Di Alusac Eleirbag
Il discorso di Daniela mi ha spinto, la sera stessa, a fare una ricerca in rete su questo personaggio che non conoscevo: Lewis Mumford. Del resto, non si può mica conoscere tutto nella vita. Eppure, leggendo la sua biografia tra lo schermo del telefono e gli appunti della presentazione, mi sono reso conto di quanto le sue idee calzassero a pennello sulla realtà di un paese come il nostro.
Mumford, scomparso nel 1990 ormai novantenne, non è stato un semplice urbanista, ma un filosofo e uno storico che ha passato la vita a studiare le città e le comunità umane. Nelle sue opere monumentali, come *“La cultura delle città”* (1938) e *“La città nella storia”* (1961), ha sempre sostenuto una tesi potentissima: lo spazio in cui viviamo non è solo un ammasso di cemento o ingegneria, ma un fatto spirituale e morale. La città, o il paese, è lo specchio della civiltà che la abita. Se curi il paese, curi l'anima della comunità.
Quello che mi ha colpito di più, e che mi ha fatto fare un salto sulla sedia pensando a Tonara, è la sua distinzione tra due tipi di tecnologia e di approccio al progresso. Da un lato c'è la "tecnica autoritaria" o *Megamacchina*, quella delle grandi metropoli, della standardizzazione e dell'omologazione che cancella le identità locali. Dall'altro, invece, c'è la **"tecnica democratica"**, che è a misura d'uomo, flessibile, integrata con la natura e radicata nelle comunità locali. È la dimensione dell'artigianato, della cura del territorio, delle relazioni umane autentiche.
L'attualità di Mumford, a più di trent'anni dalla sua morte, è quasi profetica. Oggi che parliamo di transizione ecologica, di ritorno ai borghi, di difesa delle aree interne contro lo spopolamento e di democrazia partecipativa, ci accorgiamo che lui aveva già previsto tutto. Aveva capito che una comunità si salva solo se preserva il suo equilibrio biologico e culturale con la propria regione rurale.
Mentre chiudevo le schede del browser, ho ripensato alle parole di Daniela e alla sua idea di Tonara come "opera d'arte collettiva". Mumford le avrebbe dato ragione. Ha senso, eccome se ha senso. Il decoro non è un vezzo per architetti, ma la precondizione per non rassegnarsi al degrado. Resta solo da capire se la freschezza di questa terza lista saprà tradurre questa immensa e attualissima lezione culturale nelle delibere quotidiane di cui un Comune ha bisogno per non morire.