venerdì 29 maggio 2026

Capitolo 21. Dnepropetrovsk: la luce e la fame


Meno male che avevamo ancora gli automezzi, il che ci permise di partire prima che la situazione diventasse del tutto incontrollabile. Durante il cammino, tuttavia, fummo costretti a lasciare per strada parte delle armi e degli altri mezzi militari perché scarseggiava il carburante; nella fuga dovemmo abbandonare persino i mezzi pesanti e un carro-officina che avevamo in dotazione. Avevamo davanti quasi 200 chilometri di strada per uscire dalla zona di pericolo.

Ci fermammo innanzitutto a Dnepropetrovsk, una grande città bagnata dal fiume Dnepr. Vi rimanemmo per una ventina di giorni, convivendo come potevamo con la popolazione russa, pur restando sempre in contatto con il comando della nostra compagnia. Io ero stato aggregato a quattro compagni di reparto e insieme a loro mi ero sistemato in un'abitazione. I civili russi non potevano negarci l’alloggio: sapevano bene che, in caso di rifiuto, saremmo entrati con la forza. In quella casa, però, mancava la luce elettrica perché i tedeschi avevano tagliato i vecchi allacciamenti per deviare l'energia verso una fabbrica.

Sapevamo che nella casa vicina, dove erano acquartierati altri soldati, la corrente funzionava e che avremmo potuto ricollegarci. Per unire i fili alla linea principale, però, bisognava arrampicarsi su un palo di legno. Tra i commilitoni che coabitavano con me, nessuno se la sentiva di rischiare. Io, invece, decisi di avventurarmi. Ci provai all'alba di buon mattino: iniziai a salire e, non senza fatica, arrivai a metà del palo. Il freddo polare e il ghiaccio che lo ricopriva, però, mi stavano congelando le mani; non riuscivo più a muovere le dita e fui costretto a tornare indietro. Non mi diedi per vinto. La sera stessa ci riprovai e, stringendo i denti, riuscii a raggiungere la cima del palo, proprio dove si trovavano i fili staccati. Un mio compagno di cognome Ferrandu, che se ne intendeva di elettricità, mi aveva spiegato da terra come fare per giuntarli. Seguii le sue istruzioni e li unii. Quando scesi dal palo ero completamente congelato e non del tutto convinto del risultato. Ma quando, dentro casa, una donna russa premette l’interruttore, per buona sorte nostra e loro la luce apparve di colpo. Non mi sembrò vero: fu un'esplosione di felicità. Tra il suono di un vecchio grammofono e le note di una balalaica ci mettemmo a ballare tutti insieme per festeggiare. Ci divertimmo moltissimo e, grazie a quel nostro buon comportamento, ricevemmo una splendida accoglienza e grande riconoscenza da parte dei russi di quella casa.

In quella stessa città consegnammo infine gli automezzi e, da quel momento, ricominciammo a viaggiare in tradotta militare. Durante il tragitto, però, il treno fu fatto sostare su un binario morto. Ormai eravamo sotto il totale controllo del comando tedesco. Poiché quella zona era dominata dai partigiani sovietici ed era in corso un violento rastrellamento da parte delle truppe germaniche, i tedeschi decisero di rinchiudere noi italiani — che eravamo disarmati e impossibilitati a difenderci — dentro un grande palazzo disabitato. Per mangiare ci passavano appena mezza gavetta di patate e una fetta di pane nero, duro e scuro come la pece; doveva essere lo stesso pane che davano ai prigionieri di guerra, quasi impossibile da buttare giù.

Era severamente vietato uscire da quel fabbricato, che era sorvegliato a vista da una sentinella. Ci tennero confinati in quel posto per circa dieci giorni. Al quarto giorno, tormentato dai morsi della fame, decisi che non potevo più resistere: dovevo tentare la fuga per andare in cerca di patate nel centro abitato. Per fortuna, il portone d'ingresso del palazzo era rimasto socchiuso. Agendo con cautela, studiai i movimenti della guardia dall'interno; non appena si trovò a breve distanza e girò le spalle alla porta, sgusciai fuori piano piano, di nascosto, e scappai.

Attraversai il paese senza incontrare un’anima: la gente, terrorizzata dai rastrellamenti, non osava uscire di casa. Arrivato in periferia, mi fermai davanti a una casetta, bussai alla porta ed esclamai in russo: *«Možna?»* (Permesso?). Tenevo il moschetto con il caricatore inserito, pronto a fare fuoco in caso di pericolo; ormai ero deciso a tutto. A un certo punto la porta si aprì e si affacciò un uomo con una barba lunghissima. A quella vista mi si gelò il sangue e pensai con terrore: *«Sono finito in mano ai partigiani»*. Contrariamente alle mie paure, l'uomo mi squadrò e disse con calma: *«Pažaluysta»* (Prego).

Senza abbassare la guardia, con la mano sempre pronta a impugnare l'arma, gli chiesi: *«Est' kartoška?»* (Avete delle patate?). E lui rispose: *«Est' kartoška»* (Sì, ci sono). Mi fece accomodare all'interno, dove si trovavano anche due donne e una ragazza. Tornai alla carica: *«Davaj tri-četyre kilo kartoški?»* (Mi dareste tre o quattro chili di patate?). Una delle donne mi prese lo zaino che avevo in mano e sollevò una botola sul pavimento per scendere nella cantina sotterranea. Quando vidi aprirsi quella botola, il cuore mi balzò in petto: *«Ecco, stavolta muoio davvero, questo è un covo di partigiani»*, mi dissi. Invece, dopo pochi minuti, la donna riemerse dal buio con lo zaino stracolmo di patate.

Non mi sembrava vero. Presi lo zaino e chiesi in russo l'ammontare del conto in marchi d'occupazione: *«Skol'ko marok dalžen?»* (Quanti marchi vi devo?). L'uomo, scuotendo la mano, mi fece capire che non voleva nulla. Spiegò che eravamo in guerra e che se un domani qualche soldato russo fosse caduto nelle nostre mani, avremmo dovuto trattarlo con la stessa benevolenza. Commosso, gli dissi: *«Spasibo»* (Grazie) e li salutai augurando loro la buona giornata: *«Dobryj den'»*.

Per rientrare al nostro accantonamento rifeci la stessa strada a ritroso, morendo di paura non solo per la sentinella, ma anche all'idea che qualcuno potesse sottrarmi quel tesoro di patate. Alla fine la fecero franca. Non appena varcai la soglia dell'edificio, i miei compagni mi circondarono stupiti, chiedendomi dove fossi stato e cosa nascondessi nello zaino. Quando videro le patate restarono a bocca aperta.

Il problema successivo fu come cuocerle. In un angolo del piano terreno di quel grande fabbricato disabitato, recuperammo dei pezzi di legno e delle tavolette per accendere un fuoco. Mettevamo a bollire le patate nelle gavette, a volte facendone cuocere due alla volta. Eravamo un gruppo di circa quarantacinque soldati e, dividendo quel cibo, riuscimmo a tirare avanti e a non morire di fame per diversi giorni. Solo quando i tedeschi conclusero il rastrellamento antipartigiano, fummo finalmente lasciati liberi.

 Note di contesto storico e linguistico

 1. **La città e il fiume (Dnepropetrovsk e il Dnepr):** La città indicata nel testo originale come "nievopetrosky" sul fiume "Nepal" è in realtà **Dnepropetrovsk** (oggi Dnipro), una delle più grandi città industriali dell'Ucraina, situata lungo il corso del maestoso fiume **Dnepr**. Nel gennaio-febbraio del 1943, la città rappresentava un nodo ferroviario e stradale fondamentale per le truppe dell'Asse in ritirata dal fronte del Don e da Stalingrado.

 2. **La ritirata logistica e l'abbandono dei mezzi:** Il dramma della ritirata dell'ARMIR non colpì solo i reparti di prima linea a piedi, ma creò il caos anche nelle unità motorizzate e nei servizi di retrovia. La mancanza cronica di carburante (requisito spesso dai tedeschi con la precedenza per i loro mezzi) costrinse gli italiani ad abbandonare lungo le strade innevate preziosi camion officina, pezzi d'artiglieria e munizioni, trasformando la ritirata in una fuga disperata con mezzi di fortuna.

 3. **I rastrellamenti tedeschi e i soldati italiani disarmati:** La convivenza dei soldati italiani con le truppe tedesche nelle retrovie era tesa. I tedeschi consideravano spesso gli italiani in ritirata come un ostacolo o truppe poco affidabili, arrivando a disarmarli (come descritto nel testo) o a confinarli durante le brutali operazioni antipartigiane. La guerriglia partigiana sovietica nel territorio ucraino era attivissima e i tedeschi rispondevano con rastrellamenti feroci che terrorizzavano la popolazione civile, costringendola a barricarsi in casa.

 4. **La solidarietà contadina ("Oggi a me, domani a te"):** L'episodio del contadino russo dall'aspetto patriarcale che rifiuta i marchi tedeschi (*Reichskreditkassenscheine*) pronunciando parole di pace è un classico esempio di "solidarietà del fronte". Molti memoriali di reduci italiani in Russia descrivono l'inaspettata pietà e generosità delle famiglie contadine ucraine e russe (le cosiddette *isbe* dotate di botole e cantine interrate per conservare le patate dal gelo), le quali, pur nella miseria e nel terrore della guerra, riconoscevano l'umanità del soldato italiano, spesso distinguendolo dalla spietatezza dell'occupante tedesco.

 5. **Correzione dei termini russi:** Per rendere il testo filologicamente accurato, i termini russi storpiati dall'orecchio del soldato sono stati corretti secondo la giusta traslitterazione: *Mosma* è diventato **Možna** (permesso); *Ies cartosk* è diventato **Est' kartoška** (ci sono patate); *Scoka mark Canju* è stato ricondotto a **Skol'ko marok dalžen** (Quanti marchi devo); *Spassiba* in **Spasibo** (Grazie) e *Dobriut* in **Dobryj den'** (Buon giorno). Il "moschetto" citato è il celebre fucile Carcano Mod. 91 in dotazione alla fanteria italiana.



giovedì 28 maggio 2026

Capitolo 20. Il tribunale di Stalino: il processo



Era il mese di gennaio del 1943 quando venni convocato a Stalino, nel bacino del Donbass, davanti al tribunale militare per affrontare il processo. Io e altri miei compagni d’arme eravamo stati denunciati per una presunta frode ai danni dello Stato, un'accusa che ci aveva gettato nel terrore più profondo. Tutto era iniziato a causa del nostro desiderio di aiutare le famiglie in Italia: ciascuno di noi, infatti, era riuscito a risparmiare e a inviare a casa la somma di 1000 franchi. Uno dei miei commilitoni conosceva un impiegato in servizio presso l’ufficio della Posta Militare 102, un certo Forni. Questo impiegato accettava il nostro denaro per la spedizione e, a operazione compiuta, ci rilasciava una regolare ricevuta munita del timbro ufficiale “Posta Militare 102”. Dai nostri paesi, i parenti ci avevano inizialmente risposto con lettere cariche di gratitudine e felicità, confermando la ricezione delle somme. Visto che il meccanismo sembrava sicuro e affidabile, non appena raccoglievamo altri 1000 franchi ripetevamo la medesima procedura tramite vaglia.


Ben presto, però, l’amaro inganno venne allo scoperto. Nelle successive ricevute che il Forni ci consegnava, sul timbro appariva la dicitura “Posta Militare” ma mancava del tutto il numero identificativo dell'ufficio. In un primo momento pensammo a una semplice svista burocratica, ma il passare delle settimane confermò i nostri peggiori timori: in Italia i soldi non arrivavano più. Preoccupato dal silenzio dei familiari, il compagno che teneva i contatti con l'impiegato decise di recarsi personalmente all'ufficio postale. Chiese del suo amico direttamente al capo ufficio, ma il direttore troncò subito ogni speranza, spiegando che Forni non prestava più servizio lì poiché era stato tratto in arresto. Poi, guardando in faccia il militare, aggiunse senza giri di parole: *«Ha truffato anche te»*.

Si scoprì così che Forni aveva raggirato una moltitudine di soldati: intascava i risparmi destinati alle famiglie dei combattenti e, anziché inoltrarli in Italia, li spediva direttamente a casa propria. Sottoposto a interrogatorio, nel disperato tentativo di alleggerire la propria posizione, l'impiegato fece anche i nostri nomi, indicandoci come complici o trafficanti. A quel punto, il direttore dell’ufficio non aveva potuto fare a meno di redigere un verbale formale, trasmettendolo direttamente all'ufficio giudiziario militare. Nel giro di pochissimi giorni fummo chiamati per un duro interrogatorio preliminare, durante il quale fummo costretti a giustificare minuziosamente la provenienza di quei fondi e a spiegare come fossimo riusciti, in tempo di guerra, a mettere insieme cifre così consistenti per le varie spedizioni. Ognuno di noi fornì la propria spiegazione, convinto che la verità fosse ormai limpida e che la faccenda si sarebbe conclusa in quel momento. E invece, poco tempo dopo, ci venne notificata la citazione ufficiale: dovevamo comparire in qualità di imputati davanti al tribunale militare di Stalino per il processo definitivo.

Ci mettemmo in viaggio affrontando un tragitto impervio di quasi 150 chilometri su un camion militare, un mezzo di fortuna che ci conduceva verso l'incognita del giudizio. Una volta giunti a Stalino, fummo costretti a sostare presso il comando di tappa italiano per quasi una settimana in attesa della nostra udienza. Per stemperare l’ansia e capire cosa ci attendesse, ogni giorno ci recavamo in aula ad assistere ai processi degli altri militari italiani, imputati per i reati più disparati. Un caso, in particolare, mi rimase impresso nella memoria per la sua drammaticità e ferocia. Introdussero in aula un soldato ferito adagiato su una barella, incapace di reggersi in piedi. Era accusato di essersi sparato intenzionalmente a un piede, sebbene lui si ostinasse a giurare che la ferita fosse stata provocata dal piombo nemico durante un combattimento. Il soldato sosteneva che la pallottola fosse arrivata da lontano; tuttavia, le perizie dei giudici militari avevano stabilito inequivocabilmente che il colpo era stato esploso a bruciapelo. Il presidente della corte, un generale, si rivolse a lui con sdegno gridando tramite l'interprete: *«Traditore, ti sei sparato con le tue stesse mani per farti rimpatriare in Italia! Adesso, non appena uscirai dall'ospedale, andrai dritto a putrefarti e a scheletrirti in galera»*. La sentenza emessa al termine dell'udienza lo condannò senza alcuna clemenza.

Subito dopo, giunse finalmente il turno del nostro processo. Il clima in aula era teso, dominato dallo spettro di una punizione esemplare. Il presidente iniziò l’interrogatorio del primo imputato, domandandogli bruscamente: *«Da dove e come hai raccolto i soldi che hai spedito a casa tua?»*. Il commilitone rispose prontamente: *«Ho venduto una macchina fotografica che avevo portato con me dall'Italia»*. Si passò al secondo imputato: *«E tu invece?»*. *«Io mi sono venduto un orologio da polso di mia legittima proprietà»*, rispose l'altro, e i giudici ne presero nota. Il terzo a essere chiamato fui io. Il giudice mi fissò e mi pose la stessa domanda: *«E tu, cosa hai venduto?»*. Risposi fermamente: *«Io, signor presidente, mi sono venduto due bottiglie di cognac che avevo portato dall'Italia»*. A quella dichiarazione insolita, un accenno di ilarità ruppe la severità dell'aula. Un giudice si voltò verso il collega e, sorridendo, commentò a bassa voce: *«Questo qui, però, mi sembra uno che non beve...»*. Un altro magistrato militare annuì, mostrando di credere alla mia bizzarra ma sincera transazione commerciale.

I giudici si ritirarono per pochi minuti e, al loro rientro, diedero lettura della sentenza: i soldati Casula, Fabbri, Sarazanetti e Ferrandu venivano assolti pienamente per insufficienza di prove. L'impiegato postale Forni, al contrario, veniva riconosciuto colpevole e condannato a tre anni di reclusione, con l'aggravante che la pena faceva riferimento alle severe leggi penali vigenti al fronte. Sopraffatti dalla contentezza e dalla fine di quell'incubo, iniziammo a saltare e ad abbracciarci proprio davanti alla corte.

Il rientro, tuttavia, si rivelò un'altra drammatica corsa contro il tempo. Raggiungemmo la stazione ferroviaria di Stalino per fare ritorno a Vorošilovgrad e riuscimmo a rimediare un passaggio a bordo di un treno merci. Per difenderci dal freddo d’inizio anno, che penetrava fin dentro le ossa, viaggiammo ammassati nella cabina del treno proprio a fianco del fochista, sfruttando il calore della caldaia a carbone. Quando finalmente raggiungemmo il presidio della nostra compagnia, lo scenario che ci si parò davanti fu spiazzante: il reparto era già schierato e pronto a ripiegare in ritirata, poiché le avanguardie delle truppe russe erano ormai a rdosso delle nostre linee. Salimmo rapidamente a bordo di un automezzo e, spinti da una provvidenziale buona sorte, riuscimmo a muoverci in tempo prima del collasso definitivo della posizione. Se il processo si fosse prolungato anche solo di poche ore o se avessimo perso quel treno merci, non avremmo mai ritrovato i nostri compagni; saremmo rimasti inevitabilmente sbandati, isolati e destinati a una tragica fine, dispersi nella vastità della steppa russa flagellata dalla neve.

### Note di contesto storico e linguistico

 1. **Il contesto operativo (Gennaio 1943):** Il racconto si colloca nel momento apicale del dramma dell'ARMIR (Armata Italiana in Russia). Nel gennaio del 1943, a seguito dell'Operazione Piccolo Saturno scatenata dall'Armata Rossa, il fronte dell'8ª Armata italiana sul fiume Don era già completamente crollato. Mentre decine di migliaia di soldati vivevano la tragica epopea della ritirata a piedi nella steppa, le retrovie e i centri logistici come Stalino e Vorošilovgrad mantenevano un'attività burocratica e giudiziaria quasi surreale, specchio di un apparato militare che cercava di applicare i regolamenti di pace nel pieno del caos bellico.

 2. **Geografia del fronte (Stalino e Vorošilovgrad):** *Stalino* (denominazione dell'epoca in onore di Stalin) corrisponde all'odierna città di Donec'k, mentre *Vorošilovgrad* (nel testo originale trascritta come "vorosciolovogrado") corrisponde all'odierna Luhans'k. Entrambe le città, situate nel bacino minerario del Donbass (Ucraina orientale), costituivano i gangli vitali dei servizi di retrovia, dei comandi di tappa e degli ospedali militari sia per il contingente italiano sia per quello tedesco. I 150 km percorsi dai soldati rappresentavano uno spostamento notevole e pericoloso data la scarsità di mezzi e la pressione sovietica.

 3. **La Posta Militare e le truffe al fronte:** Il servizio di Posta Militare (in questo caso la sezione 102) era l'unico cordone ombelicale che legava i fanti alle proprie famiglie, gestendo non solo le lettere ma anche le rimesse economiche. La circolazione di valuta estera o d'occupazione (come i franchi menzionati nel testo, probabilmente legati a valute d'occupazione o scambi nel mercato nero) era strettamente regolamentata. Truffe come quella ordita dall'impiegato Forni ai danni dei soldati al fronte erano reati gravissimi, in quanto minavano il già fragile morale delle truppe e la sussistenza delle famiglie in patria.

 4. **I reati di autolesionismo e la severità dei tribunali:** La testimonianza del soldato in barella accusato di essersi sparato a un piede descrive la piaga dell'autolesionismo, un fenomeno diffuso in tutti gli eserciti della Seconda Guerra Mondiale per sfuggire all'inferno della prima linea. I tribunali militari italiani applicavano il Codice Penale Militare di Guerra del 1941, caratterizzato da una severità draconiana. Le perizie medico-legali per stabilire se il colpo fosse stato sparato "a bruciapelo" (segno di autolesionismo) erano frequenti e le condanne comportavano anni di durissima reclusione in patrie galere o nei battaglioni di rigore, spesso commutate nell'invio immediato nelle prime linee più pericolose ("in riferimento al fronte").

 5. **I beni di consumo come moneta di scambio:** L'interrogatorio dei protagonisti svela l'economia sommersa del fronte: macchine fotografiche, orologi e soprattutto generi di conforto di produzione italiana (come il cognac o "cogliate" del testo originale) assumevano un valore commerciale enorme. Venivano scambiati con la popolazione locale o con militari alleati (specialmente tedeschi) per procurarsi cibo, favori o denaro contante da spedire a casa. L'assoluzione per "insufficienza di prove" evidenzia il buon senso o la stanchezza di una magistratura militare che, di fronte al crollo imminente del fronte, scelse di non infierire su soldati chiaramente raggirati.


Lewis Mumford. La città, o il paese, è lo specchio della civiltà che la abita.

Di Alusac Eleirbag


Il discorso di Daniela mi ha spinto, la sera stessa, a fare una ricerca in rete su questo personaggio che non conoscevo: Lewis Mumford. Del resto, non si può mica conoscere tutto nella vita. Eppure, leggendo la sua biografia tra lo schermo del telefono e gli appunti della presentazione, mi sono reso conto di quanto le sue idee calzassero a pennello sulla realtà di un paese come il nostro.

Mumford, scomparso nel 1990 ormai novantenne, non è stato un semplice urbanista, ma un filosofo e uno storico che ha passato la vita a studiare le città e le comunità umane. Nelle sue opere monumentali, come *“La cultura delle città”* (1938) e *“La città nella storia”* (1961), ha sempre sostenuto una tesi potentissima: lo spazio in cui viviamo non è solo un ammasso di cemento o ingegneria, ma un fatto spirituale e morale. La città, o il paese, è lo specchio della civiltà che la abita. Se curi il paese, curi l'anima della comunità.

Quello che mi ha colpito di più, e che mi ha fatto fare un salto sulla sedia pensando a Tonara, è la sua distinzione tra due tipi di tecnologia e di approccio al progresso. Da un lato c'è la "tecnica autoritaria" o *Megamacchina*, quella delle grandi metropoli, della standardizzazione e dell'omologazione che cancella le identità locali. Dall'altro, invece, c'è la **"tecnica democratica"**, che è a misura d'uomo, flessibile, integrata con la natura e radicata nelle comunità locali. È la dimensione dell'artigianato, della cura del territorio, delle relazioni umane autentiche.

L'attualità di Mumford, a più di trent'anni dalla sua morte, è quasi profetica. Oggi che parliamo di transizione ecologica, di ritorno ai borghi, di difesa delle aree interne contro lo spopolamento e di democrazia partecipativa, ci accorgiamo che lui aveva già previsto tutto. Aveva capito che una comunità si salva solo se preserva il suo equilibrio biologico e culturale con la propria regione rurale.

Mentre chiudevo le schede del browser, ho ripensato alle parole di Daniela e alla sua idea di Tonara come "opera d'arte collettiva". Mumford le avrebbe dato ragione. Ha senso, eccome se ha senso. Il decoro non è un vezzo per architetti, ma la precondizione per non rassegnarsi al degrado. Resta solo da capire se la freschezza di questa terza lista saprà tradurre questa immensa e attualissima lezione culturale nelle delibere quotidiane di cui un Comune ha bisogno per non morire.


Il paese è un’entità fisica, ma è soprattutto un’opera d’arte collettiva


​di Alusac Eleirbag.

 Mi reco alla presentazione della cosiddetta terza lista. Entro con quel solito retrogusto amaro in bocca per l'unità perduta, ma mi siedo e ascolto. Quando prende la parola Daniela per parlare di ambiente e decoro urbano, mi sintonizzo subito sulla sua lunghezza d'onda. Cita Lewis Mumford: *"Il paese è un’entità fisica, ma è soprattutto un’opera d’arte collettiva"*.

Lì per lì, confesso, una domanda cinica mi solletica la mente: *può un discorso così filosofico ed estetico essere davvero un programma amministrativo?* Può la bellezza tradursi in delibere di giunta, in capitoli di bilancio, in voti da prendere?

E invece sì, può esserlo. Anzi, deve esserlo.

Perché Daniela non ha parlato di semplice estetica da cartolina, ma di dignità civile. Ha ribaltato completamente il concetto: la cura di una piazza non è un lusso superficiale, è lo specchio di come una comunità rispetta se stessa. Se lasciamo che il paese appaia trascurato, stiamo implicitamente dicendo che ci trascuriamo a vicenda. È la famosa teoria sociologica delle "finestre rotte": il degrado chiama degrado, ma – ed è qui la scommessa – il bello chiama altro bello.

Il decoro urbano, allora, diventa un vero e proprio **progetto identitario**. Non si tratta solo di spazzare le strade, ma di ridare a Tonara la consapevolezza del suo valore. E questo concetto si sposa magnificamente con la nostra storia e con la nostra letteratura. Penso a Peppino Mereu, alla sua poesia che è carne e pietra di queste montagne. Mereu non cantava un'identità astratta; cantava i dettagli, la durezza e la meraviglia dei nostri luoghi. Un paese che si specchia nella poesia di Mereu non può permettersi di avere un cimitero monumentale vecchio degradato o barriere architettoniche che negano la dignità del ricordo ai cittadini più fragili.

Riconnettere la pianificazione urbana, l'uso dei materiali e dei colori storici alla nostra tradizione – come ha accennato anche Flavia nel suo intervento – significa fare politica con la "P" maiuscola. Significa curare le ferite dell'isolamento. Quando Daniela propone di ripulire stabilmente le fontane con i cantieri Forestas o di riaprire con pochi soldi il sentiero verso la cascata di Pitzirimasa, non sta solo facendo accoglienza turistica. Sta dicendo ai tonaresi: *"Questo patrimonio è vostro, riappropriatevene"*.

Certo, la mia anima pragmatica mi sussurra subito che la poesia da sola non basta: le fontane e le strade rurali si puliscono con gli accordi operativi e con i soldi, non con le citazioni colte. Ma l'intervento di Daniela dimostra che un programma amministrativo senza una visione culturale profonda è solo un elenco di toppe grigie sull'asfalto. Se la terza lista saprà tradurre questa bellissima "opera d'arte collettiva" in atti amministrativi solidi e quotidiani, allora questa visione smetterà di essere un'utopia e diventerà la pietra angolare della Tonara di domani.


Capitolo 21. Dnepropetrovsk: la luce e la fame

Meno male che avevamo ancora gli automezzi, il che ci permise di partire prima che la situazione diventasse del tutto incontrollabile. Duran...