra con il proprio organo sessuale, personificato e ritenuto colpevole dei suoi mali fisici.

Il Contesto Storico e il Mistero della Datazione

Trattandosi di un componimento erotico e d'occasione (ascrivibile alla tradizione popolare sarda della poesia de s'orina o dell'invettiva scatologica), il testo non è mai confluito nelle pubblicazioni ufficiali dell'epoca. Ha viaggiato per decenni quasi esclusivamente per via orale o attraverso manoscritti privati tra amici, privandoci di un documento d'archivio che ne attesti l'anno esatto di composizione.

Tuttavia, incrociando i riferimenti testuali con i dati biografici dell'autore, la critica colloca l'opera tra il 1895 e il 1899. Si tratta del periodo successivo al rientro di Mereu a Tonara dopo aver prestato servizio nell'Arma dei Carabinieri, da cui si era congedato proprio per motivi di salute. Furono anni difficili, segnati da peregrinazioni, ristrettezze economiche e da un progressivo e inesorabile declino fisico.

Analisi del Testo: Tra Dolore e Ironia Bernesca

Scritta in lingua sarda (nella varietà logudorese/barbaricina), la poesia si sviluppa attraverso una sequenza di terzine chiuse da un distico o da una quartina finale. Lo stile è volutamente antilirico: la lingua è esplicita, priva di eufemismi moralistici e infarcita del lessico anatomico popolare (minca, cunnu) accostato a precise terminologie mediche del tempo (sifilitica, iscolazione, chirurgia).

Il componimento si snoda lungo quattro nuclei tematici principali:

 La personificazione del fallo: Il poeta sposta la colpa delle sue sventure fuori da sé, trattando l'organo come un'entità autonoma e stolta ("de testa ses istada pagu azzetta") che lo ha trascinato al bordello e all'ospedale ("tue est chi m'has giuttu a su casinu, / tue est chi m'has trazzadu a s'ispidale").

 Il realismo della malattia: Sotto la superficie comica emerge il dramma delle infezioni veneree nell'era pre-antibiotica. Espressioni come "oe ses sa funtana 'e su muccu" (oggi sei la fontana del muco) o il riferimento al dover "iscolare e isporcare cotone" descrivono senza filtri i sintomi dolorosi e debilitanti della blenorragia (la gonorrea, definita nel testo "iscolazione").

 Il pentimento economico e fisico: Viene lamentato il paradosso di aver rovinato il proprio corpo e speso persino del denaro ("m'has fattu ispender unu francu") per un rapporto fugace ("pro ti leare mes'ora 'e gustu") e tutt'altro che memorabile ("gustosu fessed'istau assumancu!").

 La condanna all'astinenza: Come misura punitiva, il poeta impone al proprio corpo un'astinenza totale, vietando persino l'autoerotismo ("pro finas de ti fagher sa pugnetta") e minacciando metaforicamente di legare l'organo con una corda di canapa ("una trobea", la pastoia per il bestiame).

Il Contrasto Biografico: La Sifilide Letteraria e il Vero Certificato di Morte

Per molto tempo, la presenza esplicita nel testo di parole come "sifilitica" (strofa 10) ha alimentato la leggenda storiografica secondo cui Mereu fosse morto proprio a causa del "mal francese", unito alla tisi. In realtà, i documenti d'archivio smentiscono parzialmente questa ricostruzione romantico-maledetta.

Il registro ufficiale degli atti di morte del Comune di Tonara attesta che Peppino Mereu si spense l'11 marzo 1901 e indica come causa clinica del decesso il diabete. All'epoca, in assenza di una terapia insulinica (scoperta solo negli anni '20 del Novecento), il diabete era una patologia letale che portava a un rapido e fatale deperimento organico.

Come si spiega, allora, il contenuto di Minca maccaca? La discrepanza si risolve muovendosi su due binari:

1. La coesistenza delle patologie: È storicamente probabile che il poeta, durante gli anni nel corpo dei Carabinieri, avesse effettivamente contratto un'infezione venerea (come la gonorrea o una forma non letale di sifilide), ricavandone i tormenti descritti. L'infezione avrebbe minato la sua salute, ma a stroncarlo definitivamente a soli 29 anni fu la crisi diabetica.

2. L'iperbole del topos letterario: Nella tradizione sarda de s'orina, l'esagerazione cinica era una regola stilistica. Maledire il proprio sesso accusandolo delle peggiori piaghe e malattie dell'epoca serviva a calcare la mano sul pentimento, trasformando il dolore privato in una farsa grottesca e catartica.

Conclusione

Minca maccaca non è solo un tassello goliardico e bizzarro, ma un documento umano di straordinaria forza. Dimostra come Peppino Mereu fosse capace di guardare in faccia la miseria, la malattia e la sventura materiale e, anziché cedere al pietismo, abbia scelto di esorcizzarle con un'ironia dissacrante e liberatoria, consegnandoci il ritratto di un uomo che, anche di fronte al declino del proprio corpo, non ha mai perso la sua tagliente lucidità poetica.


MINCA MACCACA

 

1.

Minca maccaca, funesta e fatale, 

tue est chi m'has giuttu a su casinu, 

tue est chi m'has trazzadu a s'ispidale

 

2. 

solu pro m'iscazzare unu pappinu. 

Pro cantu t'happ'a giughere appiccada

non piùs has'a andare a s'affainu.

 

3.

Una olta 1'has fatta s'acconcada 

intrada ti nde sese in d'unu buccu 

e bessida nde sese allusinzada.

 

4.

Oe ses sa funtana 'e su muccu, 

de testa ses istada pagu azzetta, 

creias chi su cunnu fiat succu.

 

5.

No bi penses piùs in sa faldetta, 

de corno in pois benis proibida 

pro finas de ti fagher sa pugnetta.

 

6.

Pro t'esser un'istante divertida 

già mi 1'has arrangiadu su fiancu: 

m'has giuttu a sos istremos de sa vida,

 

7.

in prùs m'has fattu ispender unu francu 

pro unu buccu puzzolente e feu: 

gustosu fessed'istau assumancu! 

 

8.

Da chi non connoschias cussu impreu, 

proite ses intrada in tale tana 

a ruinare su fisicu meu?

 

9.

Si non fist'istada macca e vana, 

nalzende in cortesia e in politica, 

ancora fisti istada frisca e sana.

 

10.

Oe ses ispilida e sifilitica 

finas sos cazzos de sette unu soddu 

ti narant male e ti faghent sa critica.

 

11.

De canto fisti cun su cunnu a coddu, 

minca, pro non dare attenzione 

su latte cunveltidu s'est in gioddu.

 

12.

T'hasa abbrazzadu s'iscolazione 

e atteru non faghes, minca fea, 

che iscolare e isporcare cotone.

 

13.

Si a coberrer ti torrat s'idea 

pro comente m'has como iscramentadu, 

ti ponzo de cannau una trobea.

 

14.

Medas boltas t'haia prezettadu, 

minca, de non ferrere a s'intaccu 

tue a s'intaccu has tiradu e 1'has ciappadu. 

 

15.

De ti giugher gasie so istraccu 

chi m'has privadu de buffare mustu, 

non cheres mancu chi fume tabaccu.

 

16.

Pro ti leare mes'ora 'e gustu 

ti ses bettada che musc'a sa zega, 

sa testa in d'una balza t'has'infustu.

 

17.

Ses a tempus ancora, pianghe e prega 

e faghe votu a sa chirurgia 

si no nde perdes tottu sa buttega.

 

18.

Eo ti cherzo senza maladia 

a su nessi pro podere esclamare 

a sas bajanas bellas «minca mia».

 

19.

E tue si cheres cun megus restare, 

pro finas chi ti passet cuss'isfogu, 

cun su cunnu non torres a brigare 

chi sa pest'est timida in ogni logu.

 

                                 

La Pianta Digitale: Una Bellezza Segreta da Tonara a Ghenulu

Di Alusac Eleirbag



Oggi voglio portarvi in un viaggio nel cuore della mia Sardegna, proprio qui nella campagna di Tonara, a Ghenulu. In questo angolo di paradiso, tra colline e boschi, cresce una pianta che mi affascina profondamente ogni volta che la vedo. È una pianta speciale, una di quelle che ti fermano nel cammino, la "digitale."

Le foto che vedete mostrano la sua straordinaria eleganza. È una pianta alta e slanciata, che si erge fiera tra l'erba. I suoi fiori a forma di campanula, di un rosa-viola vibrante, sono disposti a spirale lungo un lungo stelo, creando un contrasto meraviglioso con il verde intenso delle sue foglie. Vederla fiorita è davvero uno spettacolo.

Un Dono della Natura dalle Proprietà Curative.

Oltre alla sua innegabile bellezza, la digitale possiede importanti proprietà curative. Nel corso della storia, è stata ampiamente utilizzata nella medicina tradizionale per trattare diverse condizioni, in particolare quelle legate al cuore. È un potente tonico cardiaco, capace di rafforzare il battito del cuore e migliorarne l'efficienza. I suoi principi attivi, i glicosidi cardiaci, sono ancora oggi utilizzati nella produzione di farmaci per il trattamento dello scompenso cardiaco.

Tuttavia, è importante ricordare che la digitale è anche una pianta estremamente potente e può essere tossica se non utilizzata correttamente. Le sue proprietà medicinali richiedono un uso attento e sotto stretto controllo medico. Mai, e sottolineo mai, tentare di usarla in modo autonomo!

Un Tesoro da Ammirare con Rispetto

Per me, la digitale rappresenta la forza e la delicatezza della natura. È una pianta che va ammirata con rispetto, sia per la sua bellezza che per le sue proprietà. Mi ritengo fortunato di averla qui, nella mia campagna, un piccolo segreto da condividere con chi sa apprezzare le meraviglie della nostra terra.


​Diario di bordo: Il ritorno al passato e l’alba di una nuova amministrazione a Tonara



Ci sono giorni in cui il tempo sembra piegarsi su se stesso. Oggi è uno di quelli. Mi reco all'insediamento del nuovo consiglio comunale e, non appena varco la soglia dell'aula, vengo travolto da un potentissimo déjà-vu

. Per un attimo ho l'impressione visiva e uditiva di essere stato catapultato indietro nel tempo, dritto in un consiglio comunale degli anni Sessanta.

Fuori, la modernità corre su dinamiche strane: siamo nella città del torrone, di Peppino Mereu il poeta scapigliato, di Vincenzo Cabras l’avvocato che ha dato nome a Sa die de sa Sardigna, che oggi ha una modernità senza regole, senza strisce pedonali con parcheggi smodati dei cittadini ma oggi è anche la festa del Santo e stasera festeggiamo comunque con i fuochi d'artificio, un po' anarchici e un po' magici.

Dentro l'aula, invece, si respira l'atmosfera d'altri tempi. C'è il brusio della gente, i commenti sussurrati dei compaesani, le battute stravaganti e le speculazioni che volano tra i banchi prima del fischio d'inizio: “Io sono curioso di sapere chi saranno gli assessori, ce ne saranno esterni? Chi sarà il vicesindaco?..”. Tonara è così: un paese che ha più politici che abitanti, dove tutti si conno-scono e dove la politica è ancora una questione di sguardi, di presenze e di assenze pesanti. È una lista mista, senza un colore politico preciso, un esperimento interessante. Io faccio finta di non interessarmi, ma la curiosità è troppa. Perché Tonara è un paese importante, e ha bisogno di un’amministrazione all’altezza.

🏛️ Il discorso del Sindaco: Un patto di fiducia e la squadra di governo

Poi il brusio si spegne e la parola passa alle istituzioni. Il discorso del nuovo Sindaco riporta l'aula alla solennità del momento. Definisce questa inaugurazione come una straordinaria testimonianza di civismo e maturità democratica per l'intera comunità. Al di là delle tessere di partito o delle scelte elettorali, c'è un cammino da iniziare basato su concetti chiari: dialogo, condivisione, serietà e concretezza.

Prima di entrare nel vivo della relazione, il Sindaco ci tiene a dare una forte impronta istituzionale alla seduta, rivolgendo un saluto formale e sentito al Segretario comunale e alle autorità militari e civili presenti in aula. È un passaggio non scontato, che sottolinea il rispetto per lo Stato e per chi garantisce la sicurezza nel territorio, sancendo l'inizio di una collaborazione che dovrà essere fitta e costante.

Il Sindaco ringrazia poi la squadra, sottolineando come nessuno abbia esitato a mettersi in gioco per puro amore del paese, e rivolge un pensiero affettuoso ai candidati non eletti (MP e A) che continueranno a lavorare al progetto. Dopo i ringraziamenti alla famiglia per i sacrifici che ogni impegno pubblico comporta, l'appello finale: “La campagna elettorale è conclusa, si abbassano le luci dei riflettori. Ora inizia il lavoro. Sarò il sindaco di tutti, senza distinzione”.

Subito dopo, svelando finalmente i misteri che animavano i sussurri del pubblico, viene ufficializzata la nuova Giunta Comunale:

1. (Vicesindaco): Lavori pubblici, urbanistica, manutenzioni, decoro urbano, politiche agricole e viabilità rurale.

2.Politiche sociali, cultura e pubblica istruzione.

 3. Turismo, sport, spettacoli, rapporti col mondo del volontariato, associazioni e sanità.

 4.Programmazione, bilancio, politiche comunitarie e transizione energetica.

Il Sindaco trattiene le deleghe a personale, ambiente e pianificazione del territorio. Il capogruppo guiderà la Protezione Civile.

⚖️ Le voci dell'opposizione: Numeri e vigilanza

L'atmosfera si face squisitamente politica quando prendono la parola i banchi della minoranza.

MP interviene con grande rispetto istituzionale, ma mette subito in chiaro i numeri della realtà: la maggioranza ha ottenuto 430 voti, ma l'opposizione ne ha raccolti 362. Significa che una fetta enorme della popolazione non ha dato la sua preferenza a questa amministrazione. “Siete legittimati a governare dal risultato elettorale” – dice – “e noi saremo disponibili al confronto leale per il bene comune, ma contrasteremo con fermezza qualsiasi provvedimento che riterremo dannoso”.

Subito dopo, un altro esponente dell'opposizione (un ex sindaco) rincara la dose con l'esperienza di chi conosce bene la macchina amministrativa. Ringrazia il paese per una campagna elettorale leale e civile e promette un'opposizione costruttiva, badando alla sostanza dei provvedimenti più che alla forma: “Vi auguro di fare di più di quello che sono riuscito a fare io con il mio gruppo nei miei cinque anni passati”.

🗳️ La prima prova pratica: La Commissione Elettorale

Terminati i giuramenti, la burocrazia chiama subito l'aula al dovere con l'elezione della Commissione Elettorale (due membri per la maggioranza e uno per la minoranza). Viene spiegato che si tratta di un organo fondamentale per aggiornare le liste dei cittadini in base a nascite, decessi e trasferimenti. I consiglieri ricevono foglietto e penna: il voto è segreto.

Si spengono i microfoni dei discorsi e si sente il rumore delle penne che scrivono. Il viaggio della nuova amministrazione è ufficialmente iniziato. Tra il sapore antico di un consiglio anni Sessanta e le sfide di domani, la speranza è che a vincere sia davvero il bene di Tonara


Capitolo 22. Ščobruk: zio Toni, zia Petruska, Ivan e Olga

​ La compagnia salì a bordo di una tradotta militare e, dopo molte ore di viaggio, arrivammo finalmente a destinazione. La meta era Ščobruk...