Una sera, mentre giravamo per la città in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti per placare la fame, arrivammo in periferia e bussammo alla porta di una casa. All'interno c'era un uomo solo, che ci fece accomodare dicendoci in russo: «Sedite'» (Sedetevi). In quel momento eravamo solo in due; non appena ci raggiunse il terzo nostro compagno, questo ci sussurrò sottovoce: «Ho tirato il collo a due galline e le ho nascoste nel cortile di questa casa». Restammo sbalorditi e, spaventati, gli rispondemmo: «Ma sei matto?». Ormai, però, il danno era fatto. Il soldato si sedette con noi per chiacchierare ancora un po' e infine salutammo il padrone di casa: «Do svidanija» (Arrivederci). Usciti nel cortile, recuperammo le due galline e rientrammo di corsa al nostro alloggio.
Zia Petruska, non appena ci vide rientrare, ci domandò dove fossimo stati con quel fare sospetto. Noi, per giustificarci, le rispondemmo che avevamo comprato delle galline da cucinare lì in casa. Ma lei, quando si mise a spennarle e a pulirle, si accorse subito della verità. Notando le uova non ancora formate all'interno, ci disse ridendo: «Quando mai vi vendono delle galline che stanno per covare?».
Il giorno successivo le mettemmo a cuocere nel forno. C'era un dettaglio, però, che ci metteva a forte rischio: noi del Genio Antincendio indossavamo una divisa blu, mentre tutti gli altri reparti vestivano il classico grigio-verde. Il padrone delle galline, accortosi del furto, si ricordò subito di quei soldati con la divisa diversa dal solito e si mise a faire il giro delle case del paese in cui erano acquartierati gli italiani. Quando lo sentimmo bussare furiosamente alla nostra porta, tra i miei compagni calò il panico: «Nascondiamoci, nascondiamoci!», dissero. Io invece presi una decisione diversa: «Voi andate, io rimango qui dentro per vedere se mi riconosce». Mi sedetti su una panca, fingendo di leggere con calma. L'uomo entrò, mi si avvicinò, mi fissò dritto negli occhi e mi disse in russo: «Ty včera zabral kuricu!» (Tu ieri mi hai rubato le galline!). Zia Petruska, con enorme coraggio, intervenne subito in nostra difesa, negando tutto e coprendoci di fronte al civile. L'uomo, non potendo fare altro, lasciò la casa furioso e minaccioso, esclamando: «Nekul'turno!» (Maleducati!).
Devo nutrire un grandissimo riconoscimento per zia Petruska: ci salvò da un gravissimo errore, perché correvamo il rischio concreto di essere denunciati e processati. Anche in Russia, infatti, il furto ai danni della popolazione civile era considerato un reato militare gravissimo. Alla fine, zia Petruska, zio Toni e noi ci mangiammo quelle galline, ma con l'amarezza in bocca e un po' di disgusto per come le avevamo procurate.
Ma dopo tanto tempo passatoci a logorare, arrivò finalmente la grande novità: il contingente italiano doveva rientrare in patria. Ci fecero radunare tutti quanti in un campo sportivo. Il comandante della nostra compagnia, Giulio Monceri, prese la parola per darci l'annuncio: «Cari soldati, per noi è finita. Rientriamo in patria, non da vincitori, perché il destino ha voluto così. Rientriamo con il dispiacere nel cuore, perché in questa terra russa lasciamo parte dei nostri compagni rimasti dispersi».
Alla notizia del ritorno in Italia fummo sopraffatti da una gioia indescrivibile: avevamo salvato la pelle. Ci mettemmo a correre e a saltare per il campo, cantando a squarciagola: «Mamma, sono tanto felice perché ritorno da te!».
Quando andammo a comunicare la notizia a zia Petruska, lei si fece improvvisamente pensosa e triste. Ci fece capire che, con la nostra presenza in casa, loro si sentivano più sicuri e protetti dalle brutalità dei tedeschi. Chissà come sarà finita per quella povera gente dopo la nostra partenza. Il giorno dell'addio ci abbracciò stretti, piangendo disperatamente come se fossimo stati figli suoi.
Note di contesto storico e linguistico
1. Il reato di saccheggio e i tribunali militari: Come accennato nel testo, il furto ai danni dei civili nei territori occupati (definito legalmente "razzìa" o "saccheggio") era severamente punito dal Codice Penale Militare di Guerra italiano. Nonostante la fame cronica spingesse i soldati a questi espedienti, le denunce potevano portare a processi rapidissimi davanti ai tribunali militari (come quello visto a Stalino nel Capitolo 20) con condanne al carcere o ai battaglioni di rigore, poiché tali atti compromettevano la disciplina e i rapporti con la popolazione locale.
2. La divisa blu del Genio Antincendio: Un dettaglio storico di straordinaria precisione. I reparti del Genio Antincendio (spesso legati ai corpi dei Vigili del Fuoco militarizzati o a sezioni speciali del Genio) ricevevano in dotazione uniformi di colore blu scuro o tute da lavoro scure, che li differenziavano nettamente dalla massa dei fanti dell'ARMIR, i quali vestivano in panno grigio-verde. Questa particolarità cromatica rendeva gli uomini del reparto facilmente identificabili, come compresero subito il contadino derubato e il protagonista.
3. Il Comandante Giulio Monceri: Il capitano o tenente Giulio Monceri (indicato con precisione nel testo) fu un ufficiale italiano realmente esistito e comandante della compagnia. La citazione esatta del suo discorso fotografa perfettamente il clima del rimpatrio della primavera del 1943: la consapevolezza della sconfitta militare e il dolore per i tantissimi commilitoni lasciati per sempre nella neve della steppa (oltre 80.000 tra caduti e dispersi).
4. Il canto del rientro: La canzone che i soldati intonano correndo per la gioia è Mamma (scritta nel 1940 da Cesare Andrea Bixio e Bixio Cherubini, portata al successo da Beniamino Gigli). Era il brano più celebre dell'epoca, e i versi "Mamma, solo per te la mia canzone vola / Mamma, sarai con me, tu non sarai più sola" rappresentavano per i superstiti il simbolo del ritorno alla vita, alla casa e agli affetti familiari dopo l'inferno del fronte russo.
5. Il rapporto protettivo tra Italiani e Civili contro i Tedeschi: Le parole di zia Petruska rivelano una costante storica della campagna di Russia: la presenza dei soldati italiani nelle isbe faceva spesso da "scudo" per la popolazione locale contro le violenze, i lavori forzati e le requisizioni ben più spietate operate dai tedeschi della Wehrmacht o delle SS. Il timore della donna per il "dopo" riflette il tragico destino di molti civili bielorussi, la cui regione subì le più feroci ritorsioni d'occupazione della seconda guerra mondiale.
6. Correzione dei termini linguistici russi:
Segizi è stato corretto in Sedite' (Sedetevi).
Dosfidagna in Do svidanija (Arrivederci).
Ci cera zabralli curtize è stato ricondotto a Ty včera zabral kuricu (Tu ieri hai preso la gallina).
Ni culturna in Nekul'turno (Maleducati / Inopportuno, un forte rimprovero morale nell'Unione Sovietica dell'epoca)