Il viaggio di ritorno in Italia, fatto sempre a bordo di una tradotta militare, fu più breve rispetto a quello dell'andata. Seguimmo infatti una linea ferroviaria diversa: dalla Russia attraversammo una parte della Polonia, della Cecoslovacchia, della Germania e dell'Austria, passando per Vienna prima di toccare il suolo patrio. Durante il transito nelle città tedesche, l'atmosfera era tesa; i tedeschi sembravano avercela a morte con noi, come se ci avessero picchiato. I superiori ci avevano severamente consigliato di non cantare e di non esporci per non dare nell'occhio: i soldati germanici erano del tutto contrari al rientro in patria dei contingenti italiani. Pretendevano che restassimo a combattere al loro fianco fino alla fine della guerra, a morire per la loro causa.
Appena rientrati in Italia, fummo fatti sostare per quindici giorni in un campo contumaciale vicino a Treviso. C'era infatti l'alto rischio del tifo esantematico, una terribile malattia trasmessa dai pidocchi. Eravamo letteralmente pieni di quei parassiti e il rischio di contagiarci l'un l'altro era altissimo. Per questo motivo non potevamo usufruire della libera uscita né avere alcun contatto con la popolazione civile; se in quei quindici giorni si fosse verificato anche un solo caso di infezione, avremmo dovuto ricominciare da capo l'intera quarantena. Per nostra fortuna, nella compagnia non si registrarono contagi.
Terminato il periodo di contumacia, rientrammo al 3º Reggimento Genio a Pavia, la stessa caserma da cui eravamo partiti per la Russia. A noi reduci del fronte russo assegnarono la Compagnia Mista del Genio Artieri e ci concessero un mese di licenza da passare in famiglia. Per noi sardi, tuttavia, le cose si complicarono: a Civitavecchia non c'era alcun mezzo d'imbarco disponibile per la Sardegna. Dopo un mese passato in faticosa attesa, ci arrivò finalmente l'ordine di imbarco. Partimmo da La Spezia a bordo di una motonave francese scortata da due cacciatorpediniere. Era la fine di luglio del 1943 e il caldo ci permetteva di stare in pantaloncini. Dopo poche ore di navigazione, la sirena della nave cominciò a suonare all'impazzata: eravamo stati intercettati da un ricognitore nemico ed era in corso il pericolo imminente di un bombardamento aereo. Per sicurezza indossammo subito il salvagente a corpetto, pronti a tuffarci e a nuotare nel caso in cui la nave fosse stata colpita e affondata.
La nave approdò prima a Bastia, in Corsica. Anche lì l'allarme aereo suonava continuamente. Scendemmo in fretta dalla motonave per correre a ripararci in un rifugio antiaereo, dove rimanemmo un'ora finché non passò il pericolo; poi risalimmo a bordo e riprendemmo la rotta per la Sardegna. La nave non poté attraccare a Olbia perché il porto era stato completamente distrutto dai bombardamenti alleati. Si fermò così in alto mare, a poca distanza da Palau. Lì fummo trasbordati su un rimorchiatore per raggiungere la terraferma e infine, a bordo di una tradotta ferroviaria, tra mille pericoli e tanta paura, riuscii finalmente a rimettere piede a casa.
Essere vivo, essere salvato, non mi sembrava ancora vero. In quel periodo, Tonara era quasi completamente spopolata di giovani: qualcuno godeva dell'esonero dal servizio militare per motivi di pubblica utilità, ma tutti gli altri erano stati richiamati alle armi e si trovavano sparsi in Africa, in Grecia, in Russia o nel resto d'Italia. Fortunatamente il cibo non mancava; il necessario per tirare avanti e campare c'era. Gli uomini anziani e i pochi giovani scampati al fronte si dedicavano interamente alla pastorizia e all'agricoltura.
Finita la licenza, non venni rimandato nel continente. Il distretto militare mi assegnò a una compagnia del Genio situata nei pressi di Macomer, alla caserma della Barra. Arrivò così il fatidico mese di settembre del 1943. Fu allora che il governo italiano firmò l'Armistizio con le nazioni alleate, fino a quel momento nostre nemiche. Sul momento, tutti pensammo che la guerra fosse finalmente finita; purtroppo, invece, sarebbe durata per altri due lunghissimi anni e più. Dopo l'armistizio, gli americani e gli inglesi, sbarcati in Italia per liberarla dai nazisti e dai fascisti, chiesero la collaborazione del governo italiano. Dalla Sardegna partì un forte contingente di soldati: tra di essi c'ero anch'io, inquadrato nella 6ª Compagnia Artieri.
Fummo dislocati nell'Italia meridionale, aggregati all'8ª Armata britannica. Il compito della nostra compagnia era garantire la manutenzione e l'efficienza dei campi d'aviazione e degli accampamenti dei soldati inglesi che affluivano dal sanguinoso fronte di Cassino. Lì entrammo in contatto con un mosaico di popoli: truppe di colore, indiani, marocchini e australiani.
La "naia" per me fu una storia infinita e penosa. Non si concluse neppure il 25 aprile del 1945, il giorno della Liberazione e della fine ufficiale della guerra. Fui rimpatriato nuovamente in Sardegna e, solo nel marzo del 1946, venni finalmente congedato dalla caserma di Calamosca a Cagliari, sotto il 13º Reggimento Genio.
Mi sentivo moralmente a pezzi, distrutto per tutto quel tempo passato inutilmente: gli anni della mia giovinezza più bella erano stati sacrificati senza ricevere alcuna ricompensa o ringraziamento. L'ultima umiliazione arrivò proprio sul foglio di congedo: c'era scritta una postilla che mi obbligava a presentarmi alla caserma dei Carabinieri del mio paese per restituire la divisa di tela che ancora indossavo. Quando mi presentai, il maresciallo dei Carabinieri mi guardò, fece un sorriso amaro e, comprendendo l'assurdità di quella richiesta dopo tutto quello che avevo passato, mi rimandò a casa augurandomi la buona ora senza pretendere nulla.
Note di contesto storico e linguistico
1. La rottura dell'alleanza con l'Asse (Primavera 1943): Il risentimento dei soldati tedeschi incontrati durante il viaggio di ritorno in tradotta rispecchia il clima di profonda sfiducia che si respirava nella primavera del 1943. Dopo il disastro del Don, i vertici tedeschi accusavano gli italiani di cedimento, mentre i soldati italiani erano logorati dall'egoismo logistico dell'alleato. I tedeschi temevano (a ragione) l'imminente sganciamento dell'Italia dal conflitto e tentarono in ogni modo di trattenere o disarmare le truppe italiane nelle retrovie.
2. Il dramma del tifo petecchiale e la contumacia: La sosta forzata vicino a Treviso era una misura sanitaria rigidissima e fondamentale. Il tifo esantematico (o petecchiale), trasmesso dai pidocchi del corpo (Pediculus humanus), aveva decimato interi reparti durante la ritirata di Russia. I campi contumaciali servivano a disinfestare i soldati, isolandoli dalla popolazione civile ("i borghesi") per evitare che i reduci innescassero devastanti epidemie all'interno del paese.
3. I bombardamenti in Sardegna e l'isola isolata (Luglio 1943): La traversata del protagonista avviene in un momento cruciale: l'estate del 1943. La Sardegna e i suoi porti (come Olbia, pesantemente bombardata dai B-17 americani nel maggio del '43) erano obiettivi strategici quotidiani per gli Alleati. L'attacco del ricognitore nemico e lo scalo forzato a Bastia, seguiti dallo sbarco d'emergenza tramite rimorchiatore a Palau anziché a Olbia, descrivono fedelmente lo stato di isolamento e distruzione in cui versava l'isola prima del crollo del fascismo (25 luglio 1943).
4. L'Armistizio e il Corpo Italiano di Liberazione (Settembre 1943): Il passaggio alla caserma della Barra a Macomer coincide con l'8 settembre 1943 (l'Armistizio di Cassibile). La transizione descritta dal protagonista fotografa la nascita del cosiddetto "Regno del Sud" e la riorganizzazione delle forze armate italiane a fianco degli Alleati (cobelligeranza). Molti reparti del Genio dislocati in Sardegna vennero trasferiti nel sud Italia liberato per supportare la logistica della 5ª Armata americana e dell'8ª Armata britannica.
5. Il Fronte di Cassino e le truppe imperiali alleate: Il lavoro della 6ª Compagnia Artieri a supporto del fronte di Cassino mette in luce l'enorme sforzo logistico richiesto agli italiani. Il protagonista menziona truppe "indiane, marocchine e australiane": si tratta delle truppe coloniali del Commonwealth britannico (come la 4ª divisione indiana) e del CEF francese (i celebri e temuti Goumiers marocchini), che giocarono un ruolo chiave e drammatico nelle battaglie per lo sfondamento della Linea Gustav e di Montecassino tra il gennaio e il maggio del 1944.
6. Il congedo tardivo del 1946 e la burocrazia: La fine della guerra (25 aprile 1945) non comportò lo scioglimento immediato dell'esercito. Molti soldati della classe del protagonista rimasero in servizio fino al 1946 per i lavori di ricostruzione e sminamento. La nota finale della restituzione della "divisa di tela" (l'uniforme estiva da fatica) mostra la fredda e talvolta meschina burocrazia dello Stato dell'epoca, contrastata però dal buon senso del Maresciallo dei Carabinieri del paese (Tonara), che riconosce il valore umano del reduce risparmiandogli l'ennesima umiliazione