domenica 15 aprile 2012

CAGLIARI DOPO LE BOMBE

1 CAGLIARI DOPO LE BOMBE
2 CAGLIARI SOTTO LE BOMBE


Videolina, documentario fotografico.

Da febbraio a maggio del 1943, Cagliari fu oggetto di pesantissimi bombardamenti a "tappeto", che provocarono migliaia di morti e distruzioni di cui ancora oggi restano dolorosi ricordi.

A fine febbraio '43, tutti quelli che poterono abbandonarono precipitosamente la città, che divenne da un giorno all'altro semideserta ed inattiva, con molte strade ostruite dalle macerie e solo pochissimi negozi aperti.

 

CAGLIARI SOTTO LE BOMBE

FONTE:http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4460&id=187848

 1 CAGLIARI SOTTO LE BOMBE
2 CAGLIARI SOTTO LE BOMBE  
3 CAGLIARI SOTTO LE BOMBE
4 CAGLIARI SOTTO LE BOMBE
5 CAGLIARI SOTTO LE BOMBE
6 CAGLIARI SOTTO LE BOMBE
Titolo: 1943 Cagliari sotto le bombe, 
Autore: Mocci Davide
Regia: Mocci Davide
Montaggio: Mocci Davide
Musiche: Casa Paolo
Tecnico audio: Mocci Davide, Secchi Cinzia
Riprese: Mocci Davide
Luci: Secchi Cinzia
Fotografia: Mocci Davide
Testi: Interventi originali
Voce: Capone Claudio
Editore: Master Film Cagliari
Data di registrazione: 2001-2008
Comune: Cagliari
Tipologia: documentari
Argomento: Storia e tradizioni
Lingua: italiano, sardo
Descrizione: Tutte le sei puntate della serie "1943 Cagliari sotto le bombe" sono la viva testimonianza di uomini e donne che conobbero personalmente le tragiche vicende dei bombardamenti sulla città di Cagliari. Dai loro ricordi emergono anche l'angoscia e il dolore provocati dalla perdita dei propri cari, dalla terribile penuria di viveri, dalle precarie condizioni di salute e dagli sfollamenti verso l'interno dell'Isola. Il percorso tracciato dalle sei puntate cerca di mettere insieme gli infiniti tasselli di un puzzle che nella sua interezza possa delineare l'insieme dei tragici fatti del 1943. Nei racconti di questa serie di documentari corti, emergono le tragedie, l'incredulità, la rassegnazione di tutte quelle persone che fra le scaglie di metallo piovuto dal cielo hanno visto con i loro occhi la crudeltà e l'insensata sofferenza della guerra.

La visita del Principe in Sardegna


FONTE: Sardegnadigitalibrary
La visita del principe di Piemonte in Sardegna


Giornale del settembre 1934 che documenta la visita del Principe di Piemonte in Sardegna. Le sequenze illustrano l’arrivo al porto di Cagliari del principe, accolto da autorità militari e fasciste, un corteo di automobili lungo la via Roma, il saluto alla folla. È quindi inquadrato il palazzo delle Regie Poste e Telegrafi di piazza del Carmine e la facciata della Galleria Comunale d’arte presso i giardini pubblici; all’interno della galleria sono riconoscibili i gessi di Francesco Ciusa. Chiudono il filmato le scene relative all’inaugurazione ad Alghero dell’azienda agraria dedicata a Maria Pia di Savoia.

sabato 14 aprile 2012

GAVINO MURGIA - TONARA - 9 APRILE 2012



GAVINO MURGIA
Nuorese . Inizia a suonare a dodici anni il sax alto. Grazie alla ben fornita discoteca
del padre ha la possibilità di scoprire e crescere ascoltando il jazz e la musica
classica. A quindici anni inizia a suonare con vari gruppi pop e funky e a collaborare
con alcune compagnie teatrali in Sardegna, frequenta i seminari di Paolo Fresu a
Nuoro e da lì a poco parte a Siena per concorrere a far parte dell’Orchestra
Giovanile Italiana di Jazz come primo sax tenore. Questa immersione nel mondo del
Jazz gli consente di accrescere la propria esperienza e di conoscere tantissimi
musicisti con i quali compie innumerevoli esperienze musicali in formazioni di ogni
tipo duo, trio, quartetto etc. La Sardegna con le sue profonde radici musicali è
costantemente presente nel suo percorso sonoro. Il canto a Tenore nel ruolo di
Bassu, praticato già in adolescenza e lo studio tradizionale delle Launeddas, si
fondono nel tempo con la musica afroamericana trovando un percorso inedito e
originale. Al sax Soprano e Tenore affianca anche il sax Baritono, Flauti e Duduk .
• Collaborazioni Musicali
• Ha suonato e registrato tra gli altri con :
Rabih Abou Kalil, Bobby McFerrin,Michel Godard, G.Trovesi, Antonello Salis,
Mal Waldron, Djivan Gasparian, Araik Bakhtckian, Salvatore Bonafede, Pietro
Tonolo, Paolo Fresu, Famoudou Don Moye, Roswell Rudd, Sainko Namtcylak, Bebo
Ferra, Danilo Rea, Babà Sissokò, Badara Seck, Al di Meola, Paolo Angeli, Hamid
Drake, Franck Tortiller, Luigi Cinque, Mauro Pagani, Gianna Nannini, Massimo
Ranieri, Andrea Parodi, Vinicio Capossela, Piero Pelù, Piero Marras, Bertas,
Tazenda, Luigi Lai, Elena Ledda, Solis String , NOA, Gil Dor, Zohar Fresco, etc. etc.
Inoltre con vari gruppi italiani e stranieri ha suonato nei principali jazz festival
italiani europei ed extraeuropei, tra gli altri in Francia, Finlandia, Norvegia,
Svezia,Portogallo, Inghilterra, Germania, Spagna, Belgio, Austria, Polonia, Turkia,
Marocco, Sud Africa, Cuba, Yemen, Pakistan, USA, Russia ecc

DARIO DEVIGUS - TONARA - 9 APRILE 2012









mercoledì 4 aprile 2012

Morù - Tonara di Giovanni Mura (noto Nino)


Morù  di Giovanni MURA



Per chi scendeva, sessanta anni addietro, lungo gli scoscesi gradoni che da Pratza manna, cuore antico e rappresentativo del rione di Toneri, portavano e portano ancora alla piazzetta di Senti Cocco (alias Vincenzo Cocco), aveva l’opportunità, soffermandosi al limite di detto spiazzo, di inquadrare Morù, l’ultima delle contrade non solo del vicinato ma anche dell’abitato di Tonara. 

Doveroso precisare che detto centro barbaricino risultava diviso in tre distinte frazioni ben distribuite sui fianchi della montagna (Arasulè, Toneri e Teliseri), ognuna delle quali comprendeva diverse contrade. 

Oggi esiste anche una quarta frazione che, sugli sviluppi dei primi insediamenti del secolo scorso, ha acquisito nel tempo una connotazione urbana di notevole spessore. Detto rione, denominato Su Pranu, è decisamente fuori tema rispetto agli altri contesti abitativi sia dal punto di vista edilizio, che da quello paesaggistico e storico. Pur restando un satellite di posizione ancorato sulla terraferma vive sempre della luce riflessa dei suoi vecchi abitatori. 

I materiali che hanno concorso alla edificazione dei nuovi quartieri sono tutti di importazione. Alla calce, ai mattoni, al pietrame, alle tegole ed al legname per i tavolati e le capriate, una volta prodotti in loco, si sono preferiti il calcestruzzo, il ferro, i laterizi, le piastrelle ed i portoncini di marche nazionali. 

Dal punto di vista paesaggistico, il livellamento del terreno difficilmente può garantire al turista di passaggio le profondità tipiche degli scenari collinari o lo sviluppo acrobatico dei punti di fuga presenti negli altri rioni. 

Dal punto di vista storico nulla si può dire di una borgata cresciuta frettolosamente nell’arco degli ultimi cinquanta anni. 

L’area che avrebbe dovuto ospitare questa nuova zona residenziale, fu definita dal Lawrence, durante la sua breve visita del 1921, l’altopiano illuminato d’oro. (1) 

L’impressione che lo spettatore riceveva dall’ultimo avamposto della contrada di Senti Cocco era quella di un presepe vivente incastonato sulla roccia in prossimità dell’avvallamento della rupe di Su Toni. 

Oggi questa visuale è impedita da una costruzione sorta negli ultimi decenni che ostacola di parecchio le migliori letture di Morù. 

Vi è comunque un’altra possibilità per il turista di passaggio di cogliere buone immagini dell’insieme ma le prospettive offerte sembrano, per effetto della distanza, concedere poco alle sfumature, ai dettagli ed alle tonalità cromatiche. Per soddisfare questa esigenza bisognerebbe portarsi verso la zona dei ruderi di Santa Anastasia ma, ripeto, molti presupposti di lettura verrebbero vanificati. 

In ogni modo il quadro proposto dall’avamposto di piazzetta Senti Cocco presentava, a partire da destra verso sinistra, nello spazio di circa centocinquanta passi: 

· un primo gruppo di abitazioni quasi incollate alla parete calcarea della montagna con il fronte occupato da piccole strisce di terra che, adibite alle provviste di legna ed ad altri usi domestici, andavano a radere la strada con delle siepi di confine curate alla bell’e meglio 

· due agglomerati di piccole case con i muri divisori in comune e con i tetti spioventi su un solo versante ben distribuiti ad anello che assicuravano la disposizione di una prima fila lungo la strada principale e di una seconda sul fronte di una lunga teoria di costruzioni incassate sulla roccia 

· una serie di viottoli che dalla strada andavano a raggiungere tutte le singole abitazioni componendosi e scomponendosi nei vari acciottolati della contrada. 

Al disotto della via principale, degli appezzamenti di buona terra andavano a guadagnare un avallamento del terreno denominato Su Acu che al tempo delle piogge riceveva dall’alto le acque di Cracalasi per poi inseguire più in basso gli apporti idrici della sorgente di Morù. 

Al disopra dei tetti delle abitazioni, il fumo dei comignoli non impediva di inquadrare la folta e fitta vegetazione che per larghi spazi sembrava proteggere, oltre che abbellire, l’abitato dalle insidie della lunga parete. 

Quindi, nella successione dal basso verso l’alto, la piazzetta ci consentiva di osservare alcuni fazzoletti di terreno di poche are d’estensione, la strada principale, le casette di prima e seconda fila, i viottoli a forma di scalinata, i tetti delle abitazioni con i comignoli sempre in attività e la folta vegetazione con i ciuffi sbuffanti verso gli anfratti e le spigolosità di un tacco roccioso che nella sua severità ed imponenza poteva permettersi il lusso di sorreggere l’altopiano illuminato d’oro. 

Per chi invece sostava in prossimità del punto medio della via maestra di Morù (105 anime distribuite in 30 famiglie nel censimento del 1829 con prevalenza dei cognomi Toccori e Loche), ad una cinquantina di metri circa dall’avamposto citato, poteva inquadrare di fronte, con lo sguardo rivolto ad oriente, buona parte del vicinato di Toneri (718 anime, 192 famiglie; con prevalenza degli Zucca, Sulis e Cocco). 

In particolare, partendo da sinistra verso destra si poteva focalizzare l’attenzione sulle contrade di: 
Cracalasi-Catzolaghedu (le anime censite nel citato anno sono 135, le famiglie 35 mentre i cognomi più rappresentativi dal punto di vista numerico sono quelli degli Zucca e dei Garau), 
Cortzò (10 anime e 4 famiglie con maggiore rappresentanza degli Zucca e dei Mameli), 
Barigau (77 anime e 19 famiglie con maggioranza dei Loche e dei Sulis), 
Pratza Senti Cocco (26 anime e 6 famiglie; Mura ed Urru) 
Cartutzè (37 anime e 12 famiglie; Urru e Poddie). 

Nascoste nella parte alta della frazione si succedevano le contrade di 
Pratza de is Garaus (89 anime e 23 famiglie; Dearca e Carboni), 
Pratza manna (56 anime e 15 famiglie; Floris e Porru), 
Maria Abrà de susu (104 anime e 25 famiglie; Cocco e Sulis) 

e nella parte bassa quelle di 
Maria Abrà de osso (35 anime e 11 famiglie; Pruneddu e Todde) e di 
Pratza de is Zuccas (44 anime e 12 famiglie; Zucca ed Urru). (2) 

Il tutto sembrava una borgata in caduta libera verso la minuscola piazza di Senti Cocco e le rovine di Santa Anastasia. 

Cima Fais, il punto in cui sorge il sole, era occultata dalle contrade superiori di Toneri. Alla destra, al disotto delle ultime case di Cartutzè, era ben visibile il rudere della vecchia parrocchiale di Santa Anastasia. In alto alla chiesa sconsacrata il crinale dei monti chiudeva questo magico scenario fatto di casette di fango e di tetti d’argilla in continua rincorsa verso il fondovalle. 

Questo era il lato paesaggistico offerto nel passato dalla contrada in questione. Per ciò che riguardava il lato umano devo mettere in discussione la fontana a più bocche di Morù. 

Specie d’estate, durante le vacanze estive, era un punto di ritrovo di notevole richiamo per bambini, giovani ed anziani. 

Quante spanciate d’acqua, ad onor del vero non tanto buona, mi sono concesso da giovanissimo presso quella fonte. Né badavo e né avevo il tempo di badare alle dicerie che quell’acqua facesse diventare matti o che producesse il gozzo. Era così notevole la portata di quelle sorgenti che ti saziavi in pochi attimi. 

Più lunga l’attesa per i conduttori di asini e cavalli i quali dovevano pazientare a lungo prima che gli animali trovassero il momento adatto per soddisfare la loro sete. Talvolta bastava un nonnulla, un movimento involontario da parte di chicchessia o il più semplice dei brusii, che i quadrupedi abbandonassero la vasca di decantazione e riprendessero la loro strada. 

Di donne, inginocchiate su ristretti spazi fatti di pietre levigate e di rivoli copiosi, intente a mettere in ammollo, sciacquare e strizzare i panni del loro bucato, ne vedevi sempre un numero discreto. Le portatrici d’acqua costituivano spesso delle brevi processioni che si ripetevano in continuazione per l’intero arco della giornata lungo le varie vie del vicinato. 

Sembra di sentirle quando facevano richiesta di un aiuto alle comari di turno per il giusto posizionamento del cercine tra la brocca ed il capo. Stesso discorso valeva per livellare il mastello del bucato sulla cervice. Aggiudaiemi omare a m’assentare sa brocca in pitzu ‘e su tedile oppure a m’assentare s’ischiu. 

Non mancavano di onorare i servizi alla fonte gli ortolani che quotidianamente prestavano il loro servizio nei piccoli appezzamenti a ridosso delle aree di Itzì o di Nugepasca né rinunciavano alla sosta rinfrescante quanti risalivano assetati dai noccioleti di Erisia o da quelli del fondovalle. In un lungo elenco di proprietà terriere inserito in un dispaccio inviato da Domenico Martini, viceparroco di Tonara per molti decenni dell’Ottocento, ad Antonio Tore, vescovo di Ales, sono segnalati gli orti e gli ortolani della Toneri del 1829. Is ortos de Funtana sono trentasei. (3) 

Tutto questo si sviluppava intorno alla fonte di Morù. 

Annare a Funtana era l’espressione tipica di chi intendeva raggiungere detta sorgente. Era sufficiente fare cenno al solo appellativo per riconoscere il sito in questione. Nei discorsi tra madre e figlio valevano al riguardo le seguenti espressioni che, nella impostazione grammaticale, ricordano molto da vicino la costruzione inglese: 

(Madre) Eninno sese? (venendo stai?) 

(Figlio) Aue este a b’annare? (Dove si deve andare?) 

(Madre) A Funtana. Alla fonte. 

(Figlio) Seo eninno (Sto venendo). 

Nonostante detta fonte costituisse il perno più importante e determinante delle correnti di traffico dell’intero vicinato di Toneri, non bisogna sminuire la vitalità espressa dalla contrada di Morù all’interno dei propri quartieri. Sessanta anni addietro era proprio un presepio vivente fatto di personaggi intenti a cucire e ricucire i loro propositi quotidiani mentre la strada principale sembrava scandire il tempo a quanti andavano o rientravano dalla fonte, dagli orti, dalla campagna o dagli altri vicinati. E c’era spazio anche per gli anziani che a fatica ed a passo lento, per via degli acciacchi, tiravano a campare sperando in un domani migliore. 

In un fermo immagine del 1955 il fotografo è riuscito ad rappresentare un aspetto paesaggistico della Morù di ieri. In particolare i dettagli inquadrano un tratto della via principale, l’unica fontanella pubblica, una scalinata che si impenna verso l’alto e quattro o cinque casette con gli architravi e gli stipiti delle aperture tinteggiati di color bianco sporco e con i tetti a spiovere da un solo versante. Lungo strada, tra il fontanile e la scalinata, una ragazza in costume incita con una piccola frusta un asinello a procedere più spedito. Sulla groppa dell’animale, due sacchetti semipieni di mercanzia lasciano intravedere le estremità inferiori della sella. Al disopra dei tetti una fitta vegetazione cresciuta a fil di parete sullo strapiombo di Su Toni sembra fungere da bambagia al quadro pittorico del passato. Chiudono lo scenario le ombre a perpendicolo generate dai corpi inanimati e da quelli in movimento. 

Deve trattarsi di un’istantanea curata a fine mattinata durante il periodo estivo. Impossibile accreditare la ripresa fotografica ad orari serali in quanto il sole di pomeriggio, nell’atto di congedarsi da dietro la rupe, genera ombre sempre più estese verso oriente. Non dimentichiamo che l’esposizione della contrada è molto infelice. Le abitazioni che guardano a mezzogiorno sono in numero ridotto. 

Case di fango curate con molta fatica e con molto sudore. Pavimenti in terra battuta al piano terreno e tavolati per il piano superiore. Sino ad una quarantina di anni fa un patrimonio edilizio ancora integro, incontaminato, fatto di facciate di antica malta, di balconi in ferro battuto, di tetti in tegole caserecce e di comignoli sempre in attività. 

A Morù sono stato di passaggio tante volte, soprattutto d’estate. Questo accadeva quando dovevo raggiungere un orticello di poche are di superficie o fare visita a terreni lontani. 

Raramente avevo la possibilità di aggirarmi all’interno della contrada. Mi capitava talvolta, intorno agli anni cinquanta, di seguire la radiocronaca delle partite di calcio in casa di Francesco Carboni, allora mugnaio di professione, uno dei pochi abbonati alla radio. Ancora prima, ai tempi del grande Torino, i servizi radiofonici venivano seguiti da dietro le grate della finestra della caserma di Via Monsignor Tore. Il più delle volte ci dovevamo accontentare di commentare i risultati all’indomani degli avvenimenti sportivi. 

La sua abitazione era una delle poche costruzioni esposte a mezzogiorno e come tale godeva dei benefici elioterapici per l’intera giornata. Tanto negli esterni quanto negli interni ricalcava il disegno delle economie delle altre dimore della contrada. Una piccola scala conduceva al piano superiore dove i genitori, entrambi nati alla fine dell’ottocento, accoglievano gli ospiti, con molto garbo. Ricordo che il padrone di casa si lamentava spesso dei postumi da congelamento subiti sul fronte carsico. Il toccasana era dato da ampie fasciature che la moglie amorevolmente gli avvolgeva attorno alle estremità inferiori. 

A fine partita avevo l’opportunità di traguardare la via principale inseguendo altri viottoli, altri acciottolati, altri percorsi dove le giocatrici di carte, ben distribuite in numero di tre o quattro attorno a dei grandi canestri, all’imboccatura dei vari usci, formavano diverse formazioni. 

Dappertutto bambini, giovani ed anziani. Gli animali erano rappresentati in maggior parte dalle galline. Vivacità nei primi, spensieratezza nei secondi, saggezza nei terzi e stupidità e goffaggine nei rari voli radenti dei pesanti pennuti. 

Che poesia ripercorrere mentalmente le strade di una volta. La modernità ed il progresso hanno imposto altri materiali, altri movimenti architettonici, altre pennellate. Peccato! Resta comunque la magia espressa dall’antico borgo incassato ai piedi della montagna in custodia di pochi abitatori e per giunta molto anziani. 

Da qualche semestre è venuto a mancare anche Francesco. Dalla sua contrada era partito in cerca di migliori fortune intorno agli anni sessanta per farvi ritorno da anziano. Negli anni in cui il Cagliari militava in serie C parteggiava per i colori del Milan. Non so se nel tempo abbia cambiato idea. Quando lavorava di mazzetta e scalpello sui palmenti del mulino di Sa Discarriga non trovava di meglio che canticchiare infinite volte la formazione rossonera (Buffon, Sivestri, Bonomi…). Io facevo tifo per la Juventus. Ancor prima ero stato di fede torinese, del grande Torino. 

La sua casa oggi è vuota come lo è la maggior parte delle altre abitazioni della contrada. 

Quando ripasso da queste parti, nel vedere case sventrate, tetti pericolanti, ballatoi in stato di precarietà, pergole con le impalcature traballanti, percorsi accidentati, incuria ed abbandono un po’ dappertutto, avverto quasi la colpa di non aver mai tentato di porre alcun rimedio. Purtroppo la mia diagnosi arriva con molto ritardo. Non ho con me medicine da pronto soccorso né per lunghe degenze. E’ un discorso in perdita il mio. Non porta da nessuna parte. Per giunta sono anziano anch’io. 

Una settantina di metri più in alto, al disopra di una verticale su cui inerpicarsi è sempre stato proibitivo, c’è l’altopiano d’oro. Per arrivarci bisogna aggirare l’ostacolo puntando a sinistra verso un inghiottitoio molto tortuoso e ripido denominato Titoni oppure risalendo sulla destra i percorsi accidentati e scoscesi di Craccalasi e Catzolaghedu. 

A Su Pranu i tonaresi commerciano campanacci, torrone ed altri prodotti. Commercerebbero anche il tempo se fosse possibile, contrariamente a quanto succede a Morù dove questo ultimo articolo resta avvitato allo zero assoluto da molti decenni. 

I pochi abitatori, come ho già precisato, viaggiano intorno ad età proibitive. I giovani, oggi in età matura, curano i loro interessi in terre lontane. Non so se qualcuno faccia rientro per le ferie alla piccola borgata. Molto probabilmente ripiegherà in qualche alloggio dell’altopiano illuminato d’oro. 

Quando da giovanissimo percorrevo questi isolati la vita si perpetuava in mille attenzioni ed in altrettante direzioni. Non immaginavo che la contrada coll’andar del tempo ne avrebbe sofferto tantissimo. 

Ciononostante il vero monile di questo percorso ad anello, che nella parte superiore ci presenta il rione commerciale, è Morù. E’ un gioiello splendente di propria luce cadenzata secondo geometrie di grande peso, non di luce riflessa. Vincente nelle sue prospettive e nei suoi punti di fuga, maestoso nella sua immobilità dei suoi saliscendi e delle sue calli che invitano a cento ingressi ed ineguagliabile ed incomparabile nel suo guscio caratteristico ostentato ai piedi della montagna. L’unico segno di movimento è dato dall’acqua delle sue sorgenti. E non è cosa da poco. Finché c’è acqua c’è vita. 

Oggi Morù è un museo a cielo aperto. 

Rimane viva la storia della contrada nella memoria degli anziani e soprattutto in quella raccontata dagli archivi ecclesiastici e notarili. Una storia fatta di piccole cose, di pochi segreti e di tante testimonianze che nella loro semplicità sorprendono anche i lettori d’immagine più esigenti e più scrupolosi. 

Note 

1) Vedi Mare e Sardegna di D. H. Lawrence. 

2) Vedi Status animarum 1829 di Tonara nel Fondo Quinque libri dell’Archivio diocesano di Oristano. Per maggiori approfondimenti si rinvia il lettore al fascicolo primo del volume quinto della collana Memorie tonaresi. 

3) Vedi le dovute segnalazioni in Archivio diocesano di Ales alla voce Monsignor Tore. Per migliori ragguagli si rimanda alle pagg.180 e seguenti del vol.1° della collana Memorie tonaresi.

lunedì 2 aprile 2012

PASQUETTA IN SARDEGNA: TONARA. SAGRA DEL TORRONE 2012.



“Attenti alle trappole! La ratifica della Carte europea delle lingue minoritarie potrebbe trasformarsi in beffa per il sardo. Ecco come” de Peppe Còrongiu


fonte:VITO BIOLCHINI

“Attenti alle trappole! La ratifica della Carte europea delle lingue minoritarie potrebbe trasformarsi in beffa per il sardo. Ecco come” 


La presunta “ratifica” della Carta Europea delle Lingue regionali e minoritarie di qualche settimana fa, nonostante qualche scivolone di interpretazione procedurale e l’ottimismo ingiustificato dell’ufficio stampa del Governo di Roma, ha scatenato una nuova ondata di interesse per la questione mai sopita, e però mai esaltata, della nostra lingua “regionale”. Tutto sommato, anche se la vicenda politico-giuridica è ancora da definire, è stato un fatto positivo proprio per questo afflato di nuovo affetto per la questione linguistica sarda. Quando si accendono i riflettori su questa vecchia ferita che non vuole rimarginarsi, è sempre un bene. Perché per il resto, poi, la vita quotidiana di chi si occupa di politica linguistica in Sardegna, è grama tra polemiche inutili, indifferenza diffusa e sufficienza di giudizio e di impegno.
Conoscendo la natura rispettosamente deferente del senso comune dei sardi, anche della classe dirigente, nei confronti delle gerarchie e dei profili istituzionali, soprattutto romani, non c’era dubbio sul fatto che una presa di posizione, anche se minima, da parte del Consiglio dei Ministri, avrebbe provocato una nuova e superiore sensibilità nei confronti della politica linguistica della lingua sarda, tema solitamente ritenuto non prioritario nell’agenda politico-giornalistico-sociale. Sensibilità, purtroppo, a volte, effimera. A torto, secondo me, ma si sa il mio è un parere di parte di una professionalità giudicata, e ritenuta da alcuni, troppo “militante”. Qualsiasi cosa ciò voglia dire di un tecnico professionista in un settore spesso poco scandagliato da quelli che contano veramente.
E’ così è stato. Il Governo Romano compie un piccolo e tardivo passo in avanti nel riconoscimento di diritto (perché di fatto la questione è molto controversa) per la lingua sarda (e quella catalana di Alghero) e ciò provoca un moto di entusiasmo, un rinnovato interesse e la ripresa di infinite discussioni. Speriamo che non segua il silenzio e l’inerzia, soprattutto degli intellettuali, anche quelli solo italofoni e italografi, quelli che dovrebbero denunciare i soprusi culturali, ma che sul rischio che la nostra lingua si estingua spesso preferiscono tacere. In genere, infatti, sul merito della politica linguistica non si parla. Si sbraita invece spesso per offendere gli operatori che, come è noto, sono solo <incompetenti, ignoranti e imbroglioni interessati al denaro più che alla vicenda linguistica e culturale>. Più volte, in questi anni, abbiamo sentito questa accusa. Non suffragata da prove, ma si sa, gli stereotipi viaggiano automuniti. In mezzo alle varie banalità da “bar dello sport” colpisce però soprattutto il silenzio reiterato dei media, o la sordina malcelata (che è lo stesso), di quelli che potrebbero dettare l’agenda politica, ma che non ritengono la questione “rilevante”. Il più delle volte.
Come sa chiunque la ratifica dei trattati sopranazionali è competenza del Parlamento per cui, il Governo, anche volendolo e dichiarandolo non avrebbe potuto mai ratificare la Carta, come annunciato in prima battuta da un fallace comunicato stampa. In realtà l’esecutivo guidato da Mario Monti ha semplicemente approvato un disegno di legge che sarà poi discusso, e forse approvato, dalle Camere. Un avanzamento,  certo, anche importante, ma non la tanto strombazzata “ratifica” che è ancora di là da venire. E chissà se verrà nell’ultimo scampolo di questa legislatura,  condannando di fatto l’Italia a essere, insieme alle ultranazionaliste  Francia e Grecia (leggere a questo proposito le opere del friulano William Cisilino), gli unici stati nazionali dell’area europea occidentale a non garantire un minimo di tutela reale alle  proprie minoranze. Pessima compagnia.
E certo, per gli italiani e i sardi, questo atteggiamento antiliberale della Repubblica, che nega nei fatti un diritto collettivo riconosciuto mondialmente, quello alla difesa della propria lingua, non è un qualcosa di cui vantarsi.
Anche il fatto che il Governo, nel comunicato del 9 marzo, abbia messo le mani avanti, sostenendo che si trattava solo di una formalità, visto che nel 1999 si era approvata la legge 482/99 che riconosceva dodici lingue minoritarie, non è esattamente condivisibile. La legge 482, anche se è stata uno strumento importantissimo, già da diversi anni langue nell’assenza, o nella estrema leggerezza, per non dire inconsistenza, di dotazioni finanziarie sufficienti. Per l’annualità 2012, il Dipartimento degli Affari Regionali, ha stanziato per le 12 lingue riconosciute la “bellezza” di 1 milione e 700 mila euro (più o meno il costo del contributo a un artigiano per la realizzazione di un capannone in un’are industriale non troppo importante). Nel 2001, tempi d’oro, si viaggiava sui 10 milioni di euro. Inoltre, il livello di protezione delle lingue assicurato dalla legge non è certo quello massimo che ci si aspetterebbe. Nessun obbligo, nessuna tutela reale, nessuna efficacia pianificativa linguistica. Solamente, la possibilità di tutelare con azioni limitate “a progetto” e mirate la lingua nella scuola, all’università, nelle amministrazioni pubbliche, nei media. La Rai, per dirne una, si è sempre rifiutata, nonostante la legge, di sostenere e produrre in proprio i programmi radiotelevisivi. E questo nonostante obblighi precisi derivanti da norme del Contratto di Servizio. Quel poco che si fa, viene a fatto a spese delle Regioni e in orari quasi inaccessibili. E senza controlli sulla qualità e sugli obiettivi reali di rivitalizzazione linguistica (che è cosa diversa dalla folclorizzazione e museificazione della lingua).
In realtà, stante la tradizione italiana monolingue e avversa a qualsiasi tipo di multilinguismo, le uniche lingue ”altre” realmente tutelate in Italia sono quelle protette da trattati internazionali imposti alla Repubblica all’indomani della sconfitta dell’ultimo conflitto mondiale. Tedesco in provincia di Bolzano, francese in Valle d’Aosta e Sloveno in Friuli (anche se gli sloveni hanno dovuto aspettare fino al 2001 per vedere approvata una legge sull’istruzione bilingue). Ladini e francoprovenzali, in Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta, hanno beneficiato di rimbalzo delle maggiori tutele di queste lingue minoritarie “privilegiate” perché confinanti con grandi potenze.
Per gli altri, soprattutto per sardi e friulani, che parlano le lingue più importanti e diffuse in un vasto territorio “regionale”, la vita è sempre stata grama. La stessa 482 non distingue tra piccole lingue d’enclave e lingue regionali-nazionali e parla indistintamente di minoranze linguistiche storiche. Fino alla recente sentenza della Corte Costituzionale del 2009 che, cassando alcune parti di una legge regionale friulana del 2007, ha ribadito alcuni paletti limitativi alle Regioni, in particolare in materia di istruzione scolastica in lingua minoritaria. Sostanzialmente lo Stato, riconosce che l’istruzione “in lingua” si può fare, ma avoca a se la competenza di legiferare in materia sull’ordinamento scolastico e blocca ogni iniziativa regionale sulla questione. Allo stesso tempo però non legifera, e non interviene concretamente, nel senso di migliorare la 482 (che sul tema è evasiva e barocca) e quindi di fatto blocca le 12 lingue sul limite della soglia principale delle autonomie scolastiche. Un piede è dentro, ma l’altro è fuori. Precarietà ed episodicità sono la conseguenza.
Di fatto lo Stato ha un atteggiamento ipocrita. Fa finta di preoccuparsi delle minoranze per non incorrere in sanzioni o censure europee, ma vieta alle Regioni di legiferare sul proprio territorio con la scusa di “difendere” l’autonomia sacrosanta delle istituzioni scolastiche. In assenza di previsioni specifiche statutarie, le istituzioni regionali, anche ad autonomia speciale, devono inchinarsi alla supremazia della potestà statale che nella riforma del titolo V non ha incluso al devoluzione di tale competenza.
A questo impasse, il Consiglio regionale sardo, facendo tesoro dell’esperienza friulana, aveva reagito giustamente e intelligentemente con la legge 3 del 2009, mai impugnata dal Governo, che ha introdotto la possibilità di insegnare il sardo in orario curricolare. Una “furbizia” legislativa che sfruttava l’unico spiraglio giuridico esistente.  Sempre “a progetto”, sempre con limiti ordinativi e finanziari, ma con il merito di aver fatto entrare il sardo a scuola dalla porta principale, senza relegarlo ai “laboratori” pomeridiani. Novanta scuole hanno usufruito di questa legge, ma certo, una misura di questo genere è una buona trovata di amministrazione creativa, riempie un vuoto momentaneo, ma non basta e non può essere considerata un approdo definitivo.
Il vero traguardo per le 12 lingue riconosciute dalla 482/99 dovrebbe essere una nuova legge dello Stato, sul modello di quella slovena del 2001, che consenta l’educazione completa bilingue nei territori di riferimento delimitati. Oppure una modifica Costituzionale, o dei rispettivi Statuti sardo e friulano, che consenta di approvare una legge quadro regionale con effetti concreti sulle autonomie scolastiche.
Nel frattempo, ci si chiede, la questione della Ratifica della Carta è decisiva e rilevante? Alcuni pensano di no. Io credo di si, soprattutto se il livello di protezione per il sardo fosse innalzato rispetto alla 482/99. Cosa difficile, ma non impossibile.
Per capire bene il problema, facciamo un poco di cronistoria. Certo è un po’ faticoso, ma la fatica aiuta a informarsi e a informare bene. Uno dei problemi della politica linguistica è proprio l’annosa mancanza e penuria di tecnici competenti, relegati quasi sempre al ruolo di comparse. Pertanto prevalgono gli ideologismi e i pressapochismi. Se, infatti, l’argomento non vale la pena, non è in agenda,  perché coltivare figure professionalmente significative e invece non fidarsi dei soliti filologi museificatori bipolari, degli esperti di folclore o degli ultimi arrivati pensionati e dopolavoristi? Già, perché?
Si è detto che Il Consiglio dei Ministri nella recente seduta del 9 marzo scorso ha approvato un disegno di legge con il quale si intende proporre al Parlamento il testo della Carta Europea delle lingue regionali o Minoritarie del Consiglio d’Europa (adottata a Strasburgo il 05.11.1992, entrata in vigore il 1° marzo 1998) che lo Stato italiano, dopo lunga attesa, si appresta a ratificare dopo averla sottoscritta.
Il testo del disegno di legge, che ancora mentre si scrive non è pubblico, andrà in visione e discussione alle due Camere per la definitiva approvazione. Prima del passaggio alla Camere, il testo sarà visionato dal Quirinale. Il 4 aprile alla Camera, cominceranno le audizioni della commissione competente. Si parte da due proposte quelle di Zeller e Mecacci. Non essendo pacifica la ratifica, e neppure il contenuto del provvedimento legislativo, sarebbe opportuna una vigilanza costruttiva della Regione, e dei Parlamentari sardi,  al massimo livello istituzionale, sull’iter del provvedimento.  Con azioni concrete e incisive.
A questo proposito, a mio parere, il Presidente della Regione Ugo Cappellacci, in quanto rappresentante istituzionale del popolo sardo, bene ha fatto a sollecitare l’attenzione di deputati e senatori al fine di vigilare sull’approvazione della Carta. E bene hanno fatto alcuni parlamentari sardi, a rispondere all’appello e a dichiarasi disponibili. Cosi come si capisce che altri sono sensibili al problema.
L’attuazione della Carta, infatti, potrebbe essere molto importante per la Regione Autonoma della Sardegna, perché, dal momento in cui il Parlamento la dovesse ratificare, lo Stato sarebbe obbligato a garantire il livello di protezione minima delle lingue regionali o minoritarie, e garantire obbligatoriamente, pena l’intervento sanzionatorio dell’Europa, tutta una serie di misure di promozione e tutela a scuola, nella pubblica amministrazione, nei media, nella RAI, nell’economia, nel sociale e nelle università.
Questo solleciterebbe anche, da parte dello Stato, un obbligo a congrui interventi finanziari a sostegno delle politiche linguistiche della Regione o degli Enti locali come già in parte si fa grazie alla legge statale 482/99.
Già in passato, il Parlamento con un disegno di legge, approvato dalla Camera dei Deputati il 16 ottobre 2003, aveva previsto la ratifica della Carta Europea delle lingue regionali o minoritarie, dopo aver già effettuato con la legge del 15 dicembre del 1999 n. 482 (art. 2) il riconoscimento delle minoranze linguistiche storiche esistenti su tutto il territorio statale, dando così attuazione all’art. 6 della Costituzione. Per la Sardegna, con la legge citata, venivano individuate e legittimate due minoranze linguistiche storiche: il sardo e il catalano di Alghero.
Nel 2007, l’identico iter veniva riproposto con una nuova approvazione da parte della Camera dei Deputati, ma il provvedimento veniva affossato al Senato in particolare per l’opposizione e la netta contrarietà della Lega. Da allora, il disegno di legge non era stato più riproposto fino alla riunione del Consiglio dei Ministri del 9 marzo u.s., in particolare per le pressioni esercitate dalla CONFEMILI, organizzazione storica delle minoranze linguistiche italiane, presieduta da Domenico Morelli.
Non vi è dubbio che l’adozione di questa Carta rappresenti un passo molto importante nella tutela delle lingue minoritarie presenti su tutto il territorio, ma la sua efficacia dipenderà dalle misure di salvaguardia che il Parlamento indicherà al momento della ratifica. Per tale motivo si intende richiamare l’attenzione sul meccanismo di attuazione previsto dalla stessa Carta, la quale in considerazione delle condizioni specifiche e delle tradizioni storiche proprie di ciascuna regione dei Paesi d’Europa, ha previsto che gli Stati siano liberi, al momento della ratifica, di individuare, non solo le lingue oggetto di tutela, ma anche le misure da adottare per la loro salvaguardia.
L’unico vincolo per gli Stati ratificanti (art. 2 della Carta) è quello di assicurare l’applicazione di almeno trentacinque paragrafi scelti tra le disposizioni della Parte III della Convenzione. Nel testo finale, quindi, in assenza di sorveglianza politica costruttiva potrebbe emergere la cruda realtà di una lingua sarda che non solo non conferma o estende le sue norme di tutela, e quindi i suoi ambiti di utilizzo, ma anzi rischia di perderne la gran parte. Tutto ciò pensiamo non per cattiva volontà o insipienza, ma per una difficoltà intrinseca del meccanismo previsto per la ratifica della Carta che può sicuramente trarre in inganno più d’uno. Ed è utile dunque esserne informati.
Il documento approvato dall’Unione Europea prevede infatti, una serie di livelli e ipotesi di protezione e garanzie per le lingue, lasciando poi liberi gli Stati di scegliere il grado di tutela nei diversi settori dell’amministrazione pubblica, dell’istruzione, della giustizia, dell’economia e della sanità. Va da sé che, per assicurare l’istruzione nella lingua minoritaria o assicurare una parte rilevante dell’istruzione nella relativa lingua, così come per assicurare la diffusione e l’uso della lingua minoritaria nella vita pubblica ossia nei rapporti con la pubblica amministrazione, davanti all’autorità giudiziaria o nello svolgimento di un’attività economica,  sia necessario che in legge venga scelto un livello di protezione “alto” e non “basso”. Una scelta di protezione di livello “basso” potrebbe comportare anche un arretramento rispetto alle conquiste fatte con la legge 482/99.
E ci sono voci a Roma, negli ambienti ben informati, che sostengono, che per il sardo e friulano si stai preparando una “trappola” di questo genere. Come del resto si era già tentato anche in passato, nel 2007. Insomma, una beffa scontata dopo il prevedibile e spontaneo giubilo.
Certo, la legge 482 sarebbe comunque in vigore e sarebbero fatte salve le norme più favorevoli, ma un abbassamento “ideale” del livello di protezione del sardo (o del friulano o delle altre lingue) potrebbe rendere inefficace l’uso della Carta quale strumento di diritto per richiamare l’Italia ai suoi obblighi di tutela in sede europea. Anzi, ipocritamente l’Italia, in questa sciagurata ipotesi, potrebbe anche sostenere la paradossale ipotesi di tutelare le “sue” lingue anche oltre i limiti imposti della Carta.
Il solito fariseismo italico in materia di protezione linguistica.
Innalzare il livello di protezione nella Carta, invece, potrebbe creare le condizioni in un prossimo vicinissimo futuro per l’approvazione di leggi più favorevoli per la tutela, in particolare per quella scolastica delle lingue minoritarie. Vale la pena cogliere la palla al balzo? Sfruttare l’occasione invece che lasciarla correre? Si convinceranno la classe dirigente sarda, l’opinione pubblica, il ceto medio istruito della splendida risorsa che ha la Sardegna nel possedere una lingua propria (insieme ad altre) e che formidabile arma di identificazione comunitaria questa possa diventare?
La risposta a chi legge. Il parere di chi scrive credo sia noto.
Io credo che sia utile dunque vigilare a ogni livello  nella speranza di assecondare costruttivamente l’iter del Parlamento cercando di far valere le proprie ragioni in materia di protezione linguistica, in accordo con le altre minoranze. In ciò non ci aiuterà l’atteggiamento antiliberale di fatto, se non di principio, della Repubblica, che ancora fino al 15 dicembre 1999, non aveva fatto altro che proseguire la politica linguistica di glotto-genocidio del Regime fascista e del Regno sabaudo. Del resto, la protezione delle minoranze linguistiche interne riconosciute è una questione di rispetto dei diritti civili e della diversità. L’Italia non può sottrarsi, così come l’Europa dovrà pretendere, oltre  che al rispetto della regolarità dei  bilanci, anche a quello delle salvaguardia delle lingue riconosciute e presenti sul suo territorio.
Farsi “audire” dalle commissione competenti sarebbe utile. Anche delle semplici interrogazioni o interpellanze parlamentari sul contenuto dei disegno di legge e sul livello di protezione assegnato al sardo potrebbero essere efficaci. Anche l’attenzione al e dal Parlamento Europeo.
Il riconoscimento effettivo di minoranza linguistico-nazionale per la Sardegna, tutelato dal Consiglio d’Europa e dalla ratifica della Carta, anche in considerazione dell’applicazione per la Sardegna della “Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali”, potrebbe essere propedeutico anche alla problematica dei seggi rappresentativi dedicati della Sardegna al Parlamento Europeo, al di là dell’annosa questione della ridefinizione dei collegi elettorali e di una legge statale, anche quella, che potrebbe essere modificata per intervento europeo su violazione accertata dei trattati.
Basta volerlo: la volontà dei popoli, assecondata dalle élite che contano, muove la storia. E salva le lingue che sono patrimonio di tutti. E salva la dignità di ognuno.

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