Era il mese di gennaio del 1943 quando venni convocato a Stalino, nel bacino del Donbass, davanti al tribunale militare per affrontare il processo. Io e altri miei compagni d’arme eravamo stati denunciati per una presunta frode ai danni dello Stato, un'accusa che ci aveva gettato nel terrore più profondo. Tutto era iniziato a causa del nostro desiderio di aiutare le famiglie in Italia: ciascuno di noi, infatti, era riuscito a risparmiare e a inviare a casa la somma di 1000 franchi. Uno dei miei commilitoni conosceva un impiegato in servizio presso l’ufficio della Posta Militare 102, un certo Forni. Questo impiegato accettava il nostro denaro per la spedizione e, a operazione compiuta, ci rilasciava una regolare ricevuta munita del timbro ufficiale “Posta Militare 102”. Dai nostri paesi, i parenti ci avevano inizialmente risposto con lettere cariche di gratitudine e felicità, confermando la ricezione delle somme. Visto che il meccanismo sembrava sicuro e affidabile, non appena raccoglievamo altri 1000 franchi ripetevamo la medesima procedura tramite vaglia.
Ben presto, però, l’amaro inganno venne allo scoperto. Nelle successive ricevute che il Forni ci consegnava, sul timbro appariva la dicitura “Posta Militare” ma mancava del tutto il numero identificativo dell'ufficio. In un primo momento pensammo a una semplice svista burocratica, ma il passare delle settimane confermò i nostri peggiori timori: in Italia i soldi non arrivavano più. Preoccupato dal silenzio dei familiari, il compagno che teneva i contatti con l'impiegato decise di recarsi personalmente all'ufficio postale. Chiese del suo amico direttamente al capo ufficio, ma il direttore troncò subito ogni speranza, spiegando che Forni non prestava più servizio lì poiché era stato tratto in arresto. Poi, guardando in faccia il militare, aggiunse senza giri di parole: *«Ha truffato anche te»*.
Si scoprì così che Forni aveva raggirato una moltitudine di soldati: intascava i risparmi destinati alle famiglie dei combattenti e, anziché inoltrarli in Italia, li spediva direttamente a casa propria. Sottoposto a interrogatorio, nel disperato tentativo di alleggerire la propria posizione, l'impiegato fece anche i nostri nomi, indicandoci come complici o trafficanti. A quel punto, il direttore dell’ufficio non aveva potuto fare a meno di redigere un verbale formale, trasmettendolo direttamente all'ufficio giudiziario militare. Nel giro di pochissimi giorni fummo chiamati per un duro interrogatorio preliminare, durante il quale fummo costretti a giustificare minuziosamente la provenienza di quei fondi e a spiegare come fossimo riusciti, in tempo di guerra, a mettere insieme cifre così consistenti per le varie spedizioni. Ognuno di noi fornì la propria spiegazione, convinto che la verità fosse ormai limpida e che la faccenda si sarebbe conclusa in quel momento. E invece, poco tempo dopo, ci venne notificata la citazione ufficiale: dovevamo comparire in qualità di imputati davanti al tribunale militare di Stalino per il processo definitivo.
Ci mettemmo in viaggio affrontando un tragitto impervio di quasi 150 chilometri su un camion militare, un mezzo di fortuna che ci conduceva verso l'incognita del giudizio. Una volta giunti a Stalino, fummo costretti a sostare presso il comando di tappa italiano per quasi una settimana in attesa della nostra udienza. Per stemperare l’ansia e capire cosa ci attendesse, ogni giorno ci recavamo in aula ad assistere ai processi degli altri militari italiani, imputati per i reati più disparati. Un caso, in particolare, mi rimase impresso nella memoria per la sua drammaticità e ferocia. Introdussero in aula un soldato ferito adagiato su una barella, incapace di reggersi in piedi. Era accusato di essersi sparato intenzionalmente a un piede, sebbene lui si ostinasse a giurare che la ferita fosse stata provocata dal piombo nemico durante un combattimento. Il soldato sosteneva che la pallottola fosse arrivata da lontano; tuttavia, le perizie dei giudici militari avevano stabilito inequivocabilmente che il colpo era stato esploso a bruciapelo. Il presidente della corte, un generale, si rivolse a lui con sdegno gridando tramite l'interprete: *«Traditore, ti sei sparato con le tue stesse mani per farti rimpatriare in Italia! Adesso, non appena uscirai dall'ospedale, andrai dritto a putrefarti e a scheletrirti in galera»*. La sentenza emessa al termine dell'udienza lo condannò senza alcuna clemenza.
Subito dopo, giunse finalmente il turno del nostro processo. Il clima in aula era teso, dominato dallo spettro di una punizione esemplare. Il presidente iniziò l’interrogatorio del primo imputato, domandandogli bruscamente: *«Da dove e come hai raccolto i soldi che hai spedito a casa tua?»*. Il commilitone rispose prontamente: *«Ho venduto una macchina fotografica che avevo portato con me dall'Italia»*. Si passò al secondo imputato: *«E tu invece?»*. *«Io mi sono venduto un orologio da polso di mia legittima proprietà»*, rispose l'altro, e i giudici ne presero nota. Il terzo a essere chiamato fui io. Il giudice mi fissò e mi pose la stessa domanda: *«E tu, cosa hai venduto?»*. Risposi fermamente: *«Io, signor presidente, mi sono venduto due bottiglie di cognac che avevo portato dall'Italia»*. A quella dichiarazione insolita, un accenno di ilarità ruppe la severità dell'aula. Un giudice si voltò verso il collega e, sorridendo, commentò a bassa voce: *«Questo qui, però, mi sembra uno che non beve...»*. Un altro magistrato militare annuì, mostrando di credere alla mia bizzarra ma sincera transazione commerciale.
I giudici si ritirarono per pochi minuti e, al loro rientro, diedero lettura della sentenza: i soldati Casula, Fabbri, Sarazanetti e Ferrandu venivano assolti pienamente per insufficienza di prove. L'impiegato postale Forni, al contrario, veniva riconosciuto colpevole e condannato a tre anni di reclusione, con l'aggravante che la pena faceva riferimento alle severe leggi penali vigenti al fronte. Sopraffatti dalla contentezza e dalla fine di quell'incubo, iniziammo a saltare e ad abbracciarci proprio davanti alla corte.
Il rientro, tuttavia, si rivelò un'altra drammatica corsa contro il tempo. Raggiungemmo la stazione ferroviaria di Stalino per fare ritorno a Vorošilovgrad e riuscimmo a rimediare un passaggio a bordo di un treno merci. Per difenderci dal freddo d’inizio anno, che penetrava fin dentro le ossa, viaggiammo ammassati nella cabina del treno proprio a fianco del fochista, sfruttando il calore della caldaia a carbone. Quando finalmente raggiungemmo il presidio della nostra compagnia, lo scenario che ci si parò davanti fu spiazzante: il reparto era già schierato e pronto a ripiegare in ritirata, poiché le avanguardie delle truppe russe erano ormai a rdosso delle nostre linee. Salimmo rapidamente a bordo di un automezzo e, spinti da una provvidenziale buona sorte, riuscimmo a muoverci in tempo prima del collasso definitivo della posizione. Se il processo si fosse prolungato anche solo di poche ore o se avessimo perso quel treno merci, non avremmo mai ritrovato i nostri compagni; saremmo rimasti inevitabilmente sbandati, isolati e destinati a una tragica fine, dispersi nella vastità della steppa russa flagellata dalla neve.
### Note di contesto storico e linguistico
1. **Il contesto operativo (Gennaio 1943):** Il racconto si colloca nel momento apicale del dramma dell'ARMIR (Armata Italiana in Russia). Nel gennaio del 1943, a seguito dell'Operazione Piccolo Saturno scatenata dall'Armata Rossa, il fronte dell'8ª Armata italiana sul fiume Don era già completamente crollato. Mentre decine di migliaia di soldati vivevano la tragica epopea della ritirata a piedi nella steppa, le retrovie e i centri logistici come Stalino e Vorošilovgrad mantenevano un'attività burocratica e giudiziaria quasi surreale, specchio di un apparato militare che cercava di applicare i regolamenti di pace nel pieno del caos bellico.
2. **Geografia del fronte (Stalino e Vorošilovgrad):** *Stalino* (denominazione dell'epoca in onore di Stalin) corrisponde all'odierna città di Donec'k, mentre *Vorošilovgrad* (nel testo originale trascritta come "vorosciolovogrado") corrisponde all'odierna Luhans'k. Entrambe le città, situate nel bacino minerario del Donbass (Ucraina orientale), costituivano i gangli vitali dei servizi di retrovia, dei comandi di tappa e degli ospedali militari sia per il contingente italiano sia per quello tedesco. I 150 km percorsi dai soldati rappresentavano uno spostamento notevole e pericoloso data la scarsità di mezzi e la pressione sovietica.
3. **La Posta Militare e le truffe al fronte:** Il servizio di Posta Militare (in questo caso la sezione 102) era l'unico cordone ombelicale che legava i fanti alle proprie famiglie, gestendo non solo le lettere ma anche le rimesse economiche. La circolazione di valuta estera o d'occupazione (come i franchi menzionati nel testo, probabilmente legati a valute d'occupazione o scambi nel mercato nero) era strettamente regolamentata. Truffe come quella ordita dall'impiegato Forni ai danni dei soldati al fronte erano reati gravissimi, in quanto minavano il già fragile morale delle truppe e la sussistenza delle famiglie in patria.
4. **I reati di autolesionismo e la severità dei tribunali:** La testimonianza del soldato in barella accusato di essersi sparato a un piede descrive la piaga dell'autolesionismo, un fenomeno diffuso in tutti gli eserciti della Seconda Guerra Mondiale per sfuggire all'inferno della prima linea. I tribunali militari italiani applicavano il Codice Penale Militare di Guerra del 1941, caratterizzato da una severità draconiana. Le perizie medico-legali per stabilire se il colpo fosse stato sparato "a bruciapelo" (segno di autolesionismo) erano frequenti e le condanne comportavano anni di durissima reclusione in patrie galere o nei battaglioni di rigore, spesso commutate nell'invio immediato nelle prime linee più pericolose ("in riferimento al fronte").
5. **I beni di consumo come moneta di scambio:** L'interrogatorio dei protagonisti svela l'economia sommersa del fronte: macchine fotografiche, orologi e soprattutto generi di conforto di produzione italiana (come il cognac o "cogliate" del testo originale) assumevano un valore commerciale enorme. Venivano scambiati con la popolazione locale o con militari alleati (specialmente tedeschi) per procurarsi cibo, favori o denaro contante da spedire a casa. L'assoluzione per "insufficienza di prove" evidenzia il buon senso o la stanchezza di una magistratura militare che, di fronte al crollo imminente del fronte, scelse di non infierire su soldati chiaramente raggirati.
