domenica 28 giugno 2026

Capitolo 22. Ščobruk: zio Toni, zia Petruska, Ivan e Olga

La compagnia salì a bordo di una tradotta militare e, dopo molte ore di viaggio, arrivammo finalmente a destinazione. La meta era Ščobruk, una località situata a circa 20 chilometri da Gomel', un importante centro della Bielorussia; fu lì che ci ricongiungemmo definitivamente al resto del nostro reparto. Non appena arrivati, ricevemmo l'ordine di cercarci un alloggio in autonomia. In quella città, prima del nostro arrivo, erano già giunti molti altri soldati italiani appartenenti a diversi reparti. Ci sistemammo alla meglio, divisi in gruppi di cinque o sei militari per abitazione.

Io, insieme a quattro miei amici, trovai ospitalità presso una famiglia del posto con due figli. Quella povera gente non poteva negarci il vitto e l'alloggio, eppure divideva con noi il pochissimo che aveva. Disponevano infatti di pochissimo spazio per vivere: la casa consisteva in un'unica grande stanza che faceva contemporaneamente da camera da letto e da cucina. All'esterno c'erano la stalla, la legnaia e un piccolo orto davanti all'ingresso. In quell'unico ambiente interno dormivano tutti insieme: marito, moglie e i due figli. Al centro della stanza dominava la grande stufa russa in muratura per scaldare l'ambiente, e davanti c'era il focolare con il fuoco sempre acceso. Noi soldati ci sistemammo da un lato della stanza con i nostri sacchi a pelo e i pagliericci; poiché erano morbidi e non rigidi, la mattina li arrotolavamo per liberare spazio e li srotolavamo la sera per la notte. Il nostro comportamento fu sempre corretto e improntato al massimo rispetto, tanto che ben presto iniziammo a convivere come se fossimo un'unica grande famiglia. In quella casa siamo rimasti per più di tre mesi.

I componenti di quella brava famiglia si chiamavano zio Toni, zia Petruska, e i figli Ivan e Olga. Ogni giorno noi soldati ci presentavamo al comando di compagnia per ritirare il rancio, ma perlopiù ci consegnavano viveri a secco che poi portavamo a casa per cucinarli. Molte volte capitava di mangiare tutti insieme attorno allo stesso tavolo. Ricordo zia Petruska sempre attiva, intenta a sbucciare le patate per poi schiacciarle e mischiarle alla farina, un espediente per allungare l'impasto e fare il pane. Zio Toni, invece, possedeva un cavallo e un calesse ed era costantemente precettato dai tedeschi: a qualsiasi ora del giorno o della notte lo chiamassero, doveva mettersi al loro servizio per trasportare merci da un posto all'altro. Con il volto preoccupato, i due coniugi ci confidavano spesso il loro terrore: «Se non diamo retta a quello che dicono, ci deportano in Germania».

In quel periodo la guerra al fronte sembrava apparentemente ferma e stabile. "Radio Fante" — le voci che circolavano continuamente tra noi soldati — diceva che dall'Italia sarebbe presto arrivato nuovo materiale militare e che saremmo tornati nella zona delle operazioni. Siccome non eravamo impiegati in servizi di guardia continuativi, di giorno uscivamo a fare quattro passi nei dintorni per passare il tempo. Spesso andavamo a cercare il prete ortodosso russo, il pope. Era una persona molto alla mano: ci raccontava come funzionava la loro religione e ci spiegava che, oltre a celebrare la messa, doveva lavorare la terra come tutti gli altri per sopravvivere.

Zio Toni e zia Petruska avevano anche una mucca. Non appena l'animale aveva partorito, i tedeschi avevano requisito il vitello, lasciando alla famiglia solo la vacca. Oltre a questo, ogni singola mattina i soldati germanici si presentavano per prendere il latte e una parte consistente doveva essere consegnata direttamente al capozona del comando tedesco. Spinto dalla curiosità, un giorno chiesi a zia Petruska in russo: «Kuda moloko?» (Dove porti il latte ogni mattina?). E lei, con un sospiro rassegnato, mi rispose: «Nemeckim» (Ai tedeschi). Poi aggiunse: «Se non consegniamo il latte, vengono e ci portano via anche la mucca».

Note di contesto storico e linguistico

1. La Bielorussia e la piazzaforte di Gomel' (Primavera 1943): Dopo il crollo del fronte sul Don nel gennaio 1943, i resti dell'ARMIR (8ª Armata Italiana) vennero progressivamente arretrati nelle retrovie. La zona di Gomel' (importante snodo ferroviario nella Bielorussia meridionale) e i villaggi limitrofi come quello citato nel testo divennero aree di riordinamento e presidio. In questa fase, i reparti italiani superstiti vissero un lungo periodo di stasi in attesa di capire se sarebbero stati riarmati per tornare al fronte o rimpatriati in Italia.

2. Il fenomeno di "Radio Fante": Nel gergo militare italiano, l'espressione "Radio Fante" indicava il complesso di voci, indiscrezioni, smentite e speranze che si diffondevano tra i soldati in mancanza di notizie ufficiali. In quel momento di incertezza, la speranza di ricevere nuovi materiali dall'Italia rifletteva il desiderio dei comandi di mantenere l'efficienza bellica, anche se la realtà storica vedrà di lì a poco il rimpatrio quasi totale del contingente superstite.

3. La coabitazione nelle isbe e la stufa russa: Il racconto descrive perfettamente l'architettura e la vita sociale della campagna slava. La casa russa o bielorussa tradizionale (isba) era spesso un monolocale dominato dalla grandiosa stufa in muratura (peč'), che fungeva da riscaldamento, forno per il pane e persino da letto (la parte superiore, calda, era riservata ai bambini o agli anziani). La convivenza forzata tra soldati occupanti e civili si trasformava frequentemente, nel caso degli italiani, in un rapporto di mutuo aiuto e rispetto, ben diverso dal duro regime imposto dai tedeschi.

4. Le requisizioni tedesche e il lavoro coatto: Il testo evidenzia il contrasto stridente tra l'atteggiamento italiano e quello tedesco. L'esercito tedesco (Wehrmacht) gestiva i territori occupati con estrema durezza attraverso il sistema delle requisizioni forzate (il latte, il vitello) e il lavoro coatto dei civili (zio Toni obbligato a fare i trasporti con il calesse). La minaccia della deportazione in Germania come lavoratori forzati (Ostarbeiter) era una realtà quotidiana che terrorizzava la popolazione locale.

5. Il Pope e la religione ortodossa: Il "pope" è il sacerdote della Chiesa ortodossa. Sotto il regime sovietico, la pratica religiosa era stata duramente repressa e molti preti erano stati costretti a svolgere lavori manuali o agricoli per integrarsi nell'economia statale e sfuggire alle persecuzioni. Durante l'occupazione dell'Asse vi fu una parziale e tollerata riapertura delle chiese, e la figura del pope rimaneva un punto di riferimento spirituale e sociale per la comunità.

6. Correzione dei termini linguistici: I nomi e i termini russi sono stati adattati per fedeltà storica e linguistica: Etrusca o Petrus è stato ricondotto al tipico nome slavo Petruska (diminutivo di Praskovja o Pëtr); la domanda Cuda malaco è stata corretta nella trascrizione esatta Kuda moloko? (Dove va il latte?); la risposta A mimeschi è stata corretta in Nemeckim (Ai tedeschi, lett. "ai muti", termine storico slavo per indicare i germanici). La città di Gomme è la grande città bielorussa di Gomel'


Capitolo 22. Ščobruk: zio Toni, zia Petruska, Ivan e Olga

​ La compagnia salì a bordo di una tradotta militare e, dopo molte ore di viaggio, arrivammo finalmente a destinazione. La meta era Ščobruk...