martedì 30 giugno 2026

Capitolo 26. Il ritorno alla terra, il matrimonio e una nuova attività

I carrettonai (is carratoneris) giravano la Sardegna per le feste paesane con la carretta tirata dal cavallo per vendere il torrone e altre mercanzie. A quel tempo il torrone si produceva interamente a mano e la cottura avveniva a fuoco lento, alimentato con il legno di agrifoglio (alasi) proveniente dal monte Susu. Le donne tessitrici ordivano il filato e preparavano il telaio. Tessevano l'orbace (furesi), sia fine che grosso, e coperte (fressadas), sacchi da letto (fanugas), lenzuola di lana e tappeti di ogni genere.

Tornando a ciò che mi riguarda personalmente, fin da piccolo avevo fatto il pastore: sapevo pascolare il gregge, mungere e fare il formaggio. Fui costretto a tornare in campagna, poiché ancora non c’era la possibilità di poter emigrare per intraprendere quella via. A Villanova Monteleone conoscevo un allevatore di bestiame con il quale avevo fatto il servo pastore (tzeracu) nell'inverno del 1938. Gli scrissi, facendogli sapere che volevo lavorare: se mi avesse preso a servizio per le pecore, io ero disponibile a servirlo. Questo signore si chiamava Salvatore (Trabadore) Melone. Mi rispose in pochi giorni, accettando la mia richiesta. In famiglia non avevo detto nulla; mamma e papà volevano che aspettassi a casa. Vedendomi partire, però, mi dissero: «Va' con Dio». Con il padrone concordammo la paga dell'anno e, alla scadenza, il rinnovo del contratto.

L'ho servito per quattro anni. Svolgevo il mio servizio con fiducia e mi voleva bene. Eravamo tre servi pastori; a volte mi toccava fare sia da servo che da padrone. Il sabato il padrone se ne andava in paese e il lunedì io, insieme agli altri servi, dovevo mungere le pecore e fare il formaggio quando non portavamo il latte al caseificio. Ho fatto molti sacrifici, però mi sono messo da parte un piccolo capitale e, nel mentre, mi sono fidanzato. Nel 1950, nel mese di maggio, sono tornato a Tonara e a settembre mi sono sposato con Peppina Cappeddu.

Ho fatto il pastore per conto mio, in società con mio fratello Michele. D'inverno la transumanza ci portava verso la zona di Oristano o verso quella di Cagliari. Al terzo anno, nel 1953, decisi di cambiare lavoro e comprai una licenza di panificazione da uno che aveva cessato l'attività. Mi feci fare il progetto dell'impianto per aprire il panificio. Prima di cominciare, però, trascorsero dieci mesi. In quel periodo lavorai con mio suocero Pietro (Perdu) Cappeddu nel forno della calce di sua proprietà. Era un lavoro duro e pesante, ma lo facevo con passione, e ad esso paragono queste mie storie.

Anche i miei fratelli Antonio, Raffaele (Orrofele), Michele e mia sorella Annunziata cominciavano a sistemarsi. Giovanni, un fratello che avevo avuto, è morto a sedici anni. La mia famiglia, come ho detto, era di pastori, mentre quella di mio suocero era di agricoltori (massaos). Papà ha fatto il pastore per tutta la vita; anche mio fratello Antonio ha fatto il pastore e, in seguito, dopo essersi sposato, ha aperto una bottega di alimentari e articoli vari. Raffaele, all'inizio, ha imparato a fare il calzolaio, poi ha fatto il pastore per parecchi anni nella Nurra di Sassari. Tornato a Tonara, ha fatto di nuovo il calzolaio e, in un secondo tempo, ha fatto l'ambulante vendendo scarpe. Michele, il più piccolo della famiglia, faceva il pastore con papà, finché anche lui ha lasciato la campagna per fare il bidello nelle scuole. Annunziata, infine, finché non si è sposata, aiutava mamma in casa e tesseva al telaio per fare tappeti, coperte e...

Note di contesto storico e linguistico

1. Il sistema del servaggio ("Su tzeracu"): Nell'economia agropastorale sarda della prima metà del Novecento, il contratto di tzerachia (servaggio) regolava il lavoro dei giovani che si mettevano al servizio dei grandi proprietari di bestiame. Spesso la paga annuale veniva corrisposta in parte in denaro e in parte in natura (capi di bestiame), permettendo ai giovani volenterosi, attraverso anni di privazioni, di accumulare un "piccolo capitale" per potersi sposare e mettersi in proprio.

2. La transumanza invernale ("Tramudare"): Il testo cita gli spostamenti invernali verso le pianure di Oristano (banna de Aristanis) o del Campidano di Cagliari (banna de Casteddu). I pastori di Tonara e della Barbagia, a causa del gelo e della neve sul Gennargentu, erano costretti a trasferire le greggi per via aerea o a piedi verso le più miti pianure meridionali dall'autunno fino alla primavera.

3. I Forni della Calce ("Forru de sa cartzina"): Il lavoro svolto con il suocero Pietro a Su Pranu era una delle attività industriose tipiche di Tonara. La produzione della calce richiedeva l'estrazione della pietra calcarea, che veniva poi cotta ad altissime temperature per giorni interi all'interno di grandi forni in muratura alimentati a legna. Un lavoro faticoso che richiedeva forza e costante sorveglianza del fuoco.

4. Massaos e Pastores: Il testo evidenzia la distinzione sociale ed economica dell'epoca tra la famiglia del protagonista (pastores, dediti all'allevamento ovino e alla transumanza) e quella della moglie Peppina (massaos, i contadini o proprietari terrieri dediti alla coltivazione dei campi e all'uso dei buoi).

5. Nomi propri e varianti: * Trabadore è la variante centro-sarda per Salvatore.

 Perdu corrisponde a Pietro.

 Orrofele è la forma sarda per Raffaele.

 Nurra indica la vasta regione pianeggiante nel nord-ovest della Sardegna (vicino a Sassari), storicamente meta di grandi pascoli e bonifiche agrarie.


Capitolo 26. Il ritorno alla terra, il matrimonio e una nuova attività

​ I carrettonai ( is carratoneris ) giravano la Sardegna per le feste paesane con la carretta tirata dal cavallo per vendere il torrone e a...