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lunedì 27 luglio 2026

Piccole, bellissime e spietate: chi erano davvero le Janas della Sardegna?

Di alusac eleirbag

 



Dando un’occhiata alle statistiche di Tonara Blog, c'è un dato che mi ha colpito subito: l'interesse per i nostri articoli dedicati alle leggende sarde è davvero enorme. I lettori continuano a tornare su queste storie con grande entusiasmo e curiosità. È la conferma che, anche nell'era digitale, il fascino del nostro patrimonio folcloristico rimane imbattibile. Per questo ho deciso di riaprire quel libro di racconti antichi e approfondire una delle figure più amate — e affascinanti — di sempre.

C’è un momento della giornata in cui la Sardegna cambia volto. È l'imbrunire, quando il sole cala dietro i nuraghi, le ombre si allungano sulla macchia mediterranea e il silenzio della campagna inizia a raccontare storie antiche. Se vi è mai capitato di passeggiare nei pressi di una parete rocciosa costellata di piccole aperture scavate nella pietra, vi sarete sicuramente chiesti chi le abbia create. Per la scienza sono tombe neolitiche, ma per l'anima profonda dell'isola quelle sono le Domus de Janas: le case delle fate.

Ma chi sono, davvero, queste creature che continuano a incantare chiunque si avvicini al folclore sardo?

Creature di luce e d'ombra

Immaginate delle donnine minuscole, alte poco più di un palmo. Hanno mani delicatissime, unghie lunghe e una pelle talmente candida da non poter sopportare la luce del sole. Per questo escono dai loro rifugi solo di notte, indossando abiti incantevoli: tuniche di un rosso vivo, ricamate finemente con fili d’oro e d’argento che brillano al bagliore della luna.

Le Janas non sono semplici figure del bosco; sono custodi di un sapere antico e di tesori inestimabili. La leggenda racconta che trascorrano le ore notturne a filare, utilizzando telai magici fatti d'oro puro. Il suono del loro telaio, secondo i racconti dei vecchi dell'isola, era un canto ipnotico che risuonava nelle valli.

Tuttavia, guai a giudicarle solo dalla loro grazia. Le Janas hanno un carattere imprevedibile e fortemente ambivalente. Con le persone buone e rispettose sanno essere generose: regalano fortuna, offrono rimedi erboristici capaci di curare ogni male e proteggono i viandanti. Ma se qualcuno tenta di ingannarle, di sbirciare nelle loro dimore per rubare l'oro o di mancare loro di rispetto, la loro dolcezza sfuma in un istante. In quei momenti, le delicate fate si trasformano in creature spaventose e vendicative, pronte a lanciare maledizioni su chi ha osato offenderle.

Il confine tra mito e pietra

L'aspetto più affascinante di questo mito è quanto sia radicato nel paesaggio fisico della Sardegna. Più di cinquemila anni fa, durante il Neolitico, le popolazioni locali scavarono faticosamente nella roccia migliaia di piccole grotticelle sepolcrali.

Guardandole oggi, è facilissimo capire perché la fantasia popolare vi abbia visto delle vere e proprie abitazioni. Piccole porte, ambienti comunicanti, persino incisioni che ricordano la forma di un focolare o di un letto: per secoli, chi passava accanto a queste pareti scolpite non poteva credere che fossero solo sepolture. Era molto più naturale — e poeticamente bello — pensare che fossero le stanze intime di piccole donne magiche, intente a custodire i propri segreti al riparo dal mondo degli umani.

Una magia che vive ancora

Se il mito delle Janas continua a catturare l'immaginazione di così tante persone, è perché parla di un legame profondo e rispettoso con la natura, con il mistero e con la memoria di chi ha calpestato questa terra prima di noi. Ogni volta che ci si trova davanti a una Domus de Janas, il confine tra realtà archeologica e fiaba sembra assottigliarsi.

domenica 3 febbraio 2013

Il piccolo popolo delle Janas (leggende di Tonara)

II popolo delle janas(tratto da Fiabe Sarde di Francesco ENNA - Introduzione S. Mannuzzu . Oscar Mondadori, 1991, pag. 71-74)
II popolo delle janas viveva sui fianchi delle collina, dentro piccole case scavate nella roccia: le domus de ianas che ancora esistono a centinaia e migliaia, sparse in tutta la Sardegna.
Se qualche essere umano gli piaceva lo chiamavano bisbigliando il suo nome per tre volte.






Non erano ne fate ne streghe, ed erano l'una e I'altra cosa assieme. Erano donnine piccole come uccelli di campo e, comunque, non più alte di un palmo. Belle come la luna, uscivano dalle loro grotte soltanto di notte, per paura che il sole bruciasse la loro pelle delicata.
Erano venute da paesi lontani e misteriosi, portandosi appresso immense ricchezze.
Avevano unghie lunghissime d'acciaio, con cui scavavano le loro casette nella viva roccia; ma avevano anche dita cosi sottili e delicate che potevano ferirsi a strappare una foglia di prezzemolo.
Trascorrevano l'intera giornata a tessere e a ricamare abiti preziosi di lino e di broccato, trapuntati con fili d'art e d'argento. E mentre tessevano, cantavano con voce meravigliosa, che incantava.
Non uscivano quasi mai dalle loro domus, dove gli oggetti e le suppellettili avevano le giuste misure per la logo stature, e solo raramente socializzavano con gli uomini.
Le janas di Mantoe, presso Pozzomaggiore, vo­lavano silenziose dentro le case del paese, attraverso le piccole fessure o le finestrelle semiaperte e curiosavano tra la gente addormentata.

E se la persona prescelta si svegliava, la invitavano a serguirle fino alle loro casette tra le rocce rischiarando la via con i loro corpicini luminescenti.
Dentro le case mostravano agli ospiti fortunati immensi tesori che suscitavano stupore e cupidigia.
Ma gli uomini non sapevano che tutte quelle meravigliose ricchezze non potevano essere mostrate davanti alle Janas ( che ne erano gelosissime) perchè immediatamente oro e gioielli si trasformavano in cenere e carbone. Nessuno sapeva - perchè esse non parlavano -che per impossessarsi del tesoro delle Janas occorreva ritornare nelle minuscole casette sulle colline in pieno giorno, con in mano un rosario benedetto.
Per questa ragione a Pozzomaggiore nessuno diventò mai ricco.
Ma guai a tentare di derubare le janas con la forza e con l'astuzia.
Ecco che cosa accadde un giorno a un giovanotto che tentò di portar via un prezioso scialle tessuto con fili d'oro che le fatine di Funtana Pinta, nei pressi di Siligo, avevano steso all'aria ad asciugare.
Silenzioso come una volpe il giovane si avvicinò alle rocce su cui stava steso lo scialle e con un velocissimo colpo di mano lo afferrò, precipitandosi subito dopo lungo il pendio e correndo a perdifiato fino al luogo in cui aveva lasciato il suo cavallo.
Ma le janas lo aspettavano proprio in quel punto e lo attaccarono furiose come uno sciame di vespe impazzite. L'uomo riuscì ugualmente a rimontare a cavallo e a partire al galoppo, ma le minuscole streghe si attaccarono all'animale e lo pungolarono con ferocia fino a imbizzarrire.
Cosi il cavallo disarcionò il suo padrone, che si trovò a tu per tu con gli occhietti luccicanti delle donnine delle colline. Erano occhi terribili, che gli esseri umani non erano in grado di fissare a lungo, perché si trasformavano in statue di pietra.
E cosi infatti avvenne: l'incauto giovanotto fu pietrificato all'istante e non poté raccontare a nessuno la sua impresa.
Ma ben più terribile era la sorte di chi si imbatteva nelle malas janas di Tonara.
Costoro stendevano sotto le loro grotte un bellissimo velo bianco che ricopriva l'intera pianura.
L'ignaro viandante che si trovava da quelle parti restava inesorabilmente abbagliato da tanto splendore e come invischiato in un incantesimo mortale.
Allora il poveretto veniva catturato da un nugolo di nani malefici che lo ficcavano in una grande buca sul terreno, assieme ad altre vittime.
E qui a questo punto giungeva la jana maista che succhiava loro tutto il sangue. E una volta tasi di sangue umano, la jana regina volava rinchiudendosi per per tre giorni in una grotta, dove partoriva altre minuscole janas.
Per fortuna le malas janas di Tonara si estinsero molto presto, perchè rimpicciolirono sempre di più, fino a confondersi con i vermi della terra.
Le altre fate, invece, durarono più a lungo e vissero in pace e in armonia con gli esseri umani, almeno fino all'epoca in cui arrivarono in Sardegna i pisani.

Erano tempi in cui it mondo non conosceva ne malizia ne cupidigia.
Le janas che vivevano sul Monte Manai, vicino a Macomer, nei giorni di festa scendevano addi­rittura in un sito chiamato Sa Rucchita per bal­lare con la gente del paese.
Un giorno una jana di nome Giula entro nel ballo e si scatenò al ritmo delle launeddas, dall'uno all'altro ballerino leggera e felice come una farfalla.

E siccome erano bellissime gli uomini le invitavano spesso a entrare nel ballo in tondo, in su ballu tundu, il cui grande cerchio danzante occupava quasi tutta la piazzetta.
passando
Ma a un tratto Giula senti il richiamo delle sue compagne che, dall'alto delle domus, la metteva­no in guardia:



Giula, Giulitta,
sos buttones ti chirca.
Giula, Giunone,
chircadi sos buttones.­
La danza cesso di colpo. Giula guardò allora il suo corpetto di velluto e si accorse che i bottoni d'oro filigranato erano misteriosanante spariti: qualcuno li aveva rubati.

In quel momento le janas capirono che l'avidità e la malizia erano purtroppo apparse anche tra la buona gente di Sardegna e decisero perciò di sparire per sempre, abbandonando le loro minuscole case sulle colline, che ancora occhieggiano come finestrelle aperte su un mondo misterioso e ormai perduto.

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