giovedì 28 maggio 2026

Lewis Mumford. La città, o il paese, è lo specchio della civiltà che la abita.

Di Alusac Eleirbag


Il discorso di Daniela mi ha spinto, la sera stessa, a fare una ricerca in rete su questo personaggio che non conoscevo: Lewis Mumford. Del resto, non si può mica conoscere tutto nella vita. Eppure, leggendo la sua biografia tra lo schermo del telefono e gli appunti della presentazione, mi sono reso conto di quanto le sue idee calzassero a pennello sulla realtà di un paese come il nostro.

Mumford, scomparso nel 1990 ormai novantenne, non è stato un semplice urbanista, ma un filosofo e uno storico che ha passato la vita a studiare le città e le comunità umane. Nelle sue opere monumentali, come *“La cultura delle città”* (1938) e *“La città nella storia”* (1961), ha sempre sostenuto una tesi potentissima: lo spazio in cui viviamo non è solo un ammasso di cemento o ingegneria, ma un fatto spirituale e morale. La città, o il paese, è lo specchio della civiltà che la abita. Se curi il paese, curi l'anima della comunità.

Quello che mi ha colpito di più, e che mi ha fatto fare un salto sulla sedia pensando a Tonara, è la sua distinzione tra due tipi di tecnologia e di approccio al progresso. Da un lato c'è la "tecnica autoritaria" o *Megamacchina*, quella delle grandi metropoli, della standardizzazione e dell'omologazione che cancella le identità locali. Dall'altro, invece, c'è la **"tecnica democratica"**, che è a misura d'uomo, flessibile, integrata con la natura e radicata nelle comunità locali. È la dimensione dell'artigianato, della cura del territorio, delle relazioni umane autentiche.

L'attualità di Mumford, a più di trent'anni dalla sua morte, è quasi profetica. Oggi che parliamo di transizione ecologica, di ritorno ai borghi, di difesa delle aree interne contro lo spopolamento e di democrazia partecipativa, ci accorgiamo che lui aveva già previsto tutto. Aveva capito che una comunità si salva solo se preserva il suo equilibrio biologico e culturale con la propria regione rurale.

Mentre chiudevo le schede del browser, ho ripensato alle parole di Daniela e alla sua idea di Tonara come "opera d'arte collettiva". Mumford le avrebbe dato ragione. Ha senso, eccome se ha senso. Il decoro non è un vezzo per architetti, ma la precondizione per non rassegnarsi al degrado. Resta solo da capire se la freschezza di questa terza lista saprà tradurre questa immensa e attualissima lezione culturale nelle delibere quotidiane di cui un Comune ha bisogno per non morire.


Il paese è un’entità fisica, ma è soprattutto un’opera d’arte collettiva

​di Alusac Eleirbag.

 Mi reco alla presentazione della cosiddetta terza lista. Entro con quel solito retrogusto amaro in bocca per l'unità perduta, ma mi siedo e ascolto. Quando prende la parola Daniela per parlare di ambiente e decoro urbano, mi sintonizzo subito sulla sua lunghezza d'onda. Cita Lewis Mumford: *"Il paese è un’entità fisica, ma è soprattutto un’opera d’arte collettiva"*.

Lì per lì, confesso, una domanda cinica mi solletica la mente: *può un discorso così filosofico ed estetico essere davvero un programma amministrativo?* Può la bellezza tradursi in delibere di giunta, in capitoli di bilancio, in voti da prendere?

E invece sì, può esserlo. Anzi, deve esserlo.

Perché Daniela non ha parlato di semplice estetica da cartolina, ma di dignità civile. Ha ribaltato completamente il concetto: la cura di una piazza non è un lusso superficiale, è lo specchio di come una comunità rispetta se stessa. Se lasciamo che il paese appaia trascurato, stiamo implicitamente dicendo che ci trascuriamo a vicenda. È la famosa teoria sociologica delle "finestre rotte": il degrado chiama degrado, ma – ed è qui la scommessa – il bello chiama altro bello.

Il decoro urbano, allora, diventa un vero e proprio **progetto identitario**. Non si tratta solo di spazzare le strade, ma di ridare a Tonara la consapevolezza del suo valore. E questo concetto si sposa magnificamente con la nostra storia e con la nostra letteratura. Penso a Peppino Mereu, alla sua poesia che è carne e pietra di queste montagne. Mereu non cantava un'identità astratta; cantava i dettagli, la durezza e la meraviglia dei nostri luoghi. Un paese che si specchia nella poesia di Mereu non può permettersi di avere un cimitero monumentale vecchio degradato o barriere architettoniche che negano la dignità del ricordo ai cittadini più fragili.

Riconnettere la pianificazione urbana, l'uso dei materiali e dei colori storici alla nostra tradizione – come ha accennato anche Flavia nel suo intervento – significa fare politica con la "P" maiuscola. Significa curare le ferite dell'isolamento. Quando Daniela propone di ripulire stabilmente le fontane con i cantieri Forestas o di riaprire con pochi soldi il sentiero verso la cascata di Pitzirimasa, non sta solo facendo accoglienza turistica. Sta dicendo ai tonaresi: *"Questo patrimonio è vostro, riappropriatevene"*.

Certo, la mia anima pragmatica mi sussurra subito che la poesia da sola non basta: le fontane e le strade rurali si puliscono con gli accordi operativi e con i soldi, non con le citazioni colte. Ma l'intervento di Daniela dimostra che un programma amministrativo senza una visione culturale profonda è solo un elenco di toppe grigie sull'asfalto. Se la terza lista saprà tradurre questa bellissima "opera d'arte collettiva" in atti amministrativi solidi e quotidiani, allora questa visione smetterà di essere un'utopia e diventerà la pietra angolare della Tonara di domani.


Lewis Mumford. La città, o il paese, è lo specchio della civiltà che la abita.

Di Alusac Eleirbag ​ Il discorso di Daniela mi ha spinto, la sera stessa, a fare una ricerca in rete su questo personaggio che non conoscevo...