martedì 30 giugno 2026

​Capitolo 25. Il ritorno a Tonara: un paese industrioso


La dura e lunga naja oramai era finalmente finita. Ritornato alla vita civile, in abiti borghesi, dovevo intraprendere la via del lavoro e inventarmi un futuro. Nella mia famiglia erano tutti dediti alla pastorizia; possedevamo anche un piccolo pezzo di bestiame, ma non era sufficiente per garantire il sostentamento di tutti, me compreso. In quel periodo, se uno non aveva un mestiere specifico tra le mani, non era per niente facile trovare un'occupazione.

Finita la guerra, l'economia di Tonara non era cambiata di una virgola e continuava a basarsi quasi interamente sulla pastorizia e sul duro lavoro della terra. Perfino il contadino che possedeva i buoi, per riuscire a tirare avanti e racimolare qualcosa in più, doveva adattarsi a fare il carrettiere per conto terzi.

Tonara, tuttavia, era un paese profondamente industrioso e ricco di antichi mestieri. Nei nostri boschi lavoravano accanitamente i segantini (is serradores): artigiani specializzati che squadravano i grossi tronchi di castagno e, direttamente in campagna sul posto, li segavano a mano per ricavarne travi e tavole, utilizzando grandi seghe biposto e una caratteristica struttura di legno chiamata "cavalletto da segare" (su caddu de serrare). Altri operai erano specializzati nel segare le traversine destinate ai binari della ferrovia, mentre nei fitti boschi i boscaioli e i carbonai producevano il carbone vegetale.

In località Su Pranu, un'area ricca di pietra calcarea e di ottima argilla, sorgevano i forni per la produzione della calce, dei mattoni e delle tegole. In paese non mancavano poi i maestri del legno, ebanisti capaci di realizzare splendidi mobili, e altri artigiani addetti alla costruzione e alla manutenzione dei carri a buoi e dei calessi per i cavalli.

A questo tessuto economico si univano i celebri campanari (is sonagiargios), che producevano diversi tipi di campanacci (pitiolos) in bronzo e ferro: su tracatzoleddu, su pitiolu de tres, su chiminu, su setinu, su deghinu e su binnighinu, ognuno caratterizzato da dimensioni e tonalità specifiche. Questi strumenti venivano appesi al collo del bestiame e, quando gli animali pascolavano nei campi, il loro rintocco diffondeva un suono che rendeva la nostra campagna armoniosa, come un concerto a cielo aperto.

C'erano poi i venditori ambulanti di torrone, i carrettonai (is carratoneris), che giravano instancabilmente tutta la Sardegna in occasione delle feste paesane, spostandosi con grandi carrette coperte e tirate da cavalli per vendere il torrone e altre mercanzie. A quel tempo il torrone si produceva ancora interamente a mano: la lunghissima cottura avveniva all'interno di grandi calderoni di rame a fuoco lento, alimentato rigorosamente con il legno di agrifoglio (alasi) raccolto sui boschi del monte Susu.

Mentre gli uomini lavoravano nei boschi e nelle officine, le donne mantenevano viva l'arte della tessitura. Ordivano instancabilmente il filato e preparavano i grandi telai di legno. Tessevano l'orbace (furesi), sia nella sua trama più fine che in quella più grezza e pesante, e realizzavano coperte (fressadas), sacchi da letto (fanugas), lenzuola di lana e splendidi tappeti di ogni genere. Era un paese che cercava di dimenticare gli orrori del conflitto attraverso la dignità e la fatica del lavoro quotidiano.

Note di contesto storico e linguistico

1. La vita civile ("Vida burghese"): Nel sardo del periodo bellico e post-bellico, l'espressione "vita borghese" non aveva una connotazione di classe sociale o economica. Significava semplicemente il ritorno alla vita da civile e il momento, tanto desiderato, di potersi finalmente togliere la divisa militare per reindossare i vestiti da "borghese".

2. I segantini ("Is serradores") e l'uso del legno: Tonara è storicamente circondata da maestosi boschi di castagno e rovere. I segantini svolgevano un lavoro faticosissimo: abbattevano gli alberi e ricavavano il legname da costruzione direttamente sul luogo del taglio. Su caddu de serrare era l'alto cavalletto su cui veniva issato il tronco; un segantino lavorava in piedi sopra il tronco e l'altro a terra, muovendo una lunghissima sega verticale.

3. I campanacci ("Pitiolos" e "Sonagiargios"): La produzione di campanacci per il bestiame è uno dei marchi di fabbrica dell'artigianato di Tonara, unico in tutta la Sardegna. I nomi elencati nel testo (su setinu, su deghinu, ecc.) indicano la pezzatura e la nota musicale del campanaccio. I pastori sardi sceglievano con cura le combinazioni di suoni per identificare i propri capi a distanza e per legare gli animali al territorio attraverso un paesaggio sonoro inconfondibile.

4. Il Torrone artigianale e il legno di Agrifoglio ("Alasi"): Il torrone di Tonara è il più celebre della Sardegna. Il segreto custodito nei ricordi del testo riguarda il combustibile: il legno di agrifoglio (alasi) ricavato dal monte Susu. Questo legno pregiato brucia lentamente, garantendo il calore costante necessario per le ore di lavorazione e mescolamento del miele e degli albumi, senza produrre fumi neri che avrebbero rovinato l'aroma del dolce.

5. L'Orbace ("Furesi") e la tessitura femminile: Il furesi (orbace) è il tessuto di lana grezza di pecora sarda, follato e reso impermeabile attraverso un lungo processo di lavorazione. Era la materia prima con cui venivano confezionati i resistentissimi abiti dei pastori, i cappotti e i gambali, capaci di resistere alle intemperie e al freddo del Gennargentu. La produzione domestica di coperte (fressadas) e sacchi d'ortica o lana (fanugas) rappresentava la spina dorsale dell'economia domestica femminile.


Capitolo 26. Il ritorno alla terra, il matrimonio e una nuova attività

​ I carrettonai ( is carratoneris ) giravano la Sardegna per le feste paesane con la carretta tirata dal cavallo per vendere il torrone e a...