mercoledì 2 settembre 2009

Notizie storiche sulla chiesa di Sant'Anastasia di Giovanni Mura.








LA CHIESA DI SANT'ANASTASIA


di Giovanni Mura.



Ubicazione del sitoLe rovine del tempio, ubicate sulla cresta gibbosa di una piccola altura del fondovalle tonarese, occupano un’area molto ridotta, di gran lunga inferiore alle dimensioni di un campo da tennis. Le vie di accesso all’attuale sito archeologico partono a nord dai vicinati di Toneri ed Arasulè, a nord est dal rione di Teliseri, a sud est e sud ovest dalla piccola borgata di Ilalà e dalla vasta campagna. In tutto quattro direzioni per infiniti e tortuosi sentieri e viuzze a serpentina lungo l’abitato di Tonara e verso le zone agresti.


Datazione della chiesa


  • Le testimonianze del Bonu. 

Riferisce il Bonu in Ricerche storiche su due paesi della Sardegna (Gadoni e Tonara), lavoro edito da Cantagalli Siena nel 1936, quanto segue:
Alla fine del 1300 o al principio del 1400 i Tonaresi costruirono la chiesa di S. Anastasia con tre archi gotici e relative arcate a crociera pure gotica, dalla cui intersezione pendevano grossi pomi di pietra, ricordati ancora dal popolo col nome di “is campaneddas”.
La costruzione in parte esiste tuttora, essendo in pietra con malta di calce e sabbia; fu abbandonata per mancanza di dote nel 1823 e crollò nove anni più tardi. Diede molto materiale di pietra scalpellata alle cappelle della parrocchia di S. Gabriele Arcangelo nel 1859, 1900 e 1927, e tutta la pietra di paramento alla facciata della stessa parrocchia nella ricostruzione del 1838. (…)
Per la sua ubicazione centrale e a uguale distanza dalle tre antiche borgate Ilalà, Talaseri e Toneri, la chiesa di S. Anastasia dovette essere la parrocchia più antica e più vasta di Tonara, mentre per la messa più o meno quotidiana Ilalà aveva la modesta chiesetta di S. Sebastiano Martire e Talaseri quella di S. Leonardo, anch’essa abbandonata nel 1823 e crollata nel 1832.
Di S. Leonardo si conserva ancora, nella parrocchia di S. Gabriele, la statuetta di legno. Intorno a ciascuna delle tre chiese si estendeva il piccolo cimitero.Le testimonianze del sacerdote Michele Zucca
Con lettera datata 1 gennaio 1825, il vice rettore della parrocchia tonarese Michele Zucca, in risposta ai quesiti posti dalla circolare del 26 novembre del 1824 sul divieto di seppellimento all’interno delle chiese, puntualizza le seguenti note:
Nell’estremità di soto al Rione di Toneri esiste una vecchia chiesa sotto l’invocazione di s(an)ta Anastasia interdetta per decretto di visita dall’Ill(ustrissi)mo Re(veren)d(issim)o Monsig(no)r Cusani di felice memoria; questa chiesa è distante al Rione dall’estremità di sopra non meno di dieci o dodici minuti; le mura si conservano tuttora nel primitivo loro stato, non ha tetto, ha tre porte, ma aperte, ma fabercandosi due di queste porte, e mettendosi il lagname alla terza sarebbe a proposito per inumare i trapassati di questo Rione, e nel caso abbisognerebbe di essere benedetta, e l’ordine di mettere il lagname alla terza porta.
Sulla datazione della costruzione il Bonu segnala il periodo che va dalla fine del 1300 sino agli inizi del 1400.
Gino Camboni osserva in Tonara, il paese, la storia, la montagna, un lavoro edito da Della Torre nel 1992, che già dal 1341, quasi alla metà del quattordicesimo secolo, secondo quanto riferisce il Sella in Rationes decimarum Sardiniae, il parroco di S’Anastasia contribuiva al pagamento delle decime al suo esattore. Che detta parrocchia delineasse già da allora elementi di stile gotico non sappiamo ma, se lo fosse stato, ciò non sarebbe potuto avvenire che in epoca successiva al tredicesimo secolo, periodo in cui tale influenza architettonica si stava affermando in Italia. 



  • Abbandono del luogo di culto

L’interdizione alle funzioni religiose in Santa Anastasia fu decretata, come riferisce il vice rettore Michele Zucca, sacerdote originario del rione di Toneri, dall’arcivescovo Giuseppe Luigi Cusani, in occasione della sua visita pastorale a Tonara nel 1785.
Per quanto riguarda invece l’abbandono della chiesetta di San Leonardo abbiamo dei riscontri che discordano dalle segnalazioni del Bonu. Dai registri dei decessi relativi ai primi decenni dell’Ottocento le salme dei residenti del rione di Teliseri venivano regolarmente tumulate all’interno del luogo di culto. Gli atti di morte di Francesco Capeddu (27 marzo 1832), del figlio Giuseppe (14 maggio 1832) e di Giovanni Andrea Murgia Tore (2 luglio 1832) testimoniano di seppellimenti avvenuti in periodi successivi alle date indicate dallo storico ortuerese.
Degna sepoltura nella chiesetta di San Leonardo fu riservata ancora al belviese Raffaele Urru Peddis il 12 marzo del 1834. Qui di seguito riportiamo la la bellissima certificazione prodotta dal vice parroco Pietro Maria Zanda 


Anno D(omi)ni millesimo octingentesimo trigesimo quarto die duodecimo mensis Martii.
Raphael Urru Peddis ex limitrofo oppido de Belvj oriundus, Ioannae Cappeddu Cocco hujus loci vir aetatis annorum circiter quinquaginta cunctus refectus Sacramentis in communione S(anctae) M(atris) E(cclesiae) heri animam Deo reddidit, cujus cadaver sepultum est in Ecclesia Sucursali S(anct)i Leonardi.
Fecit testamentum pridie hujus diei per Pub(li)cum Notarium Gabrielem Garau hujus loci in quo Curatores instituit Ioannem Soddu hujus loci, et uxorem suam Ioannam Cappeddu.
Vult ut sui funeris expenses ex bonis suis propriis solventur, et fiant ad arbitrium ejusdem Curatoris.
Item vult, ut post obitum suum ex ipsis bonis fiat Missa Solemnis S(anct)i Danieli Martiri.
Vult, ut duo tritici modia ex suis bonis in panem conficiantur, ac pauperibus distribuantur.
Instituit heredem universalem Agustinum Urru ex oppido de Belvj.
In quorum fidem &

Stile architettonico della copertura

Al momento attuale non disponiamo ancora della pianta della chiesa per cui, fino a quando non verranno effettuati sul posto dei rilievi di carattere tecnico tendenti a dare una giusta delimitazione del luogo di culto, delle sue ridotte pertinenze e dei suoi interni, non sarà possibile avanzare che delle ipotesi. I ruderi della chiesetta evidenziano ancora le tre pareti riservate all’abside ed al presbiterio mentre le fondamenta della restante struttura sono abbondantemente ricoperte da una notevole coltre di detriti e terra di riporto.

Sulla base delle osservazioni del Bonu e dello Zucca si può comunque procedere per tentativi.

Intanto le tesi di entrambi i religiosi, rettore parrocchiale il primo nel periodo che corre dal 1922 al 1932 e vice rettore il secondo dal 1824 sino al 1826, anno della sua morte, concordano sulla presenza di tre aperture di cui una porta principale e due secondarie che presumiamo fossero rivolte rispettivamente a settentrione, ad oriente ed occidente dell’edificio. Questa ipotizzata disposizione geometrica si avvale del fatto che il Bonu indica tre archi gotici con le rispettive arcate. Seguendo la navata centrale i fedeli, ancor prima di raggiungere il transetto, potevano scorgere verso l’alto la prima crociera appena dopo l’ingresso nel tempio e le altre due nella direzione delle porte laterali. Quindi le chiavi di volta delle tre arcate, poste sull’intersezioni delle medesime, si trovavano disposte non in successione, bensì andavano ad occupare i vertici di un triangolo. Is campaneddas, ossia i pomi di pietra ricordati dal Bonu davano il benvenuto ai fedeli quasi dopo l’entrata. Il resto della copertura doveva soggiacere ad altre regole edificatorie.

Vi è comunque chi, superando quello che può essere stato un passaggio descrittivo imperfetto del Bonu, suggerisce una diversa impostazione della copertura della chiesa. L’ingegnere Gavino Deligia, cultore di tecniche della costruzione, mi faceva notare lo scorso anno, a seguito di un breve sopralluogo sulle rovine di Santa Anastasia, che le arcate correvano in successione lungo tutta la navata centrale. Quasi certamente una di queste, a testimonianza del fatto che le pareti perimetrali sembrano invitare nella parte superiore ad una lettura a tutto sesto oppure a sesto acuto, andava a sistemarsi sulla zona dei ruderi.

In ogni modo, per una migliore chiarificazione espositiva, vengono presentati in coda al servizio:

1) i grafici con la disposizione delle arcate secondo le tesi esposte.

2) alcuni modelli riguardanti le volte a crociera ed in particolare

a) una volta a crociera con archi perimetrali e diagonali semicircolari (o a tutto sesto). In questo caso la chiave di volta, data dal punto di intersezione degli archi diagonali, occupa un posto più elevato rispetto ai punti massimo degli archi perimetrali. E’ un esempio voluto dallo stile romanico. Se la chiave di volta, generata da archi diagonali semiellittici, si trovasse sullo stesso livello della sommità degli archi perimetrali circolari avremmo un esempio di architettura romana.

b) una volta a crociera con archi perimetrali a sesto acuto ed archi diagonali a tutto sesto. In questo caso la chiave di volta occupa la stessa altezza dei punti di massimo degli archi perimetrali. Lo stile gotico si evidenzia nella presentazione degli archi ad angolo acuto.

c) una volta a crociera con archi perimetrali e diagonali a sesto acuto. La chiave di volta va ad occupare, rispetto ai vari punti di massimo degli archi perimetrali, un punto più elevato. E’ questo l’esempio di architettura gotica descritto dal Bonu.

3) un plastico in legno riguardante l’intera struttura.


Altre notizie storiche


Dai registri parrocchiali del periodo a cavallo del 1500 e del 1600, ad onor del vero largamente incompleti per la mancanza di numerosi fogli, si possono ricavare notizie molto interessanti.

Vengono chiamati in causa i Quinque libri ossia i registri relativi alla documentazione delle nascite, delle cresime, dei matrimoni e dei decessi dei nostri antenati.

Argomento nascite

Le certificazioni relative ai nuovi battezzati evidenziano oltre al nome del nuovo nato gli estremi dei genitori, quelli dei padrini ed il nome dell’officiante il rito battesimale. Fatta qualche eccezione non si fa mai riferimento al luogo di culto in cui avviene la cerimonia religiosa per il semplice motivo che dette funzioni vengono svolte unicamente nella parrocchia di santa Anastasia. La chiesa di Santa Maria, ancora sprovvista del fonte battesimale, dovrà attendere che Antonio Canopolo, arcivescovo di Oristano, obblighi i tonaresi, con decreto rilasciato in data 26 aprile 1603, a costruire in tempi brevissimi il semplice manufatto in pietra grezza che ancora trovasi in bella vista alla sinistra della navata centrale.

Ed ora andiamo a presentare alcune registrazioni:

Anno 1590

La certificazione numero 39 notifica che

Caderina filla de Juliano Pala e Gasparina Carau esti batizada @ 23 de 9(m)bre anno sobraditu (E’ il 23 novembre del 1590)

Padrinos m(es)tre Batista Manca [e] Fiorentina Asoni

Ministru Lleonart Manca rector dela p(rese)nt villa. (L’officiante è il rettore parrocchiale Leonardo Manca, forse originario di Genoni)

Anno 1599

La certificazione numero 94 attesta che

Juan Esteva fill de m(estr)e Batista Mancha j Fiorentina Asonj es batizat @ 3 de maig ani sus ditt (E’ il 3 maggio del 1599)

Padrins Lleonart Loddo j Monserada Garau

M(ini)stre Julia Toddj Curat & (Il celebrante è il curato Giuliano Todde)

Anno 1605

La certificazione numero 167 segnala che

Ioanes Basilius fill de Petro Paulo Pin[n]a et Monserada Porru conjuges es estat baptizat @ ultim die de desembre j ain 1605 en la parrochial isclesia de S(an)ta Nastasia dela p(rese)nt vila (E’ il 31 dicembre del 1605)

Padrins Petro Paulo Arca j Arbina Guiso.

Ministre Esteva Loddo p(reve)ra j curat dela p(rese)nt Vila &.


Argomento matrimoni

Anno 1582

L’atto matrimoniale numero 12 registra che

Antonio Serrau et Beneita Murja (leggi Murgia) son estadas esposadas per mi (da me) Ant(oni)o Pisano prevera j curat dela vila de Tonara @ 14 del mes de gener en la iglesia parrochial de S(an)ta Nastasia fetas las solitas aminisions aiuntada la major part del poble (alla presenza di buona parte della cittadinanza)

Foren testimonis m(astr)o Fran(cis)co Todde donu Ant(oni)o Virdes j lo major de dita vila (la massima autorità del paese) &


Anno 1595

In tale anno viene celebrato in Santa Maria, nel rione di Arasulè, il matrimonio del meanese Antonio Marras con la tonarese Giovanna Dearca. L’officiante è il sacerdote locale Pietro Dearca. Questo evento giustifica dell’esistenza della chiesetta di Santa Croce (alias Santa Maria) già nel sedicesimo secolo.

Anno 1600

In detto anno, nei giorni 8 agosto, 18 agosto e 26 novembre vengono officiati dei matrimoni religiosi nella chiesa di Santa Maria. E’ del sei novembre la certificazione di uno sposalizio celebrato nel rione di Teliseri nella chiesetta di San Leonardo.

Anno 1616

L’atto di matrimonio numero 121 ci presenta la chiesa di San Gabriele, edificata nel 1607, con il titolo di parrocchia. E’ il 15 settembre del 1616.

La registrazione, redatta in catalano, precisa che

Antiogu Garau j Maria Devias tots dos fadrins (celibe il primo e nubile la seconda) dela predita V(il)a an pres benedissio en la parochial jglesia de Sant Gabriel j avent fet primarement las solitas munissions conforme la orde dela santa mare iglesia (in maniera conforme agli ordini di Santa Madre Chiesa) essent testes Llorens Pisti major de v(il)a Quitanu Garau Juanoto Virdis. Julia Toddj m(ini)stre &.

Non conosciamo la data precisa in cui venne rilasciato il decreto vescovile attestante il passaggio del testimone dalla parrocchia di Santa Anastasia alla nuova parrocchia ma nel registro dei decessi si può leggere qualcosa di molto interessante. E’ quanto preciseremo più avanti.
Argomento decessi

I seppellimenti, tenendo conto delle certificazioni di quel periodo, venivano curati tanto all’interno della chiesa di santa Anastasia quanto nell’attiguo cimitero.

Dei 73 deceduti nell’arco di tempo che corre dal 1584 alla fine del secolo, 15 trovano accoglienza all’interno della parrocchia e 42 nel piccolo camposanto. Per i restanti non si registra alcuna segnalazione del luogo della sepoltura.

Dei 148 trapassati degli inizi del Seicento sino al 1617, 15 vengono tumulati in chiesa di santa Anastasia e 85 nel suo camposanto. I cimiteri di San Leonardo, San Sebastiano e Santa Maria sono citati rispettivamente per la prima volta negli anni 1603, 1605 e 1610. In particolare, a partire dal 1603 sino al 1617, 5 sono tumulati in San Leonardo, 5 in San Sebastiano e 3 in Santa Maria. Gli inumati all’interno delle chiese, a partire dal 1610 al 1616, sono in numero di 9 di cui 7 nella chiesetta di Nostra Signora in Arasulè e 2 in quella di San Sebastiano in Ilalà. Non viene fatto riferimento alcuno, per quanto riguarda i decessi, alla chiesa di San Gabriele ed al suo cimitero.

Per il periodo che chiude il Cinquecento presentiamo le seguenti trascrizioni:

Anno 1586

La certificazione numero 21 riferisce che

Dorotej Zaquedu estj morta [e] sutterrada in su zimiteriu desa parroquiali Eclesia de S(an)ta Apostasia

Anno 1589

Dominigu Pala est mortu a 20 de frearju anno ut supra est interradu in sa eclesia poroquiale de dita villa et ada residu sos sacramentos de sa S(an)ta mater eclesia

E’ la certificazione numero 31.




Anno 1599

Nell’atto di morte del 27 dicembre del 1599 è certificato che

Dominiga Sulis es morta @ 27 de de(se)mbre ani sus dit ha fet testament j pres los sacraments dela S(an)ta mare jglesia j es interrada en lo cimiterj dela iglesia de sancta Anastasia eglesia parroquial dela p(rese)nt v(il)a de Tonara. Curats Julia (Giuliano) Todde j P(er)e Archa &.

Per i primi decenni del Seicento riportiamo quanto segue:

Anno 1616

Il giorno 31 marzo del 1616 la chiesa di Santa Anastasia, accreditata ancora del titolo di parrocchiale, accoglie le spoglie mortali di Basilio Serra. La citazione in lingua catalana è riportata nell’atto di morte numero 144.

Vui (oggi) @ als ultim de mars ayn 1616 Basile de Serra es passat desta p(rese)nt ala millor avent pres tots los Sacraments y fet son ultim testament

Enterrat dins (dentro) la porrochial iglesia de S(an)ta Anostasia. Ministre Salvador Dejana curat &

Nella certificazione numero 146, che è del 21 ottobre del 1616, la chiesa di santa Anastasia non è più menzionata come sede parrocchiale. Per il decesso di Ombrosa Garau risulta documentato infatti che

Vui @ 21 de 8b(r)a 1616 es morta Ombrosa Garau a fet son ultim t(es)t(ame)nt a pres los sacraments de la S(an)ta mare iglesia es estada enterrada dins la iglesia de Santa Anastasia. Ministre Julia Toddj.

E’ quindi nel lasso di tempo intercorrente tra il 31 marzo del 1616, data del decesso di Basilio Serra in Santa Anastasia, e il 15 settembre dello stesso anno, giorno della celebrazione in San Gabriele del matrimonio di Antioco Garau con Maria Deias, che venne rilasciato a Tonara il decreto ratificante la nuova sede parrocchiale.

Per quanto attiene alla funzionalità del cimitero di Santa Anastasia agli inizi del Seicento dobbiamo purtroppo segnalare uno stato di desolante precarietà. Nel secondo decreto rilasciato a Tonara il 26 aprile del 1603 il presule Antonio Canopolo, avendo constatato che il camposanto è privo di accurata recinzione e che qualsiasi genere di animali può entrarvi con facilità, specie i porci che dissotterrando le ossa dei defunti attentano al decoro e al rispetto del luogo di culto, ordina che a partire dal giorno 26 aprile al prossimo 15 maggio i vassalli tonaresi provvedano a recintare il luogo sacro con un muro in pietra e fango dell’altezza di otto palmi. L’ingresso sarà regolato da una porta munita di efficiente serratura.

Riferiamo ora di una inumazione, forse l’ultima, effettuata nel cimitero sconsacrato di Santa Anastasia. E’ il 10 settembre 1832.

Addi dieci Settembre 18 trentadue Tonara (certifica il rettore parrocchiale Antonio Medda) si è trovato jeri mattina morto di maleficio, colla testa fracassata, lacerata la gola, e con due pugnalate al petto [XY] marito di Maria [Z]; ed il di lui cadavere sì per la insoffribile puzza, che tramandava, sì anche perché da due anni non aveva soddisfatto al precetto Pasquale si è seppellito fuori di Madre Chiesa, e dentro il recinto d’una Chiesa diroccata e profanata, detta di Sant’Anastasia, esistente fuori del popolato.

  

Brevi note di vita parrocchiana

Nozze Soddu Fais (27 settembre 1595)
Antonio Soddu e Domenica Fais sono uniti in matrimonio dal rettore Leonardo Manca. Fungono da testimoni il sacrista (jaganu) Giuliano Todde e don (donnu) Antonio Virdis. Ricordo che a partire dal 1599 il Todde verrà presentato nelle vesti di sacerdote (prevera j curat).

Battesimo di Potenziana Mameli (14 novembre 1598)
Potenziana, figlia del gadonese Baldassarre Mameli e della tonarese Isabella Virdis, riceve il sacramento del battesimo dal sacerdote Domenico Mereu. I padrini sono Antioco Desotgiu e Caterina Carta.
Nell’ ordine cronologico delle nascite, Potenziana occupa il settantasettesimo posto. I battezzati segnalati per il periodo che va dal 21 marzo 1589 al 14 dicembre 1599 sono 111. Moltissime certificazioni, specie quelle relative al lasso di tempo che corre dal 20 maggio 1590 al mese di settembre del 1597, sono andate disperse. Un vero peccato!

Battesimo di Giovanni Battista Flore (13 novembre 1599)
Il rettore parrocchiale Leonardo Manca impartisce il battesimo a Giovanni Battista Flore figlio primogenito di Paolo e di Francesca Zaccheddu. I padrini sono la genonese Giovanna Manca, forse sorella del parroco, ed il sacerdote Giuliano Todde di Tonara. Il padre e la madre del battezzato, rispettivamente di origini tonaresi e spasulesi, erano stati uniti in matrimonio dallo stesso rettore il 25 luglio del 1598.

Visita pastorale di Antonio Canopolo (26 aprile 1603)
Gli annali del 1603 riferiscono dei due importanti decreti per la comunità tonarese, dei quali abbiamo già tratteggiato i passaggi più importanti. 



Michela (Mialita) Urru, moglie di Agostino Cabras, muore nel dare alla luce la propria creatura. Il rito funebre è officiato dai sacerdoti Giuliano Todde e Pietro Dearca. Il sopravvissuto, di nome Martino, verrà battezzato dallo stesso Todde nella stessa giornata del decesso della madre. Fungono da padrini Pietro Dearca e Pasqua Desotgiu.
Nell’ordine cronologico dato ai 518 battezzati del periodo che corre dal 25 gennaio del 1600 al 25 aprile del 1617 Martino occupa l’ottantaquattresima posizione.




Eclissi di sole (12 ottobre 1605)



I presbiteri Antioco Putzu di Genoni e Stefano Loddo di Desulo annotano nei registri parrocchiali l’eclissi solare del 12 ottobre 1605. Il fenomeno naturale, citato come miracolo di nostro Signore, si verificò due o tre ore dopo mezzogiorno e durò il tempo di una mezzora.


Decesso di Battista Manca (14 agosto 1611) 

Battista Manca, fabbro di professione (ferrer) viene seppellito in cimitero (enterrat foras recita la certificazione). Aveva ricevuto i santi sacramenti e provveduto a rendere note per tempo le sue ultime volontà. Ricorrente la sua presenza in qualità di padrino, unitamente alla moglie Fiorentina Asoni, in tantissimi battesimi.
Non sappiamo da quale paese provenisse. Forse da Oristano o forse anche da Genoni. Nella certificazione dell’8 aprile del 1601, riguardante il battesimo di Salvatore Virdis, vi è l’indicazione di Oristano come sede di provenienza di Giovanna Manca che funge da madrina ma non del padrino Battista Manca. Ricordo che in altra occasione per la medesima erano state segnalate origini genonesi e non oristanesi. Può darsi che, per un caso di omonimia, si tratti di due figure femminili diverse. Se invece si trattasse della stessa persona potremmo accreditare a Battista Manca legami di stretta parentela, fratellanza, non solo con Giovanna, ma anche con lo stesso rettore parrocchiale.
Nulla sappiamo sulle cause di decesso del nostro mastro. Le sofferenze morali patite per la morte della figlia Giovanna Angela. deceduta appena 13 giorni prima, avranno certamente contribuito a minare il suo stato di salute ed a porre fine ai suoi giorni.

Decesso di Paolo Abis (12 giugno 1614) 

Paolo Abis, colto da malore, muore senza poter ricevere alcun sacramento. Questo è potuto accadere per la negligenza dei figli che non hanno avvisato in tempo il sacerdote. Dopo il rito funebre officiato dal sacerdote Salvatore Deiana, le spoglie mortali hanno trovato accoglienza nel cimitero di Santa Anastasia.

Della chiesetta tonarese intestata ad Anastasia di Sirmo, martirizzata nel 304 dopo Cristo, non abbiamo per il momento altre note degne di rilievo.
Per eventuali altri ragguagli rimandiamo a Nascite, matrimoni e decessi nel Cinquecento e nel Seicento (Volume sesto di Memorie tonaresi). 




































































martedì 14 aprile 2009

TONARA. IL TORRONE NON CONOSCE LA PAROLA GRISI. di Nadia Cossu L'unione Sarda.


In migliaia invadono il paese. Apprezzate anche le sperimentazioni Pasta di limone, pasta di mirto. Miele millefiori, di corbezzolo e di castagno. Il torrone di Tonara non conosce crisi. Ogni anno, dal paese alle pendici del monte Muggianeddu, partono verso l’Italia, l’Europa e persino l’America, ben duemila quintali di torrone. Il segreto? «Miele e frutta secca selezionata, di altissima qualità». E’ questo che fa la differenza. «Ed è l’unica ricetta possibile» spiega Gianni Pili, il più “antico” torronaio di Tonara. «Siamo arrivati alla sesta generazione - spiega mentre offre ai turisti degli assaggi di mandorla e noce - i miei antenati hanno cominciato nel 1889, ossia 150 anni fa». E da allora le cose sono andate sempre bene.Nel giorno di Pasquetta l’appuntamento a Tonara, come vuole la tradizione, è con la sagra del torrone. Ieri c’erano migliaia di persone.Profumo di miele per strada e, da sottofondo, il suono dei campanacci. Decine di bancarelle, forse un centinaio, lungo le vie del suggestivo centro a cavallo tra la Barbagia di Belvì e del Mandrolisai. I cartelli “pubblicitari” tutti uguali: «Torrone di Tonara». A parte qualcuno che azzarda: «Qui vero torrone di Tonara». Un modo come un altro per convincere il passante a fermarsi. Come a dire: “diffidate dalle imitazioni”.«Qui il torrone è uguale un po’ dappertutto - spiega Pili -, la concorrenza c’è ed è bene che ci sia perchè ci stimola a trovare nuovi sbocchi e nuovi mercati». Nel frattempo ci si affida ai “modi” del passato. «Il torronaio chiama». Chiama il cliente indeciso che passa per strada, che si guarda intorno e non sa dove acquistare. A quel punto entra in gioco il timbro di voce. E la cortesia. «Si offre un assaggio. Non bisogna poi dimenticare - dice ancora Gianni Pili - che si va per conoscenza. Ognuno di noi ha la sua postazione nei diversi paesi della Sardegna. Si va alle feste, alle sagre che diventano appuntamenti fissi durante l’anno. E il cliente che ti conosce e apprezza il tuo prodotto ti rimane fedele».Oltre al torrone più classico, preparato ieri mattina in piazza dalle sapienti mani delle artigiane in costume, ci si inventa sempre qualcosa di nuovo. Strategie di mercato. Come la recente pasta di limone. «E quella di mirto - aggiunge ancora Gianni Pili -, insieme al miele di corbezzolo e castagno. Noi siamo stati i primi a sperimentarlo. E piace molto come gusto». Ma quale va per la maggiore? «La gente - risponde l’esperto torronaio - preferisce il torrone alle mandorle. E infatti copre il settanta per cento della nostra produzione».Un mercato in costante crescita. Tanto da far pensare che per il torrone di Tonara non arriverà mai il giorno della crisi. «Vendiamo davvero in tutto il mondo. Basti pensare che al mercato nazionale ed estero va il sessanta per cento della nostra produzione. Siamo nella grande e nella piccola distribuzione e, soprattutto, stiamo aprendo nuovi mercati - aggiunge a proposito Pili -. A breve concluderemo i lavori di realizzazione del nuovo stabilimento, 2600 metri quadri di coperto. Qui andranno a lavorarci almeno trenta persone».Tonara è davvero un luogo dalle mille suggestioni. Il bosco che circonda il paese regala uno scenario mozzafiato. L’unico boscaiolo rimasto si chiama Giampiero Poddie e il suo impegno per lo sviluppo e la rinascita di Tonara è davvero esemplare. Ma nel bel centro della Barbagia di Belvì ci sono anche alcuni dei più bravi artigiani del legno. Dal bosco alla bottega. E poi l’arte dei campanacci. Gli ultimi tre laboratori ancora esistenti sono qui. Una lunga storia di tradizioni. Che resistono nonostante lo spopolamento. La gente di Tonara non si arrende e il turismo, inevitabilmente, risponde.

venerdì 31 ottobre 2008

ANTICHITA', RUDERI, NURAGHI, DOMOS DE GIANAS, ECC.TROVAMENTI



Fonte: TRADIZIONE E MODERNITA' A TONARA in un inchiesta condotta nel 1928 da Giuseppe Tore. - 1995- TONARA - pag.201.202.

Verso la regione Trocheri, e nel punto di strada ferrata più prossimo al paese, esisteva il villaggio di Intrerrios, che significava paese tra i rivi. Di tal paese non resta memoria di sorta. Le traccie poi che, al fiume s'Isca, esistono presso il molino idraulico di un molto antico proprietario di esso, certo sacerdote Emanuele Defigus, secondo le fondate as¬serzioni di quest'ultimo sono avanzi di un ponte romano. Tali traccie sono in regione Garrutu.
Presso la frazione di Toneri esistono ruderi ben solidi della chiesa di S. Anastasia, costruzione artistica pisana.
Sul poggio su Nurazze, presso la località Su Pranu e Perdas Lobàdas e in prossimità al paese, sorgeva un nuraghe, in vista della rupe Tessile di Aritzo.
Non molto distante da Su Nurazze, in regione Marti e s'Iscova, si hanno le domos de i' gianas costituite di due stanzette comunicanti fra loro. Questa necropoli fu descritta e illustrata dal prof. Antonio Taramelli, direttore del museo di Cagliari, nel bollettino di antichità, verso il 1908.
Anche nelle regioni di Mattalè e di Tracullàu o Tonnài, trovansi traccie di abitazioni. In Tracullàu dal 1855 al 1860 all'incirca si fecero degli scavi, e vennero messi alla luce quattro orci o vasi, dei quali tre si sfasciarono perchè umidi ancora, il quarto perchè tolto con maggior attenzione e asciugato subito al sole, potè essere conservato, tanto che esiste ancora; è visibile in una casa privata [Legg. al capitolo n. 17 pag. 128].
Di Tracullàu o Tonnai, del nuraghe accennato e di Mattalè, si riporta quanto scrisse it celebre Canonico Giovanni Spano nel 1860 e nel 1864, e cioè:
1) "Nel sito denominato Mattalè, in territorio di Tonara, si osservano ruderi di edifizi antichi, e si sono scoperte molte sepolture. Ivi si è trovata una moneta d' oro con 1' effigie dell'imperatore Teodosio. Busto con elmo e lancia sull'omero destro D.N.Teodosius P E.Aug. Nel rovescio figura intera una corazza, con la destra tiene it labaro, e con la sinistra it globo sormontato dalla croce, nel campo sinistro stella Gloria Orvis Terra. Nello esergo Conob. Ci assicurano che ne sono state trovate altre, ma che furono vendute ad orefici per squagliarle .


2) "Nel tempo dell'impero Cartaginese e Romano, anche i punti più montuosi della Sar¬degna erano abitati e coltivati. Una escursione che nello scorso anno (1864) abbiamo fatto al villaggio di Tonara, ci ha lasciati convinti di questa verità. Nel sito appellato Ton¬nai presso to stesso villaggio si trova it suolo pieno di stoviglie diverse, si scoprirono bronzi ed altri oggetti, ed ultimamente si estrassero quattro vasi in forma di giare. Ivi passava la strada romana the menava a Sorradile, passando per Austis nel sito di Perda Litterada, dove giaciono molti monumenti letterati e Perdas Fittas di Fonni.
Esiste anche in vicinanza al villaggio un nuraghe detto Perdas Lobadas, cosi detto perche in vicinanza esistono due grandi monoliti appaiati di roccia naturale. A proposito di questi nuraghi, pare che il villaggio di Tonara, abbia tenuta la stessa conformazione degli antichi popoli fondatori dei nuraghi, the vivevano uniti per potersi scambievolmente aiutare. Tale nuraghe fin dal tempo della primitiva colonia seguito ad essere abitato fabbricando le case attorno al medesimo. Oltre le diverse stoviglie vi si trovano a fior di terra molte monete od utensili, fibule ed altri oggetti. Il Teologo Pietro Todde, Rettore dello stesso villaggio, mi fece vedere molte monete raccolte da lui stesso nell' alto the vi fa delle passeggiate, fra le quali una di Sardus Pater bucata. In vicinanza del nuraghe vi è una necropoli del tempo Cartaginese Romano, che consiste in caverne scavate nelle rocce schistose, dette Forreddos de Yanas ("Canonico G. Spano "Bollettino Archeologico Sardo", n. 7, anno X, luglio 1864. Pag. 106-107)

I vicinati di Tonara, di Maria Deligia

Tratto liberamente da http://digilander.libero.it/cittatonara/documenti/interventi/vicinati.htm


(.....) Per moltissimi anni il paese di Tonara è rimasto identico a se stesso; la sua popolazione distribuita nei quattro rioni di Arasulè, Toneri, Teliseri e Ilalà si dedicava prevalentemente ai lavori pastorali e agricoli. Ogni rione, forse a causa della distanza che lo separava dagli altri, aveva una propria organizzazione interna che spesso si traduceva in vera e propria autonomia economica. La distanza tra i diversi rioni e l'autonomia economica degli stessi furono probabilmene all'origine di quell'atteggiamento ostile che avevano le persone dei vari rioni nei confronti di coloro che abitavano negli altri rioni. Qualcosa all'interno del paese cominciò a cambiare nel periodo tra il 1875 e il 1890 durante il quale venne costruita la strada provinciale e venne completato il tronco ferroviario Cagliari - Sorgono. E' innegabile infatti che quel periodo abbia rappresentato per Tonara un punto di partenza verso un'economia favorevole, legata soprattutto allo sviluppo del commercio del Torrone e dei prodotti locali, che andò affermandosi già a partire dai primi anni del Novecento. Ma, se da una parte la costruzione della strada provinciale favorì l'evolversi dell'economia Tonarese verso forme di attività più redditizie, dall'altra contribuì ad isolare ulteriormente i rioni di Tonara che abbiamo definito "agricoli", cioè Toneri, Teliseri e Ilalà dal rione di Arasulè caratterizzato principalmente da un'economia pastorale. L'elevato grado di isolamento dei rioni di Tonara tra Otto e Novecento è confermato anche dai risultati dell'analisi condotta sugli atti di matrimonio del comune di Tonara tra il 1879 e il 1925. Il rione più isolato di Tonara fu sicuramente Ilalà che venne completamente abbandonato dai suoi abitanti nel 1930; le famiglie che vivevano ad Ilalà si spostarono nei rioni più alti di Tonara, soprattutto nel rione di Teliseri. Dal 1930 in poi, anche gli abitanti di Toneri Cominciarono ad abbandonare i vicinati periferici per stabilirsi nei vicinati più interni del rione. Col trascorrere degli anni infatti, i vicinati periferici di Morù e soprattutto di Cartuzzè, un tempo completamente abitati, sono stati assorbiti dagli orti. Contemporaneamente all'abbandono delle zone periferiche, si è assistito all'espandersi del rione di Toneri verso Nord e alla sua saldatura con Arasulè tramite la strada provinciale. Intanto il rione di Teliseri rimaneva sempre più isolato sia da Toneri che da Arasulè. Sino a quel periodo comunque ogni persona di Tonara viveva quasi esclusivamente all'interno del proprio rione. Il salto vero e proprio verso una integrazione tra le persone dei tre rioni di Tonara si è avuto solo dopo il secondo dopoguerra, quando cioè la maggior parte della popolazione di Tonara smise di considerare il proprio rione come la parte più importante di Tonara e si trovò concorde nell'attribuire grande importanza alla strada provinciale e ai due vicinati che delimitavano Arasulè a Sud, cioè S'istradoneddu e Sant'Antonio. Fu in queste zone infatti che vennero situati la maggior parte dei negozi e dei luoghi pubblici cioè le scuole, il Comune, il medico, l'ufficio postale, la farmacia, la caserma, i giornali ecc.. Da quel momento in poi è a questo spazio che le persone di Tonara fanno principalmente riferimento per gli acquisti e gli incontri, è questo il vero centro del paese. Fu proprio a partire da quegli anni che l'abitato di Tonara iniziò ad estendersi verso Su Pranu, inizialmente con costruzioni abusive. Su Pranu venne ufficialmente dichiarata zona fabbricabile dal piano regolatore del 1957 che per Su Pranu ammetteva "solo costruzioni a carattere residenziale con possibilità di impianti artigianali". In effetti le nuove costruzioni di Su Pranu si diversificarono rispetto alle costruzioni presenti nei rioni di Toneri, Arasulè e Teliseri. Case addossate le une alle altre disposte in due file parallele separate da stradine il più delle volte molto strette nei vecchi rioni: case costruite, invece, con una particolare cura architettonica nel nuovo rione di Su Pranu. La maggior parte delle costruzioni di Su Pranu infatti, hanno un piccolo cortile, il garage e la cantina al piano terra e gli appartamenti nei piani superiori. Anche le strade a Su Pranu sono considerevolmente più grandi rispetto agli altri rioni. Il rione di Su Pranu nel corso di circa trent'anni si è completamente popolato, ed il suo popolamento è avvenuto a spese dei rioni storici e soprattutto a spese di Toneri che dagli anni Settanta in poi ha visto molti dei suoi abitanti, tra i quali parecchi ambulanti di Torrone, abbandonare le loro piccole case e trasferirsi nei nuovi e confortevoli appartamenti di Su Pranu. Per Toneri, e in modo più marcato per Teliseri che è sempre stato il rione meno popolato del paese, dopo Ilalà, la nascita e la crescita di Su Pranu hanno determinato dapprima un rallentamento delle attività commerciali esistenti al loro interno e successivamente la completa chiusura delle stesse. Come è già stato detto, già da diversi anni a Teliseri non ci sono più negozi; a Toneri, invece, attualmente c'è solo un negozio di generi alimentari, un tabacchino e una rivendita di pane tipico, solo venti anni fa invece c'erano, oltre le attività tuttora presenti, quattro negozi di generi alimentari, due bar, una rivendita di dolci e la fabbrica del Torrone. Anche Arasulè nel corso degli anni ha visto molti dei suoi abitanti trasferirsi a Su Pranu. Nonostante questo però gli abitanti di Arasulè, a differenza di quelli di Toneri e Teliseri, possono ancora oggi fare tutti i loro acquisti all'interno del loro rione. Da quando molti abitanti dei vecchi rioni si sono trasferiti a Su Pranu, i rapporti di vicinato personale che, come abbiamo visto prima, avevano molta importanza per le persone del paese, hanno perso d'intensità e si sono ridotti a semplici scambi di informazioni e il più delle volte, come avviene tra le persone che vivono a Su Pranu, ad un saluto molto frettoloso. Ma, se da una parte sono venuti meno i rapporti di vicinato personale, dall'altra si sono intensificati i rapporti tra le persone dei diversi rioni. Oggi infatti, e differenza del passato, i giovani e i bambini stringono amicizia con tutti indipendentemente dal rione in cui vivono, si può infatti affermare senza paura di sbagliare, che si sia arrivati ad una completa integrazione tra le persone di Arasulè, Toneri e Teliseri. Un ruolo fondamentale in questo processo di integrazione lo ha avuto sicuramente la scuola; e a scuola infatti che i bambini dei diversi rioni instaurano un rapporto di amiciia che poi coltivano anche fuori. A Tonara, soprattutto gli anziani, i quali hanno vissuto una realtà completamente diversa, si rendono conto di come siano effettivamente cambiati rispetto al passato i rapporti tra le persone dei diversi rioni.

domenica 19 ottobre 2008

TONARA NEL DIZIONARIO DEL CASALIS

con la COLLABORAZIONE del Prof. Vittorio Angius

Tonara , villaggio della Sardegna nella provincia dì Nuoro, capoluogo di mandamento, sotto il tribunale di prima cognizione della predetta città. E’ compreso nella Mandra e lisai , regione della Barbagia , e dipartimento dell’antico regno di Arborea. La sua posizione geografica è nella latitudine 40° 1’ 10’’ e nella longitudine orientale del meridiano di Cagliari 0° 4. Siede nell’alto tra il principio di due valli, una inclinata verso austro , l’altra nella parte contraria, ma non nel mezzo perché il suo più alto rione è di alcun poco distante dal vortice o linea divisoria delle acque ne’ primi gradi della discesa all’austro. Questa valle australe è fiancheggiata a levante dalla mon lagna, detta Genna de Floris a ponente da vari colli , uno de’quali è deto propriamente Su Toni o Toneri. Questa parola nell’uso del paese significa generalmente grandi roccie ed enormi rupi ardue e difficili all’accesso . Noi la ritroviamo in altri luoghi della Barbagia , nel ramo australe del Montargento, dove è il Tòniri di Irghini , e nei monti della Barbagia Seulo in una roccia che che resta ad ostro-libeccio e a due miglia dalla Petra Iliana. Siccome di detti toni o tòniri si trovano alcuni presso il paese considerato, però stimano molti che il suo nome Tonara derivi da’ medesimi . Il comune di Tonara è diviso in quattro frazioni o rioni che nel paese diconsi vicinati. Questi vicinati sono ordinati in scala nella discesa del monte, o nella sua pendice. Il rione superiore e insieme il più popolato ha il nome proprio di Arasulé ed è disposto incontro all’austro. Il secondo è detto Toneri o Toniri , meno popolato deI precedente, ma più degli altri. Ha questo nome perché dalla pane di ponente si appoggia al gran colte detto su Toni o Tòniri, onde resta in esposizione incontro al levante. Il terzo si nomina di Taliseri, resta più a levante degli altri ed esposto all’austro. Il quarto, inferiore agli altri perché è prossimo agli ultimi gradi della pendenza e meno degli altri popolato,appellasi di Ilalà, giace al scirocco degli altri e riguarda il ponente,restando diviso da Taliseri per un ruscello, che ha le sue scaturigini nella parte superiore della montagna, volgarmente appellata del Sèssini. Le acque di questo ruscello per ragione del sito scosceso e sassoso scorrono rapide e tanto sonanti, che pure, quando esse sono in poca quantità, bisogna gridare perché si senta la voce da una sponda all’altra. Le strade del paese sono in generale scoscese e strette. Ma fuori del paese a piccola distanza trovansi alcuni tratti dove si può passeggiare e nell’estate rallegrasi la vista in una prospettiva amenissima, e da qualche parte assai larga. Trovandosi Tonara presso al gruppo del Montargento in molta elevazione e presso montagne che mantengono nel dorso per molti mesi la neve, intendesi che il clima deve esser freddo; tuttavolta per la situazione che abbiamo accennata restando tutte le frazioni del medesimo difese dalla tramontana ed in esposizione all’austro il freddo invernale non è tanto intenso , quanto si potrebbe supporre, epperò il suolo facilmente si disgombra delle nevi se a’ temporali nevosi seguano giornale serene. Spesso dentro i paese il nevazzo levasi ad un metro e resta delle settimane intere, I vecchi conservan memoria della nevata del gennajo 1793, quando in alcuni siti dentro l’abitato il nevazzo elevossi a metri 10 e più ancora dove la tormenta ammucchiava le falde. Si rammentano tanti altri temporali ma non di effetto tanto notevole. Il freddo in certi notti d’inverno va sino a -8°. Come le nevi così le piogge estive cadono qualche volta a torrenti , e tutti ricordano il temporale notturno del 3 ottobre 1830, che durò sole due ore, e rovesciò molte case, e cagionò gravissimi guasti nelle campagne e nei boschi, e l’altro de’ 24 luglio 1831, il quale scoppiò dopo le due pomeridiane e proseguì per due ore danneggiando molto più che aveva fatto il precedente. Di primavera e di autunno si vedono nelle valli e nelle gole delle montagne nebbie dense, le quali però non sono mai state riconosciute maligne, essendo esse veri nuvoli. L’umidità sentesi ne’ tre rioni inferiori e nulla nel superiore. Il maestrale riflesso dalla montagna di Genna de Floris vi si fa sentire e spiega molta forza, che nuoce a’ seminati ed agli alberi. Il libeccio fa altrettanto. L’aria di Tonara è pura d’ogni maniera di miasmi.
Non è questo molto esteso perché forse la sua area non pareggia le 20 miglia. Esso è quasi tutto montuoso, non pertanto non mancano de’ piccoli piani. La montagna principale è la così detta Genna-de-Floris, la quale è una dipendenza del Montargento, di cui può trovarsi la descrizione nell’articolo Sardegna. Dalla sua giogaja scuopronsi tutte le regioni occidentali e lo sguardo distendesi ne’ mari di ponente. In molti tratti la selva de’ ghiandiferi, mescolati di altre specie, è folta, e si vedono alberi annosi e folti ; in altri è rara e gli alberi di aspetto meschino. Le fonti si aprono a tutti i passi per così dire, e alcune di una copia notevole. Le acque sono di tutta bontà. Qui però devesi fare una eccezione , e sarebbe per l’acqua che bevesi nel vicinato di Toneri, acqua che non è di cattivo gusto , ma che tuttavolta si sente men buona di quella che bevesi negli altri rioni. Alla quale si attribuisce certa deformità che patiscono molti di coloro che ne bevono e specialmente le donne, e voglio dire il gozzo , che in alcune cresce al volume d’un’arancia ordinaria, in altre anche più. Intanto questa supposizione viene a confermarsi in quanto parecchie donne degli altri rioni , le quali frequentano il rione di Toneri e vi stanziano per le loro faccende contraggono per lo più la stessa deformità. Si è fatta osservazione sopra alcune donne di Arasulè, le quali per matrimonio o per altro qualunque motivo avendo trasferito il loro domicilio in Toneri indi a poco lasciaron vedere nel collo un piccol nodo, che andò crescendo a poco a poco sino al sunnotato volume. Nel territorio di Tonara si formano alcuni rivi, de’ quali uno discende nella valle boreale, l’altro nella valle australe, il quale, come abbiam notato, ha origine nel monte Sessini. il grosso selvaggiume vi è abbondante, e si trovano cervi, cinghiali e mufloni. E’ pure abbondantissimo l’uccellame grosso e gentile.



La Popolazione

Nel censimento del 1846 si notarono in Tonara anime 2476 , distribuite in famiglie 648 ed in case 472 . Il detto totale distinguevasi in uno ed altro sesso secondoi diversi periodi dell’età nelle seguenti parziali;sotto gli anni 5 maschi 145, femmine 159; sotto li 10 mas. 137, fem.134; sotto i 20 mas. 154, fem. 196; sotto i 30 mas 118,fem. 154; sotto i 40 mas. 131 , fem. 128; sotto i 50 mas.116 , fem. 138; sotto i 60 mas. 104 , fem. 117; sotto 70mas. 98 , fem. 118; sotto gli 80 mas. 81 , fem. 98 sotto i 90 mas. 76, fem. 30; sotto li 100 mas 27, fem. 17. Distinguevasi poi secondo le varie condizioni domestiche il totale de’ maschi 1187, in scapoli 695, ammogliati 436, vedovi 58; il totale delle donne 1289 in zitelle 691, maritate 439, vedove 159. I numeri medi del movimento della popolazione sono i seguenti; nascite 95, morti 65, matrimoni 18. Molti vivono alla decrepitezza, e tra il 1830 e il 1852 morirono due più che secolari. Le malattie più frequenti sono i dolori laterali per le quali molti muoiono nell’età più verde La popolazione è pessimamente servita nel rispetto sanitario, perché non si hanno né medici, né chirurghi di abilità. I flebotomi suppliscono, e sarebbe meno male che mancassero anche questi. Nel vestiario i Tonaresi non hanno alcuna differenza dai popoli vicini;se non che le donne usano per velo un taglio di panno nero quadrilatero, non più lungo di metri 0,75. Esso è contornato di nastri di tal colore secondo il gusto, stringesi con un gancetto sotto il mento, e con le falde copre il petto. E se questa è la moda antica, provasi un’altra volta che il Dante non scrisse storicamente, quando notò la nudità impudente del petto delle donne toscane nella maniera delle barbaricine di Sardegna. Negli usi sono simili agli altri sardi e massime a’ loro compaesani della Barbagia: quindi vedi l’articolo Barbagia. Hanno gran passione per i balli e questi si fanno all’armonia del canto, non potendosi che di rado avere uno zampognatore. La professione principale è quella de’ pastori; vengono poi li agricoltori, i quali sono in minor numero e per lo più sogliono praticare qualche mestiere per occuparsi in quei mesi, ne’ quali non si può state sui campi. Oltre i mestieri comuni agli altri paesi noterò quello che è particolare a molti tonaresi , che faticano per asciare i tronchi e segarli , e poi smerciano nelle altre contrade in tavole, travicelli, e dogarelle. L’opera assidua alle donne è la filatura e la tessitura , e con la loro diligenza procurano alle famiglie un lucro talvolta notevole da tessuti, che vendono a rigattieri gavoesi, o cillonari, vedi art. Barbagia. La scuola elementare vi fu aperta prossimamente alla parrocchia, poco dopo l’editto delli 23 giugno 1824, e qualche volta fu frequentata da più di 80 fanciulli. Poi questo numero è andato in diminuzione, come andata stancandosi la vigilanza del parroco e la cura del maestro. Le persone che in tutto il paese sanno leggere e scrivere forse non sorpassano i 65.

L'Agricoltura

Credono i tonaresi che il loro territorio sia più atto alla cultura degli alberi, che a quella de’ cereali e molti vorrebbero che fosse così, perché non si dovrebbe faticare sull ‘aratro, e sulla vanga, e forse non desidererebbero più che pane di castagne o di ghiande, delle quali si nutrivano i loro maggiori. Contrariamente a codesta loro asserzione, il territorio di Tonara è buono pure alle viti, e se fosse meglio coltivato produrrebbe maggior copia di cereali. La quantità ordinaria che si semina annualmente da’ tonaresi è di circa 700 starelli di grano, di 500 d’orzo, e di circa 70 starelli di legumi. La fruttificazione comune è del 7 per uno. L’orticoltura si restringe a pochi articoli, tra’ quali sono principali le zucche e i cavoli. Non sappiamo se la cultura delle patate siasi estesa , se quella della meliga fu introdotta. La vite vegeta con molto vigore , ma sopravvenendo il freddo prima che i frutti siano ben maturati, i tonaresi non sanno far altro per conservare i vini, che mescolarlo con sapa. Da questo si può intendere quanto essi sono ignoranti nell’arte di manipolare le uve. Siccome resta molto vino alla consumazione, non potendosi il superfluo vendere, però se ne brucia una notevole quantità per acquavite,la quale spesso riesce buona, e quasi basta alla provvista della popolazione, cioè degli uomini che vanno in campagna. Degli alberi fruttiferi la specie più comune è il castagno e vedonsi lunghissimi tratti dove questi piani fanno foltissimo bosco. Il numero de’ ceppi forse sorpassa i 200mila, Lungo i fiumi e i ruscelli trovansi in gran numero i noci. Nelle vigne si coltivano i nocciuoli, i ciliegi, i peri, i susini, i peschi, i meli di diverse varietà. Le prime tre specie si trovano pure insieme co’ noci fuor delle vigne. Dopo le vigne sono poco estese le terre chiuse, nelle quali non vedesi altro che i castagni e gli alberi che abbiamo indicato colti nelle vigne. Egli è però vero che in qualche parte sgombra si semina. In che ragione stia l’area chiusa alla superficie intera territoriale non abbiamo avuto dati per computarlo.

La Pastorizia.

Il bestiame manso numera gioghi 80, cavalli 170, majali 216. Il bestiame rude consiste in pecore 14.000, capre 7.000, vacche 1.250, porci 1.600. I pecorai ed i caprai vanno a svernare in luoghi più miti, perché discendono dal paese ne’ primi di novembre, e non vi risalgono che a’ primi di maggio, quando i nuovi pascoli sono in piena vegetazione. Le altre specie restano nel paese. I formaggi sono di mediocre bontà, e i più comuni o bianchi che poi si smerciano in Napoli, salati nelle cantine. L’aumento delle gabelle poste nelle dogane di Napoli sopra questo prodotto, avea immiserito la condizione de’ pastori. Mentre in altri tempi un pecorajo reduce dalle maremme, portava quanto era sufficiente, e altro ancora, per provvedere per tutto l’anno a’ bisogni della famiglia; poi il frutto che si ebbe nella stagione invernale bastò appena per pagare i pascoli. Nel trattato però del 1846 la tariffa delle dogane napolitane fu ribassata, ed i pastori se ne avvantaggiarono. Il prodotto delle vacche e de’ porci è nello smercio degli stessi capi o de’ feti, per il lavoro o il macello. Sono in Tonara e nette sue regioni molti alveari, che danno un profitto notevole a’ proprietari. Il numero può stimarsi di circa 2000.



Il Commercio

Abbiamo notato tutti gli articoli che i tonaresi mettono in commercio, castagne, noci ed altre frutta, tavole e travicelli, tessuti, prodotti pastorali, formaggi, capi vivi, pelli, cuoi e lane , miele e cera; or converrebbe dare la cifra totale del guadagno; ma qui pure mancano i dati, e appena si può presentare come verisimile il totale di lire 110 mila.



Religione.

I tonaresi sono sottoposti alla giurisdizione dell’arcivescovo di Oristano, e sono curati nelle cose dell’anima da un rettore assistito da tre preti, che in altro tempo giunsero sino a sette. La chiesa parrocchiale ha per titolare e patrono l’Arcangelo s. Gabriele , chiesa non ben capace se poi intervenissero molti anche dai tre rioni inferiori, poco adorna, e poveramente provveduta. Entro l’abitato sono altre quattro chiese, due nel rione di Arasulè, una intitolata dalla S. Croce,che è oratorio della confraternita dello stesso nome, ove tengonsi i sacramenti del viatico e dell’olio santo per comodo del clero e del popolo componente quel rione; l’altra dedicata a s. Antonio di Padova, la quale resta in piccola distanza fuori del rione stesso. Le altre due sono prossime ai due rioni inferiori: quella di S. Leonardo in poca distanza da Taleseri, e quella di S.Sebastiano martire a pochi passi dal rione di Ilalà. Eravi sino al 1820 un’altra chiesa filiale detta di s. Anastasia, la quale fu poi profanata e distrutta, perché era mancata la sua dote, I tonaresi credono che quella sia stata la più antica parrocchia de! comune. Le feste principali che si celebrano in Tonara sono tre, e a queste concorre gran quantità di gente dai vicini paesi. La prima per S. Antonio di Padova ricorre addì 13 giugno. La festa dura due giorni, e la piazza delh chiesa prende l’aspetto d’un mercato. Dopo i vespri della festa si corre il palio; ma bisogna dire che i premi sono meschini, consistendo essi in alcune decine di palmi di velluto nero o azzurro. La seconda è festa votiva per S. Sebastiano, e cade nella domenica immediata alle feste di S. Antonio, onorata essa pure da molto concorso di forestieri; ma senza fiera e corsa. La terza è pure votiva in onore dell’Arcangelo Gabriele, e si celebra nel primo d’agosto. Questa è una delle feste che dicono de corriolu, nelle quali gli ospiti non solo sono trattati con tutta cortesia e lautezza, ma nel partirsi sono regalati d’un brano di carne (corriolu) per portarlo alla famiglia. Manca ancora il camposanto e i defunti sono sotterrati intorno alla chiesa parrocchiale, dentro il cortile.



Chiese campestri.

Appartenente alla parrocchia di Tonara, nel territorio di Sorgono, a circa due ore verso ponente, trovasi la chiesa rurale dell’apostolo S. Giacomo, il maggiore. Occorrendo la festa a’ 25 luglio , il clero di Tonara vi si porta e funziona. Ragione di questo fatto si è che questa era la parrocchia di un paese appellato Spasulè, deserta da circa 120 anni,e che gli ultimi abitatori del medesimo,essendosi ricoverati in Tonara,riconobbero per loro parroco il rettore di Tonara, il quale da quel tempo cominciò a intitolarsi anche rettore di Spasulè, per la giurisdizione canonicamente confertagli su quella parrocchia. Gli emigrati di Spasulè avendo seco portalo i loro diritti nel nuovo domicilio, e lasciatili a’ tonaresi, questi avrebbero dovuto avere la proprietà de’ territori di Spasulè, come erasi fatto in simili casi in molti altri luoghi; ma quei di Samugheo, di Sorgono e di Atzara, quando videro deserto Spasulè, invasero quel territorio e sel divisero, togliendosi ciascuno la parte che meglio gli accomodava. I tonaresi sentendosi inferiori contro i tre popoli collegati, si astennero dalla violenza, che sarebbe tornata inutile, anzi dannosa, e tentarono le vie legali per vendicare i loro diritti. La lite, come si dee supporre, per la conosciuta natura degli avvocati, fu tratta in lungo, poi quando la causa parea matura, allora, non si sa né come né perché , sì cessò dalle instanze. Sospettasi che i tre paesi persuasi di esser obbligati a rimettere a’ tonaresi le terre di Spasulè, abbiano corrotto quelli che nel paese avevano maggiore influenza. Restano poi dentro i termini veri di Tonara in vari punti tali vestigia , che provano avervi abitato altre tribù. Non è però rimasta alcuna notizia né del nome delle popolazioni, nè del tempo in cui furono abbandonate, nè di altro accidente, per cui sieno cadute, A ponente del paese a circa un quarto d’ora nel luogo detto Petras-lobadas, scavando si sono trovati veri oggetti di archeologia, e diverse monete. Ad ostro a circa mezz’ora nella regione detta Santu Leo sono vestigie di antiche mura. Alla stessa parte, a mezz’ora da Ilalà, nel luogo detto Su Mamui, vedonsi altri inidizii, a’ quali i tonaresi danno il nome di Bidda intra errios (villa tra’ rivi). E finalmente alta parte di maestrale, nel luogo detto Mattalè, in distanza di tre quarti d’ora, si osservano altre indicazioni di antica abitazione. Non si può notare in questo territorio nessun nuraghe.

giovedì 16 ottobre 2008

Da Pratza manna a Marrakech di Giovanni Mura





Riceviamo e pubblichiamo Pratza Manna a Marrakech del Prof. Giovanni Mura (noto Nino) autore di numerose indagini sulla storia di Tonara.

venerdì 3 ottobre 2008

Tonara, etimologia del nome secondo Alberto La Marmora.


(...) Da Aritzo si può fare una puntata al vicino villaggio di Tonara, dove si arriva percorrendo un sentiero quasi sempre in piano, dopo Belvì, attraverso una lunga valle detta Isca di Belvì, notevole soprattutto per i molti e bei noci; è bagnata da un torrente le cui acque sono utilizzate per l’irrigazione di questa piccola pianura.
Il villaggio di Tonara prende il nome da un toneri che lo domina e che è formato come le altre masse omonime di un deposito calcareo dolomitico. Avendo già dato una descrizione geologica e uno spaccato di questo toneri nella terza parte del Viaggio in Sardegna , mi dispenso dall’entrare di nuovo nella materia della sua composizione mineralogica. Qui mi limiterò a dire che, sotto la roccia secondaria, in questo posto, come sotto gli altri toneri e tacchi, si trova uno strato di lignite con il maggior spessore che si possa trovare in questi luoghi; ma la lignite, più passa allo stato di galestro, meno è adatta ad essere utilizzata come combustibile, in quanto contiene piriti in ercentuale via via maggiore. Nei banchi di una specie d’arenaria che accompagna questo combustibile secondario si trovano impronte delle piante fossili proprie della flora giurassica: Calamites lehmanianus Goep. e Brachyphyllum majus Brong.
Il villaggio di Tonara è formato da quattro frazioni separate o, se si vuole, da quattro quartieri (“rioni”) che si chiamano Toneri, Arasulè, Taleseri e Ilalà; nel nome di quest’ultimo alcuni
etimologi hanno voluto riconoscere un’origine turca o araba; si è arrivati fino a cercare i padri degli abitanti di questo paese tra i Mori mandati in Sardegna dai Vandali, di cui parla Procopio e di cui è già stata fatta menzione. Il quartiere di Toneri è il più alto dei quattro; è lì che si trovano delle persone affette da gozzo; quello di Arasulè, il più considerevole, si trova
a un’altezza di 956 metri sul livello del mare. Il Toneri domina tutti questi quartieri e conta 974 metri, misurati al nuraghe detto de su Planu.

Dall’altra parte del paese si leva un altro monte detto “di Gennaflores” (“della Porta dei fiori”) che forma una piccola catena in direzione all’incirca nordovest-sudest; la cima più alta, chiamata Mugianedda, conta 1.498 metri d’altitudine sul livello del mare.
( Tratto da: Viaggio in Sardegna di Alberto La Marmora Ed. Illisso - 1997, pag. 67

La Barbagia di Mandrolisai secondo Alberto La Marmora

La Barbagia di Mandrolisai secondo Alberto La Marmora Da: ITINERARIO DELL’ISOLA
DI SARDEGNA - VOLUME SECONDO. Ed. Illisso - 1997-Pag. 25


(...) Il villaggio di Seulo è situato a un’altezza di 779,79 metri
sul livello del mare, misurata al suolo della chiesa parrocchiale,
e fa parte della regione detta “Barbargia” o “Barbagia”. Essa
si divide principalmente in tre parti: la Barbagia superiore, che
comprende i villaggi di Fonni, Mamoiada, Gavoi, Ollolai, Ovodda
e Lodine; la Barbagia centrale, suddivisa in due sezioni: la
Barbagia di Mandrolisai, che comprende i villaggi di Tonara,
Desulo, Sorgono, Atzara e Ortueri,
e la Barbagia di Belvì, di
cui fanno parte il villaggio omonimo e quelli di Aritzo, Meana
e Gadoni; la Barbargia inferiore, che comprende Seui, Seulo,
Esterzili e Ussassai.

IL RETABLO DI S.ANASTASIA (POST. 1585) del maestro di Tonara di Gian Gabriele CAU

di Gian Gabriele Cau

La restituzione al patrimonio culturale artistico della Sardegna di tre tavole superstiti del Retablo di S. Anastasia attribuito ad un anonimo cinquecentesco, convenzionalmente noto come “il Maestro di Tonara”, è cronaca recente. Nel 1997, la tavola della Passione del Cristo è esibita per la prima volta a Sassari, in occasione della Seconda Mostra dell’Antiquariato. Ma solo una accurata ripulitura e un attento e costoso restauro consentono il recupero anche di un S. Michele arcangelo e di un Giudizio Universale e, finalmente, l’esposizione dell’intero trittico nella sala consiliare del Comune di Tonara, nell’aprile 2004.
Le tavole del Retablo di Tonara, unico caso in Sardegna in un retablo cinquecentesco, sono in castagno, un legno tipico di quella Barbagia, che induce a credere che il Maestro abbia operato in loco. Lo stato generale dei dipinti a seguito del restauro è complessivamente discreto, per quanto si registrino non trascurabili cadute di colore e lesioni del supporto, vuoi per la riduzione della tavola (Passione di Gesù Cristo e Giudizio Universale) vuoi per l’inserzione di talune cerniere della cassapanca. Le dimensioni della piccola chiesa rapportate a quelle delle tavole superstiti sembrerebbero escludere una collocazione che non fosse quella della cappella maggiore. Diretta conseguenza di questo postulato sarebbe la necessaria rappresentazione della santa patrona Anastasia (una tavola o un piccolo simulacro in una nicchia ad incasso) cui dirigere le suppliche dei devoti.
Il retablo era verosimilmente strutturato secondo un poco comune schema architettonico di matrice gotica sarda-catalana, accostabile a quello del Retablo di S. Giacomo Maggiore di Ittireddu, caratterizzato da un trittico con tavole sfalsate di differenti dimensioni e sormontato da una canonica Crocifissione (nella fattispecie una Passione di Gesù Cristo) nella cimasa, in linea con la sottostante figura centrale della Santa Anastasia. Le strette bande marginali delle altre due tavole, sulle quali aderivano le cornici a pinnacoli, dichiarano esplicitamente il loro status di pessas foranas: il San Michele nello scomparto sinistro, il Giudizio Universale in quello destro del riguardante. La devastazione della figura del demonio nella tavola del San Michele, presuppone una collocazione del retablo bassa per l’accessibilità da parte di devoti iconoclasti. Un polvarolo e una predella forse di cinque elementi, con la canonica figura del Risorto o dell’Ecce Homo al centro completavano l’ancona.
Il polittico appare come il frutto della collaborazione di due o più personalità prossime ad un ambito culturale riconducibile alla cosiddetta Scuola Cagliaritana di Stampace, che in Pietro Cavaro ebbe l’esponente più dotato. Le tre tavole superstiti sono di grande interesse non tanto per l’intrinseca qualità pittorica, quanto per il singolare accostamento di citazioni dalle opere di un consistente numero di artisti isolani non solo di ambito stampacino. Da una maniera prevalentemente popolareggiante, spesso vernacolare, emergono taluni spunti che rivelano una sorprendente, vastissima conoscenza della realtà artistica isolana della fine del xv e del xvi secolo. Dal Maestro di Olzai, a Lorenzo, Pietro e, forse, Michelangelo Cavaro, ad Antioco e Pietro Mainas, fino ad Andrea Sanna, nel quale si crede di riconoscere il Maestro di Ozieri[1].
Il Cristo crocifisso, l’unica figura nella quale si ravvisi una maniera visibilmente più colta e raffinata, rimanda direttamente a quello realizzato nel 1518 da Pietro Cavaro per la Crocifissione del Retablo di Villamar. Da questo derivano il nimbo in foglia d’oro lavorata a bulino con tre raggi rossi a “T”, la postura degli arti inferiori flessi ad angolo retto e il particolarissimo nodo che cinge il perizoma al fianco sinistro. Di suo il Maestro disegna un fiotto di sangue che fuoriesce dal costato con un vigore che non ha raffronti nella pittura sarda del Cinquecento e che segna in lunghi rivoli il perizoma, secondo un modello comune a tutte le Crocifissioni di Lorenzo Cavaro (si vedano i Retabli di Gonnostramatza, di Giorgino e di Sinnai[2]). Un reiterato rinvio ai maestri di Stampace, pur nella consapevolezza che - è il ginocchio sinistro coperto a rivelarlo - questi stessi tratti siano del tutto estranei al Crocifisso ligneo, detto di Nicodemo di Oristano, preciso riferimento iconografico isolano di quasi tutte le Crocifissioni, per tutto il xvi secolo[3]. Un fatto che suona come qualcosa di più di un omaggio al maestro ideale e che suscita inquietanti interrogativi sul rapporto (di parentela?) del Maestro di Tonara con i capostipiti della Scuola Cagliaritana, aprendo all’eventualità di un diretto coinvolgimento della assai discussa, oscura figura di Michelangelo Cavaro, sopravvissuto alla morte del ben più noto fratello Michele nel 1584[4]. Una ipotesi affascinante, tuttavia asfittica per l’assenza di possibili concreti elementi di comparazione e per la contraddittorietà dell’unico documento disponibile che lo riguardi[5].
Ai piedi dell’immagine di un Cristo decisamente sproporzionato, ma giustificato dall’intenzione di evidenziare il divario di una grandezza divina, sono Maria, Giovanni e la Maddalena, le cui posture e il ripiegamento dei manti - determinante il particolare del fazzoletto stretto fra le mani di quest’ultima ai piedi della croce - non possono assolutamente prescindere dalla Crocifissione del Retablo di Sant’Anna di Sanluri datato 1576 e ricommissionato nel 1571 a Michelangelo Cavaro e Pietro Mainas[6]. Anche l’originale maniera di rappresentare le nuvole globulari, quasi fossero degli acini di un ceruleo grappolo d’uva, riecheggia quelli di numerosi scomparti del Retablo di Sant’Anna, in particolare quello della Nascita di Maria e, nella predella, quelli dell’Assunzione e della Resurrezione.
Nello sfondo, in prossimità di una Gerusalemme che nelle torri a pianta circolare riecheggia quelle delle città turrite del Maestro di Ozieri, come le vignette di un fumetto ante litteram sono ritagliati due originali e interessantissimi piccoli riquadri contigui. Nel primo a sinistra, in chiaro riferimento all’episodio evangelico sui preparativi di quella Pasqua che, col tradimento di Giuda, segnerà l’inizio di quella Passione che nella stessa crocifissione del Cristo raggiungerà il suo apice, sono raffigurati gli apostoli Pietro e Giovanni (uno dei quali a dorso di un asino), che incontrano davanti alle mura della città un personaggio con un otre sotto il braccio[7]. Nel secondo, come illuminato da un improbabile seguipersona teatrale che, staccandolo dallo sfondo, dà voce al brano pittorico, alcuni soldati recanti uno stendardo e delle lance sorvegliano l’esile figuretta di un Cristo in stato di arresto, con le braccia legate dietro la schiena, secondo il racconto dell’evangelista Giovanni[8].
Conferma della diretta e inequivocabile derivazione di entrambi gli episodi dalla Passione di Cristo, cimasa del Retablo di Sant’Elena[9] dell’ozierese Andrea Sanna, è la palmare citazione anche di quel personaggio che, appena occultato dal declivio di un poggio in controluce (pedissequa, si oserebbe dire “sovrapponibile”, la derivazione dal Retablo di Benetutti anche nella sua raffigurazione all’altezza del ginocchio destro del Crocifisso), indica lo svolgersi di quegli eventi, con l’evidentissimo intento di potenziare il significato della narrazione. La particolarità del prestito iconografico permette di individuare un preciso termine post quem nel 1585, data della consacrazione del Retablo di Sant’Elena[10], per la realizzazione del Retablo di Tonara.
Nella seconda tavola, l’unica integralmente riconducibile ad un solo maestro evidentemente più dotato, nella postura il San Michele arcangelo ricalca, per il tramite di una stampa di Nicola Beatricetto, un’idea di Raffaello per il celebre dipinto San Michele debella satana[11]. Al Retablo della peste del Maestro di Olzai[12], da taluni forse identificabile in uno dei capostipiti dei Cavaro, Antonio o lo stesso Lorenzo[13], rimanda, invece, il gesto dello stesso Principe degli angeli, che con un solo strumento pesa le anime e trafigge quanto resta del corpo frantumato di un maligno vittima, ancor prima che di una originale lancia-bilancia, di un malinteso sentimento religioso. Più dello stesso santo, di estremo interesse è la deliziosa rappresentazione di due episodi ispirati al culto michaelico sul Gargano (dove si trova il più antico santuario europeo dedicato all’Angelo), secondo il racconto del Liber de apparitione sancti Michaelis in monte Gargano.
Al primo dei tre prodigiosi eventi ricordati nell’Apparitio rimanda quel brano che, in prossimità della mano destra dell’Angelo, minutamente descrive, con una dovizia di particolari dal sapore vagamente fiammingo, un San Michele in groppa ad un toro presso un dirupo, secondo un modello iconografico diffuso in Italia e in Europa, ma assolutamente inedito in Sardegna[14]. In prossimità di quei gradoni di pietra, che riecheggiano in parte quelli del paesaggio della Crocifissione del Retablo di Sant’Anna e quelli dello sfondo della Crocifissione del Retablo di Iglesias[15] di Antioco Mainas, si compie il secondo episodio, che rievoca la vittoria conseguita, per intercessione dell’Angelo, dai beneventani e dai sipontini sui napoletani, qui costretti a riparare fin sotto le mura della loro città[16].
Soggetto assai raro nella pittura sarda il Giudizio Universale, terza e ultima tavola superstite, denuncia la conoscenza dell’omonimo dipinto dello smembrato Retablo di Serdiana e del Retablo della peste, entrambi del Maestro di Olzai[17], con la puntuale riproposizione di quel personaggio carico di una cesta sulle spalle con due infanti. La scena è caratterizzata da una imponente edicola in forme classicheggianti animata da una moltitudine di personaggi, ma la lacunosità della crosta pittorica non ne permette una chiara lettura. Tra di essi, al centro del tempietto è parte della figura di un angelo, forse identificabile, per il rilievo accordatogli, col San Michele, l’altro arcangelo che col San Gabriele, cui dal 1607 è intitolata la nuova parrocchiale, divide a Tonara e più in generale nelle Barbagie, una devozione antichissima e profonda[18]. Al di sopra di questo, il Risorto si libra alto su alcuni santi, tra i quali pare di distinguere la Santissima Vergine e San Pietro, e su di un certo numero di angeli, alcuni dei quali di profilo denotano una chiara difficoltà del pittore nel rappresentare fisionomie scorciate. Nell’inclinazione della figura, nei pettorali squadrati e nelle pieghe parallele, serrate e fortemente marcate del lenzuolo che gli cinge gli arti inferiori, l’immagine del Salvatore deriva, ancora una volta, da quella dipinta al centro della predella del Retablo di Sant’Anna di Sanluri. Alla sua destra sono le anime nobili e beate dei redenti, alla sua sinistra quelle deformi e sgraziate dei dannati. Tra queste ultime è un irsuto personaggio che, nella mostruosità delle anche convergenti in un solo arto, soffre, tra le fiamme, le pene di un misterioso contrappasso; mentre nella parte centrale e inferiore della tavola alcuni risorti vanno incontro al loro destino, presi in consegna chi da un angelo, chi da un demone alato, sinistramente ittifallico.
La forte incisività della linea che si rileva in taluni tratti conferma – qualora ve ne fosse ancora bisogno – la maniera di un maestro sardo in questa importantissima opera, che a tutti gli effetti segna il luogo di incontro e di compenetrazione tra le Scuole più rappresentative del manierismo isolano. La Stampacina dei Cavaro e la Logudorese di Andrea Sanna. Nel senso, del tutto inedito, nord-sud.


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[1] Per un approfondimento sull’identificazione del Maestro di Ozieri in Andrea Sanna (1535 ca. - 1607/1611) si segnala: G. G. Cau, Il Retablo di S. Elena di Benetutti (1585) del pittore Andrea Sanna detto il Maestro di Ozieri, in «Quaderni Bolotanesi», n. 29, Cagliari 2003, pp. 197-244. G. G. Cau, Il Retablo di S. Maria degli Angeli di Bortigali (post 1550) del pittore Andrea Sanna detto il Maestro di Ozieri, in «Quaderni Bolotanesi», n.30, xxx, Cagliari 2004, pp. 297-332. M. Farina, Retablo firmato da Andrea Sanna. Sarebbe il Maestro di Ozieri l’autore dell’opera in Cattedrale [di Ozieri}, in «La Nuova Sardegna», Sassari 5 marzo 2003, p. 27.
[2] Lorenzo Cavaro, Retablo di Gonnostramatza, 1501, doppio trittico, tempera su tavola; Lorenzo Cavaro e bottega (attr.) Retablo di Giorgino, 1508, due elementi di polittico, tempera su tavola, Torino, collez. Ballero; Retablo di Sinnai, 1508 circa, doppio trittico, tempera su tavola cm 168 x 128, Sinnai, chiesa di Santa Vittoria.
[3] Il prezioso simulacro conservato presso la chiesa di San Francesco ad Oristano è caratterizzato dalle gambe ripiegate ad angolo retto, da una marcata strozzatura della vita, dal perizoma annodato al fianco destro, dal ginocchio destro scoperto, dall’alluce del piede destro divaricato e ripiegato, dalle dita delle mani contratte nello spasmo della morte, dallo scorrere di rivoli di sangue sugli avambracci e da un disegno delle sopracciglia inclinate all’esterno.
[4] Nel testamento di Michele Cavaro, Michelangelo è investito dell’incarico di esecutore testamentario, cf. Archivio di Stato di Cagliari, Minutario del notaio Gerolamo Ordà, atti notarili legali n. 1557, f. 273, in G. Olla Repetto, Contributi alla storia della pittura sarda nel Rinascimento in “ Commentari”, XV, n. I - II, Roma 1964, p. 126. Per certo Michelangelo Cavaro è già morto il 29 aprile 1594, quando un certo Antonio Cavaro compare in nota ad uno strumento notarile in qualità di suo erede, cf. C. Aru, La pittura sarda nel Rinascimento in «Archivio Storico Sardo», XVI, Cagliari 1926, p. 173.
[5] In più riprese Carlo Aru manifestò il dubbio sulla possibilità di riconoscere la qualifica di pittore al minore dei figli di Pietro Cavaro. L’equivoco nasce dall’ambiguità dell’atto di allocazione del Retablo di Sant’Anna di Sanluri, nel quale il nome «Michelangelus» compare una sola volta, volvendo in «Michael» nelle successive citazioni all’interno dello stesso documento. Di qui il dubbio che possa trattarsi di un errore del notaio che rogò quell’atto. L’ipotesi si fa forte del fatto che in tutti i rimanenti documenti reperiti al nome di Michelangelo non segua mai la qualifica di pittore, cf. Archivio di Stato di Cagliari, Minutario del notaio Gerolamo Ordà, atto rogato il 30 luglio 1571, f. 163, in C. Aru, La pittura sarda nel Rinascimento in «Archivio Storico Sardo», XV, fasc. 1 e 2, Cagliari 1924, p. 6, n.1; C. Aru, La pittura sarda nel Rinascimento, cit., pp. 175-176.
[6] Il Retablo di Sant’Anna fu commissionato ad Antioco Mainas, ma a seguito della sua prematura scomparsa (ante 30 luglio 1571) il figlio Pietro Mainas e Michelangelo (o Michele) Cavaro assunsero il compito di portare a termine l’opera, che fu consacrata, probabilmente sull’altare maggiore, nella parrocchiale di Sant’Anna di Sanluri il 12 dicembre del 1576.
[7] “Nel primo giorno degli Azzimi, all’ora in cui si immolava l’agnello pasquale [crepuscolo], i suoi discepoli gli dicono: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?» (cf. Nuovo Testamento, Vangelo di Marco, cap. 14, vers. 12.). Rispose loro: «Ecco, quando sarete sul punto d’entrare in città, vi si farà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua […]»”, (ibidem, cap. 22, vers. 8).
[8] Cf. Nuovo Testamento, Vangelo di Giovanni, cap. 18, vers. 1, 3, 12-13.
[9] Andrea Sanna, Passione di Cristo, cimasa del Retablo di Sant’Elena di Benetutti, 1585, cm 145 x 149, olio su tavola, Benetutti, parrocchiale di Sant’Elena.
[10] Per un’analisi più dettagliata della complessa allegoria della data e della firma del Retablo di Sant’Elena si rinvia al saggio di G. G. Cau, Il Retablo di S. Elena di Benetutti (1585) del pittore Andrea Sanna detto il Maestro di Ozieri, cit. pp. 225-237.
[11] L’incisione (bulino, 1540 ca. mm 454 x 310) presenta differenze sostanziali col dipinto realizzato da Raffaello per incarico di Leone X e Lorenzo de’ Medici nel 1518. Essa deriva da un disegno oggi disperso che è una importante testimonianza dell’idea originale del Maestro, prima delle numerose alterazioni subite dal dipinto nel corso dei secoli. La tela originale del San Michele debella satana (1518) di cm 268 x160, è conservata a Parigi presso il Museo del Louvre.
[12] Maestro di Olzai, Retablo della peste, post 1477, polittico, tempera su tavola con fondo oro, Olzai, chiesa di Santa Barbara.
[13] R. Serra, Pittura e scultura dall’età Romanica alla fine del ‘500, collana “Storia dell’arte in Sardegna” diretta da Corrado Maltese, Nuoro 1990, p. 173.
[14] La storia del santuario e del culto dell'Angelo sul Gargano è riassunta in tre episodi nel Liber de apparitione sancti Michaelis in monte Gargano un testo agiografico, risalente alla fine dell'VIII secolo. Il più noto di questi è sicuramente quello del toro, divenuto quasi un simbolo del culto michaelico del Gargano. Gargano, un ricco pastore di Siponto (Foggia), al rientro del gregge, accortosi della mancanza di un toro ne organizza la ricerca. Ritrovato il toro presso una grotta, il bovaro, preso dall'ira, gli scaglia contro una freccia avvelenata che, tornata inspiegabilmente indietro, colpisce lui. I Sipontini, impressionati dall'episodio, chiedono spiegazione al loro vescovo che dispone tre giorni di digiuno. Al termine dei quali appare al vescovo l'arcangelo Michele, che dichiara che l'episodio misterioso era stato voluto da lui per dimostrare di essere patrono e custode del luogo. L'episodio, segna il trionfo del cristianesimo sul paganesimo rappresentato da Gargano.
[15] Antioco Mainas (attr.), Retablo di San Francesco di Iglesias, polittico, tempera e olio su tavola, Iglesias chiesa di San Francesco.
[16] Secondo il racconto del Liber de apparitione, nell’anno 492 la città di Siponto era assediata dagli Eruli guidati da Odoacre ed era sul punto di capitolare. Cosicché, il vescovo Maiorano mandò da Odoacre degli ambasciatori, ottenendo una tregua di tre giorni che la popolazione sipontina dedicò in preghiere e penitenze a San Michele. E fu allora che l’Arcangelo fece la sua apparizione, promettendo il suo aiuto a patto che la città non si fosse arresa ai barbari. Il contrattacco della popolazione sipontina si rivelò un successo, dal momento che una tempesta di grandine e sabbia mise in fuga le orde barbariche di Odoacre. In segno di ringraziamento, il Vescovo ordinò una processione verso la grotta dell’Arcangelo, non facendovi, però, ingresso.
[17] Maestro di Olzai, Retablo del Giudizio Universale, fine sec. XV, due elementi di polittico, Serdiana, chiesa di Santa Maria di Sibiola (in deposito presso la Pinacoteca Nazionale di Cagliari).
[18] «La divozione agli Arcangeli Gabriele e Michele, così diffusa in Barbagia, si ricollega in Tonara al fatto che numerose comitive di fedeli, in tempi remotissimi, risalivano i contrafforti e le pendici del Gennargentu, percorrendo una trentina di chilometri fino a Villanova Strisaili, nei cui dintorni si festeggia ancora l’annuale dell’arcangelo Gabriele. Con questa divozione è unita l’antica importazione dell’orzo primaticcio dai campi pressi il mare di Tortolì », cf. R. Bonu, Tonara, Nuoro 2004, p. 20, n. 20. Ad Aritzo, a soli 14 km da Tonara, la stessa parrocchiale è sotto il titolo S. Michele Arcangelo.

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