domenica 2 agosto 2026

Oe giumpo settant’annos. L’arte di far rimare i settant’anni (e la poesia che abbiamo dimenticato).



Di Alusac Eleirbag



Da’ su chimmantasese in su mundu,

oe giumpo setant’annos de vida;

su tempus passat, semmus in salida

ma cun su coro allegr’e profundu.


Dae s’otantasette cun Antonietta

caminaus impare in su camminu;

Olg’e Sara, fizas ’e opera perfetta,

sunt sa lughe e su frutu prus divinu.


E sos nebodes affortigant s’amore:

Marco de Giacomo e Olga adorada,

Giorgio de Iuri e Sara gioia manna,


chi rezent custos annos de calore.

Gràtzias a sa vida pro tantu amada,

in coro meu aintr’e una capanna


Scrivere un sonetto a tavolino è stata un’impresa. Ho contato e ricontato le sillabe, cercato le rime giuste, limato i versi per far incastrare la mia vita — Antonietta, le mie figlie Olga e Sara, i miei quattro nipoti — in quattordici righe di poesia. Ci ho messo tempo, fatica, pazienza.

Un poeta di professione l’avrebbe fatto in un attimo. Ma il pensiero, mentre combattevo con gli endecasillabi, è andato subito a mio padre Benigno e a mio zio Raffaele. Loro due un sonetto così l’avrebbero scritto al volo, quasi senza pensarci, magari mentre sorseggiavano un bicchiere di vino o riposavano dopo una giornata di lavoro.

Perché per loro sarebbe stato così naturale e per noi è diventato così difficile?

La risposta è semplice e fa anche un po' male: non c'è più allenamento, non c'è più dedizione.

La loro generazione viveva la poesia come un linguaggio quotidiano. Mio padre e mio zio si scrivevano usando i versi; per comunicare, per fare gli auguri, per prendersi in giro o per raccontarsi la vita si mandavano componimenti poetici. La rima per loro non era un esercizio accademico o un compito da svolgere a tavolino, ma un modo spontaneo di pensare e di sentire.

Noi abbiamo perso quella ginnastica del cuore e della mente. Oggi scriviamo messaggi veloci, frasi brevi, abbreviazioni. Abbiamo guadagnato in rapidità, ma abbiamo perso quella meravigliosa capacità di dare ritmo ai sentimenti.

Eppure, arrivato al traguardo dei miei settant’anni, ho voluto sforzarmi. Ho voluto raccogliere quel testimone, anche solo per un giorno. Il mio sonetto in sardo avrà richiesto tempo e qualche correzione di troppo, ma dentro c’è la stessa dedizione che vedevo nei loro occhi. È il mio modo per dire grazie alla vita, alla mia famiglia, e per far fare un piccolo sorriso a chi, da lassù, mi guarda e magari sta già correggendo le mie rime.



Oe giumpo settant’annos. L’arte di far rimare i settant’anni (e la poesia che abbiamo dimenticato).

Di Alusac Eleirbag Da’ su chimmantasese in su mundu, oe giumpo setant’annos de vida; su tempus passat, semmus in salida ma cun su coro alleg...